Gregory Corso. Il poeta che non ha paura di diventare mare

“Spirito è vita scorre attraverso la mia morte incessantemente come un fiume senza paura di diventare mare”.

Gregory Corso è sepolto a Roma nel cimitero degli inglesi, assieme a Keats  e Shelley (morto in mare tra Viareggio e Livorno) i poeti che più amava, oggi il cimitero si chiama acattolico ma è sempre quello, pieno di verde, accanto alla Piramide Cestia.

Allen Ginsberg lo defininisce “un solitario, ridicolmente ignorato dai patri allori, divino Poeta Maledetto”.

Gregory Corso nasce a New York nel 1930 da giovanissimi genitori di origine italiana. La madre,  sedicenne, dopo il parto si separa dal marito e torna in Italia dalla sua famiglia. Gregory, si chiama in verità Gregorio Nunzio Corso, ha un’infanzia molto difficile, è povero, vive sulla strada, passa da un orfanatrofio all’altro e conosce i riformatori e la prigione. Viene condannato a tre anni di carcere per rapina. Nella prigione di Clinton (“salvai la mia verginità lottando”) legge qualsiasi cosa e comincia a scrivere le prime poesie, anche se aveva frequentato soltanto le scuole elementari. Quello che lascia la prigione a vent’anni è un uomo nuovo, un poeta “innamorato di Chatterton, Marlowe e Shelley”.

La poesia di Gregory Corso è un fiume in piena, un torrente istintivo che trae forza dalla lotta per la vita e dalle esperienze più dure.

“Se non c’è mai stata una casa dove andare 

c’è sempre stata una casa dove non andare

Ricordo bene come bambino scappato

dormivo nella sotterranea

e si fermava sempre

alla stazione della casa da cui scappavo

Era il dolore più amaro ah lo era”

Lo salva l’incontro casuale con Allen Ginsberg al Greenwich Village, Allen resta colpito dalle sue poesie e lo introduce nell’ambiente poetico e letterario prendendolo in qualche modo sotto la sua protezione.  Gregory Corso pubblica le sue poesie, a cominciare da “The Vestal Lady Brattle and other poems” (La vestale di Brattle), con testi dedicati alla memoria del musicista Charlie “Bird” Parker e al poeta Dylan Thomas e poi “Gasoline” dentro una raccolta curata da Ferlinghetti.

La poesia di Gregory Corso è lo specchio della condizione di marginalità dell’uomo e dell’artista, un ironico mosaico di spunti che traggono senso e significato dalla loro apparente insignificanza, il diario sincopato di una lotta infinita. Una spinta che rovescia gli equilibri della condizione umana, la staticità del moderno, gli automatismi e la routine del lasciarsi vivere.

Contro il conformismo, la conformità, la condivisione e l’appartenenza essere poeta significa agire da nomade ribelle e cercare una strada nuova nel mondo e nella vita: la propria. Una ricerca di verità, autenticità e bellezza scoperte scavando dentro i processi vitali, nei meccanismi complessi e repentini del cambiamento.

“A volte l’inferno è un buon posto – se serve a dimostrare che, esistendo quello, deve esistere anche il suo contrario, il paradiso. E cos’era questo paradiso? La poesia.”

I versi di Gregory Corso sono violenti, immediati, privi di orpelli. Colpiscono al cuore delle cose come un colpo di fucile. Mettono a nudo l’essenziale. Il ritmo è musicale, ricorda la musica nera, il jazz e ricorda anche il fluire ininterrotto dell’acqua.

Proprio come un fiume che non ha paura di diventare mare.

Giovanni Comisso. Gente di mare

Gli scrittori italiani del novecento che preferisco sono due, Romano Bilenchi e Giovanni Comisso, mi piace la loro poesia prosaica, uno scrittore deve essere anche poeta dice Bilenchi e non si può certo dargli torto, forse aggiungerei, un po’ anche pittore, perché il colore nella scrittura ha la sua importanza come la luce e le sfumature di rosa e di azzurro.

Qualche giorno fa percorrendo l’autostrada che da L’Aquila porta a Pescara improvvisamente, più o meno all’altezza di Santa Lucia, ho visto apparire la linea azzurra del mare Adriatico, un azzurro terso, pulito, per certi versi quasi bianco. Il colore del basso fondo aiutato dalla sabbia, così diverso dal blu scuro del Tirreno, il mare di Atri e di Adria, il golfo di Venezia che apre le porte alla luce d’oriente.

La copertina di questa vecchia edizione di Longanesi, le vele del bragozzo e dietro il colore del primo tramonto, mi fanno ricordare il ritorno da un’uscita in gommone, tempo prezioso, rubato molti anni fa al lavoro assieme a due amici. Tornavamo dalle acque antistanti Pellestrina e, intanto, il cielo cambiava colore, in cielo il rosa prendeva lentamente il posto dell’azzurro, poi, superata la foce del Brenta per raggiungere la darsena, ricordo un mondo dipinto di rosa, l’acqua, le canne, tutto, intorno a noi, anche le zanzare che, voraci, stavano per dare inizio alla loro battaglia.

Si arriva per prati d’acqua, dopo avere rasentato paesi costruiti come scene di teatro di altri tempi e panorami di alberi con terreni erbosi di un verde prepotente sul precipizio azzurro del mare.

Così inizia Comisso, proponendo un quadro che sbuca sul mare, questa edizione del 1966 contenente trentadue racconti, il doppio di quelli che costituivano la prima edizione del 1928. Il libro appare diviso in due parti, narrativa la prima, più diaristica la seconda, scandita dai tempi del viaggio e della navigazione.

Paesaggio, mare e terra, uomo e il lavoro, le opere, le avventure, queste le basi sulle quali Comisso lavora e costruisce con la scrittura. Il paesaggio è sempre presente nei racconti, “…io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue. Penetra per i miei occhi e mi incrementa di forza. Forse la ragione dei miei viaggi per il mondo non è stata altro che una ricerca di paesaggi, i quali funzionavano come potenti richiami.

Poi ci sono il lavoro e le vite vissute dei pescatori, esistenze scandite dal tempo del mare e provate dai colori forti del giorno e della notte dentro una cornice di fatica e talvolta di amara dedizione. Universo di mare e campagna, spiagge e orti irrorati e guastati dal sale e in fondo al percorso il terminal di un destino dal sapore davvero ineluttabile.

Anche l’avventura ma non quella gioiosa e un poco incosciente de “Le mie stagioni”, piuttosto la coscienza collettiva del sacrificio per dovere paradossalmente più presente qui, dove il lavoro della pesca e della agricoltura ha un ruolo centrale, che nei diari di guerra e della memorabile e poetica impresa di Fiume.

E in mezzo, sopra, sotto, ancora colore, cromatismi tenui e accentuati, allegorie pittoriche che rafforzano le descrizioni rendendo memorabili i momenti.

Strano che di Giovanni Comisso rimanga questo autoritratto a carboncino, in bianco e nero. Forse per serietà professionale aveva scelto di imprigionare il colore nella scrittura liberandolo soltanto nella mente del lettore, o, come recita la didascalia, aveva in cuor suo sperato di essere pienamente  un “folle avventuriero”  lasciando ad altri la gioia e il dolore di usare il pennello.

Filippo De Pisis. Poesie

Filippo De Pisis, pseudonimo di Luigi Tibertelli, nato a Ferrara nel 1896, è stato pittore, poeta e scrittore, a dire il vero, aveva iniziato proprio come poeta e in questo volume è raccolta gran parte dei suoi versi.

L’immagine o, per meglio dire, la capacità di rappresentare attraverso la lirica il mondo esterno, gli stati d’animo, le sfumature del vivere è l’argomento centrale della sua scrittura, così come era avvenuto nel romanzo “Il signor Luigi B.” in cui descriveva il suo appartamento di Via Montebello, 3 a Ferrara: “Una camera da letto chiara e ariosa con il bagno annesso, due camere bianche da lavoro con un salottino neoclassico azzurro per ricevere le poche visite, una camera rossa, piena di oggetti rari, vecchi, archeologici.

Quando nel marzo del 1920 tenne a Roma la prima mostra i pareri furono contrastanti, pochi capirono, molti criticarono la galleria Bragaglia per averla organizzata, altri ancora inneggiarono al futurismo. Per De Pisis erano solo primi studi, allusioni alla pittura che sarebbe venuta, studi appunto mentre in seguito, nel momento del massimo splendore della sua produzione artistica, li avrebbe definiti cose.

Le cose. Filippo De Pisis è il pittore delle cose. Intese, trasfigurate dall’ispirazione. Pesci, fiori, oggetti. Gesti, apparenze, ombre. E scorrendo le sue poesie incappiamo in quella che forse più di altre appartiene al suo mondo. “Ombre. Non son farfalle, son ombre leggiere sui muri bianchi e grigi del ricordo. Ombra d’una mano levata a benedire, ombra di un fiore che non ebbe mai stelo (il cuore non fa ombra). Delicate parvenze profumi melodie che prendon palpito solo quando cala la sera. Ombre caste della nostra felicità apparente. Non son farfalle, son ombre leggiere.

Per meglio conoscere la vita e l’incredibile storia artistica di questo geniale autore multimediale (almeno per quanto lo consentivano i mezzi d’allora) consiglio la lettura di un libro a mio parere bellissimo, scritto da uno dei più grandi scrittori italiani del secolo scorso, Giovanni Comisso, oggi ovviamente poco ricordato dalle cosiddette elites intellettuali,:  “Mio sodalizio con De Pisis”.

Comisso con grande abilità trasforma un epistolario tra amici, De Pisis e lui, in un romanzo avvincente che attraversa due dopoguerra e in mezzo una guerra mondiale, la seconda, raccontando vite stravaganti, la splendida Parigi degli anni trenta, e soprattutto rendendo semplice e comprensibile la genialità di De Pisis.

Lo studio in rue Madame 18 nel magazzino di una lavanderia. Rue Madame proprio quella dell’Hotel de l’Avenir. Il quartiere latino, le stravaganze parigine e poi, il grande successo di pubblico e di critica. Anche un ricordo, una citazione che al tempo stesso è un triste presagio: “Un po’ malato io sono di certo e perciò, abbastanza ragionevole, vivo in una casa di salute costruitami a mio uso e consumo”. E poi gli aneddoti, i veri o presunti mal di testa che permettono al pittore di lasciare i salotti alla prima mal partita, i modelli dipinti e amati, le case e, ancora, le cose.

Bellissimo è il racconto della festa organizzata a Venezia subito dopo la liberazione, una festa pop, ante litteram, con gente vestita in modo eccentrico, la scultrice L.C. coperta soltanto da lunghe collane di rose di carta, De Pisis vestito sommariamente, dipinto sul corpo e truccato. I comunisti locali gridarono allo scandalo e la questura intervenne traducendo i malcapitati in guardiola e tenendoli dentro per due giorni, nonostante le proteste del pittore e la sua minaccia di ricorrere all’intercessione del Ministro Bottai. Per inciso Bottai non era più ministro dal 25 luglio del 1943. Del “Ballo della granceola”, questo il titolo della festa, parlarono i giornali inglesi e americani, con grande divertimento dei lettori oltre Oceano: “La sola divertente notizia giunta in America dall’Italia dopo la liberazione”.

Con l’aggravarsi delle condizioni fisiche di Filippo De Pisis e i suoi ricoveri a Villa Fiorita nei pressi di Brugherio la storia finisce, ma resta nel lettore il fascino di una vita dedicata al colore, alla leggerezza del pennello e alle parole e la convinzione che, come scrive Giovanni Comisso chiudendo il racconto, “siamo soltanto magnifiche onde in attesa sempre di disfarci nel crollo”.

Ezra Pound. Canti Pisani

Un’estate di molti anni fa camminavo per campo San Maurizio a Venezia in compagnia di Don Ilario Quintarelli, mio padrino di cresima, e soprattutto consulente culturale di due papi, insigne latinista e grecista, ottimo pianista e acuto intenditore d’arte moderna e contemporanea.

Improvvisamente Don Ilario afferrò il mio braccio destro e lo strinse lievemente come per destare l’attenzione, ero abituato a quelle sollecitazioni, perché a Venezia conosceva tutti, in particolare artisti: il suo amico Saetti, Vedova, Borsato e molti altri ancora, ai quali usava presentarmi come il suo figlioccio.

Volevo bene a Don Ilario, era una guida illuminata nel percorso accidentato della mia adolescenza, una finestra sempre aperta sul mondo dell’arte e della conoscenza.

Quella volta aveva voluto segnalarmi una coppia anziana, presumibilmente due coniugi, che camminavano in direzione perpendicolare alla nostra. La donna, piccola, l’uomo alto, bianco di capelli e barba, con un portamento ieratico.

“Sai chi è?” domandò sommesso. Onestamente non lo sapevo proprio.

“E’ Ezra Pound il grande poeta, vive qui a Venezia e non è facile incontrarlo”.

Ricordo allora di aver seguito con attenzione e interesse l’incedere del poeta, osservato il suo volto, la sua figura, come se si trattasse di cosa rara e indimenticabile. In effetti oggi è facile ammettere che lo fosse.

Il suo volto serio e sofferente faceva pensare a una mente rivolta in un’altra prospettiva e col tempo, conoscendo la sua storia, nell’immagine che ho conservato ho potuto ritrovarne segni e percorsi.

I Canti Pisani sono uno dei contributi più grandi e intensi che Pound ha offerto alla poesia, nel maggio del 1945 viene arrestato dai partigiani italiani e consegnato all’esercito degli Stati Uniti a causa della sua dichiarata adesione al fascismo. Recluso nel campo di prigionia di Metato, tra Pisa e Viareggio in cella di sicurezza accusa problemi fisici e mentali. Viene ricoverato in infermeria dove può scrivere la sera. Compone i Canti Pisani. Successivamente viene trasferito negli Stati Uniti e accusato di collaborazionismo e alto tradimento.

In seguito a una perizia psichiatrica viene internato nell’ospedale criminale federale di St. Elizabeths a Washington.

Bellissima è l’intervista, rinvenibile su You Tube, di Pasolini a Ezra Pound, due grandi poeti che si interrogano sull’attualità e sul futuro.

Pound non è d’accordo sul fatto che i paesi più industrializzati possano essere considerati automaticamente più avanzati sotto il profilo della cultura, del resto la natura è centrale nella sua opera, e Pasolini risponde con una lettura piena di fascino della parte terminale di uno dei Canti Pisani.

“…….questa non è vanità.

Avere con discrezione bussato

perché un Blunt aprisse,

aver raccolto dal vento una tradizione viva

o, da un bell’occhio antico, la fiamma inviolata,

questa non è vanità,

perché qui l’errore è in ciò che non si è fatto.

Nella diffidenza che fece esitare.”

Stefano Carletti. Naumachos

Nel 1971 avevo quindici anni, ma la giovane età non mi impedì, l’anno successivo, di conseguire il brevetto di apneista al Club Sommozzatori Padova con maestri come Fabio Marchetti e Agostino Siviero, a tutti gli effetti veri pionieri della subacquea. Qualche anno fa andando a ritirare un premio per la mia attività letteraria nella storica sede del Museo della Marineria di Viareggio ho visto, esposto in una bacheca, un brevetto del tutto identico al mio: ineffabile evidenza del trascorrere del tempo.

Le formidabili avventure raccontate da Gianni Roghi in Dahlak e nel film Sesto continente di Vailati e Quilici erano appannaggio della generazione precedente, per intenderci quella uscita dalla guerra, sperimentazioni di nuove e rivoluzionarie attrezzature e primi record con il grande Raimondo Bucher protagonista indimenticabile.

Per noi ragazzi del baby boom, fine anni cinquanta e primi sessanta, quelle vicende appartenevano a una dimensione favolistica e leggendaria, una porzione di mondo intangibile, perché eravamo abituati a raggiungere in bicicletta o in autobus la piscina dove imparavamo a immergerci e, nel nostro piccolo, a lottare con la normalità delle intemperie, pioggia, vento, talvolta neve, figurarsi se pensavamo di partecipare a una spedizione in Mar Rosso o nei lontani mari tropicali.

Sognavamo, ma in modo pratico e minimalista, aiutandoci con la bellissima rivista “Mondo Sommerso” diretta da Antonio Soccol e traendo ispirazione dalle foto di immersioni e di caccia: i fondali dell’Isola d’Elba, dell’Isola del Giglio, le bocche di Bonifacio, Carloforte, Lipari e Egadi con qualche puntata esterofila sulle frastagliate coste della Corsica. Le modelle subacquee in pose plastiche e in topless, evidentemente consentito, all’epoca, solo sotto il livello dell’acqua, aggiungevano ai nostri sogni di ragazzi una tenue allure sessuale.

Dietro la barriera di gorgonie, prima vera scoperta delle immersioni in acqua libera, la libertà stava proprio nel poter andare finalmente a scoprire la verità del profondo, e dopo le uscite in macchina con i colleghi più grandi, avevamo bisogno di una spinta, una spinta creativa che ci portasse a vivere il mare autonomamente e come protagonisti.

Naumachos è stata la spinta, un libro divorato sul copriletto di ciniglia della casa paterna, sull’asciugamano in spiaggia, un compendio di energia in linea con le tensioni e le energie di quei momenti. Basta con la subacquea ufficiale, abbasso lo stato padrone e l’enfasi militaresca, sù andiamo a caccia di pesci e anfore e viviamo così, cogliendo l’attimo e l’occasione più propizia. Il nemico sott’acqua è il nemico fuori: la polizia, i baschi neri, la guardia costiera, servitori di una repubblica asfissiante e poco marinara che si oppongono alla libertà di iniziativa, alla nostra libertà.

La subacquea piratesca di Carletti è musica per le orecchie di ragazzi che hanno voglia di cambiare il mondo e che fanno della sfida al conformismo, della lotta contro le regole dei vecchi, la loro bandiera. Subacquea e pirateria, un mix imprevedibile e al tempo stesso seducente, come le acque calde di Cala Agadir, il letto di anfore del relitto, la statuetta venduta al mercante inglese, la mattanza di Favignana e la passeggiata dentro la pancia dell’Andrea Doria.

Poi, con il ricavato, la realizzazione del sogno più bello, una barca propria e navigare.

Non è un caso che Naumachos venga stampato ancora oggi, sono passati quarant’anni dalla prima edizione.

Forse è ancora lì che aspetta una generazione che abbia finalmente il coraggio e la forza di prendere per mano il destino e cambiare le cose, costi quel che costi.

Ennio Flaiano. La solitudine del satiro

Come può essere solitario un satiro?

L’abitudine a rivelarsi nell’assemblea del corteo dionisiaco, partecipando al rito sacro e irridente, è certo in forte contrasto con lo stato doloroso della solitudine, perché da solitario, e intruso, si troverebbe costretto a misurarsi proprio con il gradiente indigesto della sua diversità, avvertendo immediatamente l’angoscia del rapporto individuale con il mondo reale.

Ennio Flaiano, abruzzese di Pescara, scrittore, giornalista, sceneggiatore, nel 1947 vince il primo Premio Strega con “Tempo di uccidere”, romanzo che racconta la guerra di Etiopia, scritto in pochi mesi su richiesta di Longanesi. Autore di sceneggiature di grandi film del cinema italiano, collabora con registi come Federico Fellini, Alessandro Blasetti, Luigi Zampa, Mario Monicelli, Dino Risi, Michelangelo Antonioni e molti altri.

Tiene per anni la rubrica “Diario notturno” su “Il Mondo” e collabora con alcune tra le più importanti testate giornalistiche italiane, come: il Corriere della Sera, L’illustrazione Italiana, L’Espresso, L’Europeo.

“La solitudine del satiro” è una raccolta di articoli usciti a più riprese su “Il Mondo”, sul “il Corriere della Sera” e altri giornali, ove Flaiano legge e osserva la realtà con lo sguardo di uno che non è parte, è di fuori.

Lo sguardo ironico e disincantato, appunto, di un satiro che il destino ha voluto comunque presente in uno scenario contraddistinto da cambiamenti sconvolgenti che spesso assomigliano a distruzioni, un’occhio che vede cose che scivolano inspiegabilmente addosso alla gente e puntualmente accadono senza che alcuno, intorno, dia l’impressione di accorgersene veramente.

Colate di cemento coprono le pendici dei colli di Roma mutando il volto alla città e andando anche a intaccare la cultura popolare, lo spirito che per secoli aveva animato il modus vivendi.

Bellissime le pagine dedicate all’umorismo.

Il pugile Cavicchia viene chiamato al telefono da uno spettatore durante l’incontro che volge al peggio, l’insegna della vecchia osteria, vicino al cimitero del Verano, con la scritta “Qui si piange meglio”, il fruttivendolo risponde alla domanda di una signora sulla bontà delle pere consigliandola di rimproverarle se non sono buone.

E’ la Roma del Belli attualizzata da Petrolini, patria di un “umorismo basato sulla dissociazione del reale, fumista, fisiologico, con quella bonarietà che lascia sempre il segno”, assediata da una campagna che sta cambiando, inesorabilmente, pelle. I nuovi quartieri residenziali vengono costruiti sugli antichi campi, strade larghe ancora deserte portano nomi di scrittori e poeti.

Famiglie e uomini solitari vanno a vedere le nuove case portati sin laggiù da automobili fresche d’acquisto, linde e pulite. “Altri guidatori solitari, nelle stradette che si incrociano aprono il confano del motore e guardano dentro. I colloqui dell’Uomo nella solitudine sono ormai con la macchina.”

In questo contesto anche Flaubert si troverebbe costretto a rivedere e riscrivere il suo romanzo “Bouvard et Pécuchet”, due immortali testimoni della umana stupidità, perché oggi la stupidità non è “borghese, razionalista, volterriana, come ai tempi del farmacista Homais, quanto tesa verso il futuro, piena di idee. Oggi il cretino è pieno di idee”.

Il satiro solitario è un essere libero per definizione, libertà certo dolorosa in quanto nata dalla privazione, ma al tempo stesso produttrice di un’ottica privilegiata, di una lucidità profonda nel giudicare ciò che accade, anche quando l’interesse della cronaca è ormai principalmente rivolto alle passioni.

Del resto, anche Lady Chatterley, del bosco, “la cosa che più l’aveva colpita era il guardaboschi”.

Lucio Dalla. Come è profondo il mare

I giornali, le televisioni, le radio e web celebrano Lucio Dalla scomparso a Montreux, per un infarto, appena pochi giorni prima del suo compleanno.

Montreux è una bellissima cittadina svizzera sul lago di Ginevra e in piazza c’è una grande statua di Freddie Mercury. Il leader dei Queen ha trascorso in quei luoghi l’ultimo periodo della sua vita dopo essere venuto a conoscenza di aver contratto l’AIDS. La canzone dei Queen A Winter’s tale, dall’album Made in Heaven, è ispirata a Montreux. E’ un posto molto bello, sono stato da quelle parti alcuni anni fa, il lago ha un aspetto solare, sembra un pezzo di mare incastonato per un capriccio in mezzo a dolci montagne verdi smeraldo.

Lucio Dalla ha accompagnato la mia vita, come del resto quelle di altri.

Nel 1969 avevo quattordici anni. Guardavo ancora i cartoni alla Tivù dei ragazzi. Lucio suonava e cantava Fumetto, che poi era la sigla del programma: “Gli eroi di cartone”.

Ricordo quando cominciò a esibirsi con regolarità alla televisione, erano i primi anni settanta e suonava il clarinetto nell’orchestra di Lino Patruno. Indossava strane camicie, nere, comunque scure (la Tivù era in bianco e nero) con arabeschi o disegni optical e suonava divinamente. Conquistava la scena, perché riusciva a trasmettere la grande energia che aveva dentro e quando partiva con imprevedibili gorgheggi in stile scat, una sua caratteristica vocale, diventava davvero irresistibile (Una delle sue prime incisioni scat fu inserita in un album dei Flippers, intitolato “At Full Tilt”, nella canzone Hey you).

Negli anni settanta, in mezzo all’esplosione politico psichedelica della musica pop e dei cantautori nostrani, le sue canzoni affioravano come boe colorate, per esempio quelle contenute nell’album Anidride solforosa e scoprivamo, in Mela di scarto, cosa fosse il Ferrante Aporti e che davvero Tu parlavi una lingua meravigliosa.

Venne il 1977 e nel bel mezzo dell’assalto al cielo, della rivoluzione mancata, il 1977 non il 1968, Lucio Dalla pubblica Come è profondo il mare. Ricordo le polemiche, perché la canzone è considerata da molti una sorta di prodromo del riflusso non essendo intonata ai tempi. Come al solito non capivano niente. Una grande canzone, finemente poetica, totalmente umana. Il mare, del resto, è una costante nelle canzoni di Dalla, dal mare arriva sempre qualcosa e sotto il mare c’è tutto, il mistero della vita, prima ancora dei buoni e dei cattivi pensieri.

Alla fine dei settanta, d’estate, mi trovavo in ospedale e leggendo i giornali vedo che Banana Republic è diventato un successo mediatico. La canzone e il titolo dell’album, tratto da un brano del cantante country Steve Goodman, e tutte le altre, in particolare, Ma come fanno i marinai. Lucio Dalla, insieme a Francesco De Gregori, si era ripreso d’un balzo la ribalta delle giovani emozioni riempiendo gli stadi in tutta Italia.

Nei primi anni ottanta ho cominciato a lavorare, però ricordo di aver assistito, a Padova in un Appiani gremito, a un bellissimo concerto di Dalla accompagnato dal gruppo degli Stadio.

Più recentemente l’ho incontrato di persona, di sfuggita a Roma, in uno studio televisivo, ma non importa.

Lucio, a modo suo, è stato sempre presente, con le sue canzoni e con la capacità che aveva di raccontare storie che ciascuno di noi riusciva a sentire vere e spesso anche proprie.

La più bella di queste storie, è senz’altro la sua, cominciata il 4 marzo del 1943.

Antonio Soccol. Il sorriso del mare

Domenica 26 febbraio alle ore 16.55 ricevo una mail dal mio amico Antonio. Una mail senza oggetto, nell’intestazione è semplicemente scritto “nessun oggetto”. Leggo il testo: “Antonio è partito per il suo lungo viaggio senza ritorno. Lo salutiamo lunedì 27 alle ore 15.15 presso il crematorio del Cimitero di Lambrate (Milano)”. Non ho potuto andare a Milano. Mi è dispiaciuto ma ho pensato che avrebbe detto, con il suo solito tono sbrigativo, “Cosa vieni a fare? Rimani a Roma è meglio, ci vediamo un’altra volta” e Antonio non amava Roma.

Adesso è lunedì 27, sono le 15.15 e racconto di lui. Un post che non avrei mai voluto scrivere.

Antonio Soccol, veneziano, uno dei più grandi giornalisti di mare e di nautica, nella sua vita ha collaborato con 131 riviste e ne ha dirette 20 tra cui Mondo Sommerso, No Limits World e tante altre. E’ stato, per più di dieci anni, copilota di imbarcazioni d’altura campioni d’Italia e d’Europa e è contitolare con Giorgio Tognelli di un record mondiale di velocità offshore. La Scuba Schools International gli ha rilasciato una carta platino che attesta più di 5.000 ore di immersione con ARA. Per la sua competenza in campo nautico è stato insignito del titolo di “Pioniere della Nautica”.

Amico e conoscente di grandi personalità della cultura, della letteratura, dell’industria e del giornalismo: J.Y.Cousteau, Gerard d’Aboville, Alex Carozzo, Gianni Agnelli, Renato “Sonny” Levi, Peter Du Cane, GB Frare, Pietro e Giampiero Baglietto, Giorgio Barilani, Franco Harrauer, Massimo Gregori, Sergio Abrami, Carlo Riva, Don Aronow, Merrik Lewis, Giorgio Tognelli, Salvatore Gagliotta, Nino Petrone, Guido Buriassi, Dick Bertram, Alberto Korda, Gianni Roghi, Carlo Marincovich, Fernanda Pivano, Gabriel Garcìa Màrques, Jorge Amado, Folco Quilici, Marian Skubin, per citarne alcuni… Gente che il mare l’ha scritto, fotografato, studiato, cantato, dipinto, raccontato, tradotto, analizzato, corso, navigato, difeso, lavorato e vissuto.

La sua, una scrittura pulita, cristallina per certi versi acquatica con la quale ha raccontato tante storie di mare, di barche, di avventura e anche di cattive abitudini, di umana debolezza e incomprensione.

Ho conosciuto Antonio più di dieci anni fa quando è uscito il mio primo romanzo “Apnea”, il libro gli piaceva e scrisse una bella recensione. Da quel giorno ci siamo sentiti spesso, per e mail e visti, le volte che salivo a Milano.  Ricordo il suo entusiasmo nell’operazione Gianni Roghi. Voleva ricordare Gianni nel migliore dei modi e far conoscere al pubblico i suoi lavori e le sue opere. Per l’occasione organizzò una vera e propria offerta multimediale: un portale internet, una mostra e alcuni convegni.

Antonio era un uomo intelligente e generoso. Un pioniere sempre, nella motonautica, nella vela (exocetus volans, la sua barca ibrida, è l’esempio più tangibile), nell’editoria, nella scrittura, nella subacquea e sul web. Uno che aveva l’avventura nel sangue e che amava sentire, come diceva spesso, le farfalle nello stomaco, piuttosto che languire e poltrire in un porto sicuro. Diamine, era il co pilota di Arcidiavolo!

Da non perdere la serie di interviste su Rai.tv, nell’ambito dei servizi “uno su mille” dedicati a Raimondo Bucher.

Quando gli comunicai che avevo deciso di farne il protagonista di un romanzo rise di gusto. Nel Sorriso del vento è Anton e il Capitano John. La stessa persona, anzi una persona con due personalità. Così, per un pezzo, divertendosi, firmò le sue mail capt John. Antonio non amava Roma e non aveva torto perché proprio da Roma era partita la discutibile iniziativa che l’aveva privato della direzione di Mondo Sommerso, la sua rivista, (mai bella come quando la dirigeva) ma ciononostante me lo trovai davanti alla presentazione del Sorriso del vento.

Come se il Capitano John fosse uscito dalle pagine del libro e materializzato, all’insaputa di tutti, davanti all’autore sbigottito e incredulo. Quella è stata una grande emozione, più di tutto il resto: del libro, degli ospiti, dei giornalisti. Sapevo, infatti, che Antonio era venuto solo per me.

L’ultima volta che l’ho sentito è stato circa due mesi fa. Al telefono. Era stanco di combattere la sua guerra marziana ma aveva ancora molta voglia di vivere.

Ciao Antonio, ciao amico caro.

“Sosta quanto puoi, lontano dai rumori del mondo. Completamente immerso nel meraviglioso nulla saziante”.

Liu Bolin. L’artista invisibile

La Cina contemporanea è un grande paese in forte e rapido sviluppo e trasformazione, processi che avvengono in tempi brevi, anche a discapito della natura.

Liu Bolin artista cinese nato nel 1973 nella provincia di Shandong, consegue il Bachelor of Fine Arts presso il Collegio delle Arti di Shandong nel 1995, il Master of Fine Arts alla Accademia d’Arte di Pechino nel 2001.

I suoi lavori sono esposti in numerosi musei e gallerie in tutto il mondo.

E’ anche conosciuto come “L’uomo invisibile”, i lavori più noti fanno parte della serie “Hiding in the City” (Nascosto in città). La raccolta prende spunto dalla reazione emozionale dell’artista alla distruzione, da parte del governo della repubblica popolare cinese, del villaggio degli artisti

di Suo Jia Cun nel Novembre 2005 a Pechino. Al tempo della distruzione Liu stava lavorando proprio in quel quartiere, ritenuto uno dei più grandi ritrovi di artisti di tutta l’Asia.  Liu decide di usare la sua arte come forma di protesta silenziosa richiamando l’attenzione del pubblico sulla mancanza di tutela da parte del governo cinese verso gli artisti.  Attraverso l’uso del suo corpo e dipingendo se stesso sui muri e sulle strade di Pechino, Liu crea uno spazio per l’artista cinese, preservando il suo status sociale e evidenziando il problematico rapporto con l’ambiente fisico.

Anche gli slogan della vecchia propaganda comunista diventano un’occasione per svelare quanto possa essere annichilito e standardizzato il pensiero comune. Entrando con il suo corpo negli slogan, dipingendosi dentro gli slogan, Liu costringe lo spettatore a riflettere, a mettere in discussione i messaggi e a meditare sulle circostanze della propria vita.

La serie di opere “Hiding in the City” ispira la serie successiva denominata “Shadow” e  ancorata al concetto di impotenza dell’individuo e al rapporto con l’ambiente naturale. Il corpo viene steso o appoggiato sulle superfici quando piove, lasciando un’evidente traccia asciutta: un’ombra. Un’ombra che scompare rapidamente quando l’artista abbandona la posizione e la pioggia ricopre la sagoma asciutta. Una metafora della transitorietà e della debolezza dell’uomo nei confronti dell’ambiente e dei fenomeni naturali.

Liu Bolin sviluppa “Hiding in the City” anche in due serie di performance a Venezia e New York.

Venezia scelta per quello che significa questa città nella tradizione dell’arte occidentale e New York per enfatizzare i conflitti che esistono tra gli esseri umani e gli oggetti che creano.

Salvatore Sciarrino. Studi per l’intonazione del mare

La composizione “Studi per l’intonazione del mare” è andata in scena in anteprima mondiale al festival delle nazioni di Città di Castello nel 2000.

Due orchestre: l’una di 100 flauti, l’altra di 100 sassofoni, danno vita a un percorso musicale caratterizzato da una profondità ermetica che è costante nella produzione artistica di Salvatore Sciarrino.

Parliamo, quindi, ancora di complessità, perché nell’ermetismo è implicito un percorso sovrarazionale che mette in comunicazione diretta l’individuo con la divinità attraendolo in una dimensione ascetica.

Da questa posizione, per certi versi privilegiata, è possibile afferrare la varietà e la verità delle cose anche se agli umani sensi esse possono apparire confuse e persino trasfigurate.

Studi per l’intonazione del mare, attraverso un fenomenale mash-up e la conseguente distorsione percettiva dell’universo dei suoni, conduce, chi l’ascolta, a cogliere il flusso del vento, lo streaming dell’onda e persino l’incedere dei piccoli animali sulla spiaggia e sulla battigia.

Un’esperienza di fruizione musicale che, oltre la complessità, apre alla prospettiva della conoscenza e al piacere che se ne ricava.

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