Francis Picabia. Poesie e disegni della figlia nata senza madre

Picabia--autoritratto--1923

Francis Picabia, a differenza di molti pittori del suo tempo, ebbe un’adolescenza agiata, era figlio di un funzionario dell’ambasciata cubana a Parigi e di madre francese, il suo cognome declinato per intero, Francisco Martínez de Picabia de la Torre, evoca antiche nobiltà spagnole.

Inizialmente impressionista, affascinato dalle opere di Camille Pissarro e Alfred Sisley, divenne in seguito uno dei principali rappresentanti di quello che Apollinaire definì il cubismo orfico e uno degli esponenti di punta del movimento dadaista.

E’ singolare notare che anche i primi anni del secolo scorso siano stati attraversati da un sentimento fortemente critico verso le generazioni precedenti, ritenute in quel caso responsabili di una guerra, un po’ come sta accadendo oggi, più in generale, nei confronti della vecchia politica e della ritualità della cultura.

Picabia, anzi Picabià, con l’accento sulla a, è stato il fondatore della rivista Cannibale, ne uscirono solo due numeri tra marzo e luglio del 1920, e a cui collaborarono Louis Aragon, Céline Arnauld, André Breton, Tristan Tzara, Jean Cocteau, Marcel Duchamp, Paul Éluard e altri.

Cannibale significa opporsi alla convenzione fondante della civiltà umana, mangiare i padri per diventare più forti o semplicemente per essere davvero sicuri di averli distrutti; il Portrait de Cézanne (Ritratto di Cézanne), l’opera che mostra una scimmia impagliata incollata a una tela, è certo una provocazione che investe i padri (fanno da pendant sulla tela anche Renoir e Rembrandt) ma al tempo stesso la metafora del desiderio inconfessabile di fare a pezzi e smembrare il passato glorioso.

Poesie e disegni della figlia nata senza madre, invece, è una raccolta di poesie e disegni che nasce in Svizzera, a Losanna, dopo un periodo di malattia di Picabia, e a partire dal titolo conferma la voglia, forse in qualche modo la necessità, di fare a meno delle radici, costruendo un’identità innovativa.

“Metamorfosi multiple

del sognatore fantastico

che bacia pelli di polli appiattiti

e senza fatica diventa il genio

strettamente estasiato del pensiero-

Apri la porta a tre prostitute ragazze

in legno di violetta.”

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S’intitola “Felice” la metamorfosi multipla del sognatore fantastico, perché è una metamorfosi quella che Picabia favorisce nella prosa e nell’arte, consentendo l’ingresso della fantasia e dell’immaginazione in un mondo abitato da forme retoriche e realistiche. E’ anche una questione di gusto, un rovesciamento del concetto stesso di gusto, che non può essere limitato all’elite ma deve necessariamente raggiungere quote più ampie di pubblico.

“Abitavamo la stessa età

in una città deserta

e il sipario elettrico

introduceva due volte le sue batterie

in una scatola di fiammiferi bizzarri.”

Vivere in mezzo a movimenti di macchine di cui non si riesce a comprendere immediatamente l’utilità, anche se siamo colpiti dalla bellezza che esprime il loro movimento, dai colori, dai riflessi, dalle nuove fonti di energia che riusciamo appena a distinguere e a raccontare. L’incomprensibile genera la voglia di trovare una ragione, una definizione condivisa di nuovi paradigmi fondanti, un concerto di opinioni che concordino almeno su un punto.

“Sapete, sono pazzo a immaginarmelo

Sono un uomo di agili dita

Che vuol tagliare i fili delle vecchie pene

False pieghe del mio cervello ansioso

Storie ad arabesco ricordi

Sono felice soltanto in alto mare

Dove si va più lontano

Sulle onde anonime”.

E, poi, le onde sono il prodotto di un movimento naturale che le spinge a raggiungere un litorale e poi a ritornare incessantemente a essere una parte di quello che sono, ovvero il tutto.

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Man Ray. L’etoile de mer

L’etoile de Mer (“La stella di mare”) è un cortometraggio nato dalla collaborazione tra Man Ray e il poeta surrealista Robert Desnos. Gli attori sono Kiki de Montparnasse (Alice Prin) e André de la Rivière. Le immagini e la messa a fuoco appiano distorte a causa dell’uso di specchi e un filtro bagnato.

Ne viene un film introspettivo, per molti versi sensuale, visibile peraltro tramite il link sottostante.

Un percorso velato, apparentemente subacqueo, nel quale le parole si mescolano alle immagini e ogni immagine è un’opera d’arte. Un uomo incontra una donna, lei si spoglia per lui, ma lui se ne va. E’ più interessato al suo fermacarte. Un vaso di vetro contenente una stella marina. La stella si muove lentamente, un movimento primordiale e affascinante. Le figure umane, al confronto, sono ombre e segni sottratti a una tela espressionista. Forse perché sono forme perdute nel deserto dell’eterna oscurità. Gli oggetti invece sembrano ingranaggi di un meccanismo dotato di energia immanente, una rivelazione cibernetica. Se i fiori fossero di vetro probabilmente andrebbero a rompersi come un amore finito o mai cominciato. L’amore di una donna sincera, bella, bella come un fiore.

Man Ray (1890 – 1976) è stato un importante artista americano, vicino ai movimenti Dada e Surrealista. Autore e regista di cortometraggi di avanguardia, come Le Retour à la Raison (2 min, 1923), Emak-Bakia (16 min, 1926), L’Étoile de Mer (15 min, 1928); e Les Mystères du Château du Dé (20 min, 1929). In realtà si chiamava Emmanuel Radnitzky, era nato a Philadelphia in Pennsylvania, e cresciuto a Brooklyn, New York, figlio di ebrei russi. Sin da giovanissimo aveva mostrato una forte inclinazione per l’arte. Nel 1911, la sua famiglia aveva cambiato il cognome in Ray a causa del diffuso antisemitismo. Emmanuel,  “Manny” per nickname, diventa Man Ray.

Nel 1915, espone alla prima personale dipinti e disegni. La sua prima opera proto-Dada, un assemblaggio dal titolo “Self-Portrait”, viene esposta l’anno seguente. A partire dal 1918 produce le prime fotografie importanti.

Durante il soggiorno a New York City, fonda, con l’amico Marcel Duchamp, il gruppo americano del movimento Dada, nato in Europa in contrapposizione con i canoni dell’arte tradizionale. Ma l’America e New York non mostrano molto interesse per l’avanguardia dadaista, “Dada non può vivere a New York”, così Man Ray si trasferisce in Francia, a Parigi, nel quartiere di Montparnasse, a quei tempi culla della creatività artistica.

A Parigi si innamora della cantante francese Kiki (Alice Prin), “Kiki de Montparnasse”, che diventa uno dei suoi modelli fotografici preferiti. Nei vent’anni che seguono Man Ray rivoluziona l’arte della fotografia. James Joyce, Gertrude Stein, Jean Cocteau posano nel suo studio fotografico. Con Jean Arp, Max Ernst, André Masson, Joan Miró e Pablo Picasso, partecipa alla prima esposizione surrealista alla Galleria Pierre di Parigi nel 1925.

Nel 1934, l’artista surrealista Meret Oppenheim, nota per la sua tazza da tè coperta di pelliccia, posa per Man Ray che la ritrae nuda, in piedi e in altre posture. Insieme alla fotografa surrealista Lee Miller, sua amante e assistente, Man Ray sperimenta innovative tecniche fotografiche come la “solarizzazione” e i “rayographs”.

Nel 1946 si sposa con Juliet Browner, affascinante modella, soggetto di molte sue foto. Dopo alcuni anni trascorsi negli Stati Uniti, a Los Angeles, in California fa il definitivo ritorno a Montparnasse.

E’ sepolto nel locale cimitero.

Il suo epitaffio recita: “unconcerred but not indifferent”, incurante ma non indifferente.

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