John Cage. Music for Marcel Duchamp

Nel 1979 frequentavo ancora l’Università e ebbi l’opportunità di partecipare all’organizzazione di una mostra evento, patrocinata dal Comune di Padova, per ricordare il Circolo Il Pozzetto. Il Pozzetto, diretto dal prof. Ettore Luccini, era stato un circolo culturale molto attivo in città sul finire degli anni cinquanta. Innumerevoli artisti e musicisti avevano esposto e suonato all’interno dei suoi ambienti,  anche musicisti, all’epoca, poco conosciuti come John Cage.

Teresa Rampazzi, compositrice, pianista e ricercatrice musicale, una delle prime donne in assoluto a occuparsi di produzione e diffusione della musica elettronica e d’avanguardia in Italia, così ricorda quelle straordinarie serate al Pozzetto: “Io presi parte a due manifestazioni musicali date al Pozzetto. Nella prima, gli esecutori erano, oltre a me stessa, nientemeno che Metzger, Bussotti e Cage. Si creò un clima quasi dionisiaco: ognuno si era preparato una partitura sconosciuta all’altro e si suonò e si fece suonare di tutto, passeggiando per la sala, aggredendo tutto ciò che poteva rispondere con segnali fonici. Un’anarchia indescrivibile, seguita attentamente da un pubblico serissimo! Nella seconda occasione si trattò di un vero e proprio concerto a due pianoforti, posti alle estremità opposte della sala, in modo che i pianisti non potessero vedersi né comunicare con cenni. Ebbi l’onore e la gioia di suonare con Cage restando indipendente da lui, eppure raggiungendo un accordo miracoloso. Nessuno dei due conosceva la partitura dell’altro, eppure questa fu la prima e ultima volta che io conobbi l’esperienza così esaltante di un dialogo coerente, guidato solo da un legame musicale”.

Ricordo bene Teresa, una signora con due grandi occhiali. Venne nei locali della mostra con un registratore Revox e un gran numero di nastri che contenevano musiche di Berg, Webern, Schoenberg, Boulez, Maderna, Stockhausen, Nono, Berio e Cage. Mi raccontò della situazione di arretratezza culturale di quegli anni, il pubblico era ancora fermo al melodramma ottocentesco e non conosceva e apprezzava compositori come Mahler. John Cage a Padova nel 1959 era davvero una primizia assoluta.

Trascorsi ore insieme agli amici ad ascoltare il contenuto dei suoi nastri e quel poco che conosco e capisco di musica contemporanea lo devo sicuramente a quei momenti.

 “Music for Marcel Duchamp” è stato composto da John Cage nel 1947 per uno spicchio del film surrealista di Hans Richter: “Dreams that money can buy”. Il film contiene parti prodotte da artisti diversi e la musica di Cage riguarda il segmento disegnato da Marcel Duchamp. Il settore si intitola “dischi” e consiste principalmente di rotorilievi disegnati da Duchamp. Disegni su cerchi piatti di cartone da posizionare sul piatto di un giradischi fonografico. Il film è disponibile interamente su You tube.

Music for Marcel Duchamp è uno dei primi pezzi a esplorare sistematicamente l’idea del silenzio.

Jean Clair. Marcel Duchamp, il grande illusionista

A partire dal 1912 Duchamp lavorò a La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, (traduzione di La Mariée mise à nu par ses célibataires, même), chiamato anche Grande Vetro: questo “quadro” è formato da due enormi lastre di vetro che racchiudono lamine di metallo dipinto, polvere, e fili di piombo.

Nel 1923 lasciò l’opera definitivamente incompiuta.

Il Grande Vetro contiene e sviluppa tutta l’attività passata e futura di Duchamp, e ha dato origine a una notevole quantità di interpretazioni da farlo ritenere una delle opere più complesse e affascinanti di tutta la storia dell’arte occidentale.

Durante un trasporto, subì danni consistenti, ma l’artista decise di non riparare l’opera proprio per dimostrare di accettare, complice del caso, la completa riassunzione-integrazione nell’opera del suo carattere inerziale di “cosa”.

Dal 1954, è conservato al Philadelphia Museum of Art.

Tutta la complessa attività del Grande Vetro è descritta in dettaglio dallo stesso Duchamp, (anche se in forma frammentaria, ermetica e allusiva) nelle due raccolte di appunti, Scatola verdeScatola bianca.

Duchamp prescrive di non chiamarlo quadro, ma “macchina agricola”, “mondo in giallo” o “ritardo in vetro”. Se la seconda denominazione ha dato adito alle più disparate interpretazioni, la “macchina agricola” è un attributo facilmente riconoscibile, dalla “fioritura arborea” della Sposa ai complessi meccanismi di trebbiatura dell'”apparecchio scapolo”.

La parte inferiore del Grande Vetro è composta da un complesso meccanismo costituito dal mulino ad acqua, dalle forbici, dai setacci, dalla macinatrice di cioccolato e dai testimoni oculisti. Sopra il mulino è situato il cimitero delle livree e delle uniformi, dove i nove stampi maschi rappresentano le diverse identità dello scapolo.

Jean Clair prova a mettere in fila gran parte delle interpretazioni che hanno avuto come oggetto il Grande Vetro, da Breton sino a Deleuze e Guattari nelle  pagine dell’Antiedipo.

Una ridda infinita di intuizioni e pensieri rivolti nel tempo a capire il senso e a penetrare l’enigma, organizzati secondo tre chiavi di lettura.

La chiave esoterica (Breton, Burnham e Lebel), la chiave religiosa (Carrouges, Janis) e la chiave psicanalitica (Arturo Schwarz e René Held).

Ne viene un percorso interpretativo affascinante che se da un lato sottolinea l’importanza dell’opera di Duchamp nel quadro della modernità e postmodernità dall’altro mette in luce l’aspetto enigmatico e illusorio dell’opera d’arte.

Un contesto nel quale la rappresentazione è anche, e soprattutto, finzione.

“…Se quest’opera non fosse là dove ci si ostina a vederla? Se Duchamp fosse altrove? Se la sua importanza non fosse là dove la si ripone?” prova a chiedersi Jean Clair.

E se fosse, invece, solo una magica, divertente e concreta raffigurazione di quanto, talvolta, possa essere forte la seduzione di un gesto ingannevole?

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