Costantinos Kavafis. Itaca e altre

Kavafis

Costantinos Kavafis trascorre la vita intera, tra il 1863 e il 1933, ad Alessandria d’Egitto, in epoca ellenistica la più importante delle libere città greche, lavorando come impiegato presso un ufficio del ministero egiziano dei lavori pubblici.

Un poeta greco, di origine costantinopolitana, come lui stesso annota in un appunto più simile a un breve curriculum che a un’autobiografia, che non vide mai pubblicata in vita per intero la sua opera, centocinquantaquattro poesie in tutto.

La maggior parte delle sue poesie rimase per lungo tempo inedita, fatta eccezione per due piccole pubblicazioni uscite ad Alessandria nel 1904 e nel 1910.

Kavafis stampava le poesie per suo conto e le distribuiva agli amici usando la tecnica del volantino, spesso univa i fogli tra loro con fermagli metallici creando raccolte episodiche, oppure incollava i fogli e aggiungeva in testa un cartoncino che fungeva da copertina.

Raccolte di appunti, poesie, variabili, spesso diverse tra loro.

Kavafis è un poeta omerico, che ha avuto la possibilità di conoscere i grandi autori venuti dopo, ad esempio Plutarco alle cui opere, in particolare le “Vite parallele” spesso si ispira. Nella poesia “Il Dio abbandona Antonio”  racconta l’ultima notte di Antonio in un’Alessandria assediata da Ottaviano e in “Aspettando i barbari” è possibile cogliere ancora l’influsso delle biografie contenute nelle Vite Parallele, ma  Kavafis resta omerico e da Omero riprende soprattutto l’amore per l’uomo, un amore reso ancora più forte dalla consapevolezza della presenza, nel genere umano, di una quota inestirpabile di infelicità.

Anche l’uomo Costantinos Kavafis è condannato a provare l’infelicità, prigioniero di una vita localizzata in una città che ama per com’era e non per quello che è diventata, ingabbiato dalla necessità di un lavoro impiegatizio ricco di oneri burocratici e povero di stimoli.

Le poesie che raccontano di lui parlano di un accerchiamento ossessivo e progressivo, una prigione che diventa giorno dopo giorno più opprimente mentre l’altra gabbia che lo contiene, il corpo, invecchia lasciando soltanto un piccolo spazio al ricordo dei momenti felici.

“(…)Mi alzavano muri e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.

Murato fuori dal mondo e non vi feci caso.”

I muri intorno sono anche le mura della sua città, una sorta di conchiglia che è condannato a portarsi appresso, un peso rilevante che fa affondare e ottunde la possibilità della navigazione, del viaggio, impedisce di essere liberi.

kavafis3manuscrito

“(…)Non troverai altro luogo non troverai altro mare.

La città ti verrà dietro. Andrai vagando

per le stesse strade. Invecchierai in questo stesso quartiere.

Imbiancherai in queste stesse case. Sempre

farai capo a questa città.”

Rimane libero e aperto solo il campo dei ricordi, la mente può ancora volare e il corpo ricordare i letti ove è stato amato e i desideri che facevano tremare la voce e, anche, gli ostacoli che rendevano i desideri ancora più grandi e davano spazio alle emozioni.

“(…)Ora che tutto ormai è nel passato, pare

che in qualche modo a quei desideri

tu avessi ceduto – come brillavano,

ricordalo, negli occhi su te fissi;

e nella voce, come tremavano per te, ricorda, corpo.”

Perché i desideri sono “come splendidi corpi di defunti sempreverdi pianti e sepolti dentro un mausoleo la testa fra le rose, coi gelsomini ai piedi” e sono così soprattutto i desideri passati senza avverarsi mai.

E poi c’è Itaca, forse la poesia più famosa di Kavafis, ma non per questo la più bella e la più profonda. E’ un’ode al viaggio, che spinge a una lunga fuga, durata vent’anni, e anche al pretesto che muove al ritorno verso casa. Un andamento circolare, da non affrettare, parafrasa il cammino della vita, l’andata e il ritorno, e allude alla ricchezza delle esperienze consumate in un’ampia unità di tempo, luogo e azione.

Un’elegia alla libertà consapevole e al valore dell’esperienza vissuta.

“(…)Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”

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Bruno Maderna. Melodie contemporanee

Bruno Maderna è stato un precocissimo musicista e poi compositore e direttore d’orchestra italiano. Ha insegnato composizione al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia diretto da Gian Francesco Malipiero avendo fra i suoi studenti Luigi Nono. Nel 1955 insieme a Luciano Berio ha fondato lo Studio di fonologia musicale della RAI a Milano allo scopo di svolgere esperimenti di musica concreta e di musica elettronica. La musica di Maderna mantiene comunque viva una costante attenzione alla lirica e alla melodica.

Il catalogo teatrale di Maderna include solo due titoli destinati alle scene: Hyperion e Satyricon. Hyperion è un’opera aperta che è stata rappresentata in modalità sempre diverse. Un’opera che potremmo definire mobile perché sfugge a ogni possibilità di classificazione. L’impianto drammatico infatti è diverso nelle rappresentazioni che si sono via via succedute come, del resto, la struttura stessa dell’opera, esistono anche quattro differenti versioni da concerto, tutte successive alla prima rappresentazione teatrale.

Hyperion è una metafora della condizione umana schiacciata e costretta dalla onnipresenza delle macchine, l’uomo lotta contro l’aggressione macchinica favorita dall’industrializzazione. Il suono del flautista è interrotto e distorto dai rumori prodotti da elettricisti e macchinisti presenti sulla scena.  Il seguito è caratterizzato da un confronto, scontro crescenti tra il flautista solitario e un universo di uomini, macchine e mezzi. Le macchine hanno la meglio e il flaustista viene inglobato nelle loro strutture metalliche. Solo l’arrivo di una donna, che fuoriesce da un contenitore di metallo, e il suo canto dei versi dell’Hyperion di Hölderlin ridà libertà al suono del flauto. Infine il flautista se ne va abbandonandosi a un ultimo liberatorio assolo.

Maderna prende spunto dal romanzo epistolare Hyperion di Friedrich Hölderlin. L’unica opera completa del poeta tedesco ambientata in Grecia al tempo della insurrezione nazionale contro la dominazione dei turchi ottomani. Hyperion è un poeta che sogna il ritorno del mondo greco antico, il tempo degli dei, Zeus e Pallade, e un uomo innamorato di Diotima che riassume in sé i caratteri della bellezza classica. L’insurrezione sembra a Hyperion il solo modo per tornare al mondo antico e nonostante Diotima lo metta in guardia avvertendolo che soltanto la ricerca della bellezza può richiamare i fasti del passato, Hyperion si consegna alla causa rivoluzionaria. La realtà che si manifesta non ha nulla in comune con i suoi limpidi ideali. I rivoluzionari si macchiano di orrendi delitti replicando le atrocità dei dominatori ottomani, Diotima muore rendendo impossibile il sogno di una loro vita in un mondo ritrovato e ideale. Hyperion prova altre strade, raggiunge la Germania, ma viene respinto da un universo schizofrenico e dominato dalle macchine.

La natura, da vivere in uno stato d’estasi eremitica, è il rifugio terminale di Hyperion, solo la natura consente un rapporto puro e immediato, scevro di quelle mediazioni e contaminazioni sociali che inevitabilmente alimentano le deviazioni umane.

“Hyperion – dice Maderna – è la rappresentazione del Poeta, dell’artista, di un uomo solo che cerca di convincere gli altri, di portarli verso le sue idee, i suoi ideali. Ma i suoi ideali sono così alti, buoni e tolleranti che la gente non è in grado di capirli”.

Nella composizione di Maderna, o meglio nelle composizioni, tocca alla donna rappresentare l’ultimo rifugio dell’uomo contemporaneo, il canto poetico della donna rammenta all’uomo la nascita, l’origine e la donna è l’essere vivente che meglio esprime il mistero della natura.

Il libro di cucina del British Museum e Il ventre dei filosofi.

Sono sempre stato convinto che la chimica sia alla base di tutto.

Insegnamento forse un poco impervio, ricordo ancora con leggero imbarazzo la difficoltà di scomporre i diversi composti, ma necessario per comprendere i fondamenti della composizione della materia e i relativi comportamenti.

Non è un caso, del resto, che il termine chimica derivi probabilmente dal kemà, libro misteriosofico dell’antico Egitto, da cui l’arabo “alkimiaa” alchimista.

Quindi se è vero che il nostro organismo è una sommatoria di composti chimici è altrettanto importante riflettere su cosa mangiamo e beviamo, il nostro corpo infatti si sviluppa e si trasforma anche a causa della qualità e della quantità del cibo.

Per questa ragione sono convinto esista una stretta relazione tra pensiero, azioni e cibo e sono anche abbastanza sicuro che per comprendere davvero gli antichi, la loro storia, il loro pensiero sia opportuno sapere cosa mangiavano e, se possibile, provare ad assaggiare le loro pietanze.

Anni fa in una libreria remainder romana, purtroppo oggi scomparsa, ho acquistato un libro che mi è particolarmente caro e fa ancora oggi la sua bella figura nella piccola libreria in cucina insieme ai libri specializzati in materia culinaria.

Il libro si intitola “Il libro di cucina del British Museum” l’autrice è Michelle Berriedale-Johnson, una signora inglese che si è sempre occupata di storia della cucina e per scrivere questo volume ha fatto uso di documenti originali e della conoscenza delle tradizioni culinarie locali.

Non posso illustrare tutte le ricette, che coprono un periodo storico molto ampio, dall’antica Persia all’Inghilterra Georgiana e alla Cina Imperiale, mi fermo alla Grecia che come è ormai noto è uno dei miei luoghi e argomenti preferiti.

La minestra di lenticchie era il cibo dei poveri, veniva preparata densa, insaporita con molto aglio, cipolla e maggiorana, per il resto i Greci mangiavano pesce, agnello e maiale.

Meraviglioso il brasato di tonno, cotto a fuoco lento per circa un’ora in una pentola piena di  verdura (porri, sedano, rosmarino, timo, cetrioli), inebrianti le salsicce di agnello, farcite di menta, maggiorana, aglio e cumino.

La verdura accompagna le pietanze di pesce e carne, i cavoli con menta e coriandolo e i ceci che venivano serviti anche come dessert, insieme al formaggio con il miele, ai fichi secchi con le mandorle, al budino di miele e orzo.

Lo stufato di lattuga, sconsigliato da Nicandro di Colofone a chi volesse di dedicare il dopo cena alle attività amorose, merita una citazione perché nella tradizione greca era considerato un ottimo sonnifero e veniva cotto insieme a cipolla, aglio e abbondante salvia.

Il pensiero greco è il frutto di persone, uomini, che mangiavano questo genere di cibi e amavano il gusto dell’aglio, della menta, del timo, della maggiorana.

Evidentemente gradivano molto ritrovare nelle pietanze il profumo della natura.

Michel Onfray, filosofo francese noto al grande pubblico (in Francia) per il suo neo anarchismo e per dichiarazioni di ateismo: “Dio non è morto perché non è mortale. Una finzione non muore” (Trattato di Ateologia), prova a seguire un analogo percorso nel libro, tradotto in italiano da Ponte alle Grazie, con il titolo “I filosofi in cucina”. Il titolo originale “Le ventre des philosophes” era decisamente più confacente al testo.

Una scrittura vivace e avvincente accompagna il lettore nella conoscenza delle pietanze preferite di grandi filosofi insinuando il dubbio che le forme del pensiero siano il prodotto della chimica, frutto della scomposizione del polpo di Diogene, del lattosio di Rousseau, dell’alcool di Kant, delle salsicce di Nietzsche, dei crostacei di Sartre.

Onfray propone una gaia scienza alimentare, a tutti gli effetti una concezione naturale della vita, senza separazioni, steccati tra pensiero, corpo, cibo, sesso.

“Credo alla vita filosofica….non a esercizi di filosofia separati dalla vita. Perciò la tavola, come il letto, costituiscono un luogo altrettanto filosofico della scrivania o della biblioteca.”

Il concetto cartesiano cogito ergo sum va quindi allargato al cibo, all’atto di mangiare e a quant’altro.

James Hillman. Saggio su Pan

James Hillman, nato ad Atlantic City nel 1926,  consegue nel 1948 il master all’Università di Zurigo, facendo training psicoanalitico al Carl Gustav Jung Institute. Dal 1952 al 1953 vive in India, poi a Zurigo, divenendo allievo di Jung. L’attività pubblica abbraccia un periodo di trentacinque anni, dal 1960 al 1995, muore nel 2011.

Autore non riducibile a profili accademici nonostante la ricca bibliografia, scrittore, filosofo e psicologo, evidenzia l’opportunità, per l’uomo di oggi, di coltivare ambiti psicologici che lo mettano in connessione con le sue radici culturali antiche, per certi versi arcaiche.

Queste radici ataviche, perse nel corso della storia dei secoli sono gli archetipi.

La parola archetipo deriva dal greco antico ὰρχέτῦπος che significa immagine originale, forma preesistente e primitiva di un pensiero.

L’archetipo, a dire il vero, non è una intuizione di Hillman, deriva direttamente dalla psicoanalisi junghiana, Jung infatti aveva individuato negli archetipi le forme primarie della esperienza vissuta dall’umanità nello sviluppo della coscienza. Forme condivise dall’umanità e sedimentate nell’inconscio collettivo.

La novità introdotta da Hillman, davvero rivoluzionaria per la psicologia, è stata liberare l’analisi dalla coercizione del rapporto chiuso psicanalista paziente e scegliere di spostare l’attenzione psicoanalitica su due nuovi elementi: l’archetipo e l’anima.

Gli archetipi sono alla radice del mito. E i miti sono le figure nelle quali si esprime l’energia dell’anima, delle singole anime viventi.

Chi è Pan? Chi sono gli dei della Grecia?

La filosofia moderna ha nell’opera di Hegel un punto di riferimento centrale. Hegel inizia la sue Lezioni di storia della filosofia con un preciso richiamo alla cultura greca: “Dobbiamo tutto ai Greci”. In seguito anche autori come Hölderlin e Nietzsche hanno enfatizzato la necessità di un ritorno alla Grecia.

Hillman è in sintonia con questa linea di ricerca anche perché gli studi sull’antichità classica mettono seriamente in discussione il modello monocentrico di cultura trasmesso dalla tradizione giudeo-cristiana.

La riscoperta della Grecia è anche il recupero del modello policentrico, dove i poli sono gli dei.  Gli dei non sono morti, nonostante il vacuo tentativo di affondarli sotto le immagini dei santi, al contrario, sono vivi e si agitano dentro di noi.

Hillman racconta come Pan continui a manifestarsi nella nostra esperienza individuale, dietro i fantasmi della psicopatologia.

Il panico, la masturbazione, gli incubi, gli incantesimi delle ninfe, la sincronicità sono pulsioni dominate da Pan, e se comprendiamo questo aspetto possiamo riuscire a governarle, invece di continuare a subirle.

Ma perché Pan ci aiuti a guarire la nostra follia, bisogna ritrovare quella posizione che ci consenta di tradurre e fare proprie le immagini che la storia ha cancellato rendendole apparentemente inaccessibili.

“Una regressione peculiarmente greca”.

Un repentino ritorno alla natura, vicino alla madre terra e a noi stessi, evitando mediazioni ideologiche e riscoprendo il valore immediato dell’immagine.

Forse non è un caso che la forma di comunicazione più archetipale sia quella ideografica, i marinai di tutto il mondo la utilizzano ancora oggi per parlarsi sul mare.

E il mare è antico, per molti versi, terribilmente originale.

Saffo. Un essere meraviglioso

Tramontata è la luna 
e le Pleiadi a mezzo della notte; 
anche giovinezza già dilegua, 
e ora nel mio letto resto sola. 

Scuote l’anima mia Eros
come vento sul monte 
che irrompe entro le querce; 
e scioglie le membra e le agita, 
dolce amara indomabile belva. 

Ma a me non ape, non miele; 
e soffro e desidero. 

Oggi è l’8 marzo e mi piace ricordare una grande poetessa, la prima di cui si hanno notizie, anche se, a dire il vero, molto frammentarie.

Pensate che gli studiosi della famosa biblioteca di Alessandria, quella andata distrutta da un incendio nell’antichità che pare contenesse circa cinquecento mila volumi o rotoli di pergamena, suddivisero la sua opera in otto o nove libri, organizzati secondo criteri metrici. Il primo libro comprendeva i carmi ed era composto da circa 1320 versi.

Di questa grande produzione rimangono solo alcuni frammenti. L’unico componimento poetico giunto integro è il cosiddetto “Inno ad Afrodite”, con cui si apriva il primo libro dell’edizione alessandrina della poetessa. In questo testo Saffo si rivolge alla dea Afrodite chiedendole di esserle alleata in un amore non corrisposto.

La grande poetessa greca nasce tra la fine del sec. VII e gli inizi del VI a.C. a Lesbo, un’isola del Mare Egeo nord-orientale, vicina alla costa dell’Asia Minore, dove era la Troade, allora territorio frigio, confinante con la Lidia.

Fu contemporanea di Alceo e di Stesicoro, ebbe tre fratelli, Larico, Carasso ed Eurigio, fu sposata con Cercila, un uomo ricchissimo, originario dell’isola di Andro, dal quale ebbe un’unica figlia, chiamata Cleide.

A quell’epoca questo regno era al massimo dello splendore grazie anche al forte influsso della cultura ellenica che influenzava lo stile di vita delle famiglie aristocratiche residenti nelle colonie ioniche ed eoliche situate sulla zona costiera.

Questi antichi insediamenti greci costituivano la prima espansione coloniale al di fuori del continente ellenico e i coloni consideravano legittimo il loro possesso perché si consideravano eredi degli eroi che avevano conquistato Troia.

Saffo trascorse a Lesbo la maggior parte della sua vita.

La sua esistenza fu però, per un certo periodo, sconvolta da sanguinose guerre civili, omicidi politici e colpi di stato e così la poetessa e i suoi familiari furono costretti all’esilio in Sicilia.

Scrisse canti lirici, compose epigrammi, elegie, giambi e monodie, avrebbe inventato il plettro e la phktiv, una specie di arpa.

Ebbe come compagne e amiche Attide, Telesippa e Megara, con le quali fu accusata di intrattenere relazioni. Sue allieve furono anche  Anagora di Mileto, Gongila di Colofone ed Eunica di Salamina.

Quest’ultima informazione è confermata da un papiro del II sec. d.C., in cui un anonimo commentatore afferma che Saffo trascorse la sua vita educando in serenità non solo le ragazze più nobili del luogo, ma anche quelle provenienti dalla Ionia, e che fu tenuta in altissima considerazione dai concittadini, i quali le avrebbero concesso a Mitilene la proedria della festa in onore di Afrodite. L’attuale tribuna riservata alle autorità.

Il poeta Anacreonte, vissuto un secolo dopo, diffuse la tesi che la poetessa avesse per le fanciulle, che educava alla musica, alla danza e alla poesia un amore omosessuale. Strabone, molto dopo, la definì un essere meraviglioso.

Comunque, nel mondo greco di allora l’erotismo era parte integrante del sistema di trasmissione della cultura e dell’etica, sostanzialmente una forma di espressione della personalità tanto più in un contesto ristretto qual era il tiaso femminile. Il tiaso (θίασος, thíasos), infatti, era un’associazione religiosa che celebrava il culto di un dio, specialmente quello di Dioniso con processioni, canti e danze.

Il peccato e il diavolo, a quel tempo, non erano ancora stati inventati.

Un esercito di cavalieri, dicono alcuni,
altri di fanti, altri di navi,
sia sulla terra nera la cosa più bella:
io dico, ciò che si ama.
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