Francis Picabia. Poesie e disegni della figlia nata senza madre

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Francis Picabia, a differenza di molti pittori del suo tempo, ebbe un’adolescenza agiata, era figlio di un funzionario dell’ambasciata cubana a Parigi e di madre francese, il suo cognome declinato per intero, Francisco Martínez de Picabia de la Torre, evoca antiche nobiltà spagnole.

Inizialmente impressionista, affascinato dalle opere di Camille Pissarro e Alfred Sisley, divenne in seguito uno dei principali rappresentanti di quello che Apollinaire definì il cubismo orfico e uno degli esponenti di punta del movimento dadaista.

E’ singolare notare che anche i primi anni del secolo scorso siano stati attraversati da un sentimento fortemente critico verso le generazioni precedenti, ritenute in quel caso responsabili di una guerra, un po’ come sta accadendo oggi, più in generale, nei confronti della vecchia politica e della ritualità della cultura.

Picabia, anzi Picabià, con l’accento sulla a, è stato il fondatore della rivista Cannibale, ne uscirono solo due numeri tra marzo e luglio del 1920, e a cui collaborarono Louis Aragon, Céline Arnauld, André Breton, Tristan Tzara, Jean Cocteau, Marcel Duchamp, Paul Éluard e altri.

Cannibale significa opporsi alla convenzione fondante della civiltà umana, mangiare i padri per diventare più forti o semplicemente per essere davvero sicuri di averli distrutti; il Portrait de Cézanne (Ritratto di Cézanne), l’opera che mostra una scimmia impagliata incollata a una tela, è certo una provocazione che investe i padri (fanno da pendant sulla tela anche Renoir e Rembrandt) ma al tempo stesso la metafora del desiderio inconfessabile di fare a pezzi e smembrare il passato glorioso.

Poesie e disegni della figlia nata senza madre, invece, è una raccolta di poesie e disegni che nasce in Svizzera, a Losanna, dopo un periodo di malattia di Picabia, e a partire dal titolo conferma la voglia, forse in qualche modo la necessità, di fare a meno delle radici, costruendo un’identità innovativa.

“Metamorfosi multiple

del sognatore fantastico

che bacia pelli di polli appiattiti

e senza fatica diventa il genio

strettamente estasiato del pensiero-

Apri la porta a tre prostitute ragazze

in legno di violetta.”

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S’intitola “Felice” la metamorfosi multipla del sognatore fantastico, perché è una metamorfosi quella che Picabia favorisce nella prosa e nell’arte, consentendo l’ingresso della fantasia e dell’immaginazione in un mondo abitato da forme retoriche e realistiche. E’ anche una questione di gusto, un rovesciamento del concetto stesso di gusto, che non può essere limitato all’elite ma deve necessariamente raggiungere quote più ampie di pubblico.

“Abitavamo la stessa età

in una città deserta

e il sipario elettrico

introduceva due volte le sue batterie

in una scatola di fiammiferi bizzarri.”

Vivere in mezzo a movimenti di macchine di cui non si riesce a comprendere immediatamente l’utilità, anche se siamo colpiti dalla bellezza che esprime il loro movimento, dai colori, dai riflessi, dalle nuove fonti di energia che riusciamo appena a distinguere e a raccontare. L’incomprensibile genera la voglia di trovare una ragione, una definizione condivisa di nuovi paradigmi fondanti, un concerto di opinioni che concordino almeno su un punto.

“Sapete, sono pazzo a immaginarmelo

Sono un uomo di agili dita

Che vuol tagliare i fili delle vecchie pene

False pieghe del mio cervello ansioso

Storie ad arabesco ricordi

Sono felice soltanto in alto mare

Dove si va più lontano

Sulle onde anonime”.

E, poi, le onde sono il prodotto di un movimento naturale che le spinge a raggiungere un litorale e poi a ritornare incessantemente a essere una parte di quello che sono, ovvero il tutto.

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John Cage. Music for Marcel Duchamp

Nel 1979 frequentavo ancora l’Università e ebbi l’opportunità di partecipare all’organizzazione di una mostra evento, patrocinata dal Comune di Padova, per ricordare il Circolo Il Pozzetto. Il Pozzetto, diretto dal prof. Ettore Luccini, era stato un circolo culturale molto attivo in città sul finire degli anni cinquanta. Innumerevoli artisti e musicisti avevano esposto e suonato all’interno dei suoi ambienti,  anche musicisti, all’epoca, poco conosciuti come John Cage.

Teresa Rampazzi, compositrice, pianista e ricercatrice musicale, una delle prime donne in assoluto a occuparsi di produzione e diffusione della musica elettronica e d’avanguardia in Italia, così ricorda quelle straordinarie serate al Pozzetto: “Io presi parte a due manifestazioni musicali date al Pozzetto. Nella prima, gli esecutori erano, oltre a me stessa, nientemeno che Metzger, Bussotti e Cage. Si creò un clima quasi dionisiaco: ognuno si era preparato una partitura sconosciuta all’altro e si suonò e si fece suonare di tutto, passeggiando per la sala, aggredendo tutto ciò che poteva rispondere con segnali fonici. Un’anarchia indescrivibile, seguita attentamente da un pubblico serissimo! Nella seconda occasione si trattò di un vero e proprio concerto a due pianoforti, posti alle estremità opposte della sala, in modo che i pianisti non potessero vedersi né comunicare con cenni. Ebbi l’onore e la gioia di suonare con Cage restando indipendente da lui, eppure raggiungendo un accordo miracoloso. Nessuno dei due conosceva la partitura dell’altro, eppure questa fu la prima e ultima volta che io conobbi l’esperienza così esaltante di un dialogo coerente, guidato solo da un legame musicale”.

Ricordo bene Teresa, una signora con due grandi occhiali. Venne nei locali della mostra con un registratore Revox e un gran numero di nastri che contenevano musiche di Berg, Webern, Schoenberg, Boulez, Maderna, Stockhausen, Nono, Berio e Cage. Mi raccontò della situazione di arretratezza culturale di quegli anni, il pubblico era ancora fermo al melodramma ottocentesco e non conosceva e apprezzava compositori come Mahler. John Cage a Padova nel 1959 era davvero una primizia assoluta.

Trascorsi ore insieme agli amici ad ascoltare il contenuto dei suoi nastri e quel poco che conosco e capisco di musica contemporanea lo devo sicuramente a quei momenti.

 “Music for Marcel Duchamp” è stato composto da John Cage nel 1947 per uno spicchio del film surrealista di Hans Richter: “Dreams that money can buy”. Il film contiene parti prodotte da artisti diversi e la musica di Cage riguarda il segmento disegnato da Marcel Duchamp. Il settore si intitola “dischi” e consiste principalmente di rotorilievi disegnati da Duchamp. Disegni su cerchi piatti di cartone da posizionare sul piatto di un giradischi fonografico. Il film è disponibile interamente su You tube.

Music for Marcel Duchamp è uno dei primi pezzi a esplorare sistematicamente l’idea del silenzio.

Man Ray. L’etoile de mer

L’etoile de Mer (“La stella di mare”) è un cortometraggio nato dalla collaborazione tra Man Ray e il poeta surrealista Robert Desnos. Gli attori sono Kiki de Montparnasse (Alice Prin) e André de la Rivière. Le immagini e la messa a fuoco appiano distorte a causa dell’uso di specchi e un filtro bagnato.

Ne viene un film introspettivo, per molti versi sensuale, visibile peraltro tramite il link sottostante.

Un percorso velato, apparentemente subacqueo, nel quale le parole si mescolano alle immagini e ogni immagine è un’opera d’arte. Un uomo incontra una donna, lei si spoglia per lui, ma lui se ne va. E’ più interessato al suo fermacarte. Un vaso di vetro contenente una stella marina. La stella si muove lentamente, un movimento primordiale e affascinante. Le figure umane, al confronto, sono ombre e segni sottratti a una tela espressionista. Forse perché sono forme perdute nel deserto dell’eterna oscurità. Gli oggetti invece sembrano ingranaggi di un meccanismo dotato di energia immanente, una rivelazione cibernetica. Se i fiori fossero di vetro probabilmente andrebbero a rompersi come un amore finito o mai cominciato. L’amore di una donna sincera, bella, bella come un fiore.

Man Ray (1890 – 1976) è stato un importante artista americano, vicino ai movimenti Dada e Surrealista. Autore e regista di cortometraggi di avanguardia, come Le Retour à la Raison (2 min, 1923), Emak-Bakia (16 min, 1926), L’Étoile de Mer (15 min, 1928); e Les Mystères du Château du Dé (20 min, 1929). In realtà si chiamava Emmanuel Radnitzky, era nato a Philadelphia in Pennsylvania, e cresciuto a Brooklyn, New York, figlio di ebrei russi. Sin da giovanissimo aveva mostrato una forte inclinazione per l’arte. Nel 1911, la sua famiglia aveva cambiato il cognome in Ray a causa del diffuso antisemitismo. Emmanuel,  “Manny” per nickname, diventa Man Ray.

Nel 1915, espone alla prima personale dipinti e disegni. La sua prima opera proto-Dada, un assemblaggio dal titolo “Self-Portrait”, viene esposta l’anno seguente. A partire dal 1918 produce le prime fotografie importanti.

Durante il soggiorno a New York City, fonda, con l’amico Marcel Duchamp, il gruppo americano del movimento Dada, nato in Europa in contrapposizione con i canoni dell’arte tradizionale. Ma l’America e New York non mostrano molto interesse per l’avanguardia dadaista, “Dada non può vivere a New York”, così Man Ray si trasferisce in Francia, a Parigi, nel quartiere di Montparnasse, a quei tempi culla della creatività artistica.

A Parigi si innamora della cantante francese Kiki (Alice Prin), “Kiki de Montparnasse”, che diventa uno dei suoi modelli fotografici preferiti. Nei vent’anni che seguono Man Ray rivoluziona l’arte della fotografia. James Joyce, Gertrude Stein, Jean Cocteau posano nel suo studio fotografico. Con Jean Arp, Max Ernst, André Masson, Joan Miró e Pablo Picasso, partecipa alla prima esposizione surrealista alla Galleria Pierre di Parigi nel 1925.

Nel 1934, l’artista surrealista Meret Oppenheim, nota per la sua tazza da tè coperta di pelliccia, posa per Man Ray che la ritrae nuda, in piedi e in altre posture. Insieme alla fotografa surrealista Lee Miller, sua amante e assistente, Man Ray sperimenta innovative tecniche fotografiche come la “solarizzazione” e i “rayographs”.

Nel 1946 si sposa con Juliet Browner, affascinante modella, soggetto di molte sue foto. Dopo alcuni anni trascorsi negli Stati Uniti, a Los Angeles, in California fa il definitivo ritorno a Montparnasse.

E’ sepolto nel locale cimitero.

Il suo epitaffio recita: “unconcerred but not indifferent”, incurante ma non indifferente.

William Carlos Williams. La tecnica dell’immaginario

Vi sono autori che hanno il dono incredibile della contemporaneità, una virtù che ha senz’altro molto a che vedere con la nozione di futuro rappresentata in modo esauriente da Marc Augé ma anche con le loro doti intrinseche relative all’immediatezza e alla freschezza narrativa, a scapito del tempo.

Purtroppo nell’attuale contesto dell’editoria italiana, prevalentemente occupata, a parte rari casi, a promuovere frutti di lobby sorpassate o, peggio, a valorizzare scambi di favori, i grandi contributi faticano a imporsi o a riemergere.

William Carlos Williams è stato uno dei maggiori poeti americani del secolo scorso ma da noi è quasi sconosciuto. Laureatosi nel 1906 in medicina all’Università di Pennsylvania ha svolto per tutta la vita la professione di medico pediatra facendo nascere più di duemila bambini. La pratica medica non gli ha impedito di dedicarsi alla letteratura scrivendo prevalentemente la notte. Amico di Ezra Pound e James Joyce, ma anche d’artisti d’avanguardia come Marcel Duchamp e Francis Picabia, fece parte del movimento imagista. I poeti della Beat generation, in particolare Allen Ginsberg, lo considerarono un maestro e un punto di riferimento.

Qualche mese dopo la morte (marzo 1963) gli fu assegnato postumo il Premio Pulitzer grazie a quella che possiamo considerare la sua opera di maggior successo, insieme a “Nelle vene dell’America”, : “Pictures from Brueghel and Other Poems“.

La raccolta di saggi tratti da “Selected Essays of William Carlos Williams” e pubblicata in Italia nel 1981 da SugarCo con il titolo “La tecnica dell’immaginario” è presso ché introvabile a meno di non raschiare i negozi di libri usati o le provvidenziali bancarelle.

L’immaginazione di William Carlos Williams è una energia libera che si sposa con la tensione emotiva tipica delle esplorazioni selvagge, il percorso creativo non conosce limiti, le leggi sono provvisorie e gli incroci, per dirla alla Michel Leiris, le intersezioni, sono occasioni di conoscenza, passaggi obbligatori nella dinamica delle opportunità.

Sono lo spirito della frontiera, la pulsione a spostare i confini del possibile, il coraggio di mettersi in gioco le energie che William Carlos Williams mette al servizio dell’immaginazione, tutto molto diverso dall’approccio culturale europeo, a suo dire, prigioniero di uno stilismo retrospettivo, rivolto al passato e alla conservazione dei confini esistenti.

L’obiettivo della scrittura non è l’insegnamento, la pubblicità, la vendita e nemmeno la comunicazione, piuttosto lo svelamento. Lo svelamento di cosa? Dell’interiorità dell’uomo, dischiudendo il nascosto. “La differenza fra colui che svela e gli altri è che egli svela se stesso, non voi”. Anche la nascita di un bambino è uno svelamento ma quando il bambino viene inserito in un gruppo attraverso una qualsiasi pratica religiosa lo svelamento ha fine.

La promessa di una profusione illimitata viene smentita dalla prigione della distinzione. Così nasce la forma della prevaricazione e la conseguenza è la sopravvivenza, non una vita nella sua pienezza. Una vita, a suo modo, deforme. E’ forse questa la ragione per cui Marcel Proust ha scavato nella propria mente alla ricerca del tempo perduto:  a causa delle coercizioni e dei vuoti inespressi e quindi pensando a quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

La poesia è l’occasione di dare voce agli stimoli della composizione e di espandere la forza del linguaggio e del testo oltre le gabbie formali e descrittive, oltre la tirannia del sonetto. Un modo nuovo di impiegare il linguaggio tenendo conto delle bocche dei viventi, dei dialetti, delle reali forme di espressione, della lingua in movimento.

Il racconto, in virtù della sua brevità, è il miglior modo per valorizzare una singola idea. I grandi racconti, per esempio quelli di Hemingway e di Poe hanno tutti una cornice, come i quadri. Conta la vita che c’è dentro, la vita che si anima nell’espressione.

Per William Carlos Williams quel brandello di vita deve balzare fuori dalla cornice come un pugno. Il racconto è lo schema da cui parte un pugno. Può essere un pugno filosofico come nella Repubblica di Platone, o il pugno dello Scarabeo d’oro, comunque un pugno.

Il pugno dell’arte.

Jean Clair. Marcel Duchamp, il grande illusionista

A partire dal 1912 Duchamp lavorò a La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, (traduzione di La Mariée mise à nu par ses célibataires, même), chiamato anche Grande Vetro: questo “quadro” è formato da due enormi lastre di vetro che racchiudono lamine di metallo dipinto, polvere, e fili di piombo.

Nel 1923 lasciò l’opera definitivamente incompiuta.

Il Grande Vetro contiene e sviluppa tutta l’attività passata e futura di Duchamp, e ha dato origine a una notevole quantità di interpretazioni da farlo ritenere una delle opere più complesse e affascinanti di tutta la storia dell’arte occidentale.

Durante un trasporto, subì danni consistenti, ma l’artista decise di non riparare l’opera proprio per dimostrare di accettare, complice del caso, la completa riassunzione-integrazione nell’opera del suo carattere inerziale di “cosa”.

Dal 1954, è conservato al Philadelphia Museum of Art.

Tutta la complessa attività del Grande Vetro è descritta in dettaglio dallo stesso Duchamp, (anche se in forma frammentaria, ermetica e allusiva) nelle due raccolte di appunti, Scatola verdeScatola bianca.

Duchamp prescrive di non chiamarlo quadro, ma “macchina agricola”, “mondo in giallo” o “ritardo in vetro”. Se la seconda denominazione ha dato adito alle più disparate interpretazioni, la “macchina agricola” è un attributo facilmente riconoscibile, dalla “fioritura arborea” della Sposa ai complessi meccanismi di trebbiatura dell'”apparecchio scapolo”.

La parte inferiore del Grande Vetro è composta da un complesso meccanismo costituito dal mulino ad acqua, dalle forbici, dai setacci, dalla macinatrice di cioccolato e dai testimoni oculisti. Sopra il mulino è situato il cimitero delle livree e delle uniformi, dove i nove stampi maschi rappresentano le diverse identità dello scapolo.

Jean Clair prova a mettere in fila gran parte delle interpretazioni che hanno avuto come oggetto il Grande Vetro, da Breton sino a Deleuze e Guattari nelle  pagine dell’Antiedipo.

Una ridda infinita di intuizioni e pensieri rivolti nel tempo a capire il senso e a penetrare l’enigma, organizzati secondo tre chiavi di lettura.

La chiave esoterica (Breton, Burnham e Lebel), la chiave religiosa (Carrouges, Janis) e la chiave psicanalitica (Arturo Schwarz e René Held).

Ne viene un percorso interpretativo affascinante che se da un lato sottolinea l’importanza dell’opera di Duchamp nel quadro della modernità e postmodernità dall’altro mette in luce l’aspetto enigmatico e illusorio dell’opera d’arte.

Un contesto nel quale la rappresentazione è anche, e soprattutto, finzione.

“…Se quest’opera non fosse là dove ci si ostina a vederla? Se Duchamp fosse altrove? Se la sua importanza non fosse là dove la si ripone?” prova a chiedersi Jean Clair.

E se fosse, invece, solo una magica, divertente e concreta raffigurazione di quanto, talvolta, possa essere forte la seduzione di un gesto ingannevole?

Victor Vasarely. L’occhio in movimento

“La fine di un’arte personale per una elite sofisticata è vicina, ci dirigiamo in linea retta verso una civiltà globale, governata dalle scienze e dalla tecnica. Dobbiamo integrare la sensibilità plastica in un mondo concreto…..L’arte del domani sarà un tesoro comune collettivo o non sarà affatto arte”.

“L’arte astratta del futuro tende all’universalità totale dello spirito, la sua tecnica è destinata a svilupparsi in direzione di un generale progresso tecnologico, la sua fattura sarà impersonale se non addirittura codificabile. Sin dalla sua nascita l’arte è di possesso di tutti.”

Sono parole del pittore ungherese Victor Vasarely uno dei più importanti esponenti della Optical art comunemente nota come Op Art.

Vasarely inizia gli studi di medicina che poi abbandona per dedicarsi alla Accademia d’Arte e alla pittura. Nel 1929 frequenta il Műhely, “la Bauhaus ungherese”, fondato da Sandor Bortnyik.  La forte propensione alla forma geometrica prende sostanza proprio frequentando questo istituto.

Fino al 1939 lavora in campo pubblicitario dedicandosi nel contempo allo studio degli effetti ottici nella grafica.

Infatti, dopo la seconda guerra mondiale cambia stile di pittura, iniziando con l’analisi degli astrattismi geometrici  “forme nelle forme”: sassi, cerchi, quadrati e entra a far parte del nuovo movimento della Op Art.

Vasarely acquista una casa a Gordes. I quadri e le opere di questo periodo sono definiti i Gordes-Cristal, contraddistinti da forme semplificate e pochi colori, soprattutto giallo, verde e nero. Un linguaggio figurativo comunque svincolato dalla realtà naturale.

Nel 1955 l’esposizione alla galleria Denise René di autori e quadri ispirati al cinetismo (oltre a Vasarely, Marcel Duchamp, Alexander Calder, Jesùs Rafael Soto e altri) sancisce ufficialmente l’esordio della Op Art, detta anche: “Le Mouvement” (“Il Movimento”).  I quadri di Vasarely  esposti in quel contesto sono caratterizzati da un forte senso del movimento, costringono  lo sguardo a entrare nelle dinamiche dell’opera, impastandosi con essa e diventandone parte.

Le suggestioni e riflessioni sulla relazione spettatore e opera d’arte sono contenute ne “Il Manifesto Giallo”, scritto per l’occasione.

“La posta in gioco non è più il cuore, ma la retina, e l’anima bella ormai è divenuta un oggetto di studio della psicologia sperimentale. I bruschi contrasti in bianco e nero, l’insostenibile vibrazione dei colori complementari, il baluginante intreccio di linee e le strutture permutate sono tutti elementi della mia opera il cui compito non è più quello di immergere l’osservatore in una dolce melanconia, ma di stimolarlo, e il suo occhio con lui.”

Negli anni sessanta e settanta Vasarely è considerato artista engagè.

Le sue opere sono esposte nelle più importanti gallerie del mondo.

Hundertwasser. Il pittore dalle cinque pelli

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L’arte ha sempre cercato di resistere ai tentativi di mistificazione.

Il novecento ha visto affermarsi le ideologie totalitarie e non è stato facile per i contemporanei opporsi agli impliciti processi di omologazione culturale, neppure per gli artisti. Alcuni grandi autori, però, hanno avuto la forza e il coraggio di uscire dal coro proponendo visioni della vita e del sociale originali e controcorrente.

Persone eccezionali, in contrasto con l’uniformità ideologica che li contornava, hanno disegnato percorsi d’arte contrastanti: l’altra faccia della moda dominante.

Il loro esempio ha rivelato, da subito, un’intrinseca natura irriverente verso la cultura locale e globale, insieme alla capacità di sviluppare proposte alternative anche al conformismo ideologico delle vecchie opposizioni.

Mettendo in luce, talvolta senza volerlo, un forte carattere sovversivo.

Marcel Duchamp occupa, di diritto, un posto da capofila in questo movimento, avendo provato a ribaltare il rapporto tra arte e industria a esclusivo vantaggio dell’utilizzatore, cioè di noi tutti.

Hundertwasser è, a suo modo, decisamente, omogeneo alla stessa scia di corrente.

Pittore e poeta innamorato della bellezza della vita e della natura, medico dell’ecosistema e nemico di qualsiasi forma di omologazione che è rappresentata, a suo dire, in maniera esemplare, dalla linea retta.

“La linea retta è senza Dio” ha sostenuto in più occasioni. Un modo di opporre la sua posizione naturista al razionalismo disumanizzante dell’epoca. Se si fosse accontentato di fare esclusivamente il pittore avrebbero parlato le opere, la loro forza decorativa, le suggestioni oniriche che procurano, invece Hundertwasser ha voluto personalmente testimoniare i distinti passi e i momenti topici del suo percorso artistico, venendo spesso frainteso e male interpretato.

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Le sue performance avevano un carattere istintivo, quasi animalesco, contraddistinte da un fervore religioso contrario a ogni forma esogena di condizionamento umano, sermoni, anatemi rivolti verso ogni innaturale costrizione che potesse impedire all’uomo di vivere e esprimersi liberamente.

Perché la natura è il fondamento di ogni cosa, è l’inizio e la fine, non esiste altro, la natura è bellezza assoluta e obiettivo dell’arte è inseguire la bellezza.

L’artista, immergendo le mani e il pennello nel proprio intimo universo creativo, deve essere in grado di aggiungere bellezza alla bellezza.

Un profeta pittorico del bello che mette in moto un processo di comunicazione articolato partendo dall’uomo, le sue forme, la pelle per estendere il messaggio alle cose che l’uomo rende vive e lo circondano: gli abiti, la casa, l’ambiente e identità sociale, l’ecologia.

L’opera artistica di Huntertwasser invade queste distinte posizioni iniziando dalla membrana più vicina a noi, la pelle. E poi si dilata occupando, con l’estensione, la vita e la sua rappresentazione. Termina con l’ecologia, un’ode alla natura e al posto dell’uomo dentro la natura stessa.

La natura è la realtà suprema, la fonte della vita e, come tale, bisognosa di protezione.

“Quando lasceremo  che la natura stessa ridipinga le pareti delle nostre abitazioni queste diventeranno umane e saremo in grado di vivere di nuovo”.

Hundertwasser è soprattutto cantore della felicità infinita che possiamo ritrovare nella bellezza e uno dei più accaniti ricercatori della sua origine naturale.

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