Cornelius Castoriadis. Finestra sul caos

Castoriadis

E’ un breve ma denso saggio sull’arte contenuto nella raccolta omonima “Finestra sul caos” che indaga l’espressione artistica considerando il rapporto che si instaura tra il soggetto e l’oggetto: quindi tra il pubblico, noi, e l’opera d’arte.

Quando osserviamo un’opera d’arte non stiamo svolgendo un’attività che mette a confronto la nostra identità con quanto stiamo vedendo, non stiamo nemmeno facendo un lavoro di comprensione alla ricerca di qualcosa che è nascosto e che dobbiamo interpretare, insomma non dobbiamo capire ma soltanto guardare.

Il nostro atteggiamento davanti a un quadro come, ad esempio, l’autoritratto di Vincent Van Gogh con la fascia sull’orecchio mozzato, è di assoluto stupore, viene a crearsi una sorta di magia che molto ha a che vedere con la catarsi aristotelica, un incanto che travalica il comune sentire e crea in noi un’atmosfera di “lutto incantato”.

Per capire il senso profondo di questo stato è necessario considerare le caratteristiche specifiche dell’opera d’arte partendo da un presupposto: l’essere è al tempo stesso Caos e Cosmo.

“Per gli esseri umani il Caos è in generale ricoperto dall’istituzione sociale e dall’esistenza quotidiana. Un primo modo di affrontare la questione della grande arte consisterebbe allora nel dire che, mentre dà forma al Caos, essa lo disvela e nello stesso tempo, grazie a quella forma, crea un Cosmo.”

L’autoritratto di Van Gogh con l’orecchio bendato, in effetti, sprigiona una forte energia, sono i colori e le forme, il verde degli occhi che ritroviamo nelle pieghe del pastrano e dietro in un quadretto con figure femminili, le pieghe del viso, del cappello e del colletto, lo sguardo obliquo del pittore che si perde in un luogo senza dimora e dimensione.

Il quadro è un Cosmo definito ma al suo interno vagano tensioni indefinite e si scorge con nettezza l’orlo dell’abisso, un abisso che non è nascosto ma rivela in modo esplicito i limiti della condizione umana.

Castoriadis cita Hegel, forse uno dei passi più affascinanti del filosofo tedesco, tratto dalla Realphilosophie di Jena: “L’uomo è quella notte, quel nulla vacuo che contiene tutto nella sua semplicità (…) Questa è la notte, l’interno della natura, che esiste qui: io puro, con rappresentazioni fantasmagoriche si fa notte tutto intorno, sorgono allora improvvisamente e subito scompaiono (…) Capacità di far uscire da questa notte le immagini e di farvele sprofondare”.

Ecco l’abisso, l’uomo che scorge nell’opera la sua natura, la natura nell’opera e l’opera della natura.

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Davanti all’abisso cerchiamo vie di fuga, aggrappandoci agli strumenti della nostra mente, proviamo a capire, leggere, interpretare, un modo per allontanare la visione, per tentare di convincerci che c’è la ragione, dopotutto, prima dell’irragionevole abisso.

Ma Castoriadis non dà tregua, e insiste, impietoso: “Il ritratto, soprattutto, lo sguardo di un grande ritratto, ci permette di vedere proprio la notte di cui parla Hegel, l’abisso, la possibilità infinita di rappresentazione”.

Nello sguardo di Vincent, come nello sguardo della ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer, “c’è tutto o non c’è niente” e non perché sono rappresentazioni dell’abisso, imitazioni, soprattutto perché sono precise presentazioni “di un abisso che non lascia niente di nascosto.”

L’arte quindi è una finestra sull’abisso, sul Caos, che si manifesta in infiniti modi e forme dai microcosmi delle grandi opere d’arte, ed è proprio questa la ragione per cui tali opere sono grandi, con esse e in esse l’autore ha dato vita a un Cosmo apparentemente chiuso aprendo però in modo trasparente e libero alla suggestione del nulla infinito.

Quando osserviamo queste opere veniamo catturati dalla magia della notte, dall’incubo del vuoto, ecco spiegato il sentimento che proviamo, l’incantamento lutto che in greco si chiama “thaumazein”, che significa meraviglia ma al tempo stesso paura.

Un sentimento analogo a quello che gli antichi provavano al cospetto degli accadimenti naturali, lo sgomento ancestrale dinnanzi al divenire di tutte le cose, la consapevolezza della vita e della morte, la paura di scivolare nel nulla.

“Lo spettatore è comunque preso dalla pietà e dal terrore, perché assiste, del tutto impotente, alla ineluttabilità degli eventi, e alla fine c’è la catarsi che è il sentimento della fine del desiderio.”

Distogliamo lo sguardo dal quadro e anche la mente, il caos e il nulla possono attendere, ma ciò nonostante passiamo al quadro successivo, e poi a quello dopo, spinti da un’ineffabile pulsione che conduce alla ripetuta ricerca di un piacere certamente disinteressato.

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Marcel Proust e Jan Vermeer. Un piccolo lembo di muro giallo

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“Morì nelle seguenti circostanze: in seguito a una crisi, abbastanza leggera di uremia, gli era stato prescritto il riposo. Ma poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata al museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro che egli adorava e credeva di conoscere alla perfezione, un piccolo lembo di muro giallo (di cui non ricordava) era dipinto così bene da far pensare, se lo si guardava isolatamente, a una preziosa opera d’arte cinese, d’una bellezza che poteva bastare a se stessa, Bergotte mangiò un po’ di patate, uscì di casa e andò alla mostra”.

Così Marcel Proust racconta nel libro “La prigioniera”, libro capitolo della sua grande opera “Alla ricerca del tempo perduto” le ultime ore di vita di Bergotte, il grande scrittore, la trasposizione letteraria di Anatole France.

Qui Proust è, a mio parere, immenso e suggestivamente contemporaneo, perché riesce a mescolare la pittura seicentesca con il fantastico insinuante (Baudrillard), cogliendo nel percorso dell’umana contemplazione, apparentemente statica (puntuale e analitica), la dinamica del passaggio verso una via di fuga (ultima e definitiva), rimanendo comunque ancorato al quadro dell’illusione utopica della resurrezione, anche se messa in dubbio a tratti dalla luce dell’improbabile oltre l’umano, senza però correre il rischio di una dichiarazione evidente di impossibilità.

Vermeer per Proust è solo uno strumento, perché maestro del dettaglio. Come molti contemporanei usava la camera oscura per rendere evidenti i particolari.

Nel suo libro “Il segreto svelato, tecniche e capolavori dei maestri antichi” David Hockney, noto pittore inglese, rifacendosi ai numerosi studi sull’utilizzo di strumenti ottici nella pittura  del cinque seicento, sostiene che Vermeer, come molti altri pittori della sua epoca, usasse la camera oscura per definire l’esatta fisionomia dei personaggi raffigurati e la precisa posizione degli oggetti nella composizione dei dipinti.

Quindi lasciamo Vermeer e torniamo a Proust.

Marcel Proust

Bergotte sta poco bene, è preso dalle vertigini ma vuole vedere il “piccolo lembo di muro giallo” che altre volte gli era sfuggito e finalmente lo vede, l’osserva attentamente nonostante l’aumentare delle vertigini.

“E’ così che avrei dovuto scrivere, pensava. I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo”.

Vermeer usava una tecnica particolare nota come pointillé, da non confondere con il pointillisme, in grado di ottenere colori trasparenti applicando sulle tele il colore a punti piccoli e ravvicinati. Ecco la preziosa arte cinese, non più strati di colore ma punti mescolando il colore con il blu oltremare e i lapislazzuli.

Guardando il quadro notiamo che i muri gialli sono a sinistra, alla sinistra del quadro come direbbe Kandinsky, non alla nostra ma alla sinistra propria dell’immagine, i muri gialli impreziositi da una luce passante che trascura gli altri colori evidenziando i gialli.

“Un nuovo colpo l’abbatté, dal divano rotolò per terra, facendo accorrere tutti i visitatori e i guardiani. Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo?”

Scrive Proust documentando la morte del suo maestro Bergotte. A sinistra del quadro il muro giallo pareva a Bergotte proprio come una farfalla, del medesimo colore del muro, che stendeva le ali prima di muoverle verso quell’apertura libera suggerita da Kandinsky. Non possiamo dimenticare che Bergotte era un clandestino della società, uno che non amava mescolarsi con gli altri e tanto meno con la mondanità dei suoi tempi. Per comprendere il significato vero del suo passage non occorre avventurarsi in considerazioni pseudo scientifiche o neo strutturaliste ma semplicemente riflettere sui concetti di universale e particolare.

Lo spazio della pittura e le vie di fuga che esso sottende aprono punti ciechi che vanno al di là dell’immagine, Bergotte si è voluto porre nel bel mezzo di questo percorso, e incompreso, in quanto volontariamente escluso, ha trovato nell’esclusione di un particolare, fino allora non considerato, il pretesto per accedere all’inconoscibile universale.

“Lo seppellirono, ma per tutta la notte, prima dei funerali, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre per tre, vegliarono come angeli dalle ali spiegate, sembrando, per colui che non era più, un simbolo di resurrezione”.

la prigioniera

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