Nicholas James Gentry. Recycling and potlatch

nick_james_gentry_art-1600x900

Da qualche parte a casa, in un angolo remoto di un cassetto, conserviamo ancora i vecchi floppy che dieci anni fa, con un scatto dal sapore meccanico, entravano nel drive dei nostri vecchi computer. Oggi sono totalmente obsoleti, definitivamente scomparsi, perché sostituiti prima dalle chiavi usb e poi dai sistemi di cloud computing.

Abbiamo perso persino il ricordo dell’uso di quei dischetti di plastica, compatti e con l’accessorio di metallo in testa, come del resto non rammentiamo l’esistenza di altri precedenti supporti tecnologici, a loro tempo essenziali per lavorare con i nostri computer.

Una riflessione sulla memoria a questo punto diventa necessaria, l’impressione è che la memoria in questi casi lasci poche tracce, probabilmente è direttamente proporzionale alla fatica e alla dimensione hard nello spazio dei ricordi. Ricordiamo le emozioni delle nascite e le morti, il mondo che c’era prima, forse in bianco e nero ma comunque un mondo di sentimenti e speranze, illusioni e disillusioni, amori e disamori, mentre dobbiamo ammettere che ricordiamo molto poco la storia degli accessori soft che hanno animato e animano la nostra vita. Non è rifiuto del consumismo, se lo fosse davvero bisognerebbe dare una certa importanza a tale riduzione percettiva, è semplicemente disinteresse, dimenticanza e non è detto che abbia una valenza positiva.

La memoria strumentale è importante perché affonda le radici nella storia, la storia vera, quella del lavoro e per molti versi della fatica e così le vecchie raspe, le pale, i martelli diventano oggetti di antiquariato, finiscono nei musei d’arte popolare. Una tendenza degli ultimi anni che inconsapevolmente affoga nelle bacheche museali il ricordo della negazione del lavoro coatto, una sorta di schiavitù alla quale l’uomo era costretto per sopravvivere.

Verosimilmente la generale amnesia verso gli oggetti strumentali ha origini motivate e lontane, coniugandosi con un sentimento di avversione nei confronti di una vasta teoria di costrizioni obbligatorie.

NickGentry_F_AJ-11

Nicholas James Gentry è un ragazzo dei primi anni ottanta e un artista britannico.

La sua produzione artistica ha un rapporto stretto con l’impiego di manufatti e materiali di vario genere, egli è convinto che attraverso questo processo “l’artista e lo spettatore possano avvicininarsi”. La sua arte è fortemente influenzata dallo sviluppo della tecnologia, dalle problematiche che riguardano il concetto d’identità e l’introduzione della cybercultura nella nostra società, ed è molto attratto dall’impiego dei supporti obsoleti.

E’ conosciuto per i suoi lavori composti di floppy disk e vecchi negativi di opere d’arte cinematografiche, l’obiettivo principale della sua opera è porre l’accento sul tema del riciclaggio dei supporti obsoleti e sul riutilizzo di oggetti personali.

Prima di diplomarsi al Central Saint Martin e di intraprendere una carriera d’artista di successo Gentry lavorava per la strada, era noto ai pochi che lo seguivano perché lasciava le sue opere in regalo ai passanti, un modo per mettere in discussione la nozione di arte come merce e recuperare il suo intrinseco valore espressivo.

Queste esperienze ricordano le riflessioni di Georges Bataille e Marcel Mauss sul potlatch e l’economia del dono, ove alcuni popoli nativi americani usavano disperdere le loro ricchezze, non solo per ostentazione o per avere qualcosa in cambio, ma anche per una sorta di dissennato amore dello spreco. Ai tempi di Bataille e Mauss, primi anni del secolo scorso, il potlatch sembrava sovvertire le fondamenta dell’economia di mercato.

Oggi dobbiamo riconoscere che non è così, il vero potlatch è organico al sistema industriale contemporaneo che inserisce con scansione quotidiana nella categoria del rifiuto prodotti che fino al giorno prima erano di uso comune, basta una nuova release per decretare la morte del nostro pc, del tablet o dello smartphone e spesso è sufficiente solo un sintetico annuncio.

nick_gentry_the_immortal

Annunci

James George Frazer. Il ramo d’oro

“Chi non conosce il famoso quadro di William Turner Il ramo d’oro?”

Questo è l’incipit di uno dei più famosi libri di antropologia e mitologia della storia della letteratura. Un racconto avvincente che prende inizio dalle sponde del lago di Nemi, il famoso specchio di Diana, acque tranquille incastonate in mezzo ai colli Albani. Boschi intricati, ricchi di ontani, querce e castagni, insaporiti dagli aromi del rosmarino e del mirto selvatico.

In questo ambiente primigenio vaga un’ombra ansiosa, “una figura scura che cammina avanti e indietro, con un luccichio di acciaio sulle spalle, ogni volta che una pallida luna, sbucando da uno squarcio nelle nubi addensate, lo sbircia attraverso l’intrico dei rami”. Non è un Dio antico è un uomo, un sacerdote consacrato a Diana dei boschi. Perché all’interno del santuario di Nemi cresceva un albero da cui era proibito staccare un ramo. La fronda dell’albero sacro era il Ramo d’oro, lo stesso che Enea colse per ordine della Sibilla prima di cominciare il suo viaggio nell’Ade, il regno dei morti. Una sorta di passepartout della vita visto che il ramo di vischio consentiva sì di entrare nell’Ade ma sopratutto di uscirne.

L’ombra ansiosa, l’uomo che cammina avanti e indietro, è il Rex Nemorensis, il Re del bosco. Il suo è un destino crudele, perché deve vegliare e proteggere la sacra pianta e il bosco aspettando che giunga inatteso uno schiavo deciso a ucciderlo e a prendere il suo posto.

Il racconto della vicenda del Rex Nemorensis è il fulcro attorno al quale si sviluppa l’opera di James George Frazer, un lavoro molto vasto, sintetizzato nell’edizione minore accessibile al pubblico, accolta a suo tempo con grande interesse forse più per il suo carattere narrativo ed estetico che per il contenuto etnologico. Una specie di “romanzo scientifico” che riesce ancora a liberare la nostra immaginazione e a portarci per mano in un mondo carico di mito e leggenda, in un mondo ove il fascino dell’originario si coniuga con l’oscurità e il terrore. Un mondo vero.

C’è al museo di Valle Giulia a Roma una statua che, a mio parere, riesce a sintetizzare, nella sua concreta essenza, il portato di queste suggestioni, non è romana ma etrusca, è la statua dell’Apollo rinvenuta a Veio. Il suo sguardo, definito enigmatico, è la sintesi perfetta di apollineo e dionisiaco, un collante che tiene insieme le forze della luce e della notte, più semplicemente la rappresentazione di quello che siamo e che siamo stati abituati a disconoscere.

I miti raccontati mirabilmente da Frazer, meritano una lettura e una riscoperta proprio per questo motivo.

L’autore stesso però, vittima dei suoi tempi, cade infine nella trappola dell’amnesia. Quando ammette di trovare il conforto della luce a causa del rintocco delle campane papaline che echeggiano a valle. Questa caduta di tono, così come  il ricorso eccessivo ai termini selvaggio, barbaro e primitivo gli procurano le critiche di Marcel Mauss e gli anatemi di Ludwig Wittgenstein.

“Il modo in cui Frazer rappresenta le concezioni magiche e religiose degli uomini è insoddisfacente perché le fa apparire come un errore” (Ludwig Wittgenstein, Note sul Ramo d’oro di Frazer).

Wittgenstein non ha tutti i torti, chi può dire ancora oggi con certezza cosa è vero e cosa è falso?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: