Jean Baudrillard. The vanishing point

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Poco prima di lasciarci, nel 2007, Jean Baudrillard ha pubblicato un breve saggio dal titolo “Perché non è già tutto scomparso?

E’ l’uomo che è scomparso dal mondo, l’uomo in quanto soggetto e senza estinguersi come capita talvolta alle specie animali ma letteralmente sparendo dalla realtà.

La scomparsa comincia a determinarsi in epoca moderna proprio quando l’uomo affronta il problema del mondo e inizia a mettervi mano cambiandolo, in pratica quando si accorge del reale analizzandolo e trasformandolo attraverso le scienze.

“Quindi si può dire che, paradossalmente, il mondo reale inizia a scomparire nello stesso momento in cui inizia esistere.”

L’uomo ormai conosce il mondo, le scoperte geografiche si sono concluse, nessun punto della terra appartiene più all’ignoto, e mentre l’uomo si accinge ad analizzare il mondo conosciuto, fatto proprio, inizia a dissolverlo.

Sono la rappresentazione, l’imitazione, la concettualizzazione della realtà i fattori che precipitano la realtà stessa nell’irrealtà, perché in questa nuova dimensione il mondo ha cominciato a esistere in una prospettiva diversa, umano-centrica, è il concetto di realtà umanizzata ad avere la meglio ( o la peggio) sulla realtà naturale preesistente.

“Il momento in cui una cosa viene nominata, in cui la rappresentazione e il concetto se ne impossessano, è il momento in cui essa inizia a perdere la sua energia – col rischio di divenire una verità o di imporsi come ideologia.”

E’ il caso, tanto per fare un esempio, della teoria della lotta di classe di Marx che ha cominciato a esistere dal momento in cui Marx l’ha nominata anche se essa è esistita da molto prima che il filosofo tedesco la citasse. Dopo è lentamente scemata sino a scomparire del tutto.

Questo significa che la realtà si dissolve nel concetto, tanto più oggi ove anche i concetti e le idee vengono consumati alla velocità di un hot dog.

L’elemento portante di questo movimento è, a parere di Baudrillard, la tecnologia perché essa non ha limiti né mentali e né materiali, è oggettività allo stato puro e in quanto tale destinata a riassumere in sé tutte le capacità soggettive in una piena operatività e, a breve, a non avere più bisogno dell’uomo.

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Se l’uomo non può superare il limite estremo delle sue possibilità la tecnologia invece può farlo riuscendo infine a rendere ininfluente la presenza stessa dell’uomo. La tecnologia è il frutto di un eccesso di realizzazione e il mondo che ne è venuto è diventato un altro mondo.

Un mondo “in cui le cose per esistere non hanno più bisogno del loro contrario, in cui la luce non ha più bisogno dell’ombra, in cui il femminile non ha più bisogno del maschile (o il contrario?), in cui il Bene non ha più bisogno del Male – in cui il mondo non ha più bisogno di noi.”

Forse “the vanishing point” (E. Canetti), il punto estremo della scomparsa del genere umano, il luogo oltre il quale è impossibile distinguere il vero dal falso è già stato raggiunto e superato.

E se ciò fosse voluto?

Se tutto questo invece fosse una forma estrema di arte giocata sul desiderio di scomparire e quindi di poter vedere come è il mondo in nostra assenza?

Desiderare di uscire dalla gabbia della rappresentazione digitale del reale e scoprire come invece appaia il mondo nella sua pura presenza: un mondo così come è, semplice, senza artifici.

“Vi sono in ciò, le premesse di un’arte della sparizione, di un’altra strategia. Dissoluzione dei valori, della realtà, delle ideologie, dei fini ultimi.”

Un’arte che ha poco in comune con l’arte tradizionale e assomiglia piuttosto a un’arte “marziale”, una disciplina ispirata al combattimento che allude a principi fisici, filosofici e culturali. Una posizione innovativa e contrastante del soggetto.

Un modo di annullarsi e sparire senza sparire del tutto, con rispetto e discrezione, lasciando comunque lievi tracce sul terreno e in aria.

“Il problema – scrive Baudrillard – è cosa resta quando tutto è scomparso.”

Ricorda poi che anche il gatto di Alice nel paese delle meraviglie ha una particolare capacità nel lasciare tracce e come il suo sorriso rimanga stampato in aria per qualche istante dopo che è scomparso.

“E il sorriso di un gatto è già terrificante, ma il sorriso senza il gatto lo è ancora di più….”

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Steven Johnson. Il quarto quadrante

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Il libro di Steven Johnson “Dove nascono le grandi idee, storia naturale dell’innovazione” è una miniera di suggestioni. Nell’ultimo capitolo, intitolato il Quarto quadrante, l’autore affronta il tema delle modalità e dei luoghi più propizi a favorire lo sviluppo delle idee innovative.

Lo fa mettendo in relazione e evidenziando le connessioni tra dimensioni che apparentemente hanno poco in comune, come ad esempio natura e mercato.

Viene in mente Adam Smith e la sua teoria della mano invisibile del mercato che per certi versi richiama quanto di invisibile e immanente c’è anche nei processi naturali.

Steven Johnson ricorda che subito dopo la pubblicazione della “Origine delle Specie” di Darwin, il filosofo Karl Marx scrisse a Friedrich Engels una lettera nella quale prendeva apertamente posizione in favore del naturalista inglese. In seguito Marx propose a Darwin di dedicargli il secondo libro del Capitale ma Darwin non accettò, perché non era a conoscenza dell’intera opera e, pertanto, non poteva approvarla in modo aprioristico.

Marx e Engels pensavano che la teoria Darwiniana avesse in sé elementi critici verso il capitalismo e l’economia del mercato e di questo si potesse trovare risconto nella storia naturale. Ovviamente si sbagliavano perché nel corso del secolo successivo le teorie di Darwin vennero spesso messe in relazione con le dinamiche del libero mercato, equiparare i mercati al mondo naturale non era un elemento screditante, anzi, se essi  apparivano naturali acquistavano più forza nell’immaginario collettivo.

“Se Madre Natura aveva creato le meraviglie del pianeta mediante un algoritmo di spietata competizione tra agenti egoistici, per quale motivo i nostri sistemi economici non avrebbero dovuto seguirne l’esempio?”

Ma il punto fondamentale che i due filosofi non avevano colto aveva poco a che fare con la competizione naturale, la guerra della natura, bensì con un’altra profonda riflessione che Charles Darwin aveva messo per iscritto nei suoi diari al momento di lasciare le Isole Keeling.

“E’ interessante contemplare una plaga lussureggiante, rivestita da molte piante di vari tipi,  con uccelli che cantano nei cespugli, con vari insetti che ronzano intorno, e con vermi che strisciano nel terreno umido, e pensare che tutte queste forme così elaboratamente costruite, così differenti l’una dall’altra in maniera così complessa, sono state prodotte dalle leggi che agiscono intorno a noi.”

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Quindi in natura non c’è solo lotta competitiva, la guerra della sopravvivenza alla base della selezione naturale, ma anche e soprattutto un grande movimento di forze collaborative e connettive.

Spesso è la coesistenza, la simbiosi tra esseri molto diversi a caratterizzare in modo evidente i processi naturali.

Questa constatazione porta a concludere che “la competizione non ha il monopolio dell’innovazione”, infatti se la concorrenza può trasformare le idee in prodotti è molto spesso vero che le idee vengono da altri luoghi.

Anche Paul Samuelson, nel suo volume Economia, ricorda che solo una percentuale molto limitata dell’innovazione di prodotto proviene dai laboratori di ricerca e sviluppo delle grandi imprese.

Allora da dove vengono le idee innovative?

Certamente la possibilità di guadagno e di incentivi finanziari tipici di un’economia di mercato sono catalizzatori importanti e ciò farebbe pensare che il primo quadrante, quello in cui si combinano le attività individuali e le opportunità di mercato, possa essere l’ambiente più fecondo.

In realtà non è così, è invece il quarto quadrante, ove non c’è mercato ma esistono forti possibilità di connessione usando piattaforme di relazione e comunicazione, ad apparire come l’ambiente migliore per l’innovazione.

E’ necessario però ricordare che il mercato, soprattutto negli ultimi anni, ha adottato forme restrittive di regolazione, modelli di difesa dei brevetti e del copyright creando sistemi di “inefficienza funzionale” che non favoriscono i processi innovativi.

Tali sistemi sono diversi, certamente più competitivi dei quelli caratteristici delle anacronistiche economie pianificate dei paesi socialisti, prodotti dalle teorie di Marx e Engels, dove vigeva il principio asfissiante della gerarchia decisionale, ma ugualmente poco accoglienti e stimolanti.

Il quarto quadrante ove, invece, l’assenza del mercato si combina con le reti, può essere  anche definito l’universo dell’ “Open Source”, un ambiente in cui le idee innovative e le dinamiche conseguenti possono abitare con successo e soprattuto moltiplicarsi rapidamente.

“Il quarto quadrante dovrebbe ricordarci che non esiste un’unica formula per l’innovazione. Le meraviglie della vita moderna non sono emerse esclusivamente dalla concorrenza di proprietà intellettuale tra aziende private. Sono emerse anche dalle reti aperte”.

Sono il prodotto di un’economia ibrida (Lawrence Lessig) che mescola le reti aperte della libera dimensione intellettuale con gli elementi fondanti dell’iniziativa privata.

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