Paul Krugman. Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008

Le calde giornate di agosto incoraggiano alla quiete e quindi anche alla lettura. Possono essere racconti, come quelli che amo segnalare, poesie di artisti, semplici raccolte di pensieri, ma non per questo poco profonde e accurate, oppure saggi e nel caso specifico stiamo per avventurarci sugli impervi percorsi dell’economia.

Paul Krugman, economista statunitense, vincitore del premio Nobel nel 2008, è definito da più parti un neo keynesiano, ma questa non è la ragione per cui ho deciso di scriverne, piuttosto perché appare da subito, nella scelta degli argomenti e nel tratto divulgativo, un autore che preferisce andare contro corrente.

La corrente è quella delle teorie consolidate, ma soprattutto delle pratiche, che anche in economia (come in altri campi) sono spesso appannaggio di tecnocrati, o menti assai ristrette, poco avvezze quindi a leggere il contesto in modo innovativo o a ricercare nuove soluzioni che consentano, ad esempio, di superare crisi e gravi difficoltà.

“Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008” è un libro da leggere proprio per capire i tempi che stiamo vivendo e soprattutto per potersi fare, in modo sensato, una opinione che non sia dettata esclusivamente da spinte emotive ma, invece, corroborata da un percorso analitico, saggiamente assistito.

“Permettetemi di dichiarare che questo libro è, in fondo, un trattato analitico. Non si occupa tanto di quello che è successo quanto del perché” sottolinea Krugman nell’introduzione, certo, è un trattato di economia, ma costruito usando un linguaggio chiaro, sempre comprensibile, evitando anche di ricorrere all’uso eccessivo di diagrammi o grafici che potrebbero affaticare un lettore non specializzato, riuscendo invece a tener viva l’attenzione nella disanima delle principali crisi dell’economia moderna e traendo infine conclusioni accessibili a tutti.

Un esempio originale, a cui l’autore ricorre spesso, è quello della Cooperativa di baby sitter di Capitol Hill, tratto da un articolo scritto da Joan e Richard Sweeney nel 1978. Il funzionamento della cooperativa, la stampa di buoni che consentono ai soci di usufruire di servizi di baby sitter dopo averli prestati, consente di simulare quanto accade nel quadro più ampio delle politiche economiche e monetarie, di capire come nascono le recessioni e come talvolta è possibile gestirle.

Dopo la grande crisi del 1929 sembrava che il mercato economico e finanziario avesse trovato l’antidoto e che situazioni simili non dovessero più riprodursi, ma negli ultimi decenni le crisi dell’America Latina, in special modo Argentina e Messico, del Giappone, che era considerato il principale attore dell’economia mondiale, e dell’intero comparto asiatico, le cosiddette economie emergenti, oltre ad apparire come pericolosi prodromi di quanto poi è accaduto sul piano globale, secondo Krugman, non sono state gestite nello stesso modo, quindi sono state gestite senza far ricorso allo stesso genere di antidoti.

“La seconda guerra mondiale offrì l’occasione che Keynes stava aspettando da anni, non solo perché si riuscì a uscire dalla depressione, ma anche perché ci si convinse che le politiche macroeconomiche – tagliare i tassi o aumentare il deficit statale per combattere le recessioni – potevano tenere più o meno stabile un’economia di libero mercato in presenza di un tasso di quasi completa occupazione.”

Questo tacito accordo tra capitalismo, economisti e opinione pubblica, che avrebbe dovuto e potuto evitare ulteriori Grandi Depressioni, fu definito negli anni cinquanta da Paul Samuelson “sintesi neoclassica”, Krugman invece preferisce chiamarla “sintesi keynesiana” e, subito dopo, si chiede come persone intelligenti abbiano potuto consigliare a economie di mercato emergenti politiche del tutto perverse alla luce della dottrina economica acquisita e perché la “sintesi keynesiana” non sia stata considerata e fatta propria allo scopo di risolvere i problemi di quelle economie?

Forse tutto questo è avvenuto perché: “oggi, in effetti, la politica economica internazionale ha poco a che fare con l’economia. E’ diventata più che altro un esercizio di psicologia dilettantesca, con il quale il Fondo Monetario Internazionale e il segretario al Tesoro hanno cercato di convincere i Paesi a fare cose che speravano sarebbero state percepite dal mercato come rassicuranti.”

Quello che bisogna fare è, al contrario, cercare di sviluppare la capacità di comprensione, affrontare lucidamente i problemi, usare gli strumenti che abbiamo senza farci costringere dentro logiche precostituite o abbattere da presunti limiti strutturali.

“Credo che gli unici veri ostacoli strutturali al benessere del mondo siano le dottrine obsolete che annebbiano la mente degli uomini.”

Un libro da leggere nelle calde giornate d’agosto, in primo luogo per imparare e poi per valutare, con uno sguardo davvero nuovo e disincantato, quanto sta succedendo anche dalle nostre parti, a cominciare dalle ricette economiche del governo tecnico.

Filippo De Pisis. Poesie

Filippo De Pisis, pseudonimo di Luigi Tibertelli, nato a Ferrara nel 1896, è stato pittore, poeta e scrittore, a dire il vero, aveva iniziato proprio come poeta e in questo volume è raccolta gran parte dei suoi versi.

L’immagine o, per meglio dire, la capacità di rappresentare attraverso la lirica il mondo esterno, gli stati d’animo, le sfumature del vivere è l’argomento centrale della sua scrittura, così come era avvenuto nel romanzo “Il signor Luigi B.” in cui descriveva il suo appartamento di Via Montebello, 3 a Ferrara: “Una camera da letto chiara e ariosa con il bagno annesso, due camere bianche da lavoro con un salottino neoclassico azzurro per ricevere le poche visite, una camera rossa, piena di oggetti rari, vecchi, archeologici.

Quando nel marzo del 1920 tenne a Roma la prima mostra i pareri furono contrastanti, pochi capirono, molti criticarono la galleria Bragaglia per averla organizzata, altri ancora inneggiarono al futurismo. Per De Pisis erano solo primi studi, allusioni alla pittura che sarebbe venuta, studi appunto mentre in seguito, nel momento del massimo splendore della sua produzione artistica, li avrebbe definiti cose.

Le cose. Filippo De Pisis è il pittore delle cose. Intese, trasfigurate dall’ispirazione. Pesci, fiori, oggetti. Gesti, apparenze, ombre. E scorrendo le sue poesie incappiamo in quella che forse più di altre appartiene al suo mondo. “Ombre. Non son farfalle, son ombre leggiere sui muri bianchi e grigi del ricordo. Ombra d’una mano levata a benedire, ombra di un fiore che non ebbe mai stelo (il cuore non fa ombra). Delicate parvenze profumi melodie che prendon palpito solo quando cala la sera. Ombre caste della nostra felicità apparente. Non son farfalle, son ombre leggiere.

Per meglio conoscere la vita e l’incredibile storia artistica di questo geniale autore multimediale (almeno per quanto lo consentivano i mezzi d’allora) consiglio la lettura di un libro a mio parere bellissimo, scritto da uno dei più grandi scrittori italiani del secolo scorso, Giovanni Comisso, oggi ovviamente poco ricordato dalle cosiddette elites intellettuali,:  “Mio sodalizio con De Pisis”.

Comisso con grande abilità trasforma un epistolario tra amici, De Pisis e lui, in un romanzo avvincente che attraversa due dopoguerra e in mezzo una guerra mondiale, la seconda, raccontando vite stravaganti, la splendida Parigi degli anni trenta, e soprattutto rendendo semplice e comprensibile la genialità di De Pisis.

Lo studio in rue Madame 18 nel magazzino di una lavanderia. Rue Madame proprio quella dell’Hotel de l’Avenir. Il quartiere latino, le stravaganze parigine e poi, il grande successo di pubblico e di critica. Anche un ricordo, una citazione che al tempo stesso è un triste presagio: “Un po’ malato io sono di certo e perciò, abbastanza ragionevole, vivo in una casa di salute costruitami a mio uso e consumo”. E poi gli aneddoti, i veri o presunti mal di testa che permettono al pittore di lasciare i salotti alla prima mal partita, i modelli dipinti e amati, le case e, ancora, le cose.

Bellissimo è il racconto della festa organizzata a Venezia subito dopo la liberazione, una festa pop, ante litteram, con gente vestita in modo eccentrico, la scultrice L.C. coperta soltanto da lunghe collane di rose di carta, De Pisis vestito sommariamente, dipinto sul corpo e truccato. I comunisti locali gridarono allo scandalo e la questura intervenne traducendo i malcapitati in guardiola e tenendoli dentro per due giorni, nonostante le proteste del pittore e la sua minaccia di ricorrere all’intercessione del Ministro Bottai. Per inciso Bottai non era più ministro dal 25 luglio del 1943. Del “Ballo della granceola”, questo il titolo della festa, parlarono i giornali inglesi e americani, con grande divertimento dei lettori oltre Oceano: “La sola divertente notizia giunta in America dall’Italia dopo la liberazione”.

Con l’aggravarsi delle condizioni fisiche di Filippo De Pisis e i suoi ricoveri a Villa Fiorita nei pressi di Brugherio la storia finisce, ma resta nel lettore il fascino di una vita dedicata al colore, alla leggerezza del pennello e alle parole e la convinzione che, come scrive Giovanni Comisso chiudendo il racconto, “siamo soltanto magnifiche onde in attesa sempre di disfarci nel crollo”.

Gianni Roghi. Dahlak

Un pomeriggio, molto piovoso, del giugno 2007 ho avuto l’onore di partecipare, come relatore, a una tavola rotonda organizzata in ricordo di Gianni Roghi presso l’acquario di Milano. Per me, un’occasione unica e, al tempo stesso, autentica perché, come altri, mi trovavo lì a parlare di una delle personalità più affascinanti del secolo appena trascorso.

Gianni Roghi è stato molto più del giornalista che alcuni ricordano, era un avventuriero, nel significato più schietto e puro del termine (uomo di avventura), uno degli ultimi grandi esploratori e sperimentatori che la storia recente abbia avuto il merito di accogliere e evidenziare.

Regista e ideatore della rassegna dedicata a Gianni Roghi era il mio caro e compianto amico Antonio Soccol e nel sito dedicato a Gianni, che ancora oggi è fruibile da parte degli appassionati, Antonio rammenta di avere avuto verso Gianni un “debito di riconoscenza esistenziale”, una ragione intima per partecipare al ricordo di un uomo che Giorgio Bocca aveva definito “troppo intelligente” e gli amici e gli estimatori ancora apprezzano per l’assoluto eclettismo e l’indissolubile energia creativa.

Dahlak è un libro pubblicato per la prima volta da Garzanti Editore nel 1954, il racconto della partecipazione di Gianni Roghi, come componente scientifico e capo ufficio stampa alla Spedizione Subacquea Italiana in Mar Rosso (28/12/1952 – 26/06/1953) alle isole Dahlak, organizzata e coordinata da Bruno Vailati.

Themadjack ha, recentemente, accolto alcune riflessioni sul film documentario “Sesto Continente”, video-cronaca degli eventi, prodotto da Bruno Vailati e Folco Quilici.

Perché le isole Dahlak?

Scrive Gianni Roghi: 
“Le ragioni sono poche ma buone. Anzitutto la spesa: volevamo condurre una spedizione in un mare tropicale corallino, e il Mar Rosso rispondeva perfettamente alle nostre esigenze essendo appunto un classico “mar di corallo”, e a distanza ragionevole dall’Italia. Per trovare costruzioni madreporiche egualmente imponenti, e la fauna relativa, sarebbe occorso traversare l’intero Oceano Indiano, o arrivare fino alle Indie Occidentali. Il finanziamento dell’impresa non l’avrebbe mai consentito.”

Completa il volume un testo d’appendice di  Francesco Baschieri sui risultati scientifici ottenuti dalla Spedizione Nazionale Subacquea Italiana in Mar Rosso. “Dahlak” ha avuto moltissime ristampe e riedizioni, oggi è disponibile presso l’editore Mursia, da sempre attento al mare.

Un brano tratto dal capitolo “La danza delle mante”:

L’Africa tropicale, l’Africa calda è un animale vivo che mangia, cresce, muore e si rigenera a scatti. È un corpo che subisce metamorfosi tanto rare quanto brutali, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra. La crisalide che esplode in farfalla sotto i tuoi occhi; una natura che ignora i dolci passaggi delle latitudini temperate: va a balzi, a stroncature, a urli. All’Asmara, duemila metri sul mare, vidi un albero di pesco che mi fece pensare alle allegorie religiose del medioevo: alcuni rami erano secchi come d’inverno; altri avevano i boccioli; altri recavano le foglie, verdi ed espanse; altri i frutti piccoli e acerbi; altri ancora le pesche mature e ancora altri le pesche marce. Quell’albero non aveva stagioni, non sonni, non requie. Tutti gli alberi di Asmara e dell’Africa alta sono privi della misura del tempo, sono in divenire. Alberi hegeliani. Ma mentre quel pesco moriva e fioriva nei medesimi rami e con la medesima linfa, giù nell’Africa calda, giù a Dur Ghella la natura era morta bruciata da un anno. Se con il calcio del fucile battevi sui tronchi, ne udivi un suono secco di legno cavo: come bussare a una bara.

E una notte piovve, piovve sul serio, per la prima volta da un anno. Piovve tre ore continue dall’una alle quattro. Era acqua calda, a gocce grosse e pesanti. Piovve senza vento, con un fragore di cascata. La tenda s’allagò, i materassini di gomma galleggiarono, ogni cosa nostra divenne fradicia. Rimanemmo tre ore ad ascoltare la pioggia, seduti in due dita di acqua tiepida, al buio. Poi smise, l’acqua defluì lentamente, ci ricoricammo e dormimmo. Mi svegliai per primo, erano le nove. Non pioveva più e si sentiva l’aria pulita; faceva quasi fresco; ma non so, si sentiva un’aria nuova, diversa da quella solita. Mi pareva di accorgermi soltanto allora di aver respirato per tutte quelle settimane e quei mesi un’aria che aveva un sapore. O un odore, forse. Uscii dalla tenda, sbucai dalla mangrovia ancora grondante. Non c’era una nuvola. E mi misi le mani sugli occhi: quello che vedevo non poteva esser cosa della nostra terra, era magia, era stregoneria. L’isola, quell’isola grigia bruciata, era color di smeraldo.

Era scoppiata la primavera.

Ecco qui Gianni Roghi e, con lui, la meravigliosa essenza delle Isole Dahlak.

Grazie Antonio, amico mio.

Grazie  davvero di avermi fatto vivere queste emozioni.

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