Franco Arminio. Geografia commossa dell’Italia interna

1380_large_DSC03400

Le filosofie dell’ottocento hanno prodotto modelli sociali per lo più utopici che nel secolo successivo hanno portato l’umanità a credere e a impegnarsi in tentativi di realizzazione risultati impossibili e spesso tragicamente fallimentari, oggi invece il pensiero del mondo è semplicemente diviso tra chi crede nella sostenibilità del pianeta e chi invece non ci crede.

Non è una questione ideologica, come si potrebbe supporre utilizzando modelli di riferimento novecenteschi, sono posizioni basate l’una su dati di fatto e l’altra, quella negazionista, sul disconoscimento di fattori ormai incontrovertibili. Scomparsi i modelli sociali alternativi è rimasto in vita soltanto un modello di sistema, tale modello è fondato sullo sviluppo delle società tramite lo sfruttamento delle risorse naturali, comprendendo in questo vasto insieme, uomini, cose, natura.

A pensarci bene è un modello piuttosto primitivo elevato però alla massima potenza e oggi trasferito su scala mondiale. La scelta di campo più facile è sempre quella di preservare la continuità ed è ovvio che gli Stati che hanno maggiormente sostenuto o incarnato lo spirito del capitalismo neghino che esistano limiti al suo processo di sviluppo. Questa la ragione per cui la tesi che il pianeta non sia più sostenibile viene respinta.

I libri di Franco Arminio, esponente di punta di un movimento che definiremmo paesologico, possono aiutarci a riflettere su questioni ormai centrali per la vita di tutti noi e anche a immaginare muovi modelli di sviluppo che, prendendo spunto dalle antiche comunità, non si limitino a disegnare percorsi nostalgici ma a prefigurare innovative modalità di relazione.

Sono i paesi contemporanei l’oggetto della ricerca, catalizzatori di una mozione degli affetti che viene dalla consapevolezza di non potersi limitare solo al dire o allo scrivere ma, soprattutto, a un nuovo fare.

“Al mio paese la vita comunitaria non è fatta più di niente. Se non fosse per qualche rancoroso incallito che ancora milita in piazza, si potrebbe dire che non c’è più niente, solo case e macchine che vengono spostate da un posto all’altro.”

geografia_commossa_dellitalia_interna

“(…) una bolla antropologica in cui le persone avevano mandato in giro la loro ombra, come se nessuno potesse più calcare la scena del mondo coi suoi piedi, col suo cuore.”

La constatazione, attraverso l’osservare, che i paesi non siano più i piccoli centri di un tempo, avendo perduto la dimensione della centralità di quando intorno c’era e si sviluppava un lavoro centrato sulla natura, rafforza la convinzione che siano diventati una sorta di indistinta periferia di un centro lontano, periferia spesso degradata e priva di una propria identità anche sotto il profilo culturale.

“La società dello spettacolo di cui parlavano i situazionisti ha ceduto il posto allo spettacolo senza società…la società non c’è più” ed è solo allo spettacolo che si aggrappano ormai i paesi spaesati, alle feste del patrono, alle sagre estive frequentate da personaggi di primo e secondo piano delle televisioni nazionali, confermando ancora una volta di essere semplicemente propaggini, piccole piattaforme utili solo a far rimbalzare una eco.

La speranza è racchiusa nella ineluttabilità dell’azione.

“Possiamo ripartire da piccole comunità provvisorie, possiamo ripartire dai luoghi e da assonanze pazientemente cercate e costruite. Il lavoro della cultura oggi è un esercizio di microchirurgia, si tratta di ricucire nervi tranciati, tessuti lacerati.”

Quindi la ripartenza di una concezione del mondo come organismo vivente può prendere spunto dalla cognizione dei suoi dolori, organizzando modalità di nutrimento contrapposte alle attuali pratiche di prelievo, spesso selvaggio, delle risorse naturali. Il tessuto sociale che supporta queste dinamiche va ricostruito partendo dalla base, attraverso l’elaborazione e la realizzazione di un nuovo concetto di paese e di comune.

E’ dai paesi che bisogna ripartire.

“Bisogna intrecciare in ogni scelta importante competenze locali e contributi esterni. Intrecciare politica e poesia, economia e cultura, scrupolo e utopia.”

vive-la-commune

Annunci

Peter Greenaway. The Draughtsman’s Contract

Qualche giorno fa ho avuto l’occasione di ascoltare nella hall del MAXXI di Roma (il Museo delle arti del XXI secolo) un breve, ma intenso, concerto del quintetto d’archi “Architorti” gruppo musicale che dal 2004 realizza le colonne sonore dei film di Peter Greenaway. La locandina diceva che l’evento era organizzato per raccontare la bellezza: “Peter Greenaway condurrà il pubblico in una esperienza che coinvolgerà tutti i sensi, una performance in cui la sua visione di regista diventa immagine in movimento e musica”. In effetti il concerto non ha tradito promesse e aspettative, questo frammento pubblicato su You Tube ne è breve testimonianza.

L’evento dà l’occasione di scrivere di Peter Greenaway, un regista pittore o se volgiamo un pittore regista, che fin dalle origini ha messo in seria discussione le modalità tradizionali che sottengono alla costruzione del racconto cinematografico scegliendo strade nuove e preferendo la semeiotica all’approccio semiologico. Le trame e la struttura narrativa dei film di Greenaway nascono infatti dal colore, dal significato dei numeri e delle lettere dell’alfabeto, tanto per fare alcuni esempi. Ciò che interessa al regista è l’impatto visivo delle immagini sullo spettatore, l’allusione simbolica e significante dei tanti dettagli, frammenti, indizi che sono disseminati nelle diverse inquadrature.

Greenaway, in tal modo, apre il cinema alla prospettiva del sentire attraverso la visione e, così facendo, utilizzando un meccanismo generato dall’incanto emozionale conduce lo spettatore in un ambiente simbolico, un labirinto di segni e forme che non ha mai fine aprendosi, ad ogni passo, a nuove sorprese e scenari. L’interesse di Greenaway per la pittura barocca, e l’arte in genere, ha avuto senz’altro un notevole impatto sul suo modo di fare cinema, anche perché risulta abbastanza evidente il suo uso dell’arte come strumento per leggere e interpretare la realtà.

In un’intervista di qualche anno fa a un quotidiano italiano Peter Greenaway ha sostenuto: ”Ogni arte è un’esperienza educativa; i miei film sono difficili ma fanno parte di un processo d’apprendimento che incoraggia le persone a pensare visivamente. Ricerco strutture non narrative correlate alla pittura; la pittura è estremamente importante, l’occhio del pittore è lo strumento attraverso cui vediamo il mondo.”

Il film che a mio parere, senza nulla togliere agli altri, meglio rappresenta questa linea di pensiero e di realizzazioni è “The Draughtsman’s Contract”, il contratto del disegnatore, noto in Italia con il titolo “I misteri del giardino di Compton House”, un film del 1982.

La storia è ambientata nell’Inghilterra del ‘700, la moglie di un facoltoso proprietario terriero assume un pittore per riprodurre in più vedute la tenuta di Compton House al fine di regalare al marito assente, una volta tornato dal suo viaggio, i quadri. In realtà il paesaggista, Mr. Naville, è assunto anche per soddisfare le voglie sessuali della signora e successivamente della figlia. Intanto nei giardini cominciano ad apparire oggetti abbandonati e abiti appartenenti a Mr. Herbert, il padrone di casa, che vengono fedelmente riprodotti nelle opere di Naville. Un giorno viene rinvenuto in un fossato della tenuta il cadavere di Mr. Herbert, appare evidente che si tratta di un omicidio, i lavori di Naville possono essere utili per tentare di ricostruire ciò che è avvenuto. Ma non interessa a nessuno, anzi Naville diventa un testimone scomodo al punto che viene ucciso dagli stessi uomini che avevano ordito l’assassinio di Mr. Herbert e i suoi disegni distrutti.

The Draughtsman’s Contract è un’allegoria del pensiero di Greenaway. Il dettaglio, i frammenti, i simboli valgono in quanto tali più che organizzati attraverso legami che propongano un significato, anche perché quando al significato complessivo è data contezza è tardi e può essere inutile, come nel caso di Naville.

Non ha quindi ragion d’essere un vedere disgiunto dal sentire.

Italo Sulliotti. Sotto l’Artiglio, il segreto dell’Egypt

Quando ero bambino, all’inizio degli anni sessanta, nasceva in me la passione del mare.

Ricordo una rivista, che conservo ancora tra le cose più care, dedicata al mondo sottomarino, alle prime immersioni con la maschera, maschere tonde di gomma azzurra, e ai protagonisti delle grandi discese, i palombari.

Erano i palombari gli unici a potersi immergere alle maggiori profondità e lo facevano rinchiusi dentro scafandri di gomma, indossando scarpe con suole di piombo e caschi di rame, per questo venivano chiamati “teste di rame”.

Il racconto di Italo Sulliotti, una vecchia edizione degli anni trenta, consente di aprire una finestra sull’oblio e ricordare le imprese del piroscafo da recupero Artiglio e di un grande palombaro, inventore della camera iperbarica, Alberto Gianni.

L’Artiglio e Alberto Gianni, insieme al Commendator Giovanni Quaglia, patron della SO.RI.MA (Società recuperi subacquei) società armatrice della nave, sono tra i protagonisti di una storia ambientata tra le acque di Brest e le stanze del primo ministro inglese, in un’epoca in cui l’Italia, almeno per quanto riguardava la marineria e le attività subacquee, era considerata all’avanguardia.

La trama è semplice, l’Artiglio e i suoi palombari sono alla ricerca del piroscafo  Egypt affondato nelle acque di Brest alcuni anni prima, il piroscafo contiene un prezioso e consistente carico di monete e lingotti d’oro, destinato alle banche dell’India. Ma non sono i soli a cercare il relitto e le sue vestigia, anche il governo inglese, sollecitato da Lady Margaret Weend, vedova di un ministro scomparso nell’affondamento dell’Egypt, nutre particolare interesse per alcuni documenti conservati nella cassaforte del comandante. Quando Alberto Gianni localizza il relitto a 130 metri di profondità il Comandante Kennedy, a nome del governo di Sua Maestà chiede di essere presente al recupero della cassaforte. Il commendator Quaglia non ha nulla in contrario, anche perché gli inglesi non sono interessati al tesoro, solo ai documenti.

Fin qui il racconto. In realtà le cose andarono diversamente. Il relitto dell’Egypt venne individuato il 29 agosto 1930 ma il maltempo di fine estate e poi quello invernale obbligò a spostare il recupero alla primavera successiva. Nel frattempo l’Artiglio raggiunse l’isola bretone di Belle Île, a nord ovest della Francia, per dedicarsi alla bonifica della nave Florence, carica di esplosivi, affondata laggiù nel 1917.

Durante le fasi di demolizione della Florence, forse a causa di una carica posizionata erroneamente, gli esplosivi stivati nel relitto improvvisamente esplosero. L’Artiglio, ancorato a poca distanza, fu investito in pieno dall’esplosione, affondando rapidamente. Nel tragico incidente perì gran parte dell’equipaggio, tra cui i palombari Alberto Gianni, Aristide Franceschi e Alberto Bargellini, tutti originari di Viareggio.

Il recupero del tesoro dell’Egypt fu effettuato utilizzando una nuova nave, inizialmente portava il nome di Maurétanie, poi fu rinominata Artiglio II, ma tutti continuarono a chiamarla Artiglio.

E il Governo di Sua Maestà? E Lady Margaret Weend? Il governo troverà poco o nulla anche grazie a un brillante “escamotage” di un suo illuminato funzionario, Lady Weend invece scoprirà quanto possano essere importanti nella vita degli uomini il desiderio, le passioni e i loro frutti.

Noi invece guardiamo il mare, adesso calmo. Tiene in serbo storie, racconti, tesori, talvolta misteri.

E chiudiamo con parole attribuite dall’Autore a Alberto Gianni, un modo semplice per ricordarlo e onorare ancora oggi, dopo ottant’anni, quelli bravi come lui.

“…Alle otto di mattina mi infilarono il casco. Avviarono la pompa dell’aria; mi fissarono le suole di piombo e mi abbandonarono contro la scaletta di ferro che, applicata verticalmente al bordo dell’imbarcazione, conduce in fondo. Cominciai a discendere…”

Gianni Roghi. Dahlak

Un pomeriggio, molto piovoso, del giugno 2007 ho avuto l’onore di partecipare, come relatore, a una tavola rotonda organizzata in ricordo di Gianni Roghi presso l’acquario di Milano. Per me, un’occasione unica e, al tempo stesso, autentica perché, come altri, mi trovavo lì a parlare di una delle personalità più affascinanti del secolo appena trascorso.

Gianni Roghi è stato molto più del giornalista che alcuni ricordano, era un avventuriero, nel significato più schietto e puro del termine (uomo di avventura), uno degli ultimi grandi esploratori e sperimentatori che la storia recente abbia avuto il merito di accogliere e evidenziare.

Regista e ideatore della rassegna dedicata a Gianni Roghi era il mio caro e compianto amico Antonio Soccol e nel sito dedicato a Gianni, che ancora oggi è fruibile da parte degli appassionati, Antonio rammenta di avere avuto verso Gianni un “debito di riconoscenza esistenziale”, una ragione intima per partecipare al ricordo di un uomo che Giorgio Bocca aveva definito “troppo intelligente” e gli amici e gli estimatori ancora apprezzano per l’assoluto eclettismo e l’indissolubile energia creativa.

Dahlak è un libro pubblicato per la prima volta da Garzanti Editore nel 1954, il racconto della partecipazione di Gianni Roghi, come componente scientifico e capo ufficio stampa alla Spedizione Subacquea Italiana in Mar Rosso (28/12/1952 – 26/06/1953) alle isole Dahlak, organizzata e coordinata da Bruno Vailati.

Themadjack ha, recentemente, accolto alcune riflessioni sul film documentario “Sesto Continente”, video-cronaca degli eventi, prodotto da Bruno Vailati e Folco Quilici.

Perché le isole Dahlak?

Scrive Gianni Roghi: 
“Le ragioni sono poche ma buone. Anzitutto la spesa: volevamo condurre una spedizione in un mare tropicale corallino, e il Mar Rosso rispondeva perfettamente alle nostre esigenze essendo appunto un classico “mar di corallo”, e a distanza ragionevole dall’Italia. Per trovare costruzioni madreporiche egualmente imponenti, e la fauna relativa, sarebbe occorso traversare l’intero Oceano Indiano, o arrivare fino alle Indie Occidentali. Il finanziamento dell’impresa non l’avrebbe mai consentito.”

Completa il volume un testo d’appendice di  Francesco Baschieri sui risultati scientifici ottenuti dalla Spedizione Nazionale Subacquea Italiana in Mar Rosso. “Dahlak” ha avuto moltissime ristampe e riedizioni, oggi è disponibile presso l’editore Mursia, da sempre attento al mare.

Un brano tratto dal capitolo “La danza delle mante”:

L’Africa tropicale, l’Africa calda è un animale vivo che mangia, cresce, muore e si rigenera a scatti. È un corpo che subisce metamorfosi tanto rare quanto brutali, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra. La crisalide che esplode in farfalla sotto i tuoi occhi; una natura che ignora i dolci passaggi delle latitudini temperate: va a balzi, a stroncature, a urli. All’Asmara, duemila metri sul mare, vidi un albero di pesco che mi fece pensare alle allegorie religiose del medioevo: alcuni rami erano secchi come d’inverno; altri avevano i boccioli; altri recavano le foglie, verdi ed espanse; altri i frutti piccoli e acerbi; altri ancora le pesche mature e ancora altri le pesche marce. Quell’albero non aveva stagioni, non sonni, non requie. Tutti gli alberi di Asmara e dell’Africa alta sono privi della misura del tempo, sono in divenire. Alberi hegeliani. Ma mentre quel pesco moriva e fioriva nei medesimi rami e con la medesima linfa, giù nell’Africa calda, giù a Dur Ghella la natura era morta bruciata da un anno. Se con il calcio del fucile battevi sui tronchi, ne udivi un suono secco di legno cavo: come bussare a una bara.

E una notte piovve, piovve sul serio, per la prima volta da un anno. Piovve tre ore continue dall’una alle quattro. Era acqua calda, a gocce grosse e pesanti. Piovve senza vento, con un fragore di cascata. La tenda s’allagò, i materassini di gomma galleggiarono, ogni cosa nostra divenne fradicia. Rimanemmo tre ore ad ascoltare la pioggia, seduti in due dita di acqua tiepida, al buio. Poi smise, l’acqua defluì lentamente, ci ricoricammo e dormimmo. Mi svegliai per primo, erano le nove. Non pioveva più e si sentiva l’aria pulita; faceva quasi fresco; ma non so, si sentiva un’aria nuova, diversa da quella solita. Mi pareva di accorgermi soltanto allora di aver respirato per tutte quelle settimane e quei mesi un’aria che aveva un sapore. O un odore, forse. Uscii dalla tenda, sbucai dalla mangrovia ancora grondante. Non c’era una nuvola. E mi misi le mani sugli occhi: quello che vedevo non poteva esser cosa della nostra terra, era magia, era stregoneria. L’isola, quell’isola grigia bruciata, era color di smeraldo.

Era scoppiata la primavera.

Ecco qui Gianni Roghi e, con lui, la meravigliosa essenza delle Isole Dahlak.

Grazie Antonio, amico mio.

Grazie  davvero di avermi fatto vivere queste emozioni.

Mario Praz. La casa della vita

Mario Praz nasce a Roma nel 1896 e vi muore nel 1982, è stato figura insigne di critico d’arte e della letteratura, traduttore e giornalista. I suoi studi hanno riguardato la cultura anglofona ma anche le letterature italiana, francese, spagnola, tedesca e russa.

Ha pubblicato importanti opere di letteratura ed è stato uno dei primi, nei lontani anni trenta del secolo scorso, ad aprirsi al metodo interdisciplinare mettendo a confronto la storia dell’arte con l’evoluzione della letteratura, della musica e del pensiero.

La casa che ha lasciato è un vero museo: tutti oggetti al centro del racconto autobiografico del suo libro “La casa della vita”. Acquistati dallo Stato italiano furono restaurati e catalogati dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, per poi essere riposti nell’appartamento al terzo piano di Palazzo Primoli che da allora ospita il museo Mario Praz.

Perché allora si parla così poco di Mario Praz?

Perché i visitatori della sua casa museo, sbagliandosi, lo confondono con Hugo Pratt il creatore di Corto Maltese?

Forse perché anche Mario Praz fa parte a pieno titolo della lista di Antonin Artaud, anche lui per motivi diversi o semplicemente per gli stessi motivi degli altri, è un suicidato della società.

Per una completa nota biografica rimandiamo a Wikipedia, per comprendere invece il caso Praz pubblichiamo questo delizioso scambio di impressioni tra Indro Montanelli e un suo lettore scovato per caso nell’archivio storico del Corriere della Sera.

Caro Montanelli, E’ incredibile quanto sia difficile per me, ventenne, provare a ricostruire la figura intellettuale e umana di un professore scomparso da meno di venti anni. Mi riferisco all’illustre anglista, come troppi continuano a chiamare per sciocche superstizioni, Mario Praz, sommo padre dello studio critico della letteratura inglese in Italia, straordinario erudito e raffinatissimo collezionista. Ora, le università tentano di ignorarlo escludendo dai programmi i suoi libri tuttora insuperati; sui quotidiani soltanto amici illuminati lo ricordano e raramente. Gradirei un suo ricordo di Mario Praz che collaborò  al suo giornale e un chiarimento forse anche politico su questo assurdo ostracismo. Matteo Canale, Roma 

Caro Matteo, Nel caso di Praz, credo che la politica, per una volta, non c’entri: Praz non era né di destra né di sinistra. Per questo, naturalmente, non trovò – in questo Paese fazioso – nessun “protettore” né complice, ma nemmeno nessun nemico e detrattore. Fu un uomo solo. Ma i motivi veri e profondi di questa sua solitudine erano altri due. Il primo era la sua appartenenza a una cultura che non aveva nulla a che fare con quella italiana, fatta di accademici, di accademismi e di beghe di cattedra. La prosa di Praz era tersa come un cristallo, ma tradotta dall’inglese, la lingua in cui la sua cultura si era formata, e che tuttora lo onora come uno dei suoi grandi maestri. Era una cultura senza confini geografici ne’ temporali che spaziava dall’Arte alla Letteratura, alla Storia e in un linguaggio semplice, essenziale, diretto. Varie volte mi sono trovato insieme a lui ospite in qualche casa della nobiltà romana che esponeva alle pareti, insieme a patacche di vario genere e provenienza, anche qualche opera d’arte autentica. L’occhio di Praz si fissava immediatamente su quella, ne individuava l’autore anche se non era firmata, e ne ricostruiva la genesi con una precisione di dati e di riferimenti, e con una ricchezza di particolari e di aneddoti da lasciare di stucco anche gli ascoltatori più esperti. E tutto questo senza mai salire in cattedra. Parlava come scriveva; e come scrivesse Praz tu devi certamente saperlo, visto che lo ami e lo rispetti come merita. Però mi affretto a darti un consiglio: non cercare d’imitarlo. Anzitutto perché imitare Praz sembra facilissimo, ma non lo è: la sua chiarezza e semplicità sono, per uno scrittore – di qualunque cosa scriva – un punto d’arrivo, non di partenza, e lo stesso Praz mi ha raccontato quanto anche per lui fosse stato difficile arrivarci; e poi perché, se ci riuscissi, questo ti renderebbe estraneo, come lo fu Praz, alla cultura del nostro Paese, tutta impiastricciata com’ é di vezzi e difficilismi accademici. L’altro motivo che rese a Praz la vita difficile, e di cui quasi mi ripugna parlare, fu la fama che gli avevano fatto, per via del suo piede caprino e per la sua predilezione per l’ humor nero – anche quello di marca inglese – di jettatore. Questa è una delle bassezze più ignobili a cui gli italiani ricorrono per screditare qualcuno che dà per qualche motivo fastidio. Pero’ posso dirti – se questo può consolarti, come consolava me – che, invece di soffrirne, Praz – sempre per quell’umorismo nero di cui ti ho detto – ne godeva. Una volta un grande imprenditore di lavori pubblici, Astaldi, amico mio e suo, ci invitò entrambi a un viaggio sul suo aereo privato in Arabia per visitare non ricordo se un faraonico ponte o diga che stava costruendo laggiù. Andammo. Mentre attraversavamo il deserto, fummo investiti da una tempesta di sabbia che, oltre a sbatterci di qua e di là , ci impediva di distinguere il cielo dalla terra. Confesso che in quel momento ebbi qualche dubbio sulla leggenda dei malefici di Praz. Il quale, intuendo i miei pensieri, mi mormorò all’orecchio: “Di che ti preoccupi? Sono qui anch’io. Il malocchio non tocca i propri agenti”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: