La scomparsa della poesia

Aedo che canta le gesta degli Dei

C’è un legame profondo tra poesia e musica, perché sono nate insieme, appartengono ai prodromi della tradizione orale quando i racconti mitologici e le storie delle imprese degli eroi venivano narrati accompagnando i versi degli aedi con il suono degli strumenti.

La poesia, oggi come allora, prende forma e concretezza dalla musicalità della parola, non necessariamente con un’impronta armonica tradizionale ma semplicemente assumendo una natura ritmica, musicale, talvolta dissonante.

Ralph Waldo Emerson ricorda che “solo la poesia ispira poesia”, perché la poesia risponde a un codice diverso, antico, prioritario, ha una sua dimensione estetica che è al tempo stesso figurativa e ritmica.

Per questo motivo è difficile separare la poesia dalla lingua madre, creando uno iato tra l’articolazione linguistica e il rimo musicale; il solfeggio diventa inopportuno se, improvvisamente, viene cambiato il numero delle battute a discapito della partitura. Ed è il motivo per cui la poesia deve essere letta nella lingua originale, la traduzione, infatti fatalmente, per le ragioni anzidette, modifica sostanzialmente l’impianto poetico.

Ciò non toglie che vi siano grandi traduttori che riescono a preservare della poesia tradotta il carattere originario e a mantenere inalterato il fascino musicale. Normalmente sono poeti traduttori e quindi in grado di tradurre poeticamente.

Negli ultimi anni però le case editrici, non si sa bene perché, hanno scelto traduttori che alla banalità delle trasposizioni uniscono una pervicace ricerca di parole musicalmente inadatte.

In una delle poesie più belle di Rainer Maria Rilke, intitolata: “Orpheus, Euridyke, Hermes” , è raccontato lo sfortunato tentativo di Orfeo di riportare in vita la giovane moglie. Orfeo ha l’ordine di non voltarsi a guardare Euridice fino a quando, ambedue, non avranno lasciato il mondo dei morti. Rilke descrive il cammino incerto di Euridice verso la luce, la giovane donna è ancora avvolta dalle bende funebri e  il suo pensiero è lontano dalla vita, comunque cammina, accompagnata da Hermes, seguendo i passi di Orfeo.

Basta accostare la bellissima traduzione di Giaime Pintor a quella attuale per notare in quest’ultima la totale assenza di musicalità e tensione poetica. Un esempio: Euridice resa incerta dalle bende diventa inceppata, neanche fosse un’arma da fuoco.

Un altro esempio viene dalle traduzioni dei Canti Pisani di Ezra Pound.

Le attuali sono generalmente piatte, non rendono onore alla poesia, sfido a ritrovare oggi il senso e la musicalità dei versi di un’edizione italiana degli anni cinquanta: “questa non è vanità, perché qui l’errore è in ciò che non si è fatto. Nella diffidenza che fece esitare”.

E’ difficile trovare questo brano senza il testo originale a fronte e quando, finalmente, riusciamo a individuarlo il senso è cambiato ed è mutato anche il significato.

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Probabilmente è la conseguenza di una progressiva perdita del valore editoriale della poesia che ha avuto luogo negli ultimi anni, cominciata con la difficoltà di pubblicare e scoprire nuovi autori, proseguita con le bassissime tirature offerte solo a poeti già noti, culminata in un decadimento grossolano della scelta delle traduzioni dei grandi autori.

Forse sono anche diminuiti i lettori, gli interpreti capaci di leggere in modo sentito la poesia trasferendola al pubblico, e sono diventate rare le occasioni di rappresentare poesia, così come si faceva una volta.

Le riflessioni di Ralph Waldo Emerson suggeriscono un percorso che parte da lontano. I fossili, testimonianze di una vita passata hanno ritrovato nella durezza indistinta della pietra un carattere evocativo, diverso da quello originario, staticamente non vivente, limitato all’icona ma comunque efficace.

Questa capacità metamorfica viene dalla natura, così come era per la poesia originaria, quando essa prendeva spunto dalle emozioni ancestrali e dalla rappresentazione della vita nell’ambiente naturale.

Non c’è dubbio che recentemente la connessione sia venuta a mancare, o comunque abbia perso interesse, infatti oggi, per ovvie ragioni di mercato, la società antepone al prezioso recupero di un’identità naturale, sempre meno disponibile anche nel contesto della memoria, il consumo di un’attualità scadente ma disponibile in abbondanza e talvolta in eccesso.

Così sembrano lontane le voci dei marinai del porto di Louis Brauquier, uomini che escono dalle pance nere delle navi sfiorando con passi malfermi i sassi di Marsiglia e i pesci neri e le alghe del Rio della Plata, figli dalla penna di Haroldo Conti prima di essere inghiottito  dal tragico tuffo finale, e il mare che voleva diventare e poi è diventato Gregory Corso, e la ballata del re di maggio di Allen Ginsberg, e le dune di Big Sur e quelle bianche dell’Indiana di Emanuel Carnevali, the black poet, e il tiaso dolce di Saffo, lievemente erotico, e il canzoniere anarchico di Salvatore Toma, e i passaggi, le scie vertiginose, di Henri Michaux e la terra ribelle di Zanzotto, sono lontane queste voci, talvolta paiono sciogliersi e annullarsi nella contemporaneità, ma in verità sono incastonate come fossili nella roccia durevole della nostra memoria.

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Memoria e musica

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La memoria è una dimensione in cui si alternano processi di archiviazione e ricerca e, quasi sempre, la ricerca viene avviata da una funzione di richiamo, cioè prendendo spunto da un evento che spinge a scavare nei ricordi, una sollecitazione che viene dall’esterno e diventa immediatamente ricerca interiore.

I ricordi più stabili e forti sono spesso intimamente legati alle emozioni vissute, ricordiamo di più ciò che ci ha emozionato positivamente.

La musica attiene in modo stretto alla sfera delle emozioni, essa colpisce prima delle parole, sono i suoni, le melodie e in molti casi anche le dissonanze che si radicano per lungo tempo nella nostra mente, scandendo i momenti della nostra vita, i passaggi e facendo da corollario alle immagini.

Per questa ragione è interessante esplorare i percorsi della musica e dei musicisti, provando, al medesimo tempo, a ipotizzare relazioni con la memoria e l’ambiente. Seguendo quindi un itinerario che evochi un ciclo di vita, potrebbe essere la nostra vita, fino a giungere nel viaggio alla coscienza che il suono nasce dallo spazio che ci circonda, è profondamente naturale anche nelle sue deviazioni più estreme, le sue forme ibride e metamorfiche.

La musica rock ormai è entrata nel novero della cosiddetta musica colta portando con sé i suoni della storia, della contemporaneità, gli stridii e i gemiti della società industriale e delle sue guerre. L’inno americano generato dalla chitarra di Jimi Hendrix è l’icona più rappresentativa di questo scontro-incontro, è un urlo elettrico e polifonico, le sue piste sono varie: c’è la rabbia di una generazione, la voglia di cambiamento, l’evitabilità e l’orrore della guerra, l’illusione, la disillusione.

E la spettacolarizzazione della musica è riuscita a fondere, nel contemporaneo, nel suono la corporeità dei suoi attori produttori, figure spesso border line, quasi sempre tragiche, vite impossibili connotanti, in modo indissolubile, gli spartiti delle loro musiche.

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Lo spazio della tragedia si apre quando l’artista, oggetto dello spettacolo, si ribella scegliendo di enfatizzare la dicotomia tra l’essenza del suono e la propria esistenza, mettendo in luce la volontà di essere riconosciuto come soggetto creativo, uomo e non simulacro, distinguibile quindi dall’universo simbolico.

Jean-Michel Basquiat musicista, prima ancora del pittore, e Syd Barret sono esempi eclatanti di percorsi artistici e umani, diversi, che hanno in comune però una sorta di accanimento terapeutico nei confronti della corporeità. Quasi cercassero dentro le proprie viscere, o contro di esse, lo spunto creativo e la forza di andare avanti, paradossalmente di vivere. In questo caso bisogna svuotare la mente, capovolgere la memoria, andando a confondersi con dimensioni psichedeliche, quelle che a detta di Aldous Huxley: “liberano il pensiero dalle sovrastrutture delle convenzioni sociali”.

Jim Croce invece è un viaggiatore che cerca di raccontare il mondo che lo circonda, partendo dalla prospettiva di una vita umile, trascorsa misurandosi con l’umanità che affolla le strade. Una musica viaggiante interrotta da un volo disgraziato. Interessa l’ambiente, ciò che succede, la dinamica sociale.

Lucio Dalla e Salvatore Sciarrino non hanno molto in comune, ma una cosa sì, il mare. Sono le sonorità marine a spezzare le melodie di Dalla quando egli decide di lanciarsi in gorgheggi stile scat, una parlata subacquea, incomprensibile e verbalmente silenziosa fatta eccezione per la sua musicalità. E’ il mare e il suono della natura a scandire gli spazi e i tempi di Sciarrino, gli esseri viventi che popolano la battigia, il fruscio del vento tra le piante appena sotto le dune.

La natura torna centrale nel percorso della memoria e lo è anche quando sembra assente, perché si rivela attraverso i corpi, la scelta di essere parte o non esserlo, e infine nel confronto inevitabile con il contesto materiale.

Fausto Romitelli tratta il suono come materia da scolpire, indagandone i particolari, rovesciando le superfici. Aphex Twin mette insieme sonorità inconciliabili dimostrando, comunque, che nell’universo naturale non vi è limite alla possibilità di coesistere.

Infatti, per la natura, anche una scheggia ha significato, così come il frammento può essere una traccia per la memoria.

Aphex

Piero Ciampi. La musica, il vino e l’ebbrezza

Piero Ciampi, usando una metafora cara ad Artaud, può essere inserito a pieno titolo nella lista dei suicidati della società.

Suicidato della società perché artista decisamente fuori dai canoni del suo tempo, amico di lavoratori del porto e persone umili, avversato dai colleghi, ignorato dalle case discografiche, da radio e televisioni.  Un vero poeta della canzone, drammaticamente consapevole della propria scelta di vita e della emarginazione che ne poteva venire.

Nasce a Livorno il 28 settembre del 1934. Città portuale, tirrenica, proprio in faccia alla luce limpida d’occidente.  A Livorno trascorre gli anni della prima gioventù, la lascia per iscriversi a Ingegneria a Pisa. Non è la sua strada, abbandona dopo pochi esami e torna a casa.

Crea con i fratelli un trio e comincia a esprimere il suo  stile di canto, assomiglia di più a  Yves Montand e a Boris Vian che ai cantanti italiani.

Per vivere vende olio industriale nel porto.

L’Italia gli va stretta e allora decide di raggiungere Parigi, la capitale europea dell’arte, della filosofia, dell’esistenzialismo.

Senza un soldo in tasca è difficile a Parigi, ma Piero ha idee chiare, forse anche un poco oscure, così inizia a frequentare Céline , incontra Brassens, vive di espedienti e comincia a farsi un nome, diventa Piero L’italiano, perché viene dall’Italia.

All’inizio degli anni sessanta torna in Italia, momenti difficili che preludono ai grandi cambiamenti, soffia un vento nuovo. E nuovi musicisti prendono la scena. Prima Gino Paoli, Bindi poi Tenco e Endrigo.

Piero Ciampi L’italiano è un caso a parte, è molto francese e poco italiano, nonostante il nome. Pubblica il suo primo album nel 1961, non ha successo e viene ignorato dalla critica, fa eccezione un commento positivo di Natalia Aspesi “nei suoi versi troviamo qualcosa di poetico che riesce incomprensibile all’abituale consumatore di canzonette”.

Allora Piero prova a comporre testi e musiche più orecchiabili e firma per altri interpreti: “Lungo treno del sud” nel 1962 per Tony del Monaco, “Nessuno mai mi ha mandato dei fior” nello stesso anno per Katyna Ranieri, “Nato in settembre” e “Ballata per un amore perduto” nel 1963 entrambe per Georgia Moll, “Autunno a Milano” nel 1964 per Milly e soprattutto “Ho bisogno di vederti” che, cantata da Gigliola Cinquetti arriva quarta al  Festival di Sanremo.

“Il cantante di domani lo lanceranno come un detersivo, l’industria della canzone si aggiorna. Ormai si creano successi prefabbricati. Questo giovanotto si chiama Piero Litaliano e il suo nome, fra qualche mese, sarà sulla bocca di tutti: sono già pronti i dischi, i manifesti e gli slogan pubblicitari. Fra sei mesi, un anno al massimo, Piero Litaliano sarà popolare come Mina. E’ il cantante nuovo costruito scientificamente per il 1962.”.

Scrive così la  “Domenica del Corriere”  anticipando le moderne tecniche di marketing.

Ma non succede niente.

Perché il prodotto Piero Ciampi è in totale anticipo sui tempi, è fuori mercato per precocità e innovazione, è un prodotto di un domani troppo lontano. Infatti per trovare un suo album nei negozi di musica bisognerà attendere il 1990.

I ritorni commerciali sono disastrosi, al punto tale che la Ariel, piccola etichetta discografica di cui ha la direzione artistica, chiude.

Intanto la sua vita è un’odissea, alcool, vino e viaggi nei posti più disparati e improbabili: Irlanda, Svezia, Spagna, persino Giappone. I matrimoni durano poco e si spengono, anche con le due donne veramente amate.

Continua la sua battaglia che non “combatte con le armi ma col cuore”. E persiste a incidere e pubblicare, lavorando anche come autore.

Tra il 1970 e il 1971 collabora con Dalida, che, in occasione di una celebre puntata di Senza rete, interpreta  il brano “La colpa è tua” (orchestrazione di Gianni Marchetti). Il testo, in realtà, è la rielaborazione di un brano di Piero Ciampi, “Cara”,  pieno di forte inquietudine esistenziale.

Finalmente nel 1974 la sua carriera potrebbe avere una svolta. Ornella Vanoni vuole incidere un intero album con le canzoni di Ciampi, ma Piero è irraggiungibile, non si trova e quando riappare il lavoro è realizzato da Nada, sua compaesana, con l’album “Ho scoperto che esisto anch’io”.

Piero Ciampi passa da un club all’altro, senza concludere i concerti e  spesso insultando organizzatori, baristi e ascoltatori.

Muore a Roma il 19 gennaio 1980 per un cancro alla gola.

Roger Syd Barrett. The dark side of the life

Syd Barrett è stato fondatore dei Pink Floyd e primo leader del gruppo dal 1965 al 1968, la sua è una storia che ha dell’incredibile.
Nasce nel 1946 quarto di cinque figli. Suo padre Max era anatomo patologo, amante della pittura, appassionato coltivatore di funghi e musicista.
Roger non si dedicò da subito alla musica, privilegiando la pittura, e si iscrisse alla scuola d’arte. All’Art School ebbe la possibilità di dipingere e anche di suonare, così creò un gruppo musicale insieme agli amici Waters e Klose. Il gruppo divenne noto come Spectrum Five.
Barrett suonava la chitarra ritmica, per l’occasione comprò una Fender Esquire ornata da una moltitudine di piccoli specchi circolari.
Nel 1965 Syd diede al gruppo il nome di Pink Floyd, mettendo insieme i nomi di Pink Anderson e Floyd Council, i suoi due bluesmen preferiti, ma disse ai giornalisti che il nome gli era stato suggerito da esseri sconosciuti venuti dallo spazio.
Inizialmente i Pink Floyd  si esibirono in locali underground, poi nel 1967, dopo alcuni fortunati concerti nei college del Regno Unito, trovarono fissa dimora nel locale più in voga di Londra: l’UFO Club.
Cominciò così la lunga serie di successi che avrebbe fatto dei Pink Floyd uno dei gruppi più importanti e conosciuti della nuova musica.
Syd, però, aveva iniziato a frequentare uno spacciatore di droghe pesanti LSD soprannominato Capitano Bob e all’uso dell’ LSD aggiungeva cannabis e pillole di Mandrax, un farmaco che produce effetti simili alla morfina se viene assunto con alcol.
Successivamente iniziò a comportarsi in modo molto strano, non riusciva a lavorare con costanza e cambiava in continuazione musica e parole delle canzoni.
«Syd aumentava e diminuiva il volume di tutte le tracce, apparentemente senza alcuna regola. Non faceva nulla se non era fatto in maniera artistica. Diceva che voleva essere una sorta di Jackson Pollock della musica».
Le esibizioni stravaganti di Syd erano abituali e quando i Pink Floyd entrarono ufficialmente nella Top of the Pops inglese divennero impossibili da gestire.
Syd un giorno si presentò in pigiama nello studio di registrazione e annunciò di non voler più partecipare a trasmissioni televisive. Questo atteggiamento folle iniziò a caratterizzare anche le esibizioni dal vivo. Mentre la band suonava, sedeva vicino a un amplificatore, scordava la chitarra rendendo devastante il suono e restava in silenzio.
Roger Syd Barrett decise di lasciare i Pink Floyd nel 1968, dando vita a una  carriera di solista.
Negli ultimi anni, l’ex leader dei Pink Floyd, si faceva chiamare semplicemente Roger. Viveva a Cambridge, solo e lontano da tutto ciò che avrebbe potuto ricordargli il passato.
Dipingeva quadri astratti e praticava il giardinaggio.
Nel 2005, durante il Live 8 che ha visto i Pink Floyd riunirsi eccezionalmente, Roger Waters ha ricordato Barrett, dedicandogli l’esecuzione di Wish You Were Here: « Anyway, we’re doing this for everyone who’s not here, particularly, of course for Syd. »
Roger Syd Barrett è morto a Cambridge il 7 luglio 2006, a 60 anni, per un tumore al pancreas.

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