Paul Gauguin. Noa Noa

images

Tra le righe di Noa Noa, in trasparenza, emerge l’immagine sfuocata di Vincent Van Gogh, non una semplice allusione ma una presenza impalpabile che si agita come uno spettro inquieto nel desiderio di Paul Gauguin di scoprire e vivere una vita originale, diversa da quella vissuta.

Ad Arles, nell’atelier du sud, Vincent aveva mostrato all’amico la sua terribile verità, non era un pittore normale ma un uomo capace di cogliere l’energia della natura e di riportarla su tela. Il suo sguardo riusciva a catturare i processi viventi proprio come una moderna telecamera e poi a riprodurli sequenza dopo sequenza.  Oggi si direbbe in realtà aumentata, perché un girasole impiega alcuni giorni a fiorire e a sbocciare e noi siamo in grado solo di coglierne la forma momentanea non l’energia e il movimento. Vincent invece poteva, quella era la sua forza e al tempo stesso la sua condanna.

Catturare il movimento significa anche constatare il processo di disfacimento delle dinamiche vitali, gettare lo sguardo non tanto sull’attuale stato dell’essere ma piuttosto sul futuro e, al tempo stesso, riuscire a cogliere la differenza e anche il segno marcato della progressiva disgregazione.

Lo sguardo di Van Gogh andava dritto al confine tra la vita e la morte e così, sul proscenio dell’annullamento, l’uomo Vincent faceva a pezzi le cose e i corpi, a cominciare dal suo.

Dopo quella terribile liaison Gauguin aveva il forte bisogno di ricominciare, in qualche modo di ripartire da zero, come pittore ma soprattutto come uomo.

Schermata 2014-12-15 alle 12.25.43

Noa Noa è il diario di una rinascita, della scoperta della purezza della vita fuori dalle convenzioni della civiltà occidentale, un ritorno a un mondo antico ove vivono divinità con nomi di rocce e di animali, dove l’amore e l’amicizia sono doni e non un prestito a titolo oneroso.

“La sera a letto parliamo a lungo e spesso con grande serietà. Cerco nell’anima sua bambina le tracce del passato lontano, socialmente morte, e le mie ricerche trovano risposta. Forse gli uomini, sedotti dalla nostra civiltà e asserviti alla nostra conquista, hanno dimenticato. Gli dei d’un tempo si sono assicurati un posto nella memorie delle donne.”

La vita e i dialoghi con Tehura, la sua giovanissima compagna tahitiana, portano Gauguin alla scoperta di un mondo che sembrava scomparso, lentamente e in modo inconsapevole riaffiora un sentimento di libertà profonda.

“E non ho più coscienza dei giorni e delle ore, del male e del bene. La felicità è totalmente estranea al tempo che ne sopprime la nozione e tutto è bene quando tutto è bello.”

Scrive poco di pittura, ma appare evidente quanto sia importante per la sua vita e quindi anche per la sua pittura questo mondo antico di bellezza e paure irrefrenabili, in cui l’uomo e la donna sono dati alla natura e la natura ne dispone.

“Tehura era a momenti seria e amabile, a momenti folle e frivola, due esseri in uno, molto diversi tra loro che si succedevano all’improvviso con sconcertante rapidità. Non era affatto mutevole, era doppia: il bambino di una razza vecchia.”

copertina

Annunci

Pablo Neruda. Il mare e le campane

“Il mondo è più azzurro e più terrestre

di notte, quando dormo,

enorme, tra le tue piccole mani.”

Così chiude il Canto final, dedicato a Matilde Urrutia, di questa raccolta di poesie, uscita postuma.

Poesie scritte da Pablo Neruda nella sua casa di frontiera a Isla Negra, sulla costa dell’Oceano Pacifico.

La bellezza e la forza de “Il mare e le campane” si catalizza nel percorso di fusione tra il sentimento di pena per se stesso, decadimento fisico e malattia, il destino infausto del Cile, su cui aleggia l’ombra della dittatura, e la dimensione del ricordo, vivacemente abitato dalla natura.

La scoperta di un fiume che nasce tra le pietre, un piccolo ruscello, guizzante come un pesce metallico, un fiume che diventa fiume, poi grande, ampio, navigabile, calmo e consapevole della propria forza.

L’eterno ritorno.

E’ la forza della terra, la potenza dell’albero dagli infiniti nomi, gli alberi che nascono, crescono, rimangono, muoiono, ritornano: il susino, il larice, frutti dell’energia che viene dal basso.

Tutti temi che prendono corpo nella raccolta di poesie, insieme al rimpianto per quello che accade, non è successo, e per il tempo che passa.

Come il contrasto tra la povera strada felice, generale orinatoio di cani dei sobborghi, dove il giovane poeta viveva a Santiago del Cile e i giardini parigini con le statue di marmo dei poeti di Francia.

“Più tardi, anni dopo,

giunsi da Ambasciatore ai Giardini.

I poeti ormai se ne erano andati.

E le statue non mi conoscevano.”

Ma il richiamo della natura, forte del ricordo e sulla spinta delle onde, porta con sé anche un’inconfondibile sensazione di vuoto.

La riflessione sull’eterno ritorno, il divenire naturale, conduce inevitabilmente il pensiero a meditare intorno e dentro al nulla che siamo. Dinnanzi al nulla non c’è niente da fare, non serve urlare, provare a farsi sentire, parlare, crescere.

Il ritorno dell’onda diventa muto e angosciante proprio a causa della sua imperturbabile, eterna, ripetitività. Differenza e ripetizione sono elementi che talvolta possono avere in comune un tono musicale ma certo non salvano la nostra identità.

Il mare, gigantesco, apparentemente infinito, è sempre lì, davanti, e la campana rotta non può suonare.

Il vero dramma dell’esistenza sta nel cercare di inseguire il senso dell’esistere, annegando così nel profondo anfratto della distinzione tra significato e significante.

Il mare silenzioso e la campana muta, in tal caso, sono e restano taciti testimoni di un itinerario senza possibilità, ferocemente impervio.

“Voglio per una lunga volta non parlare;

silenzio, voglio imparare ancora,

voglio sapere se esisto.”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: