Gino Severini. Vita di un pittore

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La vita di un pittore è il titolo dell’autobiografia di Gino Severini, un racconto avvincente che prende il via dalla sua fanciullezza a Cortona in casa di un nonno mastro muratore e della nonna tessitrice, una giovinezza contraddistinta dalla povertà e dall’espulsione da tutte le scuole del regno per aver rubato, insieme ai compagni, i temi destinati agli esami di licenza media.

Severini è stato un grande pittore italiano della prima metà del secolo scorso, firmatario del Manifesto futurista di Marinetti, in realtà più parigino che italiano, grazie alla lunga permanenza nella capitale di Francia, e non a caso il primo capitolo della autobiografia s’intitola Cortona Parigi via Roma.

Vi sono in questo lungo racconto di vita alcuni elementi che fanno riflettere, il primo è senza dubbio il rapporto dell’uomo con le difficoltà della vita di pittore.

Una situazione di permanente indigenza ove è difficile trovare i denari per pagare l’affitto di casa e dello studio, spesso anche le risorse per mangiare, ciononostante si va avanti sorretti da una fede cieca nelle proprie possibilità artistiche, anche se i risultati non arrivano e i quadri non si vendono. E’ l’amore profondo per l’arte che porta a superare difficoltà apparentemente insormontabili e anche l’amore per il vivere libero.

Quando Severini sposa la giovanissima Jeanne, decide di raggiungere Pienza, dove vivono i suoi genitori. Il padre usciere in una piccola pretura, conduce una vita molto modesta, da subito Gino si preoccupa dell’incontro tra la moglie e la famiglia di origine e dei possibili guasti che anche un periodo di breve convivenza con i genitori avrebbe potuto arrecare al suo matrimonio.

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“Jeanne non aveva paura della miseria, l’aveva sempre vista intorno a sé, ma bisogna dire che la miseria degli artisti non è come quella di un piccolo impiegato è tutta un’altra cosa”.

Basti ricordare l’arrivo di Severini a Parigi, anni prima, senza un soldo, solo cinquanta centesimi in tasca, misero e disarmato, non conosceva nessuno, parlava malissimo la lingua e professionalmente non era ancora nulla, né un copista e neppure un disegnatore, tuttavia era di stato d’animo allegro, felice, e così, rammentando il consiglio di uno scultore inglese conosciuto a Roma, prese un tram dipinto di bianco per Montparnasse.

“L’artista è grandioso, internamente ricco, e mai schiacciato anche nella miseria; inoltre, da un momento all’altro, non fosse che per un giorno o anche meno, può divenir ricco; mentre l’impiegato quando è povero lo è irrimediabilmente, senza speranza, sostanzialmente e apparentemente”.

Queste considerazioni di Severini nascono dalla consapevolezza delle difficoltà, da parte della famiglia di origine, di comprendere la sua vita e le condizioni della sua nuova famiglia, ma hanno comunque un senso ampio e fanno riflettere sull’energia interiore dell’artista e sulla dinamica delle opportunità di cui è l’unico promotore.

Un altro aspetto riguarda le relazioni tra l’ambiente artistico parigino di quegli anni, ricchissimo di grandi presenze da Picasso a Braque, Matisse, Utrillo, Modigliani, Apollinaire e Gertrude Stein, tanto per citarne alcuni e quello italiano e in particolare con il movimento futurista guidato da Marinetti e animato dall’amico Boccioni con il quale Severini aveva trascorso il periodo romano.

Severini, che nella scomposizione delle forme si riteneva un allievo di Seurat, aveva un grande rispetto per la pittura nata a Parigi, per quella del suo tempo ma anche per la precedente, perché Parigi era il centro dell’arte mondiale, “materialmente e moralmente tutto convergeva lì”.

Per questa ragione, pur avendo sottoscritto il manifesto futurista, era perplesso di fronte ai comportamenti marinettiani che parevano sottostimare il valore dell’arte moderna e delle sue giovani tradizioni, contrapponendo una sorta di primato etnico, l’italianità, da salvaguardare nell’arte.

“I miei quadri, esposti tante volte da Rosemberg, vicini a quelli di Picasso e di Braque, erano italiani, come quelli di Braque erano francesi e quelli di Picasso spagnoli, e quelli di Modigliani non erano forse italiani? Si confonde troppo spesso anche oggi qualità etniche e provincialismo.”

Penso vi sia poco da aggiungere, se non riscontrare la chiaroveggenza di un autore cosmopolita ben in anticipo su quanto purtroppo sarebbe accaduto più tardi.

Del resto Severini, oltre che nelle sue opere, è anche straordinariamente efficace in questa sua dichiarazione spiazzante: “se uno storico amante di precisione aneddotica volesse oggi mettere un nome sul primo pittore che, dopo i bizantini, dipinse una forma direttamente ispirata dalla natura, sarebbe molto imbarazzato”.

1910 Gino Severini, Souvenirs de Voyage

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Henri Matisse e James Joyce. Ulisse

Questa è la singolare storia di una collaborazione tra un grande pittore e uno scrittore altrettanto famoso, Henri Matisse e James Joyce, ma anche la prova di come le vie dell’arte, dell’emozione e dell’immaginazione possano sfiorarsi senza incontrarsi davvero.

George Macy, l’editore che in seguito avrebbe pubblicato l’edizione speciale dell’Ulisse di Joyce illustrata da disegni di Matisse, ricorda che il pittore, letta l’edizione francese, e “avendo constatato che l’Ulisse di Joyce era diviso in episodi corrispondenti all’Odissea di Omero gli aveva chiesto se era d’accordo che preparasse alcune incisioni, ispirate appunto all’Odissea, da pubblicare nel volume di Joyce”.

Joyce, dal canto suo, era convinto che Matisse conoscesse molto bene l’edizione francese della sua opera.

Per chi si fosse arreso all’idea di intraprenderne la lettura, alcune edizioni sfiorano e altre superano le mille pagine, Ulisse è la storia di una giornata di un pugno di abitanti di Dublino che intercettando casualmente vite altrui ne influenzano il decorso.

Leopold Bloom è un piccolo borghese, che tradisce la moglie Molly dalla quale è ricambiato allo stesso modo. I suoi orizzonti sono limitati, ha brevi slanci, recita la parte di marito tradito e, negli affari, accetta ogni compromesso in cambio di un vantaggio (incluso vendere foto della moglie nuda). Stephen Dedalus, invece, è un giovane uomo colto, un esteta spirituale. Il romanzo si conclude con un lungo resoconto del pensiero di Molly Bloom sulle deviazioni sessuali del marito e le ossessioni intellettuali di Stephen.

L’unico evidente collegamento con l’opera di Omero è nella struttura del testo, organizzato in parti ed episodi dai titoli inequivocabili: Telemachia, Odissea, Nostoi e poi i capitoli Telemaco, Nestore, Proteo, Calypso e via dicendo.

Volendo è possibile, come hanno provato alcuni critici, ipotizzare corrispondenze tra i personaggi dell’Odissea e dell’Ulisse: Ulisse potrebbe essere Leopold Bloom, colui che viaggia e incontra, Penelope Molly Bloom, attende  e pensa, e Telemaco Stephen Dedalus.

Comunque Matisse, che non conosceva il romanzo, allo scopo di capirne di più e prima di iniziare i disegni, andò a trovare lo scrittore e giornalista americano Eugene Jolas, bilingue dalla nascita (francese e inglese) nella sua residenza estiva. La conversazione con Jolas non sortì risultati particolari al punto che Matisse decise di continuare a seguire la sua strada e cioè di ispirarsi all’Odissea di Omero.

Quando l’edizione speciale uscì Matisse firmò millecinquecento copie, Joyce solo duecentocinquanta, si dice, perché infastidito dall’avere appreso quale fosse la reale fonte d’ispirazione del pittore francese.

E’ proprio difficile costringere un pittore a rappresentare un oggetto così com’è e poi il guaio di un libro è quello di essere oggetto prima ancora di diventare racconto, essere cosa e solo successivamente, in qualche caso, storia che coinvolge e emoziona. Se si deve dipingere un racconto si può anche essere tentati dall’apparenza, facendosi cullare nelle spire accoglienti dei suoi inganni: l’immediato, ciò che colpisce e affascina lo sguardo.

Matisse ha provato a entrare nel libro, poi, evidentemente per ragioni sue, ha desistito fermandosi all’indice.

A chi gli chiese come mai i suoi disegni avessero così poco in comune con l’Ulisse di Joyce rispose semplicemente: “Je ne l’ai pas lu”. Non l’ho letto.

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