Jean Clair. Medusa


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L’immagine della spaventosa bellezza androgina di Medusa creazione di Tonino Cortese, noto scultore lucano al quale è caro il mito greco, è forse il modo migliore per introdurre alcune riflessioni sull’originale contributo di Jean Clair, intitolato appunto Medusa.

Chi era la Medusa di antica memoria? Un mostro, una delle tre Gorgoni.

Gli uomini che la incontravano e incrociavano il suo sguardo erano trasformati in pietra. Perseo l’avvicina dormiente e la uccide decapitandola, usando lo scudo come specchio per respingere l’aggressione dello sguardo.

Questo riporta il mito. Jean Clair invece elegge la Medusa a simbolo di un mondo arcaico, divinità che incarna il disordine e il caos e rimanda “come Artemide e Dioniso a quei periodi di oscillazione tra cultura e barbarie, vita e morte” che sempre hanno contraddistinto la storia umana, anche se poi annota come l’arte, nel tempo, abbia contribuito a rendere il suo aspetto esteriore più umano, quasi dolente, una sorta di antropomorfizzazione del mostro, un modo per rendere il suo ricordo piacevolmente neutrale.

Medusa è invece la rappresentazione della natura, delle sue forze più oscure e ostili al genere umano, e quando le epoche perdono il filo della ragione, appare nella sua versione originaria e terrificante.

“Non si tratta più di antropomorfizzare la natura, bensì di affrontare la naturalizzazione dell’uomo. Non è più l’uomo a guardare la natura e ordinarla: è la natura in quanto radicalmente altra dall’uomo, a guardarlo e pietrificarlo, a trasformarlo in foglie, fronde, fiori, ghiaia, rocce.”

Questo è il passaggio ove conduce lo sguardo di una Medusa improvvisamente ritrovata e, anche, forse, un tema di riflessione sul perché oggi, ogni volta che subiamo l’effetto di fenomeni atmosferici, inevitabilmente affondiamo.

La razionale e pacata serenità con la quale, in passato, affrontavamo gli eventi straordinari ha lasciato il posto all’ansia verso le manifestazioni del prevedibile ordinario e anche se esse sono preannunciate da accurate prescrizioni provocano apprensione.

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Le ragioni sono molte, e non si sbaglia a scrivere che in noi sia tornata la paura del naturale, anche perché l’ordine prodotto dal lavoro dell’uomo si è dimostrato apparente. Le campagne coltivate sembrano composizioni geometriche, i fiumi domati dalla pulizia del cemento, i laghi contornati da dighe, e proprio quelle geometrie, ordinando il presunto caos preesistente, hanno reso possibile la definitiva scomposizione della certezza, tramite alluvioni, esondazioni, terremoti, smottamenti, incendi.

Lo sfruttamento della natura non poteva essere infinito, l’uomo ha scelto di allontanarsi dalle campagne, dai boschi e dalle foreste, la paura è solo un dolce richiamo dell’ancestrale appartenenza.

“Il mondo moderno, come avevano scritto Nietzsche e Schopenhauer, rimane abitato dal ricordo, tenace come un rimorso, dei demoni e degli dei; è compito del poeta, del pittore o del filosofo, resuscitarne la presenza.”

Non è opportuno uccidere il mostro per paura di specchiarsi in lui, facendolo si finisce per uccidere noi stessi, come rammenta il ritratto di Dorian Gray, ciò che talvolta pare mostruoso è solo un’altra faccia, quella oscura, dell’azzurro del cielo, quindi, semplicemente, il prezzo da pagare alla bellezza.

Jean Clair racconta che i contemporanei di Jackson Pollock, “giocando sull’omofonia del suo nome e della sua tecnica con il nomignolo del celebre assassino londinese Jack The Ripper (Jack lo squartatore), l’avevano soprannominato Jack The Dripper (Jack lo sgocciolatore).”

Una battuta d’atelier che rivela il disagio della civiltà verso un’arte che allude al movimento e ai gesti della natura, ma anche il disagio dell’arte stessa per il degrado moderno della sua immagine.

“Il dripping di Pollock non è altro che il sangue gocciolante della testa mozzata di Medusa che disegna l’aleatoria figura della nostra perdizione.”

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Jackson Pollock. La pittura dell’inconscio

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Nell’estate del 1951 Jackson Pollock rilasciò una breve intervista a William Wright per la stazione radio di Sag Harbor e come spesso succede sono proprio le trascrizioni dei contenuti audio a riservare maggiori sorprese, perché la conversazione è la forma migliore per mettere in evidenza gli aspetti più rilevanti di una tematica e anche le emozioni che ne risultano.

Per Pollock l’arte moderna è l’espressione degli ideali dell’epoca in cui l’artista vive, la differenza tra gli artisti moderni e quelli del passato, sta nel fatto che gli artisti moderni sono affascinati dall’interiorità, non cercano di raffigurare e rappresentare un soggetto esterno, ma  “lavorano da dentro”.

E’ un lavoro suggerito e sorretto dalle pulsioni dell’inconscio dell’artista e quando l’opera è terminata e visibile le pulsioni dell’inconscio trasposte su tela incontrano e stimolano l’inconscio dell’osservatore generando un’esperienza interiore condivisa del tutto personale e diversa l’una da l’altra.

“L’inconscio è un elemento importante dell’arte moderna e penso che le pulsioni dell’inconscio abbiano grande significato per chi guarda un quadro”.

Così lo spazio pittorico riesce ad accogliere nel medesimo tempo gli elementi razionali e irrazionali che vengono direttamente dall’umana interiorità, il prodotto è una foresta di segni in cui spesso ci perdiamo, un labirinto senza centro o in cui il centro esiste ma è vuoto.  In questo Pollock si dimostra molto orientale, la “concezione orientale secondo cui la pittura è una realtà vivente e autonoma, partecipe del cosmo, si traduce in Pollock in una violenza espressiva che unisce sulla stessa superficie la traccia dell’azione e una spazialità senza limiti”.

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Le gocce di colore che cadono sulla tela provengono da un pennello usato come un bastoncino e la tela è distesa sul pavimento, la tela è parte integrante della terra e quindi del mondo, simbolicamente non vi sono confini, il colore è liquido e cade in basso, simulando una perdita, quasi una trasfusione sanguigna a favore del quadro che ne ha bisogno.

E’ la libertà di espressione, connessa alla ricerca valoriale dell’impressione, che muove l’artista.

“Utilizzo i pennelli più come bastoni che come veri pennelli. Il pennello non tocca la superficie della tela, resta al di sopra (…) Mi permette di essere più libero, di avere maggiore libertà di movimento intorno alla tela, di essere più a mio agio”.

La pittura dell’inconscio rovescia la dimensione rappresentativa della pittura tradizionale, evoca un mondo antico ove la pittura era parente stretta del mito e del rito, e se davvero il caso non esiste, come del resto ha ribadito Freud, sembra emergere piuttosto una tangibile vicinanza con gli spazi imperscrutabili di un mondo inteso come organismo vivente e quindi così mostrato.

E’ la musica dell’organico che Pollock intende e traduce in segni e simboli, partendo semplicemente da un’idea generale e poi usando la sua tecnica per dare vita a quell’idea, un nuovo mondo nel mondo creando continuità implicita tra un quadro e l’altro ed evidenti o silenti correlazioni e contrapposizioni.

Qualche critico ha sostenuto che Pollock in realtà abbia distrutto la pittura, credo che al contrario l’abbia rianimata, usando il colore per infondere al quadro l’energia necessaria per vivere davvero di vita autonoma.

“Sì sono tutti dipinti direttamente. Sono tutti pezzi unici”.

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André Masson. La leggenda dell’istinto

La pittura di André Masson consente di inoltrarsi in profondità nei territori dell’emozione e delle pulsioni istintuali.

La terribile esperienza della prima guerra mondiale, la ferita e la convalescenza hanno un forte influsso sulla sua produzione artistica come, del resto, la sua adesione al movimento surrealista di cui è esponente di punta. In questo contesto prende avvio la sperimentazione di tecniche di pittura automatica, modo di dipingere apparentemente svincolato da un approccio razionale, al contrario molto istintivo e per certi versi casuale.

La conoscenza di Georges Bataille, il filosofo francese noto al grande pubblico (erroneamente e limitatamente) come il filosofo dell’erotismo, lo porta ad approfondire e a riprodurre su tela anche i temi della violenza e della sessualità. Masson firmerà per anni le copertine della famosa rivista di Bataille “Acéphale”. La seconda guerra mondiale e l’occupazione nazista lo convincono della necessità della fuga: raggiunge gli Stati Uniti con un cargo. Al suo arrivo buona parte dei disegni erotici contenuti nel bagaglio vengono distrutti dai funzionari della dogana, evidentemente l’arte di Masson non è considerata degenerata solo dai nazisti ma anche dai democratici e bigotti statunitensi.

In America, comunque, Masson influenza decisamente la produzione artistica degli espressionisti astratti, primo fra tutti Jackson Pollock. E’ un esilio ricco di suggestioni e scoperte come la conoscenza dell’arte orientale e cinese al museo di Boston. “E’ inutile voler entrare in un’arte del genere se non si comprende in primo luogo che l’essenziale, per un pittore Zen, è tutt’altra cosa (…). Per il cinese si tratta di un modo di esistere, in senso profondo, e non, come per noi, di un modo di fare. Per loro è un modo di fondersi nella vita universale, e per noi un modo di riassumere.” André Masson. La pittura dell’essenziale.

Lo studio dell’arte orientale rafforza il convincimento di Masson che l’arte è espressione vitale, non semplicemente un lavoro ma piuttosto libera trasposizione, oltre i limiti del possibile, di sentimenti e emozioni sulla tela, immediata riproduzione della visione. Michel Leiris scrive che Masson crea: “…immagini ognuna delle quali è una cattura, cioè la risposta immediata a un’emozione….il suo mondo si rivela tuttavia intimamente legato all’ambiente fisico che fornisce stupori improvvisi”.

Uno stupore che nasce dalla consapevolezza delle forze dell’esistenza e della natura primordiale e si traduce, col tempo e con l’esperienza, nella possibilità di rappresentarle serenamente. Dopo la guerra Masson torna in Francia si trasferisce in Provenza.

E’ considerato il grande maestro del colore surrealista.

Roger Syd Barrett. The dark side of the life

Syd Barrett è stato fondatore dei Pink Floyd e primo leader del gruppo dal 1965 al 1968, la sua è una storia che ha dell’incredibile.
Nasce nel 1946 quarto di cinque figli. Suo padre Max era anatomo patologo, amante della pittura, appassionato coltivatore di funghi e musicista.
Roger non si dedicò da subito alla musica, privilegiando la pittura, e si iscrisse alla scuola d’arte. All’Art School ebbe la possibilità di dipingere e anche di suonare, così creò un gruppo musicale insieme agli amici Waters e Klose. Il gruppo divenne noto come Spectrum Five.
Barrett suonava la chitarra ritmica, per l’occasione comprò una Fender Esquire ornata da una moltitudine di piccoli specchi circolari.
Nel 1965 Syd diede al gruppo il nome di Pink Floyd, mettendo insieme i nomi di Pink Anderson e Floyd Council, i suoi due bluesmen preferiti, ma disse ai giornalisti che il nome gli era stato suggerito da esseri sconosciuti venuti dallo spazio.
Inizialmente i Pink Floyd  si esibirono in locali underground, poi nel 1967, dopo alcuni fortunati concerti nei college del Regno Unito, trovarono fissa dimora nel locale più in voga di Londra: l’UFO Club.
Cominciò così la lunga serie di successi che avrebbe fatto dei Pink Floyd uno dei gruppi più importanti e conosciuti della nuova musica.
Syd, però, aveva iniziato a frequentare uno spacciatore di droghe pesanti LSD soprannominato Capitano Bob e all’uso dell’ LSD aggiungeva cannabis e pillole di Mandrax, un farmaco che produce effetti simili alla morfina se viene assunto con alcol.
Successivamente iniziò a comportarsi in modo molto strano, non riusciva a lavorare con costanza e cambiava in continuazione musica e parole delle canzoni.
«Syd aumentava e diminuiva il volume di tutte le tracce, apparentemente senza alcuna regola. Non faceva nulla se non era fatto in maniera artistica. Diceva che voleva essere una sorta di Jackson Pollock della musica».
Le esibizioni stravaganti di Syd erano abituali e quando i Pink Floyd entrarono ufficialmente nella Top of the Pops inglese divennero impossibili da gestire.
Syd un giorno si presentò in pigiama nello studio di registrazione e annunciò di non voler più partecipare a trasmissioni televisive. Questo atteggiamento folle iniziò a caratterizzare anche le esibizioni dal vivo. Mentre la band suonava, sedeva vicino a un amplificatore, scordava la chitarra rendendo devastante il suono e restava in silenzio.
Roger Syd Barrett decise di lasciare i Pink Floyd nel 1968, dando vita a una  carriera di solista.
Negli ultimi anni, l’ex leader dei Pink Floyd, si faceva chiamare semplicemente Roger. Viveva a Cambridge, solo e lontano da tutto ciò che avrebbe potuto ricordargli il passato.
Dipingeva quadri astratti e praticava il giardinaggio.
Nel 2005, durante il Live 8 che ha visto i Pink Floyd riunirsi eccezionalmente, Roger Waters ha ricordato Barrett, dedicandogli l’esecuzione di Wish You Were Here: « Anyway, we’re doing this for everyone who’s not here, particularly, of course for Syd. »
Roger Syd Barrett è morto a Cambridge il 7 luglio 2006, a 60 anni, per un tumore al pancreas.

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