Yoko Ono. La bambina dell’oceano

Yoko Ono incontra per la prima volta John Lennon all’anteprima di una sua esibizione all’Indica Gallery di Londra, nel novembre del 1966.

John resta molto colpito dall’ironia e dall’interattività delle opere esposte, ad esempio l’installazione che prevede una scala davanti ad una tela nera e che per mezzo di specchietti consente di leggere la parola Yes. O  di una mela vera (almeno pare vera) esposta con la targhetta Mela. Quando viene a sapere che il prezzo della mela è di 200 sterline pensa a uno scherzo divertente.

Un’altra opera consiste semplicemente in un muro sul quale i visitatori sono invitati a battere un chiodo con il martello. Yoko però, in considerazione del fatto che l’esibizione deve iniziare il giorno successivo, non permette a Lennon di apporre il primo chiodo. Dopo le insistenze e una discussione con il proprietario della galleria,  Yoko Ono cede e consente a John di mettere il primo chiodo, ma solo al prezzo di 5 scellini.

Lennon allora dice: “Ti darò 5 scellini immaginari se mi lasci mettere un chiodo immaginario”.

Cominciano così a frequentarsi, dando origine a uno dei rapporti sentimentali più speciali e stravaganti del mondo dell’arte.

Yoko era nata in Giappone a Tokyo nel 1933 in ambiente altolocato e ben abbiente. E’ la figlia maggiore di Isoko Isuda, membro di una delle più ricche famiglie di banchieri giapponesi, e di Eisuke Ono, una pianista classica che aveva lasciato la carriera per lavorare in banca.

Il suo carattere viene temprato dalla tragedia della guerra e poi dalle vicende del dopoguerra con il padre prigioniero in Cina e la famiglia sfollata e impoverita.

Successivamente la famiglia Ono si trasferisce in America a Scarsdale, New York. Yoko frequenta il Sarah Lawrence College. Già dai tempi del college Yoko ama circondarsi di artisti, poeti e personalità dalla vita bohemienne, in continua ricerca di libertà espressiva. Visita le gallerie d’arte e partecipa a eventi artistici in città, spinta dal desiderio di poter esporre, prima o poi, i suoi lavori.

La bambina dell’oceano, coerentemente al significato del suo nome, ha una personalità forte e spumeggiante.

Yoko Ono è tra i primi artisti ad esplorare l’arte concettuale e le performance. In Cut Piece è seduta su un palco e invita il pubblico a tagliare con le forbici i suoi vestiti fino a restare nuda. Un altro esempio di arte concettuale è il libro Grapefruit (Pompelmo) edito per la prima volta nel 1964, che comprende strane istruzioni Zen da completare nella mente del lettore.  Il libro, distribuito da Simon and Schuster, ha numerose riedizioni e ristampe.

Yoko Ono ha diretto film sperimentali, ottiene successo con  Four del 1966,  anche conosciuto con il titolo Bottoms. Il film consiste in molte inquadrature di natiche di persone che camminano su una pedana mobile. Lo schermo è suddiviso in quattro parti in modo similare alla fessura e alla piega orizzontale dei glutei. La colonna sonora consiste in interviste alle persone filmate o a coloro che hanno collaborato al progetto. Nel 1996, la Swatch ha prodotto un orologio in edizione limitata per commemorare il film.

Yoko ha molta influenza su John ma al contrario, di quanto possano pensare i fan più integralisti del quartetto di Liverpool, un’influsso utile, positivo e molto gradito da Lennon stesso.

John Lennon ricorda Yoko in molte canzoni. Quando era ancora nei Beatles scrive The Ballad of John and Yoko, poi la ricorda in Oh Yoko, Dear Yoko e Julia, una canzone dedicata alla madre, dove un verso recita “Ocean child calls me, so I sing a song of love”.

“La bambina dell’oceano mi chiama e io canto una canzone d’amore”.

Gilbert & George. Le sculture viventi

Gilbert & George, per la cronaca Gilbert Prousch (San Martino in Badia, 1943) e George Passmore (Plymouth, 1942), sono due originali e eccentrici artisti contemporanei.

Gilbert studia in Italia, alla Scuola d’Arte, poi in Austria e infine in Germania all’Accademia di Belle Arti di Monaco. George, invece, frequenta il Dartington Hall College of Art e l’Oxford School of Art.

Gilbert & George si incontrano nel 1967 al St. Martin’s School of Art di Londra. Dal 1968 vivono e lavorano insieme a Londra. 

L’obiettivo principale del loro lavoro è produrre un’arte di grande impatto comunicativo, superando le tradizionali barriere tra arte e vita, e analizzare in profondità la condizione umana. 

Per raggiungere tale scopo si trasferiscono nel quartiere dei lavoratori di Spitalfields (negli anni ’70 il bassofondo dell’East End di Londra, oggi ritrovo di artisti e intellettuali, a partire dai loro seguaci come Tracey Emin o i Chapman Brothers) e in contrasto con l’arte d’élite chiamano la loro casa “Art for all” (Arte per tutti) e si auto definiscono “sculture viventi”.

Attraverso la loro proposta artistica indagano ed esplorano la realtà sociale e politica in cui sono inseriti con un distacco estetico assimilabile a quello del dandy. 

L’aspetto originale della loro scelta è aver trasferito il senso di una “way of life” tipicamente aristocratica a quello del quotidiano piccolo borghese con frequentazioni proletarie. Così scelgono come uniforme un abbigliamento da impiegati della city e si comportano in maniera ineccepibile prendendo le distanze dai modelli alti e scontrandosi anche formalmente con la cultura della contestazione radicale del ’68, la stessa del gruppo dei giovani artisti della St.Martin School di Londra, di cui facevano parte. 

Il successo arriva con la ormai famosa Singing Sculpture (1969), una performance durante la quale i due artisti, in piedi su un tavolo, cantano e si muovono come automi, seguendo la musica di Underneath the Arches (Sotto gli archi), canzone tradizionale che richiama la libertà dei vagabondi.

Nonostante la tensione trasgressiva emerge, nella loro opera, un forte richiamo alla figura del flâneur Baudeleriano proprio nell’accezione che volle dare ad essa Walter Benjamin

Il flâneur, persona che passeggia, in stato di apparente oziosità, per le strade della contemporaneità è il simbolo di chi fa proprie le caratteristiche del suo tempo, compenetrandole.  Questo percorso di immersione sociale ed estetica è sempre ricco di distrazioni scaturite dal particolare, dall’accidentale, dall’hic et nunc, quindi da tutti quei fatti apparentemente trascurabili che il ritmo assordante dell’oggi tende a cancellare.

In linea con questa posizione Gilbert & George interpretano le più diverse esperienze umane e le paure, le ossessioni, le emozioni che provano gli individui davanti a temi forti quali sesso, razza, religione e politica. E per primi si sottopongono a un minuzioso esame, alla ricerca dell’ebbrezza del dettaglio, inaugurando una dimensione in cui artista e opera d’arte sono una cosa sola. 

“Essere sculture viventi è la nostra linfa, il nostro destino, la nostra avventura, il nostro disastro, nostra vita e nostra luce”.

Il loro lavoro è da tempo conosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

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