Fausto Romitelli. Professor Bad Trip

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Fausto Romitelli, scomparso precocemente nel 2004 a soli quarantun’anni, può essere a ragione considerato un veggente della musica contemporanea. I suoi riferimenti musicali e culturali sono eclettici, talvolta accompagnati dal fascino spettrale di vite bruciate o consumate, come nel caso di Jim Morrison e Syd Barrett, ma soprattutto sostenuti dalla necessità della ricerca e dalla luminosità dell’intuizione, come è stato ad esempio per Karlheinz Stockhausen.

Anche i passaggi allucinati di Henri Michaux, raggiungere la vertigine mediante l’approfondimento, hanno avuto un influsso importante sul suo lavoro, almeno sotto la forma del contributo conoscitivo, suggerimenti per intendere come procedere. L’obiettivo è l’estensione cercando la profondità, come nei passaggi di Michaux, trasfigurando le forme e abbandonando consciamente la mente nel vortice di un complesso e mutevole mash up di parole, immagini, suoni e colori.

L’inclinazione allo spaesamento, nel senso di improvviso mutamento di scenario e riferimenti, ha spinto la ricerca di Romitelli al di fuori del solo contesto della musica di avanguardia colta, producendo tonalità contraddistinte da forti contenuti espressivi ed effetti sonori aggressivi.

Possiamo collocare in quest’ambito uno dei suoi lavori più importanti e seguiti, la trilogia Professor Bad Trip (1998-2000), che prende proprio avvio dalla lettura delle opere di Henri Michaux,  scritte sotto l’effetto di droghe e allucinogeni.

Romitelli ha mescolato in questa composizione la ricerca sonora del rock, il trattamento elettroacustico del suono, l’uso estremo degli strumenti con il suo consueto interesse per la contaminazione e le distorsioni.

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L’efficacia di Professor Bad Trip viene dal processo di ibridazione di generi musicali che in esso si realizza. Il portato delle suggestioni acquisite all’IRCAM di Parigi e un’acuta selezione delle tonalità, provenienti direttamente dalla musica underground, dal rock, dal jazz, contribuiscono a creare un generale effetto estatico. Il singolo contributo di ogni strumento e il mix dei suoni disorientano, si prova una sensazione di ebbrezza, come di perdita di equilibrio e smarrimento della dimensione spazio temporale.

“Al centro del mio comporre c’è l’idea di considerare il suono come una materia in cui sprofondare, per forgiarne le caratteristiche fisiche e percettive: grana, spessore, porosità, luminosità, densità, elasticità. Quindi scultura del suono, sintesi strumentale, anamorfosi, trasformazione della morfologia spettrale, deriva costante verso densità insostenibili, distorsione, interferenze, anche grazie al ricorso alle tecnologie elettroacustiche. E sempre maggiore importanza data alle sonorità di derivazione non accademica, al suono sporco e violento di prevalente origine metallica di certa musica rock e techno” (Fausto Romitelli).

Professor Bad Trip è senza dubbio il trionfo dell’anamorfismo del suono inteso come segno e immagine andando al di là della semplice deformazione del significato, perché in gioco è la complessità della materia, il materiale suono viene rappresentato in una prospettiva diversa e la nuova prospettiva muta radicalmente lo stato originario.

Il metallo è un materiale che riflette la luce, le lastre di metallo producono suoni e vibrazioni, c’è lucentezza metallica e anche, ovviamente, sonorità metallica nei passaggi allucinati di Professor Bad Trip ma ascoltando le tre parti della composizione si giunge alla conclusione che oltre ad essere un percorso che enfatizza la coscienza è un cammino di conoscenza, in profondità e oltre il limite.

E Professor Bad Trip allude a un altro tratto psichedelico che ritroviamo nel felice segno grafico di Gianluca Lerici (in arte Professor Bad Trip) artista underground noto in particolare per l’adattamento a fumetti del Pasto nudo di William S. Burroughs che condivide con Fausto Romitelli anche l’anno di nascita (1963) e, purtroppo, la scomparsa prematura, in questo caso improvvisa, per infarto nel 2008.

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Jean-Michel Basquiat e Syd Barrett. Talento, luce e tenebra

Leggendo la vita e le storie di Jean-Michel Basquiat e  Syd Barrett emergono alcune forti analogie che fanno davvero riflettere sulle caratteristiche delle loro personalità creative.

L’amore per l’arte è trasmesso a Basquiat dalla madre Matilde, statunitense di origini portoricane, fin da piccolo lo accompagnava a visitare gallerie e musei (il Metropolitan Museum o il  Museum of modern art di New York).

L’interesse per la musica di Syd Barrett nasce dal fatto che il padre Max suonava nella Cambridge Philharmonic Society.

Nel 1968 il giovane Basquiat viene investito da un’auto, l’incidente provoca lesioni interne che gli costano l’asportazione della milza. Jean-Michel  rimane a lungo in ospedale, la madre gli regala un libro di anatomia: Gray’s Anatomy, che avrà una notevole influenza sulla sua tecnica pittorica.

Il padre di Syd Barrett, Max era di professione anatomo patologo, certamente un aspetto che non sarà stato di secondaria importanza per il giovane Barrett.

Quando Jean-Michel ha sette anni i genitori divorziano.

Basquiat, insieme agli amici Vincent Gallo, Michael Holman, Wayne Clifford, Nick Taylor e Shannon Dowson, costituisce una band musicale denominata, appunto, Gray.

Il giovane Barrett  fino all’età di 14 anni non mostrava un interesse prioritario per la musica, piuttosto per il disegno. Il suo personaggio preferito era Edward Lear, che, come lui, amava dipingere.

“Poor dad died today” scrive Barrett nel diario nel 1961, quando muore il padre.

Nel 1963 dagli USA iniziò a diffondersi l’LSD, molti studenti di Cambridge ne fecero uso e Barrett era uno di loro.

Sul finire degli anni 70 Basquiat comincia a disegnare graffiti (firmandosi SAMO) per le strade di Manhattan, insieme all’amico Al Diaz, e inizia a fare uso di LSD.

Nel 1967 Syd Barrett dichiarò, tra lo stupore degli astanti, che voleva essere il Jackson Pollock della musica.

La carriera artistica di Basquiat raggiunge il culmine nel periodo compreso tra il 1983  e il 1988, cinque anni nei quali diventa un pittore famoso, nel 1983 aveva incontrato Andy Warhol.

Il culmine della carriera artistica di Syd Barrett fu raggiunto tra il 1965 e il 1970, cinque anni durante i quali lanciò i Pink Floyd, abbandonò la band e produsse alcuni album da solista.

Jean-Michel Basquiat muore nel 1988 per un’overdose di eroina dopo un periodo di profonda depressione a causa della recente scomparsa di Warhol.

Nel 1975 i Pink Floyd pubblicarono l’album Wish You Were Here contenente numerosi riferimenti a Barrett. Durante la produzione, negli studi di registrazione, apparve un personaggio singolare, completamente calvo, con in mano una busta della spesa. Era Barrett, molto trasandato e decisamente grasso. Gli ex compagni del gruppo gli chiesero come avesse fatto a ingrassare tanto. Barrett rispose che a casa aveva un grande frigorifero, zeppo di carne di maiale.

Dopo, non lo videro mai più.

Roger Syd Barrett. The dark side of the life

Syd Barrett è stato fondatore dei Pink Floyd e primo leader del gruppo dal 1965 al 1968, la sua è una storia che ha dell’incredibile.
Nasce nel 1946 quarto di cinque figli. Suo padre Max era anatomo patologo, amante della pittura, appassionato coltivatore di funghi e musicista.
Roger non si dedicò da subito alla musica, privilegiando la pittura, e si iscrisse alla scuola d’arte. All’Art School ebbe la possibilità di dipingere e anche di suonare, così creò un gruppo musicale insieme agli amici Waters e Klose. Il gruppo divenne noto come Spectrum Five.
Barrett suonava la chitarra ritmica, per l’occasione comprò una Fender Esquire ornata da una moltitudine di piccoli specchi circolari.
Nel 1965 Syd diede al gruppo il nome di Pink Floyd, mettendo insieme i nomi di Pink Anderson e Floyd Council, i suoi due bluesmen preferiti, ma disse ai giornalisti che il nome gli era stato suggerito da esseri sconosciuti venuti dallo spazio.
Inizialmente i Pink Floyd  si esibirono in locali underground, poi nel 1967, dopo alcuni fortunati concerti nei college del Regno Unito, trovarono fissa dimora nel locale più in voga di Londra: l’UFO Club.
Cominciò così la lunga serie di successi che avrebbe fatto dei Pink Floyd uno dei gruppi più importanti e conosciuti della nuova musica.
Syd, però, aveva iniziato a frequentare uno spacciatore di droghe pesanti LSD soprannominato Capitano Bob e all’uso dell’ LSD aggiungeva cannabis e pillole di Mandrax, un farmaco che produce effetti simili alla morfina se viene assunto con alcol.
Successivamente iniziò a comportarsi in modo molto strano, non riusciva a lavorare con costanza e cambiava in continuazione musica e parole delle canzoni.
«Syd aumentava e diminuiva il volume di tutte le tracce, apparentemente senza alcuna regola. Non faceva nulla se non era fatto in maniera artistica. Diceva che voleva essere una sorta di Jackson Pollock della musica».
Le esibizioni stravaganti di Syd erano abituali e quando i Pink Floyd entrarono ufficialmente nella Top of the Pops inglese divennero impossibili da gestire.
Syd un giorno si presentò in pigiama nello studio di registrazione e annunciò di non voler più partecipare a trasmissioni televisive. Questo atteggiamento folle iniziò a caratterizzare anche le esibizioni dal vivo. Mentre la band suonava, sedeva vicino a un amplificatore, scordava la chitarra rendendo devastante il suono e restava in silenzio.
Roger Syd Barrett decise di lasciare i Pink Floyd nel 1968, dando vita a una  carriera di solista.
Negli ultimi anni, l’ex leader dei Pink Floyd, si faceva chiamare semplicemente Roger. Viveva a Cambridge, solo e lontano da tutto ciò che avrebbe potuto ricordargli il passato.
Dipingeva quadri astratti e praticava il giardinaggio.
Nel 2005, durante il Live 8 che ha visto i Pink Floyd riunirsi eccezionalmente, Roger Waters ha ricordato Barrett, dedicandogli l’esecuzione di Wish You Were Here: « Anyway, we’re doing this for everyone who’s not here, particularly, of course for Syd. »
Roger Syd Barrett è morto a Cambridge il 7 luglio 2006, a 60 anni, per un tumore al pancreas.

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