Evelyn Rydz. Fenomenologia del residuo

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Evelyn Rydz è un’artista statunitense, nata a Miami e Master alla Scuola del Museum of fine arts di Boston, che, a partire da sue fotografie, crea disegni di oggetti e luoghi che hanno vissuto variazioni significative o sono dentro processi di trasformazione.

Negli ultimi anni ha visitato, in particolare,  luoghi costieri rilevando e documentando i molti oggetti di scarto disseminati sul terreno. L’interesse per le storie degli oggetti si coniuga con la ricerca sui processi di delocalizzazione umana e così facendo ne viene fuori un racconto visivo in cui è minutamente descritto il destino di oggetti utili nel recente passato divenuti presto residui del presente e pezzi involontari di paesaggi lontani.

“Ho camminato per giorni attraverso enormi quantità di detriti e sabbie di plastica sentendomi come un archeologo che rinviene i residui della storia contemporanea.”

La ricerca di Evelyn Rydz ricorda fortemente il paradosso dell’eccesso decritto da Georges Bataille, cioè il fatto che al massimo della produzione corrisponda sempre il massimo della perdita.

La nozione di dépense e in particolare la già rammentata usanza nordamericana del potlatch; un dono reciproco finalizzato a una restituzione di maggiore entità. Ma il potlatch, pur essendo un buon esempio di dispendio non libera gli oggetti dalla schiavitù dell’utile, perché il dono nasce da una prospettiva di interesse.

Esiste un’esperienza più radicale, che sottrae completamente gli oggetti alla dimensione del consumo produttivo, annullando totalmente il loro valore d’uso, è il sacrificio, la distruzione della cosa come oggetto di consumo utile e produttivo.

Il sacrificio dell’oggetto cambia profondamente l’intima natura della cosa stessa. Non stiamo parlando di una sorta di morfologia del rimpianto, ma della nascita di un rapporto nuovo tra soggetto e oggetto, il sacrificio, infatti, accede all’intimità della cosa, al suo essere più nascosto, sottraendola allo stato di alienazione in cui la logica dell’utile l’aveva ridotta.

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Il cambio di natura dell’oggetto attraverso la sua trasformazione in scarto e residuo modifica completamente la qualità delle relazioni tra uomo e cosa, adesso la cosa è spazzatura e l’etichetta stinta acuisce il senso di disprezzo per ciò che è residuale, ma la sua de-contestualizzazione acquista un valore sacrale.

Evelyn racconta storie di percorsi casuali di oggetti residuali, sacrificati dal consumo dell’uomo, il mare è un’ambientazione efficace, perché l’acqua scorre e trasporta le cose cambiando non solo la loro essenza ma anche il modo di presentarsi.

Il suo lavoro comincia sempre con la fotografia, fotografa oggetti e luoghi che hanno subito variazioni significative, classifica, riorganizza, e spesso inserisce queste immagini in nuovi paesaggi. Una componente essenziale del suo lavoro è esplorare i dettagli. Studiare gli oggetti, così come li trova, indagando su ogni aspetto.

“I dettagli degli oggetti sono come cicatrici e rughe che contengono infinite informazioni sul loro passato”.

I disegni che appartengono alla collezione Naufraghi riguardano oggetti che sono stati persi, abbandonati, o sconfitti dal mare. Evelyn è attratta dalle mutazioni che la natura e il mare creano sulle cose, modificandole e in qualche caso mimetizzandole.  Un pezzo di schiuma isolante, luminosa blu, con cirripedi cresciuti su di un lato o una lattina di birra arrugginita, coperta di alghe e conchiglie. I disegni si concentrano sui dettagli dell’oggetto rinvenuto, la sua struttura, la superficie alterata, colore e dimensione, definendo una nuova identità.

Il secondo gruppo di disegni, Isole alla deriva, mette insieme oggetti trovati e frammenti di immagini di luoghi disparati o isole lontane. Il richiamo del mare e la grande letteratura, o le ricerche di Darwin, fino a serie televisive di successo come Lost.

Fondendo osservazione e immaginazione, i disegni ragionano su sostenibilità e ambiente e cercano di rispondere a una difficile domanda: come saranno i paesaggi del futuro?

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Nicholas James Gentry. Recycling and potlatch

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Da qualche parte a casa, in un angolo remoto di un cassetto, conserviamo ancora i vecchi floppy che dieci anni fa, con un scatto dal sapore meccanico, entravano nel drive dei nostri vecchi computer. Oggi sono totalmente obsoleti, definitivamente scomparsi, perché sostituiti prima dalle chiavi usb e poi dai sistemi di cloud computing.

Abbiamo perso persino il ricordo dell’uso di quei dischetti di plastica, compatti e con l’accessorio di metallo in testa, come del resto non rammentiamo l’esistenza di altri precedenti supporti tecnologici, a loro tempo essenziali per lavorare con i nostri computer.

Una riflessione sulla memoria a questo punto diventa necessaria, l’impressione è che la memoria in questi casi lasci poche tracce, probabilmente è direttamente proporzionale alla fatica e alla dimensione hard nello spazio dei ricordi. Ricordiamo le emozioni delle nascite e le morti, il mondo che c’era prima, forse in bianco e nero ma comunque un mondo di sentimenti e speranze, illusioni e disillusioni, amori e disamori, mentre dobbiamo ammettere che ricordiamo molto poco la storia degli accessori soft che hanno animato e animano la nostra vita. Non è rifiuto del consumismo, se lo fosse davvero bisognerebbe dare una certa importanza a tale riduzione percettiva, è semplicemente disinteresse, dimenticanza e non è detto che abbia una valenza positiva.

La memoria strumentale è importante perché affonda le radici nella storia, la storia vera, quella del lavoro e per molti versi della fatica e così le vecchie raspe, le pale, i martelli diventano oggetti di antiquariato, finiscono nei musei d’arte popolare. Una tendenza degli ultimi anni che inconsapevolmente affoga nelle bacheche museali il ricordo della negazione del lavoro coatto, una sorta di schiavitù alla quale l’uomo era costretto per sopravvivere.

Verosimilmente la generale amnesia verso gli oggetti strumentali ha origini motivate e lontane, coniugandosi con un sentimento di avversione nei confronti di una vasta teoria di costrizioni obbligatorie.

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Nicholas James Gentry è un ragazzo dei primi anni ottanta e un artista britannico.

La sua produzione artistica ha un rapporto stretto con l’impiego di manufatti e materiali di vario genere, egli è convinto che attraverso questo processo “l’artista e lo spettatore possano avvicininarsi”. La sua arte è fortemente influenzata dallo sviluppo della tecnologia, dalle problematiche che riguardano il concetto d’identità e l’introduzione della cybercultura nella nostra società, ed è molto attratto dall’impiego dei supporti obsoleti.

E’ conosciuto per i suoi lavori composti di floppy disk e vecchi negativi di opere d’arte cinematografiche, l’obiettivo principale della sua opera è porre l’accento sul tema del riciclaggio dei supporti obsoleti e sul riutilizzo di oggetti personali.

Prima di diplomarsi al Central Saint Martin e di intraprendere una carriera d’artista di successo Gentry lavorava per la strada, era noto ai pochi che lo seguivano perché lasciava le sue opere in regalo ai passanti, un modo per mettere in discussione la nozione di arte come merce e recuperare il suo intrinseco valore espressivo.

Queste esperienze ricordano le riflessioni di Georges Bataille e Marcel Mauss sul potlatch e l’economia del dono, ove alcuni popoli nativi americani usavano disperdere le loro ricchezze, non solo per ostentazione o per avere qualcosa in cambio, ma anche per una sorta di dissennato amore dello spreco. Ai tempi di Bataille e Mauss, primi anni del secolo scorso, il potlatch sembrava sovvertire le fondamenta dell’economia di mercato.

Oggi dobbiamo riconoscere che non è così, il vero potlatch è organico al sistema industriale contemporaneo che inserisce con scansione quotidiana nella categoria del rifiuto prodotti che fino al giorno prima erano di uso comune, basta una nuova release per decretare la morte del nostro pc, del tablet o dello smartphone e spesso è sufficiente solo un sintetico annuncio.

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Mario Perniola. L’estetica contemporanea

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Ho conosciuto, la prima volta da lontano, Mario Perniola negli ultimi anni settanta grazie al suo “Georges Bataille e il negativo”, di cui conservo gelosamente una copia per i tipi di Feltrinelli,  largamente usata e consultata nella stesura della mia tesi di laurea. Un autore importante, Bataille, e davvero visionario per le sue intuizioni originali in materia di desiderio, eccesso, dépense e marginalità sociale.

L’estetica contemporanea è un lavoro che si svolge assecondando percorsi ispirati dalle tensioni della vita, superando e di fatto contravvenendo la costruzione ragionevole di una dimensione unitaria. Un pensiero disorganico che segue il fluire delle pulsioni vitali: vita, forma, conoscenza, azione, sentire, cultura.  In questi ambiti apparentemente distinti, ma in realtà intimamente connessi quasi fossero capillari venosi, Mario Perniola individua i principali movimenti dell’estetica illustrandoli e spiegandoli con precisione e chiarezza: da Dilthey a Foucault (estetica della vita), da Wölfflin a McLuhan e Lyotard (estetica della forma), da Croce a Goodman (estetica e conoscenza), da Dewey a Bloom (estetica e azione). Trattando il tema del sentire emerge la passione dell’Autore per i territori impervi della sensibilità e della affettività (Bataille, Blanchot, Klossowski).

Ma vi sono anche riflessioni che ben si coniugano con i contenuti della nostra ricerca, come quella sul filosofo italiano, poco conosciuto al grande pubblico, Luigi Pareyson per il quale le “anime belle” sono di nichilisti riconciliati con la vita, atei lontani dalla filosofia che evoca i territori del rischio e delle sfide impossibili. La realtà è per Pareyson un’entità separata dal pensiero e l’uomo moderno la guarda con uno stupore ragionevole.  Lo stesso stupore che nutre di fronte alla sofferenza e all’altalenante susseguirsi delle dinamiche di umiliazione e rinascita.

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Anche il discorso e la scrittura, come forme di espressione, debbono essere considerate in modo diverso e l’opera di Jacques Derrida “Della grammatologia” spiega quanto il processo di asservimento del segno alla voce sia legato all’antica considerazione del logos, il discorso, inteso come origine della verità. La scrittura, il “tessuto dei segni”, proiezione esterna e tangibile del linguaggio rivendica la precedenza, costruita attraverso l’intreccio con le forme d’arte primordiale e le descrizioni naturali.

La scrittura, prodotto del disaccoppiamento del segno dal linguaggio è anche metafora di estraniamento, è vero è separata dalla persona, di cui è espressione periferica, ma non per questo è limitata, anzi ripropone in forma originale il tema dell’identità attraverso la differenza, la ripetizione e la duplicazione.

L’arte contemporanea invece ha perso identità, è arte ciò che viene presentato e rappresentato nel campo dell’arte, a prescindere da ogni considerazione estetica, comprese le categorie del bello e del brutto. E’ il mercato a definire l’effettivo status di opera d’arte. Sono i campi e gli scompartimenti a dare l’imprimatur d’arte e cultura agli oggetti e agli uomini che contengono. Almeno per il pubblico.

L’estetica occidentale, trasfigurata dalle logiche di mercato, sfiorisce di fronte alle acute pagine orientali di Li Zehou che descrive il passaggio da un mondo mitico popolato di creature fantastiche al mondo moderno e che prevede nel percorso di un futuro, riconoscente del passato, la possibile riscoperta della bellezza e dell’educazione estetica.

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Pierre Klossowski. La parola e lo sguardo

Pierre Klossowski nasce a Parigi nell’agosto del 1905 e vi muore nel 2001. E’ considerato uno dei più interessanti scrittori francesi contemporanei ma, in verità, è anche filosofo, disegnatore, pittore, fotografo e cineasta.  Cresce in una famiglia polacca a dir poco eccentrica e particolare. Il padre Erich Klossowski è storico d’arte e pittore, la madre Elisabeth Dorothea Spiro, nata a Breslavia, in Prussia (attualmente Wroclaw, Polonia) una nota pittrice. Elisabeth a Parigi ha due figli Pierre, appunto nel 1905 e Balthasar nel 1908, il famoso pittore Balthus. Elisabeth Spiro Klossowski dipinge con il nome di Klossowska Baladine. I Klossowski lasciano la Francia nel 1914, all’inizio della prima guerra mondiale, a causa della loro nazionalità tedesca. Nel 1917 la coppia si separa. Klossowska porta i figli prima in Svizzera e poi, spinta da difficoltà finanziarie, a Berlino. Tornano a Parigi nel 1924, dove vivono in condizioni di estrema indigenza aiutati da amici e parenti. La Klossowska, lasciato il marito, intrattiene una lunga relazione con il poeta Rainer Maria Rilke. Rilke, nella corrispondenza che fu pubblicata dopo la sua morte, la chiamava col nomignolo “Merline”. Un’altro grande scrittore che frequenta la casa è André Gide al quale Pierre fa da segretario. La famiglia, le frequentazioni della madre hanno grande influenza sui due figli trasportandoli d’incanto sulle vie della letteratura e dell’arte. Pierre insieme al filosofo Georges Bataille è uno dei protagonisti della rilettura francese dell’opera di Nietzsche facendo emergere gli argomenti dell’emozione e della differenza. Tuttavia  il centro della riflessione di Klossowski è sul linguaggio contemporaneo e sul fatto che il linguaggio si costituisca come stereotipo occultando le forze emozionali che contraddistinguono l’esperienza individuale. La presunta verità del linguaggio stereotipato nega l’esperienza umana e di conseguenza anche il campo dell’immaginario. Il campo delle emozioni e dell’immaginario è soprattutto il contesto delle arti figurative e visive e l’ambito della loro libera rappresentazione. “La parola separata dall’esperienza diventa stereotipo” in questa consapevolezza c’è la tutta la voglia di Pierre di lasciare le opere del linguaggio e dedicarsi all’arte e alla pittura. Questo percorso di riflessione e conoscenza è caratterizzato dalla critica e rilettura delle opere di Søren Kierkegaard e Friedrich Nietzsche, il recupero del dionisiaco come espressione musicale di impulsi ineffabili e teoria degli affetti. Allo stesso modo viene ripercorsa l’opera di Sade interessandosi non tanto agli aspetti della perversione ma piuttosto alla lenta e progressiva distruzione del paradigma linguistico. La scelleratezza del filosofo è compresa nella ricerca dello sfondo impulsionale. Tra i suoi romanzi spicca la trilogia: “Le Leggi dell’ospitalità” composta da: “La revoca dell’editto di Nantes”, “Roberta stasera” e “Il suggeritore”. Altre opere significative sono “Il Baffometto” e “Il bagno di Diana”. Pierre Klossowski ha anche successo come traduttore, la sua traduzione dell’Eneide  di Virgilio viene accolta con entusiasmo. Importante rammentare l’incontro, avvenuto negli anni settanta, con Carmelo Bene dal quale nascono due saggi sul modo di recitare dell’attore italiano (“Cosa mi suggerisce il gioco ludico di Carmelo Bene” e “Généreux jusqu’au vice”) e che avrebbe dovuto consacrarsi nell’ambito della Biennale di Venezia del ’90 (diretta da Bene, che poi diede le dimissioni) con una messa in scena de “Il baffometto”, che purtroppo non ebbe luogo. Rilevante è l’opera pittorica, orientata a una riproposizione della figurazione, attraverso la rappresentazione del fantasma e del concetto di simulacro. La sua intera produzione andrebbe riletta in questa chiave anche alla luce del lavoro svolto da suo fratello Balthus.

André Masson. La leggenda dell’istinto

La pittura di André Masson consente di inoltrarsi in profondità nei territori dell’emozione e delle pulsioni istintuali.

La terribile esperienza della prima guerra mondiale, la ferita e la convalescenza hanno un forte influsso sulla sua produzione artistica come, del resto, la sua adesione al movimento surrealista di cui è esponente di punta. In questo contesto prende avvio la sperimentazione di tecniche di pittura automatica, modo di dipingere apparentemente svincolato da un approccio razionale, al contrario molto istintivo e per certi versi casuale.

La conoscenza di Georges Bataille, il filosofo francese noto al grande pubblico (erroneamente e limitatamente) come il filosofo dell’erotismo, lo porta ad approfondire e a riprodurre su tela anche i temi della violenza e della sessualità. Masson firmerà per anni le copertine della famosa rivista di Bataille “Acéphale”. La seconda guerra mondiale e l’occupazione nazista lo convincono della necessità della fuga: raggiunge gli Stati Uniti con un cargo. Al suo arrivo buona parte dei disegni erotici contenuti nel bagaglio vengono distrutti dai funzionari della dogana, evidentemente l’arte di Masson non è considerata degenerata solo dai nazisti ma anche dai democratici e bigotti statunitensi.

In America, comunque, Masson influenza decisamente la produzione artistica degli espressionisti astratti, primo fra tutti Jackson Pollock. E’ un esilio ricco di suggestioni e scoperte come la conoscenza dell’arte orientale e cinese al museo di Boston. “E’ inutile voler entrare in un’arte del genere se non si comprende in primo luogo che l’essenziale, per un pittore Zen, è tutt’altra cosa (…). Per il cinese si tratta di un modo di esistere, in senso profondo, e non, come per noi, di un modo di fare. Per loro è un modo di fondersi nella vita universale, e per noi un modo di riassumere.” André Masson. La pittura dell’essenziale.

Lo studio dell’arte orientale rafforza il convincimento di Masson che l’arte è espressione vitale, non semplicemente un lavoro ma piuttosto libera trasposizione, oltre i limiti del possibile, di sentimenti e emozioni sulla tela, immediata riproduzione della visione. Michel Leiris scrive che Masson crea: “…immagini ognuna delle quali è una cattura, cioè la risposta immediata a un’emozione….il suo mondo si rivela tuttavia intimamente legato all’ambiente fisico che fornisce stupori improvvisi”.

Uno stupore che nasce dalla consapevolezza delle forze dell’esistenza e della natura primordiale e si traduce, col tempo e con l’esperienza, nella possibilità di rappresentarle serenamente. Dopo la guerra Masson torna in Francia si trasferisce in Provenza.

E’ considerato il grande maestro del colore surrealista.

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