Emanuel Carnevali. The black poet

“Quella mattina l’alba salì dai fradici selciati cittadini,

 era un respiro grigio e ammalato.

Mi ero speso chiedendo alla notte il sonno.

 

Ero a pezzi – soltanto lo spirito del male interamente in me;

c’era una maledizione sulle mie morse sanguinanti labbra…..

e poi…..

Oh, poi giunse il solito vecchio impudente fantasma;

portava i miei sformati e logori calzoni, e non era rasato;

la sua faccia avevo visto nello specchio

sin troppe volte”.

Emanuel Carnevali fugge negli Stati Uniti a diciassette anni, lasciandosi dietro l’Italia, la campagna bolognese, gli studi al collegio Foscarini di Venezia e anche un’infanzia disperata: era figlio di genitori separati, subito orfano di madre morfinomane, aveva un padre autoritario. A New York vive al margine assoluto, sopravvive di lavori infimi e impara la nuova lingua interpretando i caratteri delle insegne pubblicitarie che illuminano le notti di lavoro sulla strada.

Incredibilmente e con una progressione tipicamente americana, a Chicago, Carnevali è scoperto da Harriet Monroe che pubblica le sue prime poesie sulla rivista “Poetry” ed è subito notato e apprezzato da autori importanti come William Carlos Williams, Sherwood Anderson, Waldo Frank, Ezra Pound. Per la sua indole ribelle, anarchica e indipendente viene soprannominato “the black poet”.

La sua forza, e di conseguenza anche la forza della sua poesia, viene dall’estraneità, Carnevali è sempre straniero, in Italia per difetto di nascita, a causa di eventi familiari e di situazioni, in America per dato di fatto, in base al passaporto. E così anche il grande Paese che l’ha accolto e i suoi miti nati dall’indipendenza, e nutriti da sentimenti di libertà e intraprendenza, vengono fatti a pezzi da un indomito spirito critico che mette in evidenza la cruda realtà, svelando un mondo fondato su un’etica disumana, regolata dal suono della moneta e dal ritmo delle macchine.

Il poeta nasce dall’evidenza di questa contrapposizione, è l’intervallo tra la nuda realtà americana e le sue forme di rappresentazione a generarlo. Il poeta nasce ed è in quanto poeta in automatico contrasto e non si tratta di un contrasto semplicemente culturale, ideologico, è un contrasto vitale, assoluto, profondo, come fosse il nulla a guardare il mondo e il mondo, atterrito, costretto, a sua volta, a specchiarsi nel nulla che lo osserva.

Ciò che spaventa i contemporanei è  anche lo stile di vita marginale di Emanuel,  la sua caparbia volontà di non integrarsi mai, vivere di accattonaggio mendicando o nutrendosi di prodotti della natura accampato sulle dune dell’Indiana. Spaventa soprattutto il rifiuto di ogni prerogativa umana e, in fondo, il rifiuto della vita stessa.

“Io, che ero stato il Dio nero sul candore delle dune, ora ero soltanto un uomo ammalato.”

Anche la sua malattia non è normale ma terribilmente diversa da tutte le altre, Carnevali si ammala di encefalite letargica, che lo costringe prima a ritornare in Italia e poi lentamente a morire.

Kay Boyle la scrittice americana sua amica lo incontra malato, ormai morente, e lo definisce “meraviglioso, completamente tremante, come una farfalla fissata con gli spilli.”

Bello come una farfalla, finalmente disumano. Al suo posto, nell’ordine dell’infinito naturale.

 

 

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Piet Mondrian. Le linee della vita

Il neoplasticismo nasce nei Paesi Bassi nel 1917 e si fonda sui principi teorici della plastica pura espressi dal pittore olandese Piet Mondrian e diffusi attraverso la rivista “De Stijl” dal pittore Theo van Doesburg.

Un movimento che porta la ricerca cubista alle estreme conseguenze integrando nelle sue proposte anche temi cari alla pittura astratta, al futurismo e al costruttivismo scegliendo di lavorare in un universo composto da geometrie, linee, punti e fondato sulla stretta connessione del segno con il colore.

La forma naturale ritrova la sua libertà nella pulita semplicità della geometria e negli spazi aperti tra le superfici dipinte e quelle incolori, riscoprendo il legame diretto con l’origine plastica.

Successivamente il movimento artistico neoplastico estende questi concetti anche all’architettura e all’urbanistica della città affermando la necessità di un nuovo rapporto tra l’uomo e l’ambiente.

Più o meno negli stessi anni, Helena Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica, esponeva, nel suo libro “La dottrina segreta”, i principi e gli obiettivi della Società, gli elementi fondanti della Teosofia.

Come ad esempio: favorire la fratellanza universale dell’umanità senza distinzioni di razza, sesso, credo religioso e classe; incoraggiare lo studio comparato delle religioni, della filosofia e della scienza; compenetrare i misteri della natura e le capacità inespresse del genere umano. Rivelava anche l’esistenza di un mondo di conoscenze sincretiche ancora in possesso dei “Maestri di saggezza” da lei incontrati durante uno dei suoi viaggi in Tibet.

Un sapere rinvenibile in contesti nei quali le religioni, i miti e le tradizioni sono liberi dagli orpelli culturali prodotti dai tempi e dai luoghi.

Suggestioni artistiche e filosofiche che hanno dato spessore e consistenza all’atipica, almeno per l’epoca, produzione di Piet Mondrian. Uomo schivo, rigoroso ma al tempo stesso affabile: “La natura mi ispira, ma voglio arrivare il più vicino possibile alla verità e astrarre ogni cosa da essa fino a quando non raggiungo le fondamenta delle cose”.

Amava andare ai concerti, prediligeva in particolare il jazz e lavorava in uno studio che il suo caro amico Maude van Loon, descrive così: “La porta d’ingresso non ha niente di speciale solo una porta di legno. Tra la porta d’ingresso e lo studio c’è un piccolo vestibolo e un corridoio buio. Ma appena superata la porta sei investito improvvisamente dal bianco e da tutte le forme di colore. Come entrare in paradiso …”.

L’intenso contrasto tra le forme geometriche e il colore produceva uno spettacolo straordinario. Una rappresentazione di forze e forme contrapposte, ordine e disordine, equilibrio e disequilibrio che riuscivano, però, incredibilmente a trovare un punto superiore di armonia e bellezza.

“Le linee verticali e orizzontali, sono l’espressione di due forze opposte; queste esistono ovunque e dominano ogni cosa; la loro azione reciproca costituisce la vita”. (Piet Mondrian)

Yoko Ono. La bambina dell’oceano

Yoko Ono incontra per la prima volta John Lennon all’anteprima di una sua esibizione all’Indica Gallery di Londra, nel novembre del 1966.

John resta molto colpito dall’ironia e dall’interattività delle opere esposte, ad esempio l’installazione che prevede una scala davanti ad una tela nera e che per mezzo di specchietti consente di leggere la parola Yes. O  di una mela vera (almeno pare vera) esposta con la targhetta Mela. Quando viene a sapere che il prezzo della mela è di 200 sterline pensa a uno scherzo divertente.

Un’altra opera consiste semplicemente in un muro sul quale i visitatori sono invitati a battere un chiodo con il martello. Yoko però, in considerazione del fatto che l’esibizione deve iniziare il giorno successivo, non permette a Lennon di apporre il primo chiodo. Dopo le insistenze e una discussione con il proprietario della galleria,  Yoko Ono cede e consente a John di mettere il primo chiodo, ma solo al prezzo di 5 scellini.

Lennon allora dice: “Ti darò 5 scellini immaginari se mi lasci mettere un chiodo immaginario”.

Cominciano così a frequentarsi, dando origine a uno dei rapporti sentimentali più speciali e stravaganti del mondo dell’arte.

Yoko era nata in Giappone a Tokyo nel 1933 in ambiente altolocato e ben abbiente. E’ la figlia maggiore di Isoko Isuda, membro di una delle più ricche famiglie di banchieri giapponesi, e di Eisuke Ono, una pianista classica che aveva lasciato la carriera per lavorare in banca.

Il suo carattere viene temprato dalla tragedia della guerra e poi dalle vicende del dopoguerra con il padre prigioniero in Cina e la famiglia sfollata e impoverita.

Successivamente la famiglia Ono si trasferisce in America a Scarsdale, New York. Yoko frequenta il Sarah Lawrence College. Già dai tempi del college Yoko ama circondarsi di artisti, poeti e personalità dalla vita bohemienne, in continua ricerca di libertà espressiva. Visita le gallerie d’arte e partecipa a eventi artistici in città, spinta dal desiderio di poter esporre, prima o poi, i suoi lavori.

La bambina dell’oceano, coerentemente al significato del suo nome, ha una personalità forte e spumeggiante.

Yoko Ono è tra i primi artisti ad esplorare l’arte concettuale e le performance. In Cut Piece è seduta su un palco e invita il pubblico a tagliare con le forbici i suoi vestiti fino a restare nuda. Un altro esempio di arte concettuale è il libro Grapefruit (Pompelmo) edito per la prima volta nel 1964, che comprende strane istruzioni Zen da completare nella mente del lettore.  Il libro, distribuito da Simon and Schuster, ha numerose riedizioni e ristampe.

Yoko Ono ha diretto film sperimentali, ottiene successo con  Four del 1966,  anche conosciuto con il titolo Bottoms. Il film consiste in molte inquadrature di natiche di persone che camminano su una pedana mobile. Lo schermo è suddiviso in quattro parti in modo similare alla fessura e alla piega orizzontale dei glutei. La colonna sonora consiste in interviste alle persone filmate o a coloro che hanno collaborato al progetto. Nel 1996, la Swatch ha prodotto un orologio in edizione limitata per commemorare il film.

Yoko ha molta influenza su John ma al contrario, di quanto possano pensare i fan più integralisti del quartetto di Liverpool, un’influsso utile, positivo e molto gradito da Lennon stesso.

John Lennon ricorda Yoko in molte canzoni. Quando era ancora nei Beatles scrive The Ballad of John and Yoko, poi la ricorda in Oh Yoko, Dear Yoko e Julia, una canzone dedicata alla madre, dove un verso recita “Ocean child calls me, so I sing a song of love”.

“La bambina dell’oceano mi chiama e io canto una canzone d’amore”.

Liu Bolin. L’artista invisibile

La Cina contemporanea è un grande paese in forte e rapido sviluppo e trasformazione, processi che avvengono in tempi brevi, anche a discapito della natura.

Liu Bolin artista cinese nato nel 1973 nella provincia di Shandong, consegue il Bachelor of Fine Arts presso il Collegio delle Arti di Shandong nel 1995, il Master of Fine Arts alla Accademia d’Arte di Pechino nel 2001.

I suoi lavori sono esposti in numerosi musei e gallerie in tutto il mondo.

E’ anche conosciuto come “L’uomo invisibile”, i lavori più noti fanno parte della serie “Hiding in the City” (Nascosto in città). La raccolta prende spunto dalla reazione emozionale dell’artista alla distruzione, da parte del governo della repubblica popolare cinese, del villaggio degli artisti

di Suo Jia Cun nel Novembre 2005 a Pechino. Al tempo della distruzione Liu stava lavorando proprio in quel quartiere, ritenuto uno dei più grandi ritrovi di artisti di tutta l’Asia.  Liu decide di usare la sua arte come forma di protesta silenziosa richiamando l’attenzione del pubblico sulla mancanza di tutela da parte del governo cinese verso gli artisti.  Attraverso l’uso del suo corpo e dipingendo se stesso sui muri e sulle strade di Pechino, Liu crea uno spazio per l’artista cinese, preservando il suo status sociale e evidenziando il problematico rapporto con l’ambiente fisico.

Anche gli slogan della vecchia propaganda comunista diventano un’occasione per svelare quanto possa essere annichilito e standardizzato il pensiero comune. Entrando con il suo corpo negli slogan, dipingendosi dentro gli slogan, Liu costringe lo spettatore a riflettere, a mettere in discussione i messaggi e a meditare sulle circostanze della propria vita.

La serie di opere “Hiding in the City” ispira la serie successiva denominata “Shadow” e  ancorata al concetto di impotenza dell’individuo e al rapporto con l’ambiente naturale. Il corpo viene steso o appoggiato sulle superfici quando piove, lasciando un’evidente traccia asciutta: un’ombra. Un’ombra che scompare rapidamente quando l’artista abbandona la posizione e la pioggia ricopre la sagoma asciutta. Una metafora della transitorietà e della debolezza dell’uomo nei confronti dell’ambiente e dei fenomeni naturali.

Liu Bolin sviluppa “Hiding in the City” anche in due serie di performance a Venezia e New York.

Venezia scelta per quello che significa questa città nella tradizione dell’arte occidentale e New York per enfatizzare i conflitti che esistono tra gli esseri umani e gli oggetti che creano.

Jerzy Kosinski. L’uccello dipinto


SUICIDA  A NEW YORK LO SCRITTORE KOSINSKI

04 maggio 1991 – CRONACA

NEW YORK. Lo scrittore americano di origine polacca Jerzy Kosinski, 57 anni, autore del best seller L’ Uccello dipinto, terribile odissea di un bambino in fuga nell’Europa orientale occupata dai nazisti, e di Presenze, da cui fu tratto il film Oltre il giardino con Peter Sellers, è stato trovato morto ieri nella vasca da bagno del suo appartamento a Manhattan. Aveva il capo chiuso in un sacchetto di plastica serrato al collo. Pare accertato che si tratti di suicidio, anche se manca la conferma ufficiale. Subito dopo aver rinvenuto il cadavere, la moglie ha dichiarato che il marito era depresso a causa di alcuni problemi cardiaci che gli impedivano di lavorare come prima. Kosinski aveva visto tramontare il successo nel 1982 dopo che la rivista Village Voice l’ aveva accusato di servirsi di assistenti per definire la trama su cui poi lavorare. Ebreo nato a Lodz, in Polonia, Kosinski ebbe una infanzia difficile durante la guerra (L’ Uccello dipinto è parzialmente autobiografico). Dopo la laurea in Scienze Politiche, nel 1957 giunse avventurosamente a New York dove fece vari mestieri, dal taxista al giardiniere, prima di ottenere una borsa di studio alla Columbia UniversityL’ Uccello dipinto, il capolavoro che lo rese famoso in tutto il mondo, risale al 1965. Kosinski ebbe anche una piccola parte come attore nel film Reds di Warren Beatty, nei panni di Zinoviev.

Questa cruda notizia di cronaca mette la parola fine alla vita di uno scrittore, che più di molti altri, è riuscito a penetrare nei territori difficili della notte della ragione.

Così come Horkeimer e Adorno, in “Dialettica dell’ Illuminismo“, percorrendo un cammino apparentemente illogico, erano riusciti a spiegare la fabbrica dello sterminio, a suo modo Kosinski riesce a rappresentare, in un quadro grottesco e raccapricciante, la passione (sofferenza) dovuta alla diversità.

Il protagonista è un piccolo bambino che i genitori, probabilmente ebrei, cercano di salvare dalla macchina infernale dello sterminio trovandogli un rifugio nella accogliente campagna polacca.

Il paesaggio velocemente assume toni cupi, colori pesanti. Appaiono figure erranti che evocano i dipinti di Bosch e Goya, la vita viene messa in gioco per difendere una cometa, una piccola custodia di legno nella quale si custodisce un tizzone ardente.

Il bambino, presumibilmente di famiglia borghese, si trova abbandonato a se stesso in un mondo di abominevoli crudeltà, omicidi, stupri, brutalità senza limiti, condannato dal  colore biondo dominante a causa della sua carnagione e dei capelli scuri.

L’orrore, l’aberrazione e il disordine sono tali che persino l’ufficiale dell’SS, di fatto il rappresentante della fine, appare al protagonista come un’angelo, terribile forse, ma un angelo del male che almeno riporta la calma.

Al termine del racconto, dopo incredibili traversie e visioni terribili,  il bambino ritrova i genitori, un incontro duro, freddo quale può essere solo quello tra adulti atrocemente consapevoli.

Non è facile una sintesi, perché potrebbe essere inevitabilmente riduttiva, ma l’Uccello dipinto è una metafora del nostro mondo.

Mette tutti noi in guardia contro le infinite crudeltà che sono pronte a manifestarsi e a scatenarsi ogni qual volta abbiamo bisogno di aiuto o crediamo di essere pronti a godere della bellezza.


Jean-Michel Basquiat. Downtown 81

Downtown 81 (conosciuto anche come New York Beat Movie) è un film del 1981 diretto da Edo Bertoglio e ispirato alle vicende di vita del pittore americano Jean-Michel Basquiat.

La trama è piuttosto semplice. Jean-Michel esce dall’ospedale e appena riassaporata la libertà si accorge di essere stato sfrattato. Quindi vaga per la Downtown di NY con un quadro e un clarinetto cercando qualcuno interessato alla sua pittura e scrivendo messaggi ironici e di denuncia sociale sui muri della città.

In questo viaggio abbastanza surreale Jean-Michel attraversa ambienti underground e incontra le persone più strane dando l’impressione di essere sempre a proprio agio e di non scomporsi mai.

Grazie a You Tube è possibile vedere il filmato in versione originale e immergersi insieme a Basquiat in quella dimensione onirica neo espressionista che caratterizza anche il film come del resto la pittura di Jean-Michel.

Le immagini evocano notti d’altri tempi, luoghi mistici e dimensioni mitiche, e c’è anche ironicamente riprodotto il mondo della fiaba. La barbona, dopo essere stata baciata da JM, diventa una fata e regala a Basquiat una valigia di soldi.

E’ un film da vedere perché oltre a essere un’allegoria del destino e dell’importanza degli incontri fortunati (quello con Andy Warhol lo fu davvero per JMB) è la rappresentazione di un universo pittorico e culturale che non si è crogiolato nell’agiografia del graffito ma partendo dal graffito ha abbracciato e fatto propri, con intensa curiosità, i simboli e le icone della grande arte contemporanea.

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