Walt Withman. Foglie d’erba

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“La fruizione della bellezza non è fortuita…è inevitabile come la vita…è esatta e a piombo come la gravitazione”.

Sono parole del poeta americano Walter (Walt) Withman, tratte dalla sua unica grande opera: Foglie d’erba.  Withman ha lavorato a quest’opera tutta la vita ampliandola via via di nuovi contenuti e profonde suggestioni, è considerato il poeta della natura ma anche uno dei principali edificatori di una versione del sogno americano contraddistinta dalla ricerca continua di libertà, un prodotto diretto della terra, nutrito da una infinita necessità di amare.

La vita di Walt, le sue origini, sono americane, nasce all’inizio dell’ottocento, precisamente nel 1819, è il secondo di nove figli e il padre fa il taglialegna. Dopo una breve frequentazione della scuola pubblica comincia a lavorare molto presto, fa il tipografo e intanto continua a studiare da autodidatta avvicinandosi a autori come W. Scott, T. Carlye, W. Shakespeare, W. Goethe, Omero e Dante Alighieri.

Ma sono la natura e, in particolare, i pensieri sulla natura di Ralf Waldo Emerson ad attirare la sua attenzione e a costituire l’oggetto centrale della sua poetica.

“Io sono innamorato di quanto cresce all’aperto. Degli uomini che vivono tra il bestiame e sanno di oceano e di bosco. Dei costruttori e timonieri di navi, di chi maneggia asce e magli, guida cavalli. Potrei mangiare e dormire con loro una settimana dopo l’altra”.

La poetica di Withman è fluida e moderna, le sue sono modalità di espressione innovative e diverse dalle precedenti, anche da quelle del tempo, il racconto è ininterrotto e ha un andamento quasi lavico comunque onnicomprensivo, aperto e senza limiti narrativi.

E’ poesia scritta per essere declamata all’istante davanti a un pubblico, è poesia da ascoltare in diretta nelle vicinanze di una foresta, su una spiaggia contro la burrasca delle onde, sono testi che uniscono e possono dividere.

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“Io sono colui che attesta affinità; dovrei elencare le cose nella casa ed omettere la casa che le sostiene? Io sono il poeta del senso comune e del dimostrabile e dell’immortalità; E non il poeta della bontà soltanto…io non rifiuto di essere pure il poeta della cattiveria”.

E’ anche il poeta della trasgressione, di uomini che dormono vicini, mano nella mano, di donne che, nel sonno, accarezzano l’amante, una poetica libera che ha nutrito le generazioni successive, nella forma e nella sostanza, da Ezra Pound a William Carlos Williams, a Robert Frost fino a Big Sur: a Allen Ginsberg e ai poeti della beat generation.

“Di fretta con la folla moderna, bramoso e volubile come chiunque, Focoso verso uno che odio, pronto nella mia follia ad accoltellarlo; Solitario a mezzanotte nel mio cortile, i miei pensieri partitisi da un pezzo, Camminando le antiche colline di Giudea col bel dio gentile al mio fianco”.

I versi di Withman richiamano la necessità di una fusione universale, gli opposti non esistono, almeno come elementi singolari, non esiste il sopra e il sotto, il basso e l’alto, fuori e dentro, c’è piuttosto solo un grande spazio pieno e vuoto, al tempo stesso, che unisce tutte le cose, le costringe a vivere insieme alimentandosi delle contraddizioni, degli opposti, proponendo e negando.

Walt, nato in un sobborgo dell’isola a forma di pesce, viaggiatore delle strade d’America, pensava giustamente che la sua fosse poesia anticonformista, che poteva mettere in dubbio le idee della gente media, e quindi temendo di non trovare un editore disposto a pubblicare “Foglie d’erba” fece ricorso alla sua esperienza di tipografo, così nel 1855 stampò per suo conto la prima edizione di Leaves of Grass, con dodici poesie senza titolo e una prefazione. Iniziò a vendere il libro di persona, girando e declamando come un narratore di strada e un poeta ambulante.

Presto ricevette il plauso di Emerson e più tardi la censura del procuratore di Boston alla sua settima edizione.

Ma ormai non era più possibile fermare Walt, così come è impossibile per gli uomini comprendere e arrestare le espressioni più genuine dell’universo naturale.

“Io pure oltrepasso la notte; Resto via un poco O notte, ma ritorno da te di nuovo e ti amo; Perché dovrei temere di affidarmi a te? Non ho timore…sono stato ben iniziato da te; Amo il ricco scorrere del giorno, ma non diserto colei in cui tanto a lungo giacqui; Non so come da te provenni, e non so dove da te vada…ma so che ben provenni e bene andrò”.

Edward Weston - Leaves of Grass

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La scomparsa della poesia

Aedo che canta le gesta degli Dei

C’è un legame profondo tra poesia e musica, perché sono nate insieme, appartengono ai prodromi della tradizione orale quando i racconti mitologici e le storie delle imprese degli eroi venivano narrati accompagnando i versi degli aedi con il suono degli strumenti.

La poesia, oggi come allora, prende forma e concretezza dalla musicalità della parola, non necessariamente con un’impronta armonica tradizionale ma semplicemente assumendo una natura ritmica, musicale, talvolta dissonante.

Ralph Waldo Emerson ricorda che “solo la poesia ispira poesia”, perché la poesia risponde a un codice diverso, antico, prioritario, ha una sua dimensione estetica che è al tempo stesso figurativa e ritmica.

Per questo motivo è difficile separare la poesia dalla lingua madre, creando uno iato tra l’articolazione linguistica e il rimo musicale; il solfeggio diventa inopportuno se, improvvisamente, viene cambiato il numero delle battute a discapito della partitura. Ed è il motivo per cui la poesia deve essere letta nella lingua originale, la traduzione, infatti fatalmente, per le ragioni anzidette, modifica sostanzialmente l’impianto poetico.

Ciò non toglie che vi siano grandi traduttori che riescono a preservare della poesia tradotta il carattere originario e a mantenere inalterato il fascino musicale. Normalmente sono poeti traduttori e quindi in grado di tradurre poeticamente.

Negli ultimi anni però le case editrici, non si sa bene perché, hanno scelto traduttori che alla banalità delle trasposizioni uniscono una pervicace ricerca di parole musicalmente inadatte.

In una delle poesie più belle di Rainer Maria Rilke, intitolata: “Orpheus, Euridyke, Hermes” , è raccontato lo sfortunato tentativo di Orfeo di riportare in vita la giovane moglie. Orfeo ha l’ordine di non voltarsi a guardare Euridice fino a quando, ambedue, non avranno lasciato il mondo dei morti. Rilke descrive il cammino incerto di Euridice verso la luce, la giovane donna è ancora avvolta dalle bende funebri e  il suo pensiero è lontano dalla vita, comunque cammina, accompagnata da Hermes, seguendo i passi di Orfeo.

Basta accostare la bellissima traduzione di Giaime Pintor a quella attuale per notare in quest’ultima la totale assenza di musicalità e tensione poetica. Un esempio: Euridice resa incerta dalle bende diventa inceppata, neanche fosse un’arma da fuoco.

Un altro esempio viene dalle traduzioni dei Canti Pisani di Ezra Pound.

Le attuali sono generalmente piatte, non rendono onore alla poesia, sfido a ritrovare oggi il senso e la musicalità dei versi di un’edizione italiana degli anni cinquanta: “questa non è vanità, perché qui l’errore è in ciò che non si è fatto. Nella diffidenza che fece esitare”.

E’ difficile trovare questo brano senza il testo originale a fronte e quando, finalmente, riusciamo a individuarlo il senso è cambiato ed è mutato anche il significato.

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Probabilmente è la conseguenza di una progressiva perdita del valore editoriale della poesia che ha avuto luogo negli ultimi anni, cominciata con la difficoltà di pubblicare e scoprire nuovi autori, proseguita con le bassissime tirature offerte solo a poeti già noti, culminata in un decadimento grossolano della scelta delle traduzioni dei grandi autori.

Forse sono anche diminuiti i lettori, gli interpreti capaci di leggere in modo sentito la poesia trasferendola al pubblico, e sono diventate rare le occasioni di rappresentare poesia, così come si faceva una volta.

Le riflessioni di Ralph Waldo Emerson suggeriscono un percorso che parte da lontano. I fossili, testimonianze di una vita passata hanno ritrovato nella durezza indistinta della pietra un carattere evocativo, diverso da quello originario, staticamente non vivente, limitato all’icona ma comunque efficace.

Questa capacità metamorfica viene dalla natura, così come era per la poesia originaria, quando essa prendeva spunto dalle emozioni ancestrali e dalla rappresentazione della vita nell’ambiente naturale.

Non c’è dubbio che recentemente la connessione sia venuta a mancare, o comunque abbia perso interesse, infatti oggi, per ovvie ragioni di mercato, la società antepone al prezioso recupero di un’identità naturale, sempre meno disponibile anche nel contesto della memoria, il consumo di un’attualità scadente ma disponibile in abbondanza e talvolta in eccesso.

Così sembrano lontane le voci dei marinai del porto di Louis Brauquier, uomini che escono dalle pance nere delle navi sfiorando con passi malfermi i sassi di Marsiglia e i pesci neri e le alghe del Rio della Plata, figli dalla penna di Haroldo Conti prima di essere inghiottito  dal tragico tuffo finale, e il mare che voleva diventare e poi è diventato Gregory Corso, e la ballata del re di maggio di Allen Ginsberg, e le dune di Big Sur e quelle bianche dell’Indiana di Emanuel Carnevali, the black poet, e il tiaso dolce di Saffo, lievemente erotico, e il canzoniere anarchico di Salvatore Toma, e i passaggi, le scie vertiginose, di Henri Michaux e la terra ribelle di Zanzotto, sono lontane queste voci, talvolta paiono sciogliersi e annullarsi nella contemporaneità, ma in verità sono incastonate come fossili nella roccia durevole della nostra memoria.

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Il grande nord. Nicolas Vanier

Il grande Nord (Le dernier trappeur) è un film documentario del 2003, diretto e sceneggiato da Nicolas Vanier, che racconta la vita solitaria di un uomo e una donna nelle regioni dello Yukon in Canada al confine con l’Alaska.

Norman, il protagonista, vive con la sua compagna nelle foreste. L’ attività di trappeur è alla base del suo intenso rapporto con la natura.

Un trappeur è un cacciatore professionista che pratica la caccia con trappole (trapping), non per provvista di carne (fatte salve le esigenze di sopravvivenza), ma per vendere le pelli non danneggiate da colpi di fucile o da frecce.

Norman si procura da solo la maggior parte delle cose di cui ha bisogno, costruisce da sé la propria casa, la slitta, la canoa e esplora il territorio intorno per capire dove e cosa cacciare.

Ogni tanto va a Dawson City, il centro abitato più vicino, per vendere le pelli e comprare gli strumenti che servono. Ne approfitta per salutare i vecchi amici e bere qualcosa con loro. Non ama vivere in città e vorrebbe continuare a fare il cacciatore, se si riuscisse a preservare l’ambiente naturale dagli interessi speculativi delle Compagnie del legno.

Norman ha imparato a capire gli equilibri della natura e a rispettarli. È convinto che si possa vivere in armonia con la natura e considera la caccia un mezzo con il quale l’uomo contribuisce all’equilibrio dell’ecosistema, senza distruggerlo.

Lunedì sera questo bellissimo film è andato in onda su Rai 5. Grazie al servizio Rai Replay di Rai.tv è possibile rivederlo per alcuni giorni.

I luoghi dove Norman vive sono inabitati. Gli altri uomini, invece, per vivere, hanno scelto le grandi metropoli o, al massimo i paesi, un tempo avamposti della civiltà, oggi in buona parte periferie della metropoli. Ma, come recita la dicitura in testa al manifesto del film, la storia d’amore tra l’uomo e la natura deve ricominciare, soprattutto per preservare l’ambiente e rilanciare la sua integrità.

Le pagine di James Hillman, di Henry Thoureau, di Ralph Waldo Emerson e le attuali e raffinate considerazioni di Michel Maffesoli ci indicano una strada che va perseguita a tutti i costi. Una moderna Ecosofia può sostituire la malata sottocultura della società consumistica rimettendo al centro natura, ambiente e  uomo e scoprendo una nuova dimensione di vita eco compatibile e sostenibile.

Ralph Waldo Emerson. Essere poeta

Ricordo molto bene quando un signore poco brillante apostrofò un collega, che stava spiegando un progetto ambizioso, dandogli del poeta. Evidentemente il termine poeta aveva per quella persona un connotato negativo, nella migliore delle ipotesi: sognatore, nella peggiore non saprei.

Certo non aveva letto Ralph Waldo Emerson…..

“Il linguaggio è poesia fossile. Come le rocce calcaree del continente sono composte da masse infinite di conchiglie così il linguaggio è fatto di immagini o tropi che, nel loro uso secondario, da tempo hanno cessato di ricordarci la loro origine poetica.”

Ecco, le immagini, i tropi della poesia: la metafora, la metonimia, la sineddoche, come del resto pensava anche Giovan Battista Vico, non sono semplicemente strumenti estetici volti a impreziosire il linguaggio, ma necessari modi di spiegarsi, perché la poesia è  forma espressiva naturale e originaria. In questo cogliamo una forte relazione con James Hillman, i tropi di Emerson somigliano molto agli archetipi di Hillman.

Il comune denominatore è la ricerca appassionata dell’origine.

Emerson è in questa ricerca Presocratico, perché spezza il velo della caverna platonica, che ha ridotto la poesia a imitazione di illusioni, dando al poeta patente di autenticità nella sua essenza di dicitore originario. Come non pensare a Omero e alle grandi opere che sono alla base della cultura occidentale.

Essendo autentica la poesia ha un rapporto diretto con la verità “è la parola dell’uomo sul reale e non sull’apparente”.  Il poeta è l’uomo dell’inizio, il seminatore, la primigenia fonte di energia del progresso.

Questa posizione non nasce casualmente ma ha radici profonde già nel primo libro di Emerson “Natura”. E’ in un rapporto nuovo con la natura che l’uomo deve ritrovare il suo posto ripristinando un equilibrio che può darsi soltanto nella corrispondenza con il mondo naturale. Gli uomini travolti dalle illusioni dell’attualità hanno dimenticato la voce della natura, perciò devono recuperare quella connessione intima, tornare a leggerla dentro di sé, tornare a guardare «Dio e la natura faccia a faccia».

La poesia, semplicemente, è il vettore che può aiutarci a recuperare lo stato dell’essere.

Questo piccolo volume che comprende tre saggi, due dei quali inediti è uno strumento importante per comprendere la modernità di Emerson e, in fondo, anche, per riflettere sulle nostre amnesie.

Oggi, in un mondo disperatamente cinico e imprigionato nell’utilitarismo, la filosofia poetica di Emerson, così come il Pan di Hillman, ridanno valore alle emozioni umane, allo stupore, alla magia, ai sentimenti profondi che sono alle fondamenta del piacere di vivere.

Henry David Thoureau. Walden o La vita nei boschi

La ricerca dell’autentico è una tentazione comune a molte donne e a molti uomini.

Certo non è facile assecondarla, neppure se si è disposti, come dice James Hillman, a una “regressione peculiarmente greca”.

E’ vero comunque che i greci, e in generale i popoli antichi, coltivavano una grande attenzione per l’equilibrio e la bellezza. Le opere dell’uomo riuscivano a fondersi con il contesto, traendo linfa e energia dai luoghi, senza creare, almeno in apparenza, momenti di discontinuità visiva. La conseguenza di un amore per le immagini e l’estetica e quindi per la natura.

Quante volte è capitato di visitare un antico sito archeologico e constatare la purezza dell’aria, la migliore esposizione al sole, accompagnate da una generale sensazione di benessere.

A chi apprezza questa ricerca piacerà senz’altro rileggere il libro di Thoreau, Walden o La vita nei boschi.

Il diario dell’avventura dell’autore, che impegnò due anni, due mesi e due giorni della sua vita, dal 4 luglio 1845 al 6 settembre 1847, a vivere uno stretto rapporto con la natura alla ricerca dell’originario, partendo dal presupposto che la società del suo tempo fosse priva di valori che non coincidessero con l’utile mercantile.

L’esperimento di Thoreau è volto a riscoprire l’uomo naturale che è sepolto dentro di noi, a rimetterlo in gioco attraverso un movimento che lo porti a essere ancora artefice del suo destino e a ritrovarsi in relazione con i sentimenti e le emozioni.

Usando un’ascia presa in prestito abbatte i pini per ricavarne materiale con cui costruire una capanna sulle sponde del lago Walden vicino alla cittadina di Concord in Massachusetts. Durante i due anni di permanenza sul lago racconta la sua vita, le sensazioni, le emozioni a contatto con la natura, descrivendo quel territorio e le zone circostanti. Un libro incredibile e appassionante, che ha segnato profondamente la cultura del suo tempo e quella successiva.

Henry David Thoreau nasce a Concord, nel Massachusetts, nel 1817.

Nel 1837 ottiene la laurea a Harvard, coltivando studi letterari, dai classici latini e greci a quelli inglesi e alla cultura tedesca. Maestro di scuola, prima di diventare naturalista, collabora alla rivista The Dial. Segue gli insegnamenti di Ralph Waldo Emerson, poeta e filosofo e in seguito ai suoi studi sviluppa un forte interesse nei confronti della poesie greca e romana, della filosofia orientale e della botanica.

Nutre interesse e amore verso la natura dedicando giornate a esplorare i boschi e a raccogliere informazioni su piante e animali.

E’ il primo pensatore a sottolineare il contrasto tra la realizzazione dell’individuo e la società moderna. Precursore di tutti gli americani che prima e dopo l’era hippy hanno fatto ritorno alla natura opponendo l’economia della frugalità agli sprechi del consumismo.

Thoureau, mezzo secolo prima di Jack London, avverte il richiamo della foresta e un secolo prima di Martin Heidegger riflette sul fascino che un sentiero interrotto può accendere nell’animo umano rovesciando la nozione di tempo.

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