Henry Miller. Dipingere è amare ancora

Come è il mondo e come sono le cose viste dallo sguardo di un pittore?

Un universo parallelo che dà importanza e significato al particolare, rendendolo talvolta assoluto, attraverso l’emozione della scoperta e della sorpresa, un mondo nel quale regna un sentimento intimo e autentico: lo stupore.

Henry Miller, americano, famoso autore dei “Tropici”, “Tropico del Cancro” e “Tropico del Capricorno”, scritti combinando insieme spunti autobiografici, critica sociale e riflessioni filosofiche e usando un genere di scrittura di stampo surrealista, è stato anche pittore, pittore di acquerelli.

Dipingere è amare ancora” (merita vedere il filmato) è il racconto della sua grande passione per la pittura: ”levarsi al primo fiorire del giorno per lanciare uno sguardo furtivo agli acquerelli fatti il giorno prima, o persino poche ore prima, come lo sguardo furtivo lanciato all’amata immersa nel sonno”. Solo chi è stato travolto dal fuoco ebbro della pittura conosce e afferra appieno il senso di questi istanti: sul cavalletto c’è l’espressione estetica del giorno o della notte, una parte di noi, adesso è lì e l’autore ha il privilegio di osservarla, valutarla, prima di separarsene per sempre consegnandola agli sguardi degli altri, ai loro innumerevoli occhi.

I pittori hanno un’origine “materica” perché la loro arte nasce dallo stretto contatto con l’essenza delle cose: carne, sassi, acqua, mare, cielo e la mescolanza degli elementi, filtrata dalle varietà di colore, è parte di un processo che rivisita i caratteri basici del reale, scomponendoli e riassemblandoli, grazie al contributo dell’immaginazione.

Un’altra emozione, riflesso del perdurante innamoramento, nasce vedendo i propri quadri vestiti, incorniciati, appesi al muro, meglio gli uni accanto agli altri, quadri completi, a modo loro definitivi, ai quali, solo il pittore, sa di aver consegnato una parte di sé.

Il rapporto di estraneazione dell’autore con l’opera scritta, letteraria o poetica, è forte grazie all’intermediazione del linguaggio, forse solo i caratteri delle lingue orientali, che sono anche immagine e pittura, si differenziano. Il disegno del testo occidentale, invece, è uniforme, monotono, stancamente lineare: “Esiste al mondo uno scrittore che si alzi all’alba per leggere le pagine del suo manoscritto? Assurda idea”, scrive Miller, sottolineando il senso di logoramento che viene costringendo l’immaginazione nella gabbia angusta della scrittura.

Nella scrittura non c’è una tela da completare, un oggetto da finire, il libro va letto e il tempo della lettura è un diluente, scioglie e separa le emozioni. Il quadro invece le consegna al destinatario tutte insieme, senza pietà.

L’acquerello non è una tecnica facile, i maestri sono gli orientali, i bambini e i folli, perché spesso si dipinge per scongiurare la pazzia, non è semplice questa pittura che si esegue con velature successive rendendo complicato correggere gli errori. Miller vi si dedica completamente, da quando è giovane, ragazzo e provava a copiare un vaso senza riuscirvi, “sono certo che questa esperienza, con il senso di fallimento, o di inadeguatezza che l’accompagnava, mi fu di grandissimo aiuto”.

Spesso l’errore aiuta a trovare una strada nuova, oppure a scoprire che ciò che sembra sbagliato è la cosa giusta, un nostro modo (mondo) nuovo da esplorare e sviscerare.

“Raramente ci accorgiamo di quanto il negativo serva a produrre il positivo, il male a far scaturire il bene”.

David Hockney. Me draw on iPad

David Hockney, con grande sconcerto dei puristi, dei galleristi e ovviamente dei mercanti d’arte, si è recentemente dedicato anche al digital finger painting usando allo scopo i moderni device come iPad e le applicazioni  paint brush.

I lavori che nascono e che lui puntualmente posta agli amici danno l’idea di quanto questi strumenti possano contribuire allo sviluppo dell’arte contemporanea. Certo l’effetto può essere dirompente per il mercato dell’arte, come del resto lo è stato per la musica, ma un artista che è nato con la pop art e ha sempre cercato di essere all’avanguardia non può che amare e desiderare la discontinuità.

Artisticamente Hockney nasce giovanissimo, possiamo persino pensare che è sempre stato un artista sin da quando ha frequentato il Bradford College of Art e il Royal College of Art di Londra. Nato a Bradford in Inghilterra nel 1937,  segue da vicino la nascita della pop art  ma le sue prime opere mostrano anche elementi espressionisti e assomigliano molto a alcuni lavori di Francis Bacon.

Negli anni sessanta visita New York e conosce Andy Warhol. Poi va in California e decide di trasferirsi. In California, dove vive, viene ispirato dalle piscine che fanno da pendant alle case, così realizza una serie di quadri di piscine a Los Angeles, utilizzando l’acrilico e uno stile  realistico con colori vivaci.

David Hockney  lavora utilizzando anche la fotografia, più precisamente, il foto collage. Hockney ha creato questi fotomontaggi per lo più tra il 1970 e il 1986. Un numero variabile di scatti Polaroid di un unico soggetto che producono un patchwork. Le fotografie sono prese da prospettive differenti e in tempi leggermente diversi.  Il risultato è un lavoro che ha molta affinità con il Cubismo. Quando si osserva la composizione finale, emerge anche la trama del racconto, come se lo spettatore si muovesse dentro la composizione, dentro il quadro.

La Pop  Art inizia in Inghilterra con Richard Hamilton e David Hockney. Ma quando Hockney si trasferisce in California all’inizio degli anni sessanta, la natura, il mare, il sole, il cielo, l’acqua entrano prepotentemente nella sua proposta artistica accentuandone il connotato naturalistico.  A Bigger Splash è senza dubbio l’icona di questo modo di dipingere accentuando lo scarto anche visivo tra la razionalità architettonica e l’esplosione esuberante dello splash nell’acqua. L’uomo è assente, sono presenti solo i suoi oggetti, una sedia vuota;  il mondo è congelato.

Ma l’esplosione d’acqua è, anch’essa, il prodotto di un uomo, un uomo che improvvisamente decide di  rompere l’equilibrio. Il risultato sono impercettibili crepe che cominciano a mettere in discussione l’impianto razionale.

Ricordiamo che dai tempi più antichi il tuffo è  un’allegoria del rischio e quindi del cambiamento.

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