La ragione delle onde

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Il comportamento delle onde segue principi che appaiono coerenti e incoerenti a un approccio logico rigidamente razionale, infatti non è dato sapere, sempre, se le onde nascano per la spinta del vento, se siano generate dalle correnti, o se, come talvolta accade, il moto ondoso abbia un carattere residuo e cioè sia generato da movimenti delle acque in zone marine lontane, per non parlare dei maremoti o delle cosiddette onde anomale, delle quali, non si conosce ancora la causa e l’origine.

Anche per questa ragione le onde, più di ogni altro fenomeno, rappresentano in modo evidente il carattere liquido e incerto che contraddistingue il mare e le grandi distese acquatiche.

Il rapporto tra uomo e mare è mediato dall’instabilità liquida. L’uomo, quando è in mare, smarrisce la sicurezza terrestre e deve necessariamente appropriarsi degli elementi di una nuova dimensione spazio temporale.

In mare lo spazio muta radicalmente perché vengono a mancare o a modificarsi i punti di riferimento, chi si fosse trovato in navigazione in mare aperto sa che bisogna orientarsi con il sole e le stelle (GPS a parte), in mare il tempo è un concetto relativo, allo stato atmosferico, alla potenza e all’efficienza del motore o alla intensità del vento.

Ho già scritto dell’analogia tra Internet e il mare e del fatto che anche in rete navighiamo, incontriamo porti, isole felici e infelici, sperimentando una navigazione che ha aspetti mitologici più simili all’antico che al moderno.

Oggi gran parte del mondo reale è conosciuto ed esplorato, non vi sono più, se non in casi eccezionali, terre vergini e incontaminate, al contrario la scoperta nel mondo virtuale è continua e alla portata di mano, anche se spesso ingannevole e mistificante come nel racconto di Ulisse.

La navigazione virtuale è un viaggio dello sguardo e della mente con i pregi e difetti di questa condizione ma con la possibilità di tenere sempre in vita lo spirito di ricerca e di sperimentare, viaggiando, forme innovative di socialità.

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Il mare e le sue onde sono, a questo riguardo, formidabili banchi di prova, perché le imprese e le scoperte del recente passato alludono fortemente alle forme possibili delle scoperte presenti e future.

Ricordo una volta quando, con un gruppo di colleghi, prendemmo a nolo una barca a vela per una breve navigazione attraverso l’Adriatico. Era appena iniziata l’estate e il tempo appariva ancora incerto. La sera della partenza pioveva ma decidemmo comunque di partire e raggiungere la costa dell’Istria. Lo skipper non era molto esperto e appena lasciata la laguna e usciti in mare capimmo che non sarebbe stata una traversata divertente. I miei amici, uno dopo l’altro vennero sopraffatti dal mal di mare, e così ci trovammo soli, lo skipper ed io, a condurre l’imbarcazione. Ancora vedevamo le luci della terra, dietro a un velo di pioggia e nebbia, quando decidemmo di tornare indietro. Ormeggiammo alle quattro di mattina alla darsena dell’isola di San Giorgio con un equipaggio stremato e semi svenuto. Non riuscimmo a raggiungere la nostra meta ma impiegammo il sabato e la domenica a navigare tra le isole della laguna e a visitarle.

La navigazione è avventura, rischio, scoperta e ricerca ma non deve prescindere dal valore e dal rispetto della socialità, il gruppo che partecipa all’impresa è parte dell’impresa, noi siamo parte di un gruppo.

Anche la navigazione in rete ha implicazioni sul gruppo di cui facciamo parte, non è mai un evento solitario, la scoperta è tale solo se viene diffusa, per questo è necessaria la partecipazione.

Vi sono molte ragioni per cui ricordo con piacere il film di Folco Quilici Sesto Continente, la prima perché lo vidi una prima volta, da bambino, la sera, all’aperto al Festival del Cinema di Venezia, la seconda, che ritengo più importante, perché della spedizione facevano parte esploratori (cacciatori subacquei), scienziati e comunicatori (Gianni Roghi e Folco Quilici).

Il mare vissuto come esplorazione e ricerca, esperienza da comunicare e condividere con un pubblico di specialisti ma anche con un pubblico possibilmente più vasto.

L’acqua non è un elemento facilmente omologabile come la terra ferma, l’acqua è movimento, arresta e spesso demolisce costruzioni, dighe e contrafforti, è anche per questa ragione che le isole, nell’acqua, hanno potuto preservare un carattere di paese.

“Il paese è un insediamento umano, generalmente di piccole dimensioni, che è caratterizzato principalmente da un’economia agricola” riporta una felice definizione di Wikipedia. L’isola non è divenuta periferia della città perché il mare l’ha impedito, isolandola, così come il mare virtuale impedisce oggi di ribaltare tout-court nella rete le regole e i meccanismi della tecnocrazia economica e finanziaria.

Per questa ragione le isole-paese sono luoghi veri ancora in condizione di mettere in evidenza diffuse capacità di espressione sociale, proposta civile e partecipazione.

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Henri Matisse e James Joyce. Ulisse

Questa è la singolare storia di una collaborazione tra un grande pittore e uno scrittore altrettanto famoso, Henri Matisse e James Joyce, ma anche la prova di come le vie dell’arte, dell’emozione e dell’immaginazione possano sfiorarsi senza incontrarsi davvero.

George Macy, l’editore che in seguito avrebbe pubblicato l’edizione speciale dell’Ulisse di Joyce illustrata da disegni di Matisse, ricorda che il pittore, letta l’edizione francese, e “avendo constatato che l’Ulisse di Joyce era diviso in episodi corrispondenti all’Odissea di Omero gli aveva chiesto se era d’accordo che preparasse alcune incisioni, ispirate appunto all’Odissea, da pubblicare nel volume di Joyce”.

Joyce, dal canto suo, era convinto che Matisse conoscesse molto bene l’edizione francese della sua opera.

Per chi si fosse arreso all’idea di intraprenderne la lettura, alcune edizioni sfiorano e altre superano le mille pagine, Ulisse è la storia di una giornata di un pugno di abitanti di Dublino che intercettando casualmente vite altrui ne influenzano il decorso.

Leopold Bloom è un piccolo borghese, che tradisce la moglie Molly dalla quale è ricambiato allo stesso modo. I suoi orizzonti sono limitati, ha brevi slanci, recita la parte di marito tradito e, negli affari, accetta ogni compromesso in cambio di un vantaggio (incluso vendere foto della moglie nuda). Stephen Dedalus, invece, è un giovane uomo colto, un esteta spirituale. Il romanzo si conclude con un lungo resoconto del pensiero di Molly Bloom sulle deviazioni sessuali del marito e le ossessioni intellettuali di Stephen.

L’unico evidente collegamento con l’opera di Omero è nella struttura del testo, organizzato in parti ed episodi dai titoli inequivocabili: Telemachia, Odissea, Nostoi e poi i capitoli Telemaco, Nestore, Proteo, Calypso e via dicendo.

Volendo è possibile, come hanno provato alcuni critici, ipotizzare corrispondenze tra i personaggi dell’Odissea e dell’Ulisse: Ulisse potrebbe essere Leopold Bloom, colui che viaggia e incontra, Penelope Molly Bloom, attende  e pensa, e Telemaco Stephen Dedalus.

Comunque Matisse, che non conosceva il romanzo, allo scopo di capirne di più e prima di iniziare i disegni, andò a trovare lo scrittore e giornalista americano Eugene Jolas, bilingue dalla nascita (francese e inglese) nella sua residenza estiva. La conversazione con Jolas non sortì risultati particolari al punto che Matisse decise di continuare a seguire la sua strada e cioè di ispirarsi all’Odissea di Omero.

Quando l’edizione speciale uscì Matisse firmò millecinquecento copie, Joyce solo duecentocinquanta, si dice, perché infastidito dall’avere appreso quale fosse la reale fonte d’ispirazione del pittore francese.

E’ proprio difficile costringere un pittore a rappresentare un oggetto così com’è e poi il guaio di un libro è quello di essere oggetto prima ancora di diventare racconto, essere cosa e solo successivamente, in qualche caso, storia che coinvolge e emoziona. Se si deve dipingere un racconto si può anche essere tentati dall’apparenza, facendosi cullare nelle spire accoglienti dei suoi inganni: l’immediato, ciò che colpisce e affascina lo sguardo.

Matisse ha provato a entrare nel libro, poi, evidentemente per ragioni sue, ha desistito fermandosi all’indice.

A chi gli chiese come mai i suoi disegni avessero così poco in comune con l’Ulisse di Joyce rispose semplicemente: “Je ne l’ai pas lu”. Non l’ho letto.

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