Steven Johnson. L’adiacente possibile

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Lo scienziato inglese del diciannovesimo secolo Charles Babbage è noto soprattutto per due invenzioni: la macchina differenziale e la macchina analitica.

La macchina differenziale era un congegno molto complesso, pesante e ingombrante, pesava quindici tonnellate e era costituito da oltre venticinquemila parti meccaniche, il suo scopo era ottenere tabelle trigonometriche utili alla navigazione. In occasione del centenario dalla morte di Babbage il Museo delle scienze di Londra ne ha costruito un modello che è subito stato in grado di produrre risultati accurati nel giro di pochissimi secondi.

La macchina differenziale poteva quindi superare di gran lunga le possibilità di calcolo ottenibili a quei tempi.

Steven Johnson nel suo libro “Dove nascono le grandi idee, storia naturale dell’innovazione”, a proposito della macchina differenziale di Babbage, scrive: “Ma, malgrado la sua complessità, la macchina differenziale rientrava ancora ampiamente nell’adiacente possibile della tecnologia vittoriana”.

Questo dell’adiacente possibile è un concetto interessante e decisamente funzionale ai percorsi innovativi. Anche se siamo abituati a pensare alle innovazioni come a salti in avanti nel tempo e nello spazio o a scarti improvvisi dovuti alla genialità dell’inventore, dobbiamo convenire che la storia del progresso culturale, artistico e scientifico è paragonabile alla “vicenda di una porta che conduce a un’altra porta, l’esplorazione di un palazzo una stanza alla volta”.

Aprire una porta può portare a una scoperta in grado di modificare profondamente lo stato delle cose, ma anche più semplicemente a un’applicazione per diffondere le ricette su Internet, oppure a un sistema innovativo nella gestione di un asilo.

L’esplorazione dei confini intorno a noi, entrando nelle dinamiche che mettono in gioco i limiti e le possibilità, è la modalità che consente di avvicinarsi all’adiacente possibile, considerando che quasi sempre i limiti, come le possibilità, sono interni o meglio interiori, un portato psicofisico che è il prodotto delle nostre condizioni mentali e di quelle dell’ambiente nel quale viviamo e operiamo.

Se la nostra spinta innovativa non è condivisa dell’ambiente e l’ambiente blocca le nuove iniziative, perché non le capisce oppure perché è orientato alla difesa di uno status quo ritenuto appagante, è molto difficile uscire dal contesto e indagare nuove possibilità, se invece l’ambiente incoraggia i suoi abitanti a esplorare l’adiacente possibile “rendendo disponibile un campionario più ampio e versatile di parti di ricambio – meccaniche o concettuali – e promuovendo modi nuovi di ricombinarle” allora la possibilità che nascano nuove idee aumenta in modo rilevante.

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Spesso però le idee che hanno in sé un carattere troppo rivoluzionario per il tempo in cui vengono espresse non ottengono successo, anzi vengono considerate dai contemporanei dei fallimenti, ciò vale per un’innovazione scientifica come per un prodotto. Pochi oggi ricordano il tablet lanciato da Microsoft nei primi anni duemila al Comdex, tutti, al contrario, hanno in mente, dieci anni più tardi, l’I pad associato all’immagine di Steve Jobs.

A venirsi a trovare in questo stato sono le innovazioni troppo in anticipo sui tempi e la questione riguarda anche l’ideazione della seconda macchina progettata da Charles Babbage: la macchina analitica.

La macchina analitica era così complicata che non superò la fase di progettazione se non per un’applicazione parziale che Babbage costruì poco prima di morire.

La macchina analitica è stata definita il primo prototipo di computer programmabile, non era progettata per funzioni specifiche come la macchina differenziale, ma aveva, al pari dei computer moderni, un carattere versatile, “era proteiforme, capace di reinventarsi in base alle istruzione fornite dai programmatori”.

I programmi venivano inseriti nella macchina utilizzando schede perforate, le stesse che erano a quei tempi usate per far funzionare i telai industriali, i dati e le informazioni potevano essere raccolte in un magazzino, la memoria del computer.

Le applicazioni dei concetti che avevano portato Babbage a inventare la macchina analitica hanno visto la luce nella prima metà del secolo scorso, quindi cento anni dopo la scoperta dello scienziato inglese.

La macchina analitica non ebbe successo per un motivo principale, era costituita di innumerevoli parti meccaniche, difficili da costruire, reperire e manutenere, l’elettronica, infatti, era di là dall’essere inventata.

Babbage evidentemente aveva, in un colpo solo, aperto troppe porte, sconfinando dall’adiacente possibile in un universo impalpabile ancora sconosciuto.

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Steven Johnson. Tutto quello che fa male ti fa bene

“Questo libro è un lavoro di persuasione vecchio stile, che in ultima istanza mira a convincervi di una cosa: la cultura di massa negli ultimi trent’anni è diventata, in media, più complessa e intellettualmente impegnativa”.

Steven Johnson studioso di neuro scienza, giornalista e scrittore, dopo il successo del suo libro “La nuova scienza dei sistemi emergenti” si è dato il difficile compito di spiegarci e, conseguentemente, convincerci del fatto che la dimensione multimediale non solo non ottunde le nostre capacità mentali ma al contrario le potenzia e le sviluppa.

Per sostenere, anche empiricamente, la sua tesi fa riferimento a una ricerca avviata negli anni settanta dal filosofo americano James Flynn allo scopo di confutare una ricerca precedente che aveva indicato una presunta diversità tra i QI (quozienti di intelligenza) di campioni di popolazione bianca rispetto ad altri di popolazione nera, quello che Flynn scopre è che il QI di tutta la popolazione americana è aumentato con un tasso di crescita accentuato soprattutto negli ultimi decenni.

Questo incremento, l’effetto Flynn, non sembra derivare né dall’indubbio miglioramento dell’alimentazione né dall’istruzione. Ma se i cambiamenti cognitivi non sono generati da questi fattori, da dove hanno origine? Dalla complessità ambientale, come sostiene la psicologa sociale Carmi Schooler, dagli stimoli che l’ambiente moderno offre,  dalle decisioni che dobbiamo prendere, dalla incertezza delle conseguenze,  tutti elementi che aumentano notevolmente il nostro sforzo cognitivo.

Johnson compie un accurato percorso di analisi dei principali media, dai video giochi a Internet, allo scopo di dimostrare quanto sia aumentata negli ultimi anni la complessità di gestione di strumenti interattivi come i videogiochi,  come siano diventate più complicate le strutture narrative delle serie di maggior ascolto e come sia pro attivo l’approccio ai personal computer collegati in rete.

Le istruzioni di un videogioco sono parte del gioco, nel senso che è praticamente impossibile farle proprie senza una sperimentazione attiva del gioco stesso consistente in serie reiterate di tentativi atti a risolvere altrettanti enigmi. Questo significa che durante il gioco gli obiettivi, i target, da raggiungere sono molteplici, dando luogo a un lavoro mentale che non è paragonabile al “multitasking” (capacità di svolgere più compiti contemporaneamente), perché il multitasking significa poter gestire attività diverse tra loro, indipendenti, che cerchiamo di rendere temporalmente interdipendenti.

In questo caso invece dobbiamo ordinare, mettere insieme e costruire una gerarchia tra attività che sono parte dello stesso processo, quindi costruire sequenze esatte, disegnare relazioni e individuare effettive priorità. Johnson definisce questa capacità “telescoping”, capacità di creare legami telescopici, gestire obiettivi che si nascondono l’uno dentro l’altro. Un processo cognitivo che ritroviamo pari pari anche nel modus operandi dell’indagine e della ricerca scientifica.

Anche la struttura narrativa delle serie Tv è diventata più complessa con il passare degli anni, alle strutture narrative lineari sono succedute strutture narrative caratterizzate da elementi stocastici, molte storie nella storia principale, e solo alcune si concludono effettivamente nel corso della puntata, oppure eventi che accadono indipendentemente dalle cause e con cause che accompagnano gli eventi. La struttura narrativa di “Hill steet giorno e notte” è certamente più ricca e articolata di “Starsky e Hutch”, per non parlare dei “Sopranos”, l’attuale serie di successo in cui talvolta è persino difficile capire perché Tony Soprano ha dovuto prendere questa o quella decisione.

Steve Jobs usava sottolineare la differenza tra Televisione e Internet sostenendo che se la prima ci fa inclinare indietro, rilassare, l’uso di Internet ci fa inclinare in avanti, concentrare, impegnare. A questa modalità di approccio, che rovescia il concetto Adorniano di fruizione passiva dei media (relax and take it easy), vanno aggiunti l’esplosione della possibilità di ricerca tramite i motori, Google in primis, e l’allargamento della dimensione sociale, il rapporto con gli altri, fattori che incrementano le nostre capacità personali di knowledge, problem solving e relationship. “Dopo cinquant’anni di isolamento sociale stiamo imparando nuovi modi di comunicare”.

La tendenza a lungo termine della cultura di massa spinge verso forme di complessità maggiore e il nostro cervello agisce di conseguenza. Sono quindi da confutare le teorie diffuse e fatte proprie dal senso comune che  l’uso dei videogiochi, la fruizione delle serie televisive, l’uso di Facebook e You Tube portino a una atrofizzazione delle capacità mentali, al contrario l’uso e la fruizione dei media stanno aumentando il livello delle nostre capacità cognitive.

Una cosa è certa, la cultura tradizionale, lo studio, la lettura e anche il lavoro erano indissolubilmente connessi alla solida concezione del dovere, una visione del mondo in cui dovere e utilità sono sempre stati considerati capisaldi al servizio dello sviluppo della condizione umana.

Oggi questo pregiudizio consolidato è insediato dalla dirompente ricerca del piacere, piacere e gratificazione individuale/collettiva stanno diventando la molla del fare, anche a prescindere dall’utilità implicita.

E l’obiettivo del piacere è certamente una delle più potenti fonti di energia.

Su questo piano è davvero difficile non essere d’accordo con le tesi di Steven Johnson.

Steve Jobs. Il grande innovatore non c’è più…..

In queste ore i giornali, le televisioni, i blog di tutto il mondo sono pieni di immagini di Steve Jobs. Non c’è molto da aggiungere, se non ricordarlo come un artista e un grande innovatore.

A tale riguardo alleghiamo il video della sua conferenza a Stanford.

Per i pochi che non avessero avuto occasione di vederlo è un modo per conoscerlo davvero, per noi forse il modo migliore di ricordarlo.

Ciao Steve.

Mario Monti. I Pirati


In questo periodo si parla tanto di pirati, per lo più impropriamente, confondendo l’utilizzo assolutamente proprio dei margini di libertà concessi da Internet e dalle nuove tecnologie con la difesa, del tutto discutibile, di vecchie rendite di posizione da parte di persone, enti e istituzioni che non hanno alcuna voglia di rinnovarsi e al contrario provano solo a mantenere lo status quo.

“Why join the navy if you can be a pirate?” è la provocatoria invocazione di Steve Jobs, alla sua gente, nel bel mezzo dell’avventura di Apple. Nel suo caso i pirati dovevano essere coloro che avevano davvero voglia di rovesciare l’approccio tradizionale, uscire dallo schema, convertire il paradigma. Trovare la posizione innovativa dalla quale creare. L’innovazione non accetta compromessi, supera l’esistente, è “statu nascenti”, un pugno in faccia ai tenutari della staticità, rovesciando lo stato delle cose. Le nuove regole verranno dopo e saranno decisamente contaminate dal nuovo. Una specie di isola di Tortuga nel trafficato e confuso mare del Caraibi.

Istruttiva in tal senso può essere la lettura di questo libro, introvabile, a meno che l’appassionato lettore non scateni una vera e propria caccia alla rarità, frequentando notte e giorno Librerie dell’usato e Remainders. Un libro che andrebbe rieditato, sperando che Longanesi accetti l’invito. All’epoca, come si evince dalla prima di copertina, costava 350 lire, adesso chissà quale potrebbe essere il suo giusto prezzo.

I pirati erano gente democratica che eleggevano i loro capi, il famoso romanzo “L’isola del tesoro”, forse il libro di pirati più letto, ne è testimonianza eccellente. I pirati avevano anche un loro stato: l’isola di Tortuga, una specie di isola Cayman, molto più divertente dell’attuale, perché, oggi, laggiù possiamo trovare soprattutto vecchi pensionati, ovviamente ricchi, in fuga dal fisco e banche off shore. I pirati invece seppellivano qua e là i loro tesori con un nutrito corredo di mappe, scheletri e accessori di feroce fantasia.

Leggendo il libro di Monti sapremo finalmente chi erano i Fratelli della Costa: Henry Morgan, che dopo aver espugnato Panama e Portobello è stato nominato governatore della corona inglese, Barbanera, il feroce Olonese, Annie delle Indie, una donna pirata, Capitan Kidd, corsaro sfortunato divenuto pirata solo perché all’epoca mancavano i mezzi di comunicazione e nessuno l’aveva potuto informare che, nel frattempo, i nemici erano diventati amici e via dicendo, fino alla prima guerra mondiale, al veliero Seedler e al suo capitano Von Luckner.

Scopriremo che quella del pirata era, e forse è tutt’ora, una scelta di vita, sempre coraggiosa perché rischiosa, e volta a occupare spazi residuali di libertà, spazi che anche al giorno d’oggi sono preclusi dagli steccati e dai confini costruiti ad arte e tenuti in piedi dai gruppi dominanti.

Ancora su Steve Jobs, l’uomo che ha inventato il futuro.

Il percorso professionale e imprenditoriale di Steve Jobs è molto istruttivo per tentare di capire quali possono essere i fattori critici di successo (e che successo!) di una impresa.

E non necessariamente soltanto imprese che operano nel mondo dell’high tech, web e relativi device, ma tutte le imprese.

Il punto centrale è il prodotto. Tutta l’organizzazione ruota intorno al prodotto e a chi lo realizza e il prodotto viene creato e costruito in modo tale che piaccia e soddisfi il cliente. Semplice a parole. Per raggiungere questo obiettivo e per mantenere e consolidare i risultati l’organizzazione deve essere piatta, snella, ridotta ai minimi termini, insomma è bene che aleggi sempre lo spirito iniziale: lo spirito dello start up.

Tali suggestioni, colte qua e là, tra le righe di “Steve Jobs, l’uomo che ha inventato il futuro” ci portano a riflettere su quanto siano lontane da questo modello molte imprese di casa nostra.

Aziende nelle quali le funzioni di staff ridondano di personale e abbondano inutili presidi di coordinamento, spesso del tutto scoordinati e male assortiti, nelle quali pochi manager di vertice conoscono davvero il prodotto e le responsabilità sono disperse e frammentate e nessuno è veramente responsabile di qualcosa. In queste aziende chi si occupa di prodotto viene spesso guardato con sospetto perché troppo creativo e poco sensibile al contenimento della spesa.

Se poi estendiamo questo modello al mondo dei servizi, di qualunque tipo, non escludendo i servizi pubblici, potremmo giungere a rilevare un generale distacco emotivo tra le persone dell’azienda, o ente che sia, e il prodotto servizio prestato.

L’entusiasmo e la passione delle persone sono la chiave del successo di una impresa, senza questa tensione non si può pensare di essere competitivi.

Una delle ricette che emergono dalla lettura di questo libro.

Perché, dalle nostre parti, oggi, è così difficile metterla in pratica?

I cuori del passato e del futuro. Riflessioni su due libri.

La parola futuro è presente in due libri davvero significativi. Abbiamo già scritto di “Breve storia del futuro” di Jacques Attali e di “Steve Jobs, l’uomo che ha inventato il futuro” di Jay Elliot.

Perché allora torniamo sui passi perduti?

Il motivo è che, talvolta, andando avanti nella lettura, capita di mettere in relazione tra loro contenuti e riflessioni provenienti da fonti diverse (nel nostro caso i libri succitati) e che queste suggestioni acquistino un significato che in precedenza, viste singolarmente, non sembrava avessero.

La parte, a mio parere, più bella e interessante del libro di Attali racconta dei luoghi e delle città dove, alternativamente, hanno battuto, nel tempo, i cuori del mercantilismo: da Bruges a Amsterdam, a Venezia, Anversa, Genova, Londra, Boston, New York e per finire la California.

Attali ridisegna il percorso della storia attraverso la prospettiva mercantile e produce un affresco interessante e ricco di significati.

Noi italiani abbiamo avuto Venezia e Genova, le repubbliche marinare, ma nei libri di scuola a mala pena è dedicato loro un paragrafo.

Guarda caso, l’ultima stazione, è la California, proprio laggiù dove batte il cuore di Steve Jobs, l’imprenditore che ha voluto cambiare il mondo e c’è riuscito con le sue applicazioni innovative e i prodotti rivoluzionari.

Dentro questo percorso è impossibile non avvertire l’importanza del legame misterioso tra territori, persone e innovazione. E’ come se, talvolta, avvenisse una sorta di miracolo alchimistico con il quale questi fattori riescono a fondersi insieme creando una posizione, un luogo, che  viene improvvisamente a collocarsi più avanti di tutti gli altri.

Il risultato è innovazione e ricchezza.

In quale nuova location della nostra vecchia terra batterà il prossimo cuore?

Steve Jobs l’uomo che ha inventato il futuro. Jay Elliot con William L. Simon

“Why join the navy if you can be a pirate?” in questo slogan coniato da Steve Jobs, uno tra i più grandi e riconosciuti visionari e creativi del nostro tempo, c’è buona parte dell’essenza di questo libro. Incredibilmente, ma non troppo, Jay Elliot, ex senior Vice President di Apple, che ha lavorato per anni con Steve Jobs dedica quasi la metà del suo lavoro al modo in cui Steve recluta i talenti, seleziona e gestisce gli ingegneri, gli art director, motiva il personale.

Apple appare come una azienda nella quale entri solo se sei innamorato del prodotto, intelligente e appassionato e conta poco il curriculum, la laurea ad Harvard o in altre prestigiose università; se poi hai dentro di te uno spirito davvero piratesco e vuoi lasciare il mondo a bocca aperta con le tue realizzazioni, ecco quello è proprio il posto giusto.

Nel bel mezzo di una notte può anche succedere che il leader, Steve appunto, ti chiami per discutere di un particolare, di un dettaglio del nuovo prodotto ma questo fa parte del gioco, dell’impresa. Nella mia vita, ho avuto la fortuna, di conoscere grandi imprenditori e manager e ho ritrovato tra le righe di questo libro la passione smodata per il prodotto che aveva e sicuramente continua ad animare Luciano Benetton e l’attenzione estrema per il dettaglio di Franco Tatò: “nel dettaglio c’è il diavolo” diceva.

Un lavoro che fa comprendere quale debba essere il mix attraverso cui nascono le imprese memorabili e che alla base del successo vi siano soprattutto persone eccellenti e motivate. Bella anche la prefazione di Luca De Biase che pone l’accento sulla qualità artistica di Steve Jobs e sul suo desiderio insopprimibile di trasformare in altrettanti artisti ogni uomo o donna di Apple.

“Ogni membro del team di progetto firmò su un grande foglio di carta da disegno, compreso Steve Wozniak, che firmò con il nomignolo usato da tutti, Woz. Gli acquirenti del Mac non avrebbero mai visto gli autografi all’interno del computer e non avrebbero neppure saputo della loro presenza. Ma gli ingegneri lo sapevano e per loro significava molto.”

Un libro bellissimo che ci insegna che la passione, l’amore per il prodotto e per le persone che lo sviluppano è il fulcro di ogni vero successo imprenditoriale.

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