Mario Perniola. L’estetica contemporanea

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Ho conosciuto, la prima volta da lontano, Mario Perniola negli ultimi anni settanta grazie al suo “Georges Bataille e il negativo”, di cui conservo gelosamente una copia per i tipi di Feltrinelli,  largamente usata e consultata nella stesura della mia tesi di laurea. Un autore importante, Bataille, e davvero visionario per le sue intuizioni originali in materia di desiderio, eccesso, dépense e marginalità sociale.

L’estetica contemporanea è un lavoro che si svolge assecondando percorsi ispirati dalle tensioni della vita, superando e di fatto contravvenendo la costruzione ragionevole di una dimensione unitaria. Un pensiero disorganico che segue il fluire delle pulsioni vitali: vita, forma, conoscenza, azione, sentire, cultura.  In questi ambiti apparentemente distinti, ma in realtà intimamente connessi quasi fossero capillari venosi, Mario Perniola individua i principali movimenti dell’estetica illustrandoli e spiegandoli con precisione e chiarezza: da Dilthey a Foucault (estetica della vita), da Wölfflin a McLuhan e Lyotard (estetica della forma), da Croce a Goodman (estetica e conoscenza), da Dewey a Bloom (estetica e azione). Trattando il tema del sentire emerge la passione dell’Autore per i territori impervi della sensibilità e della affettività (Bataille, Blanchot, Klossowski).

Ma vi sono anche riflessioni che ben si coniugano con i contenuti della nostra ricerca, come quella sul filosofo italiano, poco conosciuto al grande pubblico, Luigi Pareyson per il quale le “anime belle” sono di nichilisti riconciliati con la vita, atei lontani dalla filosofia che evoca i territori del rischio e delle sfide impossibili. La realtà è per Pareyson un’entità separata dal pensiero e l’uomo moderno la guarda con uno stupore ragionevole.  Lo stesso stupore che nutre di fronte alla sofferenza e all’altalenante susseguirsi delle dinamiche di umiliazione e rinascita.

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Anche il discorso e la scrittura, come forme di espressione, debbono essere considerate in modo diverso e l’opera di Jacques Derrida “Della grammatologia” spiega quanto il processo di asservimento del segno alla voce sia legato all’antica considerazione del logos, il discorso, inteso come origine della verità. La scrittura, il “tessuto dei segni”, proiezione esterna e tangibile del linguaggio rivendica la precedenza, costruita attraverso l’intreccio con le forme d’arte primordiale e le descrizioni naturali.

La scrittura, prodotto del disaccoppiamento del segno dal linguaggio è anche metafora di estraniamento, è vero è separata dalla persona, di cui è espressione periferica, ma non per questo è limitata, anzi ripropone in forma originale il tema dell’identità attraverso la differenza, la ripetizione e la duplicazione.

L’arte contemporanea invece ha perso identità, è arte ciò che viene presentato e rappresentato nel campo dell’arte, a prescindere da ogni considerazione estetica, comprese le categorie del bello e del brutto. E’ il mercato a definire l’effettivo status di opera d’arte. Sono i campi e gli scompartimenti a dare l’imprimatur d’arte e cultura agli oggetti e agli uomini che contengono. Almeno per il pubblico.

L’estetica occidentale, trasfigurata dalle logiche di mercato, sfiorisce di fronte alle acute pagine orientali di Li Zehou che descrive il passaggio da un mondo mitico popolato di creature fantastiche al mondo moderno e che prevede nel percorso di un futuro, riconoscente del passato, la possibile riscoperta della bellezza e dell’educazione estetica.

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Pierre Klossowski. La parola e lo sguardo

Pierre Klossowski nasce a Parigi nell’agosto del 1905 e vi muore nel 2001. E’ considerato uno dei più interessanti scrittori francesi contemporanei ma, in verità, è anche filosofo, disegnatore, pittore, fotografo e cineasta.  Cresce in una famiglia polacca a dir poco eccentrica e particolare. Il padre Erich Klossowski è storico d’arte e pittore, la madre Elisabeth Dorothea Spiro, nata a Breslavia, in Prussia (attualmente Wroclaw, Polonia) una nota pittrice. Elisabeth a Parigi ha due figli Pierre, appunto nel 1905 e Balthasar nel 1908, il famoso pittore Balthus. Elisabeth Spiro Klossowski dipinge con il nome di Klossowska Baladine. I Klossowski lasciano la Francia nel 1914, all’inizio della prima guerra mondiale, a causa della loro nazionalità tedesca. Nel 1917 la coppia si separa. Klossowska porta i figli prima in Svizzera e poi, spinta da difficoltà finanziarie, a Berlino. Tornano a Parigi nel 1924, dove vivono in condizioni di estrema indigenza aiutati da amici e parenti. La Klossowska, lasciato il marito, intrattiene una lunga relazione con il poeta Rainer Maria Rilke. Rilke, nella corrispondenza che fu pubblicata dopo la sua morte, la chiamava col nomignolo “Merline”. Un’altro grande scrittore che frequenta la casa è André Gide al quale Pierre fa da segretario. La famiglia, le frequentazioni della madre hanno grande influenza sui due figli trasportandoli d’incanto sulle vie della letteratura e dell’arte. Pierre insieme al filosofo Georges Bataille è uno dei protagonisti della rilettura francese dell’opera di Nietzsche facendo emergere gli argomenti dell’emozione e della differenza. Tuttavia  il centro della riflessione di Klossowski è sul linguaggio contemporaneo e sul fatto che il linguaggio si costituisca come stereotipo occultando le forze emozionali che contraddistinguono l’esperienza individuale. La presunta verità del linguaggio stereotipato nega l’esperienza umana e di conseguenza anche il campo dell’immaginario. Il campo delle emozioni e dell’immaginario è soprattutto il contesto delle arti figurative e visive e l’ambito della loro libera rappresentazione. “La parola separata dall’esperienza diventa stereotipo” in questa consapevolezza c’è la tutta la voglia di Pierre di lasciare le opere del linguaggio e dedicarsi all’arte e alla pittura. Questo percorso di riflessione e conoscenza è caratterizzato dalla critica e rilettura delle opere di Søren Kierkegaard e Friedrich Nietzsche, il recupero del dionisiaco come espressione musicale di impulsi ineffabili e teoria degli affetti. Allo stesso modo viene ripercorsa l’opera di Sade interessandosi non tanto agli aspetti della perversione ma piuttosto alla lenta e progressiva distruzione del paradigma linguistico. La scelleratezza del filosofo è compresa nella ricerca dello sfondo impulsionale. Tra i suoi romanzi spicca la trilogia: “Le Leggi dell’ospitalità” composta da: “La revoca dell’editto di Nantes”, “Roberta stasera” e “Il suggeritore”. Altre opere significative sono “Il Baffometto” e “Il bagno di Diana”. Pierre Klossowski ha anche successo come traduttore, la sua traduzione dell’Eneide  di Virgilio viene accolta con entusiasmo. Importante rammentare l’incontro, avvenuto negli anni settanta, con Carmelo Bene dal quale nascono due saggi sul modo di recitare dell’attore italiano (“Cosa mi suggerisce il gioco ludico di Carmelo Bene” e “Généreux jusqu’au vice”) e che avrebbe dovuto consacrarsi nell’ambito della Biennale di Venezia del ’90 (diretta da Bene, che poi diede le dimissioni) con una messa in scena de “Il baffometto”, che purtroppo non ebbe luogo. Rilevante è l’opera pittorica, orientata a una riproposizione della figurazione, attraverso la rappresentazione del fantasma e del concetto di simulacro. La sua intera produzione andrebbe riletta in questa chiave anche alla luce del lavoro svolto da suo fratello Balthus.

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