Philippe Jaccottet. Arie

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“Dunque, cos’è il canto?

Solo una specie di sguardo (…).”

Così inizia la penultima breve poesia della raccolta “Arie” di Philippe Jaccottet.

Il riferimento è alla musicalità del canto, quindi anche alla sonorità della parola e poi un accenno agli effetti che lo sguardo ha su di noi, uno sguardo indagante e incantato, pronto a catturare associando, e legando tra loro, fenomeni colti all’esterno.

Nella bella prefazione al libro il poeta svizzero Fabio Pusterla cita Wallace Stevens, poeta anch’egli, rammentando queste sue parole: “E’ possibile che il mondo sia perduto per il poeta ma certamente non lo è per l’immaginazione. Parlo del poeta perché penso a lui come a un ambasciatore dell’immaginazione, e dico che egli ha perduto il mondo soprattutto perché i grandi poemi del paradiso e dell’inferno sono già stati scritti, ma rimane da scrivere il grande poema della terra.”

Per farlo, bisogna tornare indietro, ai colori selvaggi delle antefisse etrusche, alla musica popolare, alla religiosità implicita nelle danze dei Mamuthones e degli Issohadores sardi, all’allusione dionisiaca dei loro cortei e alla ricerca di un rapporto stretto, ancestrale, con la terra, con i suoi frutti e i suoi pericoli.

Non si tratta, infatti, di rappresentare, imitando, le manifestazioni naturali piuttosto di immaginarle e quindi di interpretare l’immaginazione, come hanno fatto Miró, Picabia, Picasso e molti altri, andando a indagare e poi a riprodurre sulle loro tele i frutti della terra immaginata, il portato immateriale di uno scavo radicale nelle profondità della materia.

“La terra totalmente visibile

misurabile

gravida di tempo

sospesa a una piuma che sale

sempre più luminosa”

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A Jaccottet manca la tela, la luminosità del colore viene semplicemente dalle parole, per questa ragione ha bisogno della musicalità del verso, musica istantanea racchiusa in una dimensione cartacea limitata nel tempo e nello spazio ma efficace come il canto di un uccello, breve, nitido, poco prima di spiccare il volo.

“Io sono l’Angelo necessario della terra, – scrive nella sua poesia “L’angelo necessario” Wallace Stevens e continua – chi vede me vede di nuovo 
la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
 caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto 
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare 
in sillabe d’acqua; come un significato 
che si cerchi per ripetizioni, approssimando(…)”

Le brevi poesie di Jaccottet, appena simili a Haiku giapponesi, raccontano il ripetuto stupore al cospetto della natura e della terra: le pietre, le visioni, la neve e gli animali in fuga, appena distinguibili, tracce fresche o macerate dal vento e dalla pioggia, l’acqua e il fuoco.

E’ lo stupore nello sguardo dell’uomo che coglie immagini e movimenti, segni di presenze o di passaggi, e subito è portato a pensare, a tradurre lo stupore in abitudine, in un modo tranquillo di ascoltare cogliendo però le differenze e anche le ambiguità visive e musicali.

“Si direbbe che un dio si risvegli,

osserva fontane e serre

La sua rugiada sopra il nostro parlare

sopra il nostro sudore”

E’ l’alba,  ancora una volta e il grande poema della terra attende di essere completato, intanto,  Jaccottet sogna di “scrivere un poema che sia cristallino e vivo come un’opera musicale, puro incantamento.”

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Friedrich Dürrenmatt. Il minotauro

La domanda che viene spontanea, dopo la lettura de Il Minotauro di Friedrich Dürrenmatt, è la seguente: qual è veramente il mostro, il Minotauro, lo sfortunato figlio di Minosse e Pasifae, oppure il Labirinto, l’incredibile opera di Dedalo?

Ambedue sono prodotti umani.

Il Minotauro, forse generato da Pasifae dopo l’incontro con il toro bianco di Poseidone, lo stesso che in seguito fu catturato da Ercole e prese il nome di Toro di Maratona, o soltanto figlio sfortunato e deforme di Minosse e Pasifae.

Il Labirinto, costruzione enorme e complessa, di cui nessuno conosceva davvero i percorsi che Dürrenmatt immagina rivestito di specchi.

Il labirinto custodisce il segreto del Minotauro, ma al tempo stesso racchiude il segreto della propria percorribilità, è il luogo delle biforcazioni, delle scelte e dell’andare senza la certezza del ritorno; metafora inquietante dell’impossibilità di percorrere appieno il sentiero della vita, paradigma della certezza di perdersi.

In un punto qualsiasi di questo monstrum architettonico abita il Minotauro e, grazie agli specchi che rivestono le pareti, egli è convinto di non essere solo ma accompagnato da una moltitudine di simili, così come sembra, guardando i riflessi sulle pareti che lo circondano.

Il Minotauro danza e gli specchi replicano danza e movimenti, in un’esplosione frenetica di gesti e colori.

In questa rappresentazione Dürrenmatt è di un platonismo interiore, le ombre, nella caverna degli specchi, non vengono dall’esterno ma direttamente dalla dimensione emozionale del povero Minotauro.  Sono ombre e luci interiori che manifestano una forma primitiva di espressione, ombre ripetute e replicate.

E’ anche per questa ragione che il Minotauro confuso, per certi versi affascinato dalla ripetizione, non coglie la differenza e quando se ne accorge è troppo tardi.

L’ombra diversa che avanza con fare amichevole altro non è che Teseo, il suo assassino.

C’è comunque nella storia un altro finale, forse più probabile.

Il mostro non è il Minotauro che non esiste, è invece il labirinto. Percorrendo i corridoi intricati e sconvolti viene da chiedersi perché esista una costruzione del genere, o meglio degenere, e perché per costruirla qualcuno abbia avuto il bisogno di inventare il Minotauro.

Ogni tentativo di rispondere a questa domanda, o di risolvere l’enigma con il solo aiuto del nostro pensiero, viene impedito dalla vista della nostra immagine riflessa e replicata all’infinito sulle pareti.

Viene un dubbio legittimo.

E se il nemico che stiamo cercando fossimo proprio noi stessi?

Friedrich Dürrenmatt nasce a Konolfingen nel 1921, muore a Neuchâtel nel dicembre del 1990 è uno scrittore, drammaturgo e pittore svizzero. Il Minotauro, pubblicato in Italia per i tipi di Marcos y Marcos, contiene anche una serie di disegni dell’Autore.

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