Apologia (imprevista) del colore

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Qualcuno potrebbe chiedersi perché ho ritenuto opportuno iniziare dal colore.

Perché il colore e le immagini sono centrali nella nostra vita, molto più dei suoni e di tutto il resto. Certo non possiamo dimenticare i profumi, ma anch’essi sono connessi nel ricordo a un’immagine e così diventano alimento di sensazioni che tornano in mente in modalità intimamente legate a un volto, a un luogo, a situazioni e di essi ricordiamo soprattutto l’effetto visivo.

La forza dei grandi artisti, primo tra tutti Vincent Van Gogh, è stata nella capacità di trasferire sulla tela la vita, rendendo miracolosamente vivente la tela stessa, quindi eludendo la tirannia della trasposizione stereotipata dell’immagine, evitando a priori lo standard e una sorta di implicita reificazione, attraverso un uso trasgressivo delle tecniche e del colore.

I quadri di Van Gogh sono in movimento, le spirali dei cieli e delle stelle trascinano lo sguardo dello spettatore come, poi, le onde sui campi di grano e i vortici delle acque dei fiumi. Vassily Kandinsky scrive che bisogna cercare e riconoscere la personalità delle tele e così i quadri diventano individui presenti con una loro indole che si esplica nello spazio e nel tempo.

In tal modo assistere allo spettacolo dell’arte non è contemplazione, ma è partecipazione, perché non è proprio possibile restare spettatori inerti di fronte alla rappresentazione dell’arte vivente. Però non è facile capire senza leggere e immergersi negli scritti dei pittori. L’emozione è importante perché rende robusto il ricordo ma deve essere assistita dalla migliore predisposizione della mente.

Spesso, senza volerlo, veniamo travolti dall’enfasi pubblicitaria del mercato, dall’ansia della vista e della visita, dalla necessità di poter dire che c’eravamo e questa dinamica, che nulla ha a che vedere con la consapevolezza dell’essere attraverso la comprensione dell’opera, confonde e irride il piano della percezione.

Trasforma l’opera d’arte in merce visuale, così la consumiamo in fretta, quasi ingurgitandola, perché hanno più importanza i tempi e i luoghi di una effettiva presa di conoscenza/coscienza. L’opera vivente quando è mercificata diventa opera morta. Cartolina, poster, fotografia, non sono la stessa cosa perché i colori sono diversi, amorfi, soltanto riprodotti tecnicamente come ha scritto Walter Benjamin.

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Allora ci troviamo a camminare lungo percorsi strani, tracciati sull’erba, costeggiando pianure e boschi, o su pietraie assolate insieme a Richard Long. La natura esce dal quadro e torna a essere viva in sé, in  natura non esiste lo standard, la natura è una somma infinita di eccezioni, e sono le eccezioni a costruire il presente e il futuro, le deviazioni a produrre il nuovo e l’originale. In caso contrario sarebbe davvero inutile parlare di originale.

Anche i due eleganti signori che ballano su un tavolo, Gilbert & George, richiamano la profondità dell’essere e la necessità della deviazione che produce l’originale, sembra che suggeriscano un percorso alternativo: usciamo dalla concezione falsamente diffusa dell’opera d’arte statica, restituiamo dinamicità (vita) al processo e così mettiamo le cose a posto, forse allora qualcuno capirà.

Il giardino di Joan Mirò è molto diverso dall’orto di Bouvard e Pécuchet, perché è il campo ove nasce e si manifesta lo stupore e lo stupore è la sensazione più genuina che accompagna i primi passi verso la conoscenza. Qui non si consuma, ma si  fa propria un’immagine e con essa quell’insieme di sensazioni, profumi, emozioni che sempre la precedono e la seguono.

Ecco, il colore è il componente principale della traccia della nostra memoria.

E’ la memoria a rendere viventi persone e opere anche se esse non sono vicine e persino se non ci sono più. Un segno sulla tela o sulla roccia ha una forza evocativa superiore al suono e alla parola scritta.

Il colore e il suo effetto sulla memoria possono trasformare il consumatore da lavoratore che non sa di lavorare, come direbbe Baudrillard, cioè da semplice acquirente consumante d’immagine, a produttore consapevole di una scenografia collettiva nella quale la natura e le sue trasposizioni viventi tornano ad essere elementi essenziali della vita umana.

In questo può essere di grande aiuto la rete, perché la rete è un immenso magazzino di immagini e ricordi. E’ anche possibile che una nuova tecno-memoria si aggiunga alla vecchia, aumentandola, e possa correggere le sue défaillances, soprattutto riempiendo gli spazi e i passaggi che il recente deficit di comunicazione tra generazioni ha lasciato incredibilmente vuoti.

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Paul Klee. Libertà creatrice

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“Il dialogo con la natura resta, per l’artista, conditio sine qua non. L’artista è uomo, lui stesso è natura, un frammento di natura nel dominio della natura.”

Sono parole di Ernst Paul Klee pittore tedesco nato in Svizzera a Münchenbuchsee da genitori musicisti, che nel periodo della giovinezza si dedicò in egual modo alla musica, alla poesia e alla pittura scegliendo poi proprio la pittura come ambito principale di espressione.

Ritorna quindi la natura che sembra essere il tema che più attrae l’attenzione degli artisti a prescindere dal fatto che essi siano pittori, musicisti, letterati o poeti. Ed è anche una questione di posizione, luogo dal quale si guarda e si orienta, non solo lo sguardo, ma anche l’azione da sviluppare, la strada da percorrere, il modo di indagare e interpretare il quadro naturale.

Perché col tempo si è passati da un approccio assimilabile alla fotografia, una riproduzione del fenomeno naturale filtrata dall’unica ottica possibile: l’aria, a modi nuovi che prendono in considerazione non solo l’esteriorità ma anche l’interno, attraversando il campo dei sentimenti, delle impressioni e delle emozioni.

“L’artista di oggi è qualcosa di più di una perfezionata macchina fotografica, è più complesso, più ricco, più esteso. Egli è creatura terrestre e insieme creatura nell’ambito del tutto (…)” queste considerazioni portano alla mente i commenti relativi alla visione della mostra fotografica dell’Esposizione universale di Parigi del 1889 che davano per morta la pittura. Come sappiamo la pittura non è morta, anzi la fotografia ha aiutato la pittura a non accontentarsi dell’involucro ma a cercare in profondità, entrando nelle viscere dell’oggetto.

Leggere nei tratti dell’esteriore il disegno dell’interno.

Questa attività di lettura e decodifica del segno esteriore diventa studio che si avvale dell’osservazione e dell’intuizione e  riesce a portare in superficie “una chiara immagine della struttura materiale e della sua funzione”, e così, consolidandosi la capacità di intendere e interpretare la natura, si può procedere alla sua trasfigurazione attraverso diverse tecniche pittoriche, anche astratte.

Paul Klee

In questo caso è la percezione dell’interiorità del fenomeno naturale che si traduce in pittura, vedere e ascoltare ciò che a prima vista non si coglie ma alcuni segnali deboli lasciano intuire.

“In passato si rappresentavano cose visibili sulla terra, cose che volentieri si vedevano o si sarebbe desiderato vedere. Oggi la relatività delle cose visibili è manifesta, e con ciò si dà espressione al convincimento che, rispetto all’universo il visibile costituisca solo un esempio isolato e che esistano, latenti, ben più numerose verità”.

Il compito del pittore è portare l’occhio negli spazi non visibili, rappresentare l’invisibile registrando il movimento che vive sotto la crosta dell’immagine esteriore. Il contrasto dei colori nello spazio pittorico riproduce le distorsioni focali generate dal movimento e dal contro movimento, è il frutto di un approccio organico al quale non sfugge neppure la dimensione morale, la passione maschile temperata dalla calma femminile. Energie contrapposte che si scontrano e riescono a coniugarsi trovando uno sfogo e quindi un equilibrio creativo.

L’opera del pittore deve essere fedele alla natura, non cercando di copiare e riprodurre ciò che in natura appare esteriormente ma assecondando e inseguendo il movimento a spirale dei processi naturali, alla ricerca del fondo, del luogo ove è custodita la ragione del segreto, l’origine.

Il diritto al sogno e alla fantasia si traduce nel dovere della ricerca e per riuscire nell’intento, o almeno per provarci, è necessario essere liberi: dagli assunti, dai modelli e dai paradigmi, oltre ogni limite, “nel senso di una libertà che rivendica il diritto di essere mobile come lo è la grande natura”.

Arte mobile, libera e creatrice.

Klee - Insula Dulcamara

Marc Chagall. Il profumo della natura

Alberto Ongaro, scrittore veneziano, autore de “La taverna del doge Loredan”, scrisse che Marc Chagall aveva: “un volto inconsueto, irregolare e nello stesso tempo rotondo, triste e allegro, infantile e vecchissimo, con due occhietti azzurri penetranti e spalancati”. Un viso dalle innumerevoli espressioni insieme, mutevoli e non catalogabili, un volto libero e non convenzionale che emanava una sorta di potere ipnotico proprio come i grandi animali volanti dei suoi quadri.

Chagall era nato nel 1887 a Vitebsk in Bielorussia, che a quel tempo faceva parte dell’Impero Russo, da una famiglia di cultura e religione ebraica.  Era il maggiore di nove fratelli e sorelle. Il padre mercante di aringhe, la madre Feige-Ite, molto religiosa. Ebbe un’infanzia felice, nonostante le umili condizioni di vita. Iniziò giovanissimo a dipingere. “Usavo sacchi di juta perché non avevo abbastanza soldi per comprarmi le tele. A volte le mie sorelle utilizzavano i sacchi dipinti per lavare i pavimenti. La mia pittura non aveva alcun ruolo nella vita dei miei parenti, ma le loro vite e la loro creatività hanno influenzato la mia arte”.

In “La mia vita” la sua autobiografia, esprime perplessità sui tanti tentativi di etichettare in qualche modo la sua pittura, “peintre féerique”, pittore fatato, magico, creatore di un universo simbolico e per molti versi enigmatico. E manifesta anche aperta diffidenza per  le parole e il gioco dei significati. “Non so cosa voglia dire, non l’ho mai capito. Io sono soltanto un uomo che esprime ciò che è naturale”.

C’è solo la natura dietro la pittura di Chagall, la sua forza, l’energia della terra e del mondo, è un’energia che fa volare persone, animali, cose, frammenti di vita e di ricordi, perché è l’unica vera forza creatrice.

“Quando dipingo non mi propongo di esprimere significati particolari. Se creo con il cuore tutte le mie intenzioni rimangono, se creo con il cervello non rimane quasi nulla. Un artista non deve temere di essere se stesso. Se è interamente, assolutamente sincero, ciò che dice diventerà accettabile anche agli altri”.

La natura non può che essere sincera, come del resto l’arte se trae origine dai valori autentici e primigeni della dimensione naturale e la natura sa anche essere misteriosa. La foresta equatoriale, per esempio, è al tempo stesso magnifica, misteriosa e inquietante perché laggiù l’equilibrio si mescola con l’eccesso, la perfezione con il pericolo e quindi con la dannazione. E’ facile, entrando appena nella foresta, rimanere inebriati, in ascolto e in attesa di un riverbero di carattere magico. Ma quella sensazione, talvolta così distinta e forte, è soltanto frutto delle nostre emozioni, della consapevolezza di trovarsi al cospetto dell’essenza del naturale.

Questo mondo reale e fantastico, oggi sempre più raro perché respinto e schiacciato dentro improbabili riserve dalla grottesca avanzata del cemento e della plastica, era anche il vivo mondo intorno a Vitebsk e alle rive della Dvina Occidentale, il fiume che l’attraversa, le foreste che ancora oggi coprono in parte la regione, intorno a quello che una volta era un piccolo insediamento urbano.

E’ facile pensare che effetto abbiano potuto avere sul giovane Chagall la foresta e i boschi fitti popolati da alberi secolari, querce, faggi, aceri, pini, animali e di come queste sensazioni e immagini siano entrate a far parte della sua dimensione interiore e poi abbiano potuto nutrire la sua immaginazione.

“E’ solo il mio Paese che riposa nella mia anima. Vi entro senza passaporto come a casa mia. Vede la mia tristezza, la mia solitudine. Mi addormenta e mi copre con una pietra profumata”.

Joan Miró. Lavoro come un giardiniere

E’ bello leggere gli scritti di pittori perché la loro scrittura è diretta, scevra d’impronte stilistiche o atteggiamenti di maniera, pratica e materiale come l’impasto del colore, riportando semplicemente ciò che si vuole rappresentare in un percorso immediato e autentico.

La pittura trasferisce su tela il prodotto combinato del lavoro dello sguardo e della mente, attraverso mani più o meno abili, che fungono comunque da strumenti. Il risultato può essere un nuovo mondo o una serie di universi magici da guardare ed esplorare a caccia di personali, talvolta intime, emozioni.

Anche nella scrittura il pittore dipinge e le sue parole creano e propongono immagini.

“Lavoro come un giardiniere o come un vignaiolo. Le cose maturano lentamente. Il mio vocabolario di forme, ad esempio, non l’ho scoperto in un sol colpo. Si è formato quasi mio malgrado. Le cose seguono il loro corso naturale. Crescono, maturano. Bisogna fare innesti. Bisogna irrigare, come si fa con l’insalata. Maturano nel mio spirito.”

La passione di Joan Miró per la pittura emerge con forza dalle sue carte, è una pulsione fisica, un impeto che lo spinge a creare l’opera, ricerca della soddisfazione dell’istinto, un bisogno fisico prima ancora che mentale, perché il quadro è un organismo vivente, un insieme nel quale mobilità e staticità devono trovare un equilibrio formale.

Poi c’è l’amore per le cose, amore che si nutre dello stupore generato dalla loro intrinseca immobilità: una bottiglia, un sasso, un bicchiere, oggetti apparentemente trascurabili evocano al contrario grandi spazi nei quali si producono movimenti inarrestabili, moti indefiniti nello spazio e nel tempo. La pittura è un processo che a partire dalla staticità della tela e delle forme riprodotte crea movimento e vita, miracoli, magie.

L’imprevisto è un elemento di discontinuità creativa, una scossa affascinante, come il contrasto tra una linea e una forma di grandi dimensioni. Un quadro, anche per chi lo osserva, deve essere ricco di imprevisti, perché non conta il quadro in quanto tale ma piuttosto l’effetto che ottiene.

“Più che il quadro in se stesso, quello che importa è ciò che sprigiona, ciò che diffonde. Poco importa che il quadro sia distrutto. L’arte può morire, quel che conta è che abbia sparso dei semi sulla terra.”

La fecondità del quadro, l’opera come seme sono immagini che riportano alla semplicità della campagna, alle leggi della terra. Ricordo un seme africano raccolto sulla battigia di una spiaggia equatoriale e conservato con cura. Qualche settimana dopo, nel buio di una notte invernale resa tiepida dal metano, esplose con un fragore di raffica, spargendo una miriade di piccoli semi sul pavimento di parquet. Le opere di Miró sono così, pronte ad esplodere, capaci di diffondere ovunque i semi dell’immaginazione.

Non importa conoscere il nome dell’autore, egli può essere anonimo, perché un gesto individuale tra milioni di gesti è di per sé anonimo. E, talvolta, l’anonimato consente di raggiungere l’universale.

C’è una gioia tragica nel cercare “il rumore celato nel silenzio, il movimento nell’immobilità, la vita nell’inanimato, l’infinito nel finito, le forme nel vuoto e me stesso nell’anonimato”, una gioia che trae linfa e vigore dai contrasti, dalla negazione della negazione e dal positivo dell’affermazione che ne risulta.

Graham Sutherland. Estetica della sopravvivenza

Le immagini e i colori di Sutherland hanno sempre un grande effetto.

I verdi, in particolare, e le nuances del verde che, prendendo spunto dal nero, sfumano lentamente fino a esaurirsi dentro trasparenze acquatiche. Spesso il contesto è caratterizzato da piccole gallerie naturali, prospettive rubate a labirinti di rami contorti, canne di bamboo, cespugli spinosi. In fondo, in profondità, sotto una lama di luce, appaiono leggere figure umane, simulacri erranti che rammentano l’esistenza dell’uomo e affermano la necessità di resistere alla forza primigenia del naturale ma anche, e soprattutto, alle inclinazioni autodistruttive della nostra specie.

I quadri di Sutherland sono una sorta di punto centrale nel quale trovano raccordo pulsioni naturali e istinti di sopravvivenza, rappresentano infatti una situazione di equilibrio da cui però traspaiono ed emergono le angosce e la nostra paura di vivere.

Tra il 1940 e il 1945, Sutherland ha fatto parte di una speciale divisione dell’esercito inglese denominata “Artists Scheme” con l’incarico di documentare la guerra attraverso le opere d’arte. Per questa sua singolare attività bellica è stato insignito della decorazione Order of Merit.  Ha operato soprattutto sul fronte interno, raffigurando soggetti come le miniere  in Cornovaglia,  i danni dei bombardamenti su Londra e nel Galles meridionale e, poi, i danni procurati dalla RAF nella Francia occupata.

L’esperienza angosciosa della guerra, le distruzioni inflitte alle persone e all’ordine naturale delle cose, unitamente al forte interesse per l’opera pittorica e poetica di William Blake, sono alla base dell’impronta naturalistica che Sutherland è riuscito a dare al surrealismo.
La rappresentazione surreale di una natura contorta, spinosa, ove l’unico sintomo dell’ospitalità è il colore, è il prodotto di una costante ricerca tesa a illustrare lo stato della metamorfosi che confonde di continuo realtà e immagine, uomo e natura.
Anche il riferimento a Blake non è affatto casuale, William Blake il poeta romantico, l’uomo che scrive i seguenti versi: “Tigre! Tigre! Divampante fulgore nelle foreste della notte, quale fu l’immortale mano o l’occhio che ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?”, l’artista che proclama l’assoluta compenetrazione tra esistenza e immaginazione, il liberatore della percezione dalla tirannide dei limiti imposti dalla società: aprite “the doors of perception”.
Tutto concorre alla costruzione di visioni oniriche, marcate dalla forza della fantasia, rappresentazioni di percorsi che mescolano spunti paradisiaci con il loro opposto, anche se in fondo al tunnel, non importa se verde, c’è sempre l’uomo, la dolorosa necessità di esistere e, quindi, l’obbligo di ricorrere alle più recondite energie per tentare di sopravvivere.

Pierre Klossowski. La parola e lo sguardo

Pierre Klossowski nasce a Parigi nell’agosto del 1905 e vi muore nel 2001. E’ considerato uno dei più interessanti scrittori francesi contemporanei ma, in verità, è anche filosofo, disegnatore, pittore, fotografo e cineasta.  Cresce in una famiglia polacca a dir poco eccentrica e particolare. Il padre Erich Klossowski è storico d’arte e pittore, la madre Elisabeth Dorothea Spiro, nata a Breslavia, in Prussia (attualmente Wroclaw, Polonia) una nota pittrice. Elisabeth a Parigi ha due figli Pierre, appunto nel 1905 e Balthasar nel 1908, il famoso pittore Balthus. Elisabeth Spiro Klossowski dipinge con il nome di Klossowska Baladine. I Klossowski lasciano la Francia nel 1914, all’inizio della prima guerra mondiale, a causa della loro nazionalità tedesca. Nel 1917 la coppia si separa. Klossowska porta i figli prima in Svizzera e poi, spinta da difficoltà finanziarie, a Berlino. Tornano a Parigi nel 1924, dove vivono in condizioni di estrema indigenza aiutati da amici e parenti. La Klossowska, lasciato il marito, intrattiene una lunga relazione con il poeta Rainer Maria Rilke. Rilke, nella corrispondenza che fu pubblicata dopo la sua morte, la chiamava col nomignolo “Merline”. Un’altro grande scrittore che frequenta la casa è André Gide al quale Pierre fa da segretario. La famiglia, le frequentazioni della madre hanno grande influenza sui due figli trasportandoli d’incanto sulle vie della letteratura e dell’arte. Pierre insieme al filosofo Georges Bataille è uno dei protagonisti della rilettura francese dell’opera di Nietzsche facendo emergere gli argomenti dell’emozione e della differenza. Tuttavia  il centro della riflessione di Klossowski è sul linguaggio contemporaneo e sul fatto che il linguaggio si costituisca come stereotipo occultando le forze emozionali che contraddistinguono l’esperienza individuale. La presunta verità del linguaggio stereotipato nega l’esperienza umana e di conseguenza anche il campo dell’immaginario. Il campo delle emozioni e dell’immaginario è soprattutto il contesto delle arti figurative e visive e l’ambito della loro libera rappresentazione. “La parola separata dall’esperienza diventa stereotipo” in questa consapevolezza c’è la tutta la voglia di Pierre di lasciare le opere del linguaggio e dedicarsi all’arte e alla pittura. Questo percorso di riflessione e conoscenza è caratterizzato dalla critica e rilettura delle opere di Søren Kierkegaard e Friedrich Nietzsche, il recupero del dionisiaco come espressione musicale di impulsi ineffabili e teoria degli affetti. Allo stesso modo viene ripercorsa l’opera di Sade interessandosi non tanto agli aspetti della perversione ma piuttosto alla lenta e progressiva distruzione del paradigma linguistico. La scelleratezza del filosofo è compresa nella ricerca dello sfondo impulsionale. Tra i suoi romanzi spicca la trilogia: “Le Leggi dell’ospitalità” composta da: “La revoca dell’editto di Nantes”, “Roberta stasera” e “Il suggeritore”. Altre opere significative sono “Il Baffometto” e “Il bagno di Diana”. Pierre Klossowski ha anche successo come traduttore, la sua traduzione dell’Eneide  di Virgilio viene accolta con entusiasmo. Importante rammentare l’incontro, avvenuto negli anni settanta, con Carmelo Bene dal quale nascono due saggi sul modo di recitare dell’attore italiano (“Cosa mi suggerisce il gioco ludico di Carmelo Bene” e “Généreux jusqu’au vice”) e che avrebbe dovuto consacrarsi nell’ambito della Biennale di Venezia del ’90 (diretta da Bene, che poi diede le dimissioni) con una messa in scena de “Il baffometto”, che purtroppo non ebbe luogo. Rilevante è l’opera pittorica, orientata a una riproposizione della figurazione, attraverso la rappresentazione del fantasma e del concetto di simulacro. La sua intera produzione andrebbe riletta in questa chiave anche alla luce del lavoro svolto da suo fratello Balthus.

Henri Rousseau il Doganiere. La jungla dello stupore

Henri Rousseau nasce il 21 maggio del 1844 a Laval, piccola città del nordovest della Francia.

Abbandonati gli studi, si arruola in fanteria, anche per evitare la detenzione in seguito al furto di una piccola somma di franchi nello studio di un avvocato. Successivamente si trasferisce a Parigi e lavora come segretario presso un ufficiale giudiziario. Nel 1870 si sposa con Clémence Boitard.

Dopo un’ulteriore breve parentesi militare, a causa della guerra di Prussia, entra a lavorare, come gabelliere, nell’ufficio comunale del dazio di Parigi. Un lavoro che lo accompagnerà per lunga parte della vita e che, oltre a spingerlo alla ricerca della pittura fantastica, diventerà parte rilevante della sua identità artistica.

Nascono in questi anni le prime opere: “Paesaggio invernale con episodio bellico“ e “Paesaggio con mulino e carretto” (opere che nascono dalla osservazione di illustrazioni giornalistiche), ma è qualche anno dopo che comincia a produrre opere contraddistinte da un forte stile esotico.

Sono quadri meravigliosi, fantastici che, pur sembrando apparentemente ingenui e naif,  rivelano uno stile raffinato e un grande anticipo sui tempi, contrapponendo agli esercizi del realismo e del futurismo  percorsi contraddistinti dallo stupore e dalle emozioni.

I critici del suo tempo non comprendono il fascino e il messaggio delle sue ambientazioni, e non poteva essere altrimenti in un secolo nascente traboccante di modernismo e di utopia sociale, deridendo sue presunte debolezze tecniche e l’irrealtà dei contesti.

Solo dopo la morte viene considerato un precursore delle avanguardie.

Pablo Picasso lo definisce un “grande maestro”.  Sognava paesaggi esotici e giungle rigogliose, ambientandole a Parigi e ricorrendo alla fantasia, quindi senza aver bisogno di vivere in luoghi lontani come invece avevano fatto altri, ad esempio Gauguin.

Il Doganiere vedeva lontano, anticipando di un secolo l’affermazione del pensiero emotivo e le sue forme di rappresentazione e, nel contempo,  influenzando profondamente lo sviluppo dell’arte moderna, dal Cubismo al Surrealismo, fino all’Espressionismo.

Purtroppo Henri Rousseau, detto il Doganiere, muore nel 1910 senza poter assaporare il successo che meritava.

Hundertwasser. Il pittore dalle cinque pelli

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L’arte ha sempre cercato di resistere ai tentativi di mistificazione.

Il novecento ha visto affermarsi le ideologie totalitarie e non è stato facile per i contemporanei opporsi agli impliciti processi di omologazione culturale, neppure per gli artisti. Alcuni grandi autori, però, hanno avuto la forza e il coraggio di uscire dal coro proponendo visioni della vita e del sociale originali e controcorrente.

Persone eccezionali, in contrasto con l’uniformità ideologica che li contornava, hanno disegnato percorsi d’arte contrastanti: l’altra faccia della moda dominante.

Il loro esempio ha rivelato, da subito, un’intrinseca natura irriverente verso la cultura locale e globale, insieme alla capacità di sviluppare proposte alternative anche al conformismo ideologico delle vecchie opposizioni.

Mettendo in luce, talvolta senza volerlo, un forte carattere sovversivo.

Marcel Duchamp occupa, di diritto, un posto da capofila in questo movimento, avendo provato a ribaltare il rapporto tra arte e industria a esclusivo vantaggio dell’utilizzatore, cioè di noi tutti.

Hundertwasser è, a suo modo, decisamente, omogeneo alla stessa scia di corrente.

Pittore e poeta innamorato della bellezza della vita e della natura, medico dell’ecosistema e nemico di qualsiasi forma di omologazione che è rappresentata, a suo dire, in maniera esemplare, dalla linea retta.

“La linea retta è senza Dio” ha sostenuto in più occasioni. Un modo di opporre la sua posizione naturista al razionalismo disumanizzante dell’epoca. Se si fosse accontentato di fare esclusivamente il pittore avrebbero parlato le opere, la loro forza decorativa, le suggestioni oniriche che procurano, invece Hundertwasser ha voluto personalmente testimoniare i distinti passi e i momenti topici del suo percorso artistico, venendo spesso frainteso e male interpretato.

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Le sue performance avevano un carattere istintivo, quasi animalesco, contraddistinte da un fervore religioso contrario a ogni forma esogena di condizionamento umano, sermoni, anatemi rivolti verso ogni innaturale costrizione che potesse impedire all’uomo di vivere e esprimersi liberamente.

Perché la natura è il fondamento di ogni cosa, è l’inizio e la fine, non esiste altro, la natura è bellezza assoluta e obiettivo dell’arte è inseguire la bellezza.

L’artista, immergendo le mani e il pennello nel proprio intimo universo creativo, deve essere in grado di aggiungere bellezza alla bellezza.

Un profeta pittorico del bello che mette in moto un processo di comunicazione articolato partendo dall’uomo, le sue forme, la pelle per estendere il messaggio alle cose che l’uomo rende vive e lo circondano: gli abiti, la casa, l’ambiente e identità sociale, l’ecologia.

L’opera artistica di Huntertwasser invade queste distinte posizioni iniziando dalla membrana più vicina a noi, la pelle. E poi si dilata occupando, con l’estensione, la vita e la sua rappresentazione. Termina con l’ecologia, un’ode alla natura e al posto dell’uomo dentro la natura stessa.

La natura è la realtà suprema, la fonte della vita e, come tale, bisognosa di protezione.

“Quando lasceremo  che la natura stessa ridipinga le pareti delle nostre abitazioni queste diventeranno umane e saremo in grado di vivere di nuovo”.

Hundertwasser è soprattutto cantore della felicità infinita che possiamo ritrovare nella bellezza e uno dei più accaniti ricercatori della sua origine naturale.

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