Jean Baudrillard. La sparizione dell’arte

“C’è un momento illuminante per l’arte che è quello della propria perdita. C’è un momento illuminante della simulazione, quello in qualche modo del sacrificio, in cui l’arte fa un tuffo nella banalità (Heidegger ha ben detto che il tuffo nella banalità era la seconda caduta dell’Uomo, quindi il suo destino moderno)”.

Queste righe sono tratte da un saggio breve, ma potente nell’esplicazione delle sue tesi e anche nella conclusione, “La sparizione dell’arte” di Jean Baudrillard. Baudrillard critico e teorico del postmoderno e della società dei simulacri accostabile a Edgar Morin e a Michel Maffesoli come, del resto, a Roland Barthes e a McLuhan. Fondatore della rivista Utopie ha insegnato in varie sedi universitarie a Parigi.

Righe che riportano alla mente un altro libro denso e impegnativo, non fosse altro che sotto l’aspetto della dimensione, “Parigi New York e ritorno” di Marc Fumaroli (oltre 700 pagine da leggere tutte). La caduta nella banalità nasce dalla perdita di senso e così nell’epoca del marketing e della pubblicità accade che un gesto e una carta di credito “siano sufficienti a sostituire un mobile di culto antiquato con la versione provvisoriamente più contemporanea e lussuosa”. Provvisoriamente, perché la caduta nella banalità e la perdita di senso ovviamente sono irrefrenabili e nell’ambito di questo percorso, precipizio, non esistono pause, riflessioni, ripensamenti, soltanto una caduta che prosegue la folle corsa triturando anche il senso stesso delle cose.

Alla caduta non può essere estranea l’arte, anche se recentemente ha appreso il modo di sopravvivere proprio del (o dal?) dilagare della banalità. L’arte è scomparsa ma riappare nella forma illusoria della simulazione dell’arte, un po’ come tentare il suicidio e poi non condurlo a termine, cercando attraverso l’illusione del sacrificio inattuato una forma di pubblica consacrazione, l’estensione pubblicitaria di ciò che è rimasto, appunto, che è sopravvissuto.

Andy Warhol è da esempio, in questo contesto, perché quando negli anni sessanta dipinge le Campbell’s Soups, il suo, “è un colpo brillante della simulazione e di tutta l’arte moderna in un sol colpo. L’oggetto merce, il segno merce, si trova ironicamente sacralizzato, il che è appunto il solo rituale che ci resta”.

L’arte alza gli specchi e li rivolge al mondo, decreta la sua invisibilità rendendosi trasparente, e dalla trasparenza emergono ammiccanti i simboli della società dei consumi, i feticci, le merci. Nel 1986 Warhol dipinge le Soup Boxes. “Non è più nello scalpore, è nello stereotipo della simulazione”. E’ diventato egli stesso merce, riproducendo l’inoriginale in modo non più originale. Non è più il colpo della simulazione è il colpo di grazia a se stesso.

Baudrillard usa il termine “transestetica” per definire un quadro in cui solo elementi ormai estranei all’arte possono consentirci di riflettere su ciò che ne è dell’arte stessa, della sua mutazione e della sua sparizione. E ricorre a una teoria, una microfisica delle simulazioni, allo scopo di ricostruire i diversi stadi della metamorfosi del valore nell’ambito del percorso della perdita di senso, della caduta nel banale.

Gli stadi naturale, mercantile, strutturale e infine frattale del valore. “Al primo corrispondeva un referente naturale e il valore si sviluppava in riferimento a un uso naturale del mondo. Al secondo corrispondeva un equivalente generale e il valore si sviluppava in riferimento a una logica della merce. Al terzo corrisponde un codice e il valore si dispiega in riferimento a un insieme di modelli. Al quarto,(…) stadio irradiato del valore non ci sono più riferimenti, il valore irradia in tutte le direzioni, (…) per pura contiguità”.

Un’epidemia del valore che conduce alla generale smaterializzazione dell’arte, l’arte sopravvive solo come idea. Stereotipo. Le opere d’arte sono divenute idee, segni, allusioni, concetti parafrasando le dinamiche pubblicitarie e la diffusione virale di immagini e messaggi.

Quindi l’arte è scomparsa, non c’è più, è stata una parentesi nella storia dell’Uomo?

“Who knows?” Chissà? Non possiamo saperlo.

Il grande nord. Nicolas Vanier

Il grande Nord (Le dernier trappeur) è un film documentario del 2003, diretto e sceneggiato da Nicolas Vanier, che racconta la vita solitaria di un uomo e una donna nelle regioni dello Yukon in Canada al confine con l’Alaska.

Norman, il protagonista, vive con la sua compagna nelle foreste. L’ attività di trappeur è alla base del suo intenso rapporto con la natura.

Un trappeur è un cacciatore professionista che pratica la caccia con trappole (trapping), non per provvista di carne (fatte salve le esigenze di sopravvivenza), ma per vendere le pelli non danneggiate da colpi di fucile o da frecce.

Norman si procura da solo la maggior parte delle cose di cui ha bisogno, costruisce da sé la propria casa, la slitta, la canoa e esplora il territorio intorno per capire dove e cosa cacciare.

Ogni tanto va a Dawson City, il centro abitato più vicino, per vendere le pelli e comprare gli strumenti che servono. Ne approfitta per salutare i vecchi amici e bere qualcosa con loro. Non ama vivere in città e vorrebbe continuare a fare il cacciatore, se si riuscisse a preservare l’ambiente naturale dagli interessi speculativi delle Compagnie del legno.

Norman ha imparato a capire gli equilibri della natura e a rispettarli. È convinto che si possa vivere in armonia con la natura e considera la caccia un mezzo con il quale l’uomo contribuisce all’equilibrio dell’ecosistema, senza distruggerlo.

Lunedì sera questo bellissimo film è andato in onda su Rai 5. Grazie al servizio Rai Replay di Rai.tv è possibile rivederlo per alcuni giorni.

I luoghi dove Norman vive sono inabitati. Gli altri uomini, invece, per vivere, hanno scelto le grandi metropoli o, al massimo i paesi, un tempo avamposti della civiltà, oggi in buona parte periferie della metropoli. Ma, come recita la dicitura in testa al manifesto del film, la storia d’amore tra l’uomo e la natura deve ricominciare, soprattutto per preservare l’ambiente e rilanciare la sua integrità.

Le pagine di James Hillman, di Henry Thoureau, di Ralph Waldo Emerson e le attuali e raffinate considerazioni di Michel Maffesoli ci indicano una strada che va perseguita a tutti i costi. Una moderna Ecosofia può sostituire la malata sottocultura della società consumistica rimettendo al centro natura, ambiente e  uomo e scoprendo una nuova dimensione di vita eco compatibile e sostenibile.

Michel Maffesoli. Matrimonium, breve trattato di ecosofia

Il recente sottile, ma denso, saggio di Michel Maffesoli naviga a pieno titolo nella lama di corrente di queste pagine, si intitola “Matrimonium” con un sottotitolo: breve trattato di ecosofia.

Ecosofia è un neologismo ideato a suo tempo dal filosofo norvegese Arne Naess e nasce dalla congiunzione dei due termini Eco e Sofia, dal greco οίκος casa + σοφία  sapienza, potremmo dire quindi conoscenza dell’ambiente.

La cultura occidentale ha posto l’uomo alla sommità della catena biologica riducendo quanto resta, quindi il tutto naturale, alla condizione subordinata di strumento, materia d’uso e consumo.

Questa concezione antropocentrica ha generato la spinta verso il moderno e il disprezzo delle nostre origini naturali. La cementificazione, la distruzione delle foreste, la devastazione del mondo sono anche il risultato tangibile di un abito mentale che ha, nel contempo, anteposto alla salvaguardia del paradiso terrestre l’utopia del paradiso celeste.

In contrasto con il razionalismo classico Michel Maffesoli propone la ragione sensibile; contro il contratto sociale, un patto emotivo.

Ecosofia significa, in primo luogo, riproporre la centralità dell’ambiente, una sorta di rivoluzione copernicana che va a recuperare il valore primario della natura vivente nella sua dimensione creativa femminile.

E’ indubbio che l’esistenza contemporanea abbia bisogno di nuovi paradigmi a cui ispirarsi, proprio come il disegno necessita del colore per diventare pittura, e nell’ambito di questo percorso innovativo la ri-conoscenza della natura madre svolge un ruolo fondamentale.

“In alternativa al razionalismo paranoico appoggiato al progressismo moderno, le cui influenze sono innegabili e da cui conviene trarre il meglio, è forse utile varare un pensiero progressivo che tenga conto dell’essere nella sua interezza” scrive Maffesoli.

Ma se è vero come sottolinea Friedrich Hölderlin che “dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva”, è anche vero che l’anomalia, la deficienza, l’irrealtà possono generare un rapporto nuovo con la nostra natura intermediato  da un riconoscimento di percorsi della memoria.

Le nuove tecnologie possono essere utili in questo contesto, sono strumenti che consentono la trasmissione del sapere a partire dalla conservazione dei ricordi, archivi portatili che catturano le emozioni, inaspettati fattori costituivi di un’estetica dell’esistenza di cui  oggi e domani abbiamo e avremo molto bisogno.

Interessante e da non perdere l’intervista di Rai.tv  a Maffesoli.

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