Steven Johnson. Il quarto quadrante

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Il libro di Steven Johnson “Dove nascono le grandi idee, storia naturale dell’innovazione” è una miniera di suggestioni. Nell’ultimo capitolo, intitolato il Quarto quadrante, l’autore affronta il tema delle modalità e dei luoghi più propizi a favorire lo sviluppo delle idee innovative.

Lo fa mettendo in relazione e evidenziando le connessioni tra dimensioni che apparentemente hanno poco in comune, come ad esempio natura e mercato.

Viene in mente Adam Smith e la sua teoria della mano invisibile del mercato che per certi versi richiama quanto di invisibile e immanente c’è anche nei processi naturali.

Steven Johnson ricorda che subito dopo la pubblicazione della “Origine delle Specie” di Darwin, il filosofo Karl Marx scrisse a Friedrich Engels una lettera nella quale prendeva apertamente posizione in favore del naturalista inglese. In seguito Marx propose a Darwin di dedicargli il secondo libro del Capitale ma Darwin non accettò, perché non era a conoscenza dell’intera opera e, pertanto, non poteva approvarla in modo aprioristico.

Marx e Engels pensavano che la teoria Darwiniana avesse in sé elementi critici verso il capitalismo e l’economia del mercato e di questo si potesse trovare risconto nella storia naturale. Ovviamente si sbagliavano perché nel corso del secolo successivo le teorie di Darwin vennero spesso messe in relazione con le dinamiche del libero mercato, equiparare i mercati al mondo naturale non era un elemento screditante, anzi, se essi  apparivano naturali acquistavano più forza nell’immaginario collettivo.

“Se Madre Natura aveva creato le meraviglie del pianeta mediante un algoritmo di spietata competizione tra agenti egoistici, per quale motivo i nostri sistemi economici non avrebbero dovuto seguirne l’esempio?”

Ma il punto fondamentale che i due filosofi non avevano colto aveva poco a che fare con la competizione naturale, la guerra della natura, bensì con un’altra profonda riflessione che Charles Darwin aveva messo per iscritto nei suoi diari al momento di lasciare le Isole Keeling.

“E’ interessante contemplare una plaga lussureggiante, rivestita da molte piante di vari tipi,  con uccelli che cantano nei cespugli, con vari insetti che ronzano intorno, e con vermi che strisciano nel terreno umido, e pensare che tutte queste forme così elaboratamente costruite, così differenti l’una dall’altra in maniera così complessa, sono state prodotte dalle leggi che agiscono intorno a noi.”

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Quindi in natura non c’è solo lotta competitiva, la guerra della sopravvivenza alla base della selezione naturale, ma anche e soprattutto un grande movimento di forze collaborative e connettive.

Spesso è la coesistenza, la simbiosi tra esseri molto diversi a caratterizzare in modo evidente i processi naturali.

Questa constatazione porta a concludere che “la competizione non ha il monopolio dell’innovazione”, infatti se la concorrenza può trasformare le idee in prodotti è molto spesso vero che le idee vengono da altri luoghi.

Anche Paul Samuelson, nel suo volume Economia, ricorda che solo una percentuale molto limitata dell’innovazione di prodotto proviene dai laboratori di ricerca e sviluppo delle grandi imprese.

Allora da dove vengono le idee innovative?

Certamente la possibilità di guadagno e di incentivi finanziari tipici di un’economia di mercato sono catalizzatori importanti e ciò farebbe pensare che il primo quadrante, quello in cui si combinano le attività individuali e le opportunità di mercato, possa essere l’ambiente più fecondo.

In realtà non è così, è invece il quarto quadrante, ove non c’è mercato ma esistono forti possibilità di connessione usando piattaforme di relazione e comunicazione, ad apparire come l’ambiente migliore per l’innovazione.

E’ necessario però ricordare che il mercato, soprattutto negli ultimi anni, ha adottato forme restrittive di regolazione, modelli di difesa dei brevetti e del copyright creando sistemi di “inefficienza funzionale” che non favoriscono i processi innovativi.

Tali sistemi sono diversi, certamente più competitivi dei quelli caratteristici delle anacronistiche economie pianificate dei paesi socialisti, prodotti dalle teorie di Marx e Engels, dove vigeva il principio asfissiante della gerarchia decisionale, ma ugualmente poco accoglienti e stimolanti.

Il quarto quadrante ove, invece, l’assenza del mercato si combina con le reti, può essere  anche definito l’universo dell’ “Open Source”, un ambiente in cui le idee innovative e le dinamiche conseguenti possono abitare con successo e soprattuto moltiplicarsi rapidamente.

“Il quarto quadrante dovrebbe ricordarci che non esiste un’unica formula per l’innovazione. Le meraviglie della vita moderna non sono emerse esclusivamente dalla concorrenza di proprietà intellettuale tra aziende private. Sono emerse anche dalle reti aperte”.

Sono il prodotto di un’economia ibrida (Lawrence Lessig) che mescola le reti aperte della libera dimensione intellettuale con gli elementi fondanti dell’iniziativa privata.

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Paul Krugman. Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008

Le calde giornate di agosto incoraggiano alla quiete e quindi anche alla lettura. Possono essere racconti, come quelli che amo segnalare, poesie di artisti, semplici raccolte di pensieri, ma non per questo poco profonde e accurate, oppure saggi e nel caso specifico stiamo per avventurarci sugli impervi percorsi dell’economia.

Paul Krugman, economista statunitense, vincitore del premio Nobel nel 2008, è definito da più parti un neo keynesiano, ma questa non è la ragione per cui ho deciso di scriverne, piuttosto perché appare da subito, nella scelta degli argomenti e nel tratto divulgativo, un autore che preferisce andare contro corrente.

La corrente è quella delle teorie consolidate, ma soprattutto delle pratiche, che anche in economia (come in altri campi) sono spesso appannaggio di tecnocrati, o menti assai ristrette, poco avvezze quindi a leggere il contesto in modo innovativo o a ricercare nuove soluzioni che consentano, ad esempio, di superare crisi e gravi difficoltà.

“Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008” è un libro da leggere proprio per capire i tempi che stiamo vivendo e soprattutto per potersi fare, in modo sensato, una opinione che non sia dettata esclusivamente da spinte emotive ma, invece, corroborata da un percorso analitico, saggiamente assistito.

“Permettetemi di dichiarare che questo libro è, in fondo, un trattato analitico. Non si occupa tanto di quello che è successo quanto del perché” sottolinea Krugman nell’introduzione, certo, è un trattato di economia, ma costruito usando un linguaggio chiaro, sempre comprensibile, evitando anche di ricorrere all’uso eccessivo di diagrammi o grafici che potrebbero affaticare un lettore non specializzato, riuscendo invece a tener viva l’attenzione nella disanima delle principali crisi dell’economia moderna e traendo infine conclusioni accessibili a tutti.

Un esempio originale, a cui l’autore ricorre spesso, è quello della Cooperativa di baby sitter di Capitol Hill, tratto da un articolo scritto da Joan e Richard Sweeney nel 1978. Il funzionamento della cooperativa, la stampa di buoni che consentono ai soci di usufruire di servizi di baby sitter dopo averli prestati, consente di simulare quanto accade nel quadro più ampio delle politiche economiche e monetarie, di capire come nascono le recessioni e come talvolta è possibile gestirle.

Dopo la grande crisi del 1929 sembrava che il mercato economico e finanziario avesse trovato l’antidoto e che situazioni simili non dovessero più riprodursi, ma negli ultimi decenni le crisi dell’America Latina, in special modo Argentina e Messico, del Giappone, che era considerato il principale attore dell’economia mondiale, e dell’intero comparto asiatico, le cosiddette economie emergenti, oltre ad apparire come pericolosi prodromi di quanto poi è accaduto sul piano globale, secondo Krugman, non sono state gestite nello stesso modo, quindi sono state gestite senza far ricorso allo stesso genere di antidoti.

“La seconda guerra mondiale offrì l’occasione che Keynes stava aspettando da anni, non solo perché si riuscì a uscire dalla depressione, ma anche perché ci si convinse che le politiche macroeconomiche – tagliare i tassi o aumentare il deficit statale per combattere le recessioni – potevano tenere più o meno stabile un’economia di libero mercato in presenza di un tasso di quasi completa occupazione.”

Questo tacito accordo tra capitalismo, economisti e opinione pubblica, che avrebbe dovuto e potuto evitare ulteriori Grandi Depressioni, fu definito negli anni cinquanta da Paul Samuelson “sintesi neoclassica”, Krugman invece preferisce chiamarla “sintesi keynesiana” e, subito dopo, si chiede come persone intelligenti abbiano potuto consigliare a economie di mercato emergenti politiche del tutto perverse alla luce della dottrina economica acquisita e perché la “sintesi keynesiana” non sia stata considerata e fatta propria allo scopo di risolvere i problemi di quelle economie?

Forse tutto questo è avvenuto perché: “oggi, in effetti, la politica economica internazionale ha poco a che fare con l’economia. E’ diventata più che altro un esercizio di psicologia dilettantesca, con il quale il Fondo Monetario Internazionale e il segretario al Tesoro hanno cercato di convincere i Paesi a fare cose che speravano sarebbero state percepite dal mercato come rassicuranti.”

Quello che bisogna fare è, al contrario, cercare di sviluppare la capacità di comprensione, affrontare lucidamente i problemi, usare gli strumenti che abbiamo senza farci costringere dentro logiche precostituite o abbattere da presunti limiti strutturali.

“Credo che gli unici veri ostacoli strutturali al benessere del mondo siano le dottrine obsolete che annebbiano la mente degli uomini.”

Un libro da leggere nelle calde giornate d’agosto, in primo luogo per imparare e poi per valutare, con uno sguardo davvero nuovo e disincantato, quanto sta succedendo anche dalle nostre parti, a cominciare dalle ricette economiche del governo tecnico.

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