Marcel Proust e Jan Vermeer. Un piccolo lembo di muro giallo

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“Morì nelle seguenti circostanze: in seguito a una crisi, abbastanza leggera di uremia, gli era stato prescritto il riposo. Ma poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata al museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro che egli adorava e credeva di conoscere alla perfezione, un piccolo lembo di muro giallo (di cui non ricordava) era dipinto così bene da far pensare, se lo si guardava isolatamente, a una preziosa opera d’arte cinese, d’una bellezza che poteva bastare a se stessa, Bergotte mangiò un po’ di patate, uscì di casa e andò alla mostra”.

Così Marcel Proust racconta nel libro “La prigioniera”, libro capitolo della sua grande opera “Alla ricerca del tempo perduto” le ultime ore di vita di Bergotte, il grande scrittore, la trasposizione letteraria di Anatole France.

Qui Proust è, a mio parere, immenso e suggestivamente contemporaneo, perché riesce a mescolare la pittura seicentesca con il fantastico insinuante (Baudrillard), cogliendo nel percorso dell’umana contemplazione, apparentemente statica (puntuale e analitica), la dinamica del passaggio verso una via di fuga (ultima e definitiva), rimanendo comunque ancorato al quadro dell’illusione utopica della resurrezione, anche se messa in dubbio a tratti dalla luce dell’improbabile oltre l’umano, senza però correre il rischio di una dichiarazione evidente di impossibilità.

Vermeer per Proust è solo uno strumento, perché maestro del dettaglio. Come molti contemporanei usava la camera oscura per rendere evidenti i particolari.

Nel suo libro “Il segreto svelato, tecniche e capolavori dei maestri antichi” David Hockney, noto pittore inglese, rifacendosi ai numerosi studi sull’utilizzo di strumenti ottici nella pittura  del cinque seicento, sostiene che Vermeer, come molti altri pittori della sua epoca, usasse la camera oscura per definire l’esatta fisionomia dei personaggi raffigurati e la precisa posizione degli oggetti nella composizione dei dipinti.

Quindi lasciamo Vermeer e torniamo a Proust.

Marcel Proust

Bergotte sta poco bene, è preso dalle vertigini ma vuole vedere il “piccolo lembo di muro giallo” che altre volte gli era sfuggito e finalmente lo vede, l’osserva attentamente nonostante l’aumentare delle vertigini.

“E’ così che avrei dovuto scrivere, pensava. I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo”.

Vermeer usava una tecnica particolare nota come pointillé, da non confondere con il pointillisme, in grado di ottenere colori trasparenti applicando sulle tele il colore a punti piccoli e ravvicinati. Ecco la preziosa arte cinese, non più strati di colore ma punti mescolando il colore con il blu oltremare e i lapislazzuli.

Guardando il quadro notiamo che i muri gialli sono a sinistra, alla sinistra del quadro come direbbe Kandinsky, non alla nostra ma alla sinistra propria dell’immagine, i muri gialli impreziositi da una luce passante che trascura gli altri colori evidenziando i gialli.

“Un nuovo colpo l’abbatté, dal divano rotolò per terra, facendo accorrere tutti i visitatori e i guardiani. Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo?”

Scrive Proust documentando la morte del suo maestro Bergotte. A sinistra del quadro il muro giallo pareva a Bergotte proprio come una farfalla, del medesimo colore del muro, che stendeva le ali prima di muoverle verso quell’apertura libera suggerita da Kandinsky. Non possiamo dimenticare che Bergotte era un clandestino della società, uno che non amava mescolarsi con gli altri e tanto meno con la mondanità dei suoi tempi. Per comprendere il significato vero del suo passage non occorre avventurarsi in considerazioni pseudo scientifiche o neo strutturaliste ma semplicemente riflettere sui concetti di universale e particolare.

Lo spazio della pittura e le vie di fuga che esso sottende aprono punti ciechi che vanno al di là dell’immagine, Bergotte si è voluto porre nel bel mezzo di questo percorso, e incompreso, in quanto volontariamente escluso, ha trovato nell’esclusione di un particolare, fino allora non considerato, il pretesto per accedere all’inconoscibile universale.

“Lo seppellirono, ma per tutta la notte, prima dei funerali, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre per tre, vegliarono come angeli dalle ali spiegate, sembrando, per colui che non era più, un simbolo di resurrezione”.

la prigioniera

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Andrea Zanzotto. Conglomerati

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“Nel più accanitamente disseppellito

                       dei verdi dei versi

                       dei ghiacci

Nel supremo tepore o torpore dei colori

indulgenti inclementi insolenti

                         senza tempo senza ore”

Nei primi anni ottanta lavoravo in una casa editrice universitaria.

I testi che vendevano di più erano adottati nelle facoltà scientifiche in particolare ingegneria e medicina e noi redattori, eravamo in due, ci adoperavamo per convincere i docenti di quelle facoltà a pubblicare per i tipi dell’editrice universitaria, spesso riuscendo a trasformare le migliori dispense degli studenti in volumi ricchi di grafici e immagini. Essendo stato assunto in un secondo momento non avevo grandi titoli nel mio portafoglio ma solo un vasto terreno da esplorare che comprendeva le facoltà di medicina, se ricordo bene anche fisica e biologia, e lettere e filosofia.

Gli studenti di lettere non erano molti, perlomeno rispetto a medicina e ingegneria, poi i docenti preferivano, per ragioni di immagine e status, pubblicare con le case editrici più note. Quindi non era facile inserire in catalogo titoli che avessero valore contenutistico e al tempo stesso assicurassero un buon ritorno economico.

Ricordo però di aver seguito l’edizione di un testo dedicato al poeta Andrea Zanzotto. L’autore, di cui invece ora non ricordo il nome, era un giovane assistente universitario appassionato di poesia contemporanea e di Zanzotto in modo speciale.

Un giorno d’autunno partimmo insieme, guidavo io, per raggiungere Pieve di Soligo dove Zanzotto abitava. Oggi non so dire perché eravamo andati a trovarlo, forse l’autore aveva bisogno di confrontare con il poeta parti di testo e ricordando la sua puntigliosità, che spesso si trasformava in pignoleria, credo la ragione fosse quella. Così partimmo e in una giornata autunnale soleggiata, in cui i colori dell’autunno cominciavano a perdere forza a favore delle diverse tonalità di grigio dell’inverno, in poco più di un’ora arrivammo sotto il Montello, lo strano colle lungo che fa da cornice alla marca trevigiana, e poi a Pieve di Soligo.

Il maestro era in cucina, una stanza lignea, a suo modo preziosa e sul capo indossava uno zuccotto di lana, per difendersi dai primi freddi e dall’umidità. Aveva uno sguardo mobile, acuto, ficcante e osservandolo ho pensato che molta della sua poesia probabilmente veniva proprio dalle immagini che lo sguardo catturava.

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La lettura della sua ultima opera “Conglomerati” ha risvegliato questo ricordo e rafforzato quell’impressione, nata nell’istante in cui, del suo sguardo, ho colto la forza e la profondità.

I conglomerati sono rocce sedimentarie prodotte da masse di frammenti litici trasportati dalle acque dei fiumi e dalle correnti, ma in questo caso sono metafora dell’accumulazione dei detriti che comprendono, senza distinzione, i pezzi più belli della natura e gli scempi dell’uomo. C’è in questa raccolta “google che maligno come il sole e suo parente/tutti ci globalizza in peste”, vi sono i capannoni che hanno invaso, devastando, la campagna trevigiana, e le gru che testimoniano l’odiosa espansione del cemento, insieme ai suoni, ai profumi, ai discreti rumori della natura.

Frammenti di immagini e di testo che ruotando in una sorta di betoniera generano un materiale indistinto, difficile da riconoscere e decifrare. Il colore tende ad annullarsi e i ricordi svaniscono, insieme alle memorie perdute, per cui lo scenario che ne viene appare intensamente vuoto.

La perdita di memoria è la conseguenza del percorso di smarrimento dell’uomo dal contesto naturale, memoria e natura sono intimamente legate, così come le attività stagionali, i momenti della coltivazione e della raccolta, la semina e la mietitura, la potatura. Non vi può essere potatura senza trasmissione di sapere, quindi senza ricordo.

Nei primi anni ottanta la campagna trevigiana era in larga parte campagna, poi negli anni novanta, con il cosiddetto miracolo del nord est, la campagna è stata crudelmente urbanizzata, ed è nata una grande metropoli diffusa che ha cancellato i confini, i paesi, le terre.

Dopo la visita a Zanzotto ripartimmo, ormai era sera. Fuori, intanto, era scesa una nebbia fitta, bianca e impenetrabile come latte. Uno dei viaggi più faticosi che ricordi. Eravamo immersi in un nulla silenzioso che avvolgeva tutto, a mala pena riuscivo a scorgere il ciglio della strada.

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Frederick Forsyth. I mastini della guerra

Qualche giorno fa, in televisione, è andato in onda un film del 2010, I mercenari – The Expendables (The Expendables), scritto, diretto ed interpretato da Sylvester Stallone con un cast di eccezione comprendente molte star del cinema degli ultimi decenni tra  le quali Bruce Willis, Arnold Schwarzenegger, Dolph Lundgren, Jet Li, Mickey Rourke, Jason Statham  e altri.

La classica serata di evasione trascorsa a guardare un film d’azione con una trama altrettanto tradizionale: un gruppo di buoni che combatte e vince contro i cattivi, una sorta di apologia dei buoni sentimenti esaltata dal fatto che i latori del bene a prima vista, aiutati in questo da un armamentario di espressioni e comportamenti border line, sembrano tutt’altro.

L’obiettivo del commando è liberare la piccola isola di Vilena dalla grottesca dittatura militare ispirata e guidata dall’agente della CIA Munroe. Per organizzare l’azione è necessario un sopralluogo che Stallone e Willis compiono attraccando al pontile dell’isola con il loro idrovolante. In una sala spoglia, adibita al controllo dei passaporti, al graduato che chiede il motivo della visita i due rispondono, senza molta convinzione, di essere ornitologi e, agitando una macchina fotografica, di essere venuti per fotografare volatili.

Non mi dilungo a raccontare cosa accade dopo perché non ne vale la pena, il film è divertente, da vedere proprio quando non c’è nient’altro di meglio da fare e non lascia traccia alcuna se non una labile eco di esplosioni e sparatorie.

Ciò che colpisce invece è, ancora una volta, la scarsa dote di fantasia che contraddistingue gli sceneggiatori hollywoodiani. Il dubbio era già venuto quando si era scritto della saga cinematografica dei pirati constatando le forti analogie (eufemismo) con i racconti di Arthur Conan Doyle, ma ora diventa certezza se rammentiamo quello che, forse, è il più grande romanzo di mercenari: I mastini della guerra di Frederick Forsyth.

Charles Alfred Thomas Shannon, detto Cat per via delle sue iniziali, è un mercenario reclutato da un magnate allo scopo di rovesciare il sanguinario governo di una piccola repubblica africana, lo Zangaro, dove un’impresa di rilevazioni minerarie ha scoperto un importante giacimento di platino. Gatto Shannon, al fine di perfezionare l’accordo, decide di compiere un sopralluogo nello Zangaro e vi si reca spacciandosi per un esperto di ornitologia. In aereo studia le varie specie di uccelli, studio che gli sarà molto utile più tardi quando verrà interrogato dagli uomini del dittatore.

I mastini della guerra è uno dei migliori libri di Frederick Forsyth, perché racconta il mondo dei mercenari impiegati nelle guerre d’Africa nella seconda metà del secolo scorso con dovizia di particolari, accenni a persone realmente esistite. Leggendo appare subito chiaro che dietro il libro c’è un’accurata ricerca sui fatti, sulle persone e sulle cose e nulla è lasciato al caso. Nella scrittura di oggi, invece, s’è persa l’attenzione al dettaglio, la fiction la fa da padrona, ma quando, come in questi casi, l’attenzione al dettaglio può essere motivo di vita o di morte esso non può essere tralasciato, neppure in un libro o nel plot cinematografico.

I mastini della guerra è anche un saggio di organizzazione, un manuale di set up di un’impresa, l’attacco al palazzo presidenziale dello Zangaro viene organizzato con professionalità maniacale mentre la sparatoria dura solo pochi terribili istanti.

Che differenza con i prodotti di oggi tutti azione e rumore!  A questa roba manca soprattutto il fascino.

Ho letto I mastini della guerra la prima di infinite volte nel 1972, quarant’anni fa. Regalo di compleanno della mia compagna di banco. Altri tempi e un altro mondo, certamente. Ma un bel ricordo ce l’ho e lo voglio condividere.

Nel 1989, tornando da un’isola africana ho dovuto pernottare a Libreville, un soggiorno imprevisto perché non era ancora atterrato l’aereo da Parigi. Il pulmino si è fermato davanti a un albergo poco lontano dall’aeroporto e quando ho visto l’insegna illuminata la mia mente si è accesa di ricordi, perché sull’insegna c’era scritto Hotel Gamba. Lo stesso albergo nel quale, all’inizio del romanzo, vengono ospitati i mercenari: Cat Shannon e il suo gruppo, separati dal resto degli ospiti, all’ultimo piano, per non dare nell’occhio e adito a indiscrezioni.

Quella notte, prima di dormire, ho fatto due passi all’esterno. L’ultimo piano dell’albergo era buio, sembrava deserto, fatta eccezione per due finestre, una aperta. A quel punto mi è sembrato di sentire fischiettare un motivo.

 Era il ritornello di una vecchia canzone: “Harlem spagnola”.

Folco Quilici. Relitti e tesori

Alcuni libri riescono ancora a farci sognare.

Spesso c’è di mezzo il mare, la sua forza, la sua capacità di nascondere e svelare, portandoci dritti dentro storie sconosciute o dimenticate, simulacri del passato e del presente immersi nelle profondità.

Il mare significa e racchiude una dimensione primigenia, regioni nascoste e per fortuna ancora, in larga parte, incontaminate nonostante gli sforzi scellerati dell’umana incoscienza tesi alla produzione del contrario, cioè alla contaminazione e alla distruzione. Questo universo mutevole, gentile e feroce al tempo stesso, nasconde anche le nostre vestigia e i relitti delle navi di ogni tempo, dall’epoca dei Fenici ad oggi. Custodisce ricoprendo di vita, come solo la natura può fare, modificando definitivamente il valore d’uso degli oggetti, trasformando navi e aerei in abitazioni per la flora e la fauna sottomarina.

La capacità del mare di lavorare le cose: sassi, tronchi, vetri, creando forme d’arte è ben nota e in essa ritroviamo intatta l’essenza stessa dell’autentico, la verità senza il bisogno della ricerca, perché automaticamente in sé e per sé. L’inutilità della ricerca rilancia l’immagine del sentiero interrotto (Holzwege Heideggeriano) che in questo caso, però, non si annulla tra la vegetazione ma semplicemente si scioglie nell’acqua come un fiume che si stempera nel mare.

La ricerca, fisica e intangibile, per meglio dire intellettuale, fa parte del ciclo di vita dell’uomo e se non è diretta alla conoscenza quella fisica, concreta, è orientata all’utilità prima ancora che all’esperienza.

Folco Quilici fa parte di una fortunata generazione di esploratori sottomarini che ha letteralmente scoperto il mare immergendosi nelle sue profondità, cominciando con le prime maschere, i primi autorespiratori ad aria e a ossigeno, le prime pinne piccole e di gomma dura. A tutti gli effetti un pioniere come certifica la sua appartenenza al mitico equipaggio del Formica e il film Sesto Continente prodotto con Bruno Vailati. Successivamente si è dedicato alla divulgazione attraverso libri e trasmissioni televisive divenendo un punto di riferimento per gli appassionati così come è accaduto in Francia per Jacques Cousteau.

“Relitti e tesori” racconta di navi antiche e moderne, tesori del passato e dei nostri tempi ed è ricco di aneddoti e curiosità portando il lettore a scoprire come venivano costruite le navi di una volta, le navi legate, i luoghi dove era ed è più facile fare naufragio, dalla secca di Filicudi alle coste della Spagna, all’estuario del Rio della Plata. E i tesori dell’antichità: i bronzi di Riace, il Satiro danzante. I tesori dei pirati, l’oro dello Zar.

Una lettura lieve ma al tempo stesso profonda, come le navi sommerse che racconta, e fa venir voglia di cercare un vecchio libro su pirati e naufragi e partire alla ricerca del tesoro, non tanto per trovarlo ma soprattutto per sentirsi liberi e poter, ancora una volta, giocare di fantasia.

Ad esempio, camminare sulla costa dell’Isla de Coco dove “la riva è disegnata da un arco di ghiaia disseminata da scogli e iscrizioni a volte incerte, a volte precise: date e nomi di navi o di marinai qui giunti.”

Isla de Coco, proprio “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson.

 

Steven Johnson. Tutto quello che fa male ti fa bene

“Questo libro è un lavoro di persuasione vecchio stile, che in ultima istanza mira a convincervi di una cosa: la cultura di massa negli ultimi trent’anni è diventata, in media, più complessa e intellettualmente impegnativa”.

Steven Johnson studioso di neuro scienza, giornalista e scrittore, dopo il successo del suo libro “La nuova scienza dei sistemi emergenti” si è dato il difficile compito di spiegarci e, conseguentemente, convincerci del fatto che la dimensione multimediale non solo non ottunde le nostre capacità mentali ma al contrario le potenzia e le sviluppa.

Per sostenere, anche empiricamente, la sua tesi fa riferimento a una ricerca avviata negli anni settanta dal filosofo americano James Flynn allo scopo di confutare una ricerca precedente che aveva indicato una presunta diversità tra i QI (quozienti di intelligenza) di campioni di popolazione bianca rispetto ad altri di popolazione nera, quello che Flynn scopre è che il QI di tutta la popolazione americana è aumentato con un tasso di crescita accentuato soprattutto negli ultimi decenni.

Questo incremento, l’effetto Flynn, non sembra derivare né dall’indubbio miglioramento dell’alimentazione né dall’istruzione. Ma se i cambiamenti cognitivi non sono generati da questi fattori, da dove hanno origine? Dalla complessità ambientale, come sostiene la psicologa sociale Carmi Schooler, dagli stimoli che l’ambiente moderno offre,  dalle decisioni che dobbiamo prendere, dalla incertezza delle conseguenze,  tutti elementi che aumentano notevolmente il nostro sforzo cognitivo.

Johnson compie un accurato percorso di analisi dei principali media, dai video giochi a Internet, allo scopo di dimostrare quanto sia aumentata negli ultimi anni la complessità di gestione di strumenti interattivi come i videogiochi,  come siano diventate più complicate le strutture narrative delle serie di maggior ascolto e come sia pro attivo l’approccio ai personal computer collegati in rete.

Le istruzioni di un videogioco sono parte del gioco, nel senso che è praticamente impossibile farle proprie senza una sperimentazione attiva del gioco stesso consistente in serie reiterate di tentativi atti a risolvere altrettanti enigmi. Questo significa che durante il gioco gli obiettivi, i target, da raggiungere sono molteplici, dando luogo a un lavoro mentale che non è paragonabile al “multitasking” (capacità di svolgere più compiti contemporaneamente), perché il multitasking significa poter gestire attività diverse tra loro, indipendenti, che cerchiamo di rendere temporalmente interdipendenti.

In questo caso invece dobbiamo ordinare, mettere insieme e costruire una gerarchia tra attività che sono parte dello stesso processo, quindi costruire sequenze esatte, disegnare relazioni e individuare effettive priorità. Johnson definisce questa capacità “telescoping”, capacità di creare legami telescopici, gestire obiettivi che si nascondono l’uno dentro l’altro. Un processo cognitivo che ritroviamo pari pari anche nel modus operandi dell’indagine e della ricerca scientifica.

Anche la struttura narrativa delle serie Tv è diventata più complessa con il passare degli anni, alle strutture narrative lineari sono succedute strutture narrative caratterizzate da elementi stocastici, molte storie nella storia principale, e solo alcune si concludono effettivamente nel corso della puntata, oppure eventi che accadono indipendentemente dalle cause e con cause che accompagnano gli eventi. La struttura narrativa di “Hill steet giorno e notte” è certamente più ricca e articolata di “Starsky e Hutch”, per non parlare dei “Sopranos”, l’attuale serie di successo in cui talvolta è persino difficile capire perché Tony Soprano ha dovuto prendere questa o quella decisione.

Steve Jobs usava sottolineare la differenza tra Televisione e Internet sostenendo che se la prima ci fa inclinare indietro, rilassare, l’uso di Internet ci fa inclinare in avanti, concentrare, impegnare. A questa modalità di approccio, che rovescia il concetto Adorniano di fruizione passiva dei media (relax and take it easy), vanno aggiunti l’esplosione della possibilità di ricerca tramite i motori, Google in primis, e l’allargamento della dimensione sociale, il rapporto con gli altri, fattori che incrementano le nostre capacità personali di knowledge, problem solving e relationship. “Dopo cinquant’anni di isolamento sociale stiamo imparando nuovi modi di comunicare”.

La tendenza a lungo termine della cultura di massa spinge verso forme di complessità maggiore e il nostro cervello agisce di conseguenza. Sono quindi da confutare le teorie diffuse e fatte proprie dal senso comune che  l’uso dei videogiochi, la fruizione delle serie televisive, l’uso di Facebook e You Tube portino a una atrofizzazione delle capacità mentali, al contrario l’uso e la fruizione dei media stanno aumentando il livello delle nostre capacità cognitive.

Una cosa è certa, la cultura tradizionale, lo studio, la lettura e anche il lavoro erano indissolubilmente connessi alla solida concezione del dovere, una visione del mondo in cui dovere e utilità sono sempre stati considerati capisaldi al servizio dello sviluppo della condizione umana.

Oggi questo pregiudizio consolidato è insediato dalla dirompente ricerca del piacere, piacere e gratificazione individuale/collettiva stanno diventando la molla del fare, anche a prescindere dall’utilità implicita.

E l’obiettivo del piacere è certamente una delle più potenti fonti di energia.

Su questo piano è davvero difficile non essere d’accordo con le tesi di Steven Johnson.

Ray Bradbury. Cronache marziane

Provate a immaginare di viaggiare, con la vostra astronave, verso un altro pianeta del sistema solare. Il pianeta in questione è Marte. Il viaggio procede bene e voi, come i vostri compagni, siete eccitati all’idea di posare i piedi su un suolo così lontano e diverso dalla madre terra.

Finalmente arrivate a destinazione, l’astronave ben pilotata compie le manovre di avvicinamento e atterra dolcemente.

Cercate di scorgere, con grande curiosità, cosa vi sia oltre gli oblò e i finestrini e cogliete con stupore i riflessi di una campagna molto simile a quella che circonda le vostre case. E’ proprio la vostra terra quella che appare sbirciando attraverso i vetri appannati anche se sembra più antica e selvaggia.

Lo stupore aumenta quando, uscendo, notate la stessa luce, i medesimi suoni, gli stessi odori.

E’ il vostro piccolo paese ma non quello che avete lasciato partendo, è il paese di prima, di una volta, il paese di quando eravate bambini e il cemento non aveva ancora fatto il suo orribile lavoro riempiendo i sobborghi di capannoni e brutte costruzioni.

Insieme, raccolti e guardinghi, lasciate l’astronave avventurandovi lungo la vecchia strada, per sentieri erbosi che costeggiano gli argini dei fossi, fino a raggiungere le prime case.

Anche le costruzioni sono le stesse di una volta, riconoscete la scala di legno, l’albero di mele e i rami sui cui andavate a nascondervi nelle assolate giornate estive.

Poi, quando i vostri parenti, uno a uno, escono dalle case e vi corrono incontro riconoscendovi, nonostante i cambiamenti del tempo, correte anche voi lasciando il gruppo e stringendo nonni, genitori, fratelli e sorelle, amici che credevate scomparsi, inghiottiti dal passato.

Forse avete viaggiato nel tempo, certo quel pianeta non è Marte piuttosto la Terra e provate, per qualche istante, a ragionare su cosa stia davvero succedendo ma la felicità è troppo grande e la forza degli affetti violenta.

La sera l’equipaggio si smembra, del resto, ognuno ha una casa che l’aspetta, una magnifica cena servita dalla nonna o dalla mamma e poi, per la notte, il letto accogliente della gioventù.

Prima di prendere sonno solo alcuni riusciranno a spezzare l’incanto e tornando improvvisamente in sé si chiederanno come ritrovare subito gli altri e riunire il gruppo.

Ma ormai è tardi, perché gli ineffabili ospiti, i marziani, avranno facilmente ragione di un equipaggio irrimediabilmente disperso e disarmato.

Ho provato, concedendomi tal volta qualche digressione letteraria, a rendere avvincente la sinossi di uno dei 28 racconti della raccolta “Cronache Marziane” di Ray Bradbury.

I marziani, riuscendo abilmente a penetrare nei recessi delle menti dell’equipaggio terrestre, danno vita a una rappresentazione della nostalgia degli affetti usando un formidabile cocktail di ipnosi e metarealtà. Presentando agli uomini proprio la somma dei prodotti del loro inconscio e del desiderio costruiscono una trappola mortale alla quale nessuno può sottrarsi.

Ray Bradbury, nato in Illinois nel 1920, californiano d’adozione, è stato uno dei più grandi scrittori di fantascienza e purtroppo, solo pochi giorni fa, ci ha lasciato.

Il racconto e il ricorso alle proiezioni dell’inconscio ricorda un famoso film degli anni cinquanta: “Il pianeta proibito”.  Anche nel film un equipaggio di astronauti raggiunge un pianeta lontano e deve fare i conti con mostri invisibili prodotti dalla mente di un professore che abita laggiù da anni: i mostri dell’id. Solo la morte del professore metterà fine allo scatenamento omicida delle angosce della sua mente. Bisogna ammettere che il film continua a mantenere intatta una carica drammatica e avvincente.

Tornando a Bradbury, non c’è alcun dubbio che sia stato un geniale costruttore di trame fantascientifiche e anche, in molti casi, un preveggente almeno sull’uso delle tecniche che traggono linfa dall’intelligenza umana e più genericamente dai meccanismi mentali.

Sarà un caso, ma non vi siete chiesti come mai quando intraprendiamo una ricerca su Google i primi items che escono sono sempre quelli che ci aspettiamo di trovare?

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