Italo Sulliotti. Sotto l’Artiglio, il segreto dell’Egypt

Quando ero bambino, all’inizio degli anni sessanta, nasceva in me la passione del mare.

Ricordo una rivista, che conservo ancora tra le cose più care, dedicata al mondo sottomarino, alle prime immersioni con la maschera, maschere tonde di gomma azzurra, e ai protagonisti delle grandi discese, i palombari.

Erano i palombari gli unici a potersi immergere alle maggiori profondità e lo facevano rinchiusi dentro scafandri di gomma, indossando scarpe con suole di piombo e caschi di rame, per questo venivano chiamati “teste di rame”.

Il racconto di Italo Sulliotti, una vecchia edizione degli anni trenta, consente di aprire una finestra sull’oblio e ricordare le imprese del piroscafo da recupero Artiglio e di un grande palombaro, inventore della camera iperbarica, Alberto Gianni.

L’Artiglio e Alberto Gianni, insieme al Commendator Giovanni Quaglia, patron della SO.RI.MA (Società recuperi subacquei) società armatrice della nave, sono tra i protagonisti di una storia ambientata tra le acque di Brest e le stanze del primo ministro inglese, in un’epoca in cui l’Italia, almeno per quanto riguardava la marineria e le attività subacquee, era considerata all’avanguardia.

La trama è semplice, l’Artiglio e i suoi palombari sono alla ricerca del piroscafo  Egypt affondato nelle acque di Brest alcuni anni prima, il piroscafo contiene un prezioso e consistente carico di monete e lingotti d’oro, destinato alle banche dell’India. Ma non sono i soli a cercare il relitto e le sue vestigia, anche il governo inglese, sollecitato da Lady Margaret Weend, vedova di un ministro scomparso nell’affondamento dell’Egypt, nutre particolare interesse per alcuni documenti conservati nella cassaforte del comandante. Quando Alberto Gianni localizza il relitto a 130 metri di profondità il Comandante Kennedy, a nome del governo di Sua Maestà chiede di essere presente al recupero della cassaforte. Il commendator Quaglia non ha nulla in contrario, anche perché gli inglesi non sono interessati al tesoro, solo ai documenti.

Fin qui il racconto. In realtà le cose andarono diversamente. Il relitto dell’Egypt venne individuato il 29 agosto 1930 ma il maltempo di fine estate e poi quello invernale obbligò a spostare il recupero alla primavera successiva. Nel frattempo l’Artiglio raggiunse l’isola bretone di Belle Île, a nord ovest della Francia, per dedicarsi alla bonifica della nave Florence, carica di esplosivi, affondata laggiù nel 1917.

Durante le fasi di demolizione della Florence, forse a causa di una carica posizionata erroneamente, gli esplosivi stivati nel relitto improvvisamente esplosero. L’Artiglio, ancorato a poca distanza, fu investito in pieno dall’esplosione, affondando rapidamente. Nel tragico incidente perì gran parte dell’equipaggio, tra cui i palombari Alberto Gianni, Aristide Franceschi e Alberto Bargellini, tutti originari di Viareggio.

Il recupero del tesoro dell’Egypt fu effettuato utilizzando una nuova nave, inizialmente portava il nome di Maurétanie, poi fu rinominata Artiglio II, ma tutti continuarono a chiamarla Artiglio.

E il Governo di Sua Maestà? E Lady Margaret Weend? Il governo troverà poco o nulla anche grazie a un brillante “escamotage” di un suo illuminato funzionario, Lady Weend invece scoprirà quanto possano essere importanti nella vita degli uomini il desiderio, le passioni e i loro frutti.

Noi invece guardiamo il mare, adesso calmo. Tiene in serbo storie, racconti, tesori, talvolta misteri.

E chiudiamo con parole attribuite dall’Autore a Alberto Gianni, un modo semplice per ricordarlo e onorare ancora oggi, dopo ottant’anni, quelli bravi come lui.

“…Alle otto di mattina mi infilarono il casco. Avviarono la pompa dell’aria; mi fissarono le suole di piombo e mi abbandonarono contro la scaletta di ferro che, applicata verticalmente al bordo dell’imbarcazione, conduce in fondo. Cominciai a discendere…”

Pablo Neruda. Il mare e le campane

“Il mondo è più azzurro e più terrestre

di notte, quando dormo,

enorme, tra le tue piccole mani.”

Così chiude il Canto final, dedicato a Matilde Urrutia, di questa raccolta di poesie, uscita postuma.

Poesie scritte da Pablo Neruda nella sua casa di frontiera a Isla Negra, sulla costa dell’Oceano Pacifico.

La bellezza e la forza de “Il mare e le campane” si catalizza nel percorso di fusione tra il sentimento di pena per se stesso, decadimento fisico e malattia, il destino infausto del Cile, su cui aleggia l’ombra della dittatura, e la dimensione del ricordo, vivacemente abitato dalla natura.

La scoperta di un fiume che nasce tra le pietre, un piccolo ruscello, guizzante come un pesce metallico, un fiume che diventa fiume, poi grande, ampio, navigabile, calmo e consapevole della propria forza.

L’eterno ritorno.

E’ la forza della terra, la potenza dell’albero dagli infiniti nomi, gli alberi che nascono, crescono, rimangono, muoiono, ritornano: il susino, il larice, frutti dell’energia che viene dal basso.

Tutti temi che prendono corpo nella raccolta di poesie, insieme al rimpianto per quello che accade, non è successo, e per il tempo che passa.

Come il contrasto tra la povera strada felice, generale orinatoio di cani dei sobborghi, dove il giovane poeta viveva a Santiago del Cile e i giardini parigini con le statue di marmo dei poeti di Francia.

“Più tardi, anni dopo,

giunsi da Ambasciatore ai Giardini.

I poeti ormai se ne erano andati.

E le statue non mi conoscevano.”

Ma il richiamo della natura, forte del ricordo e sulla spinta delle onde, porta con sé anche un’inconfondibile sensazione di vuoto.

La riflessione sull’eterno ritorno, il divenire naturale, conduce inevitabilmente il pensiero a meditare intorno e dentro al nulla che siamo. Dinnanzi al nulla non c’è niente da fare, non serve urlare, provare a farsi sentire, parlare, crescere.

Il ritorno dell’onda diventa muto e angosciante proprio a causa della sua imperturbabile, eterna, ripetitività. Differenza e ripetizione sono elementi che talvolta possono avere in comune un tono musicale ma certo non salvano la nostra identità.

Il mare, gigantesco, apparentemente infinito, è sempre lì, davanti, e la campana rotta non può suonare.

Il vero dramma dell’esistenza sta nel cercare di inseguire il senso dell’esistere, annegando così nel profondo anfratto della distinzione tra significato e significante.

Il mare silenzioso e la campana muta, in tal caso, sono e restano taciti testimoni di un itinerario senza possibilità, ferocemente impervio.

“Voglio per una lunga volta non parlare;

silenzio, voglio imparare ancora,

voglio sapere se esisto.”

Il libro di cucina del British Museum e Il ventre dei filosofi.

Sono sempre stato convinto che la chimica sia alla base di tutto.

Insegnamento forse un poco impervio, ricordo ancora con leggero imbarazzo la difficoltà di scomporre i diversi composti, ma necessario per comprendere i fondamenti della composizione della materia e i relativi comportamenti.

Non è un caso, del resto, che il termine chimica derivi probabilmente dal kemà, libro misteriosofico dell’antico Egitto, da cui l’arabo “alkimiaa” alchimista.

Quindi se è vero che il nostro organismo è una sommatoria di composti chimici è altrettanto importante riflettere su cosa mangiamo e beviamo, il nostro corpo infatti si sviluppa e si trasforma anche a causa della qualità e della quantità del cibo.

Per questa ragione sono convinto esista una stretta relazione tra pensiero, azioni e cibo e sono anche abbastanza sicuro che per comprendere davvero gli antichi, la loro storia, il loro pensiero sia opportuno sapere cosa mangiavano e, se possibile, provare ad assaggiare le loro pietanze.

Anni fa in una libreria remainder romana, purtroppo oggi scomparsa, ho acquistato un libro che mi è particolarmente caro e fa ancora oggi la sua bella figura nella piccola libreria in cucina insieme ai libri specializzati in materia culinaria.

Il libro si intitola “Il libro di cucina del British Museum” l’autrice è Michelle Berriedale-Johnson, una signora inglese che si è sempre occupata di storia della cucina e per scrivere questo volume ha fatto uso di documenti originali e della conoscenza delle tradizioni culinarie locali.

Non posso illustrare tutte le ricette, che coprono un periodo storico molto ampio, dall’antica Persia all’Inghilterra Georgiana e alla Cina Imperiale, mi fermo alla Grecia che come è ormai noto è uno dei miei luoghi e argomenti preferiti.

La minestra di lenticchie era il cibo dei poveri, veniva preparata densa, insaporita con molto aglio, cipolla e maggiorana, per il resto i Greci mangiavano pesce, agnello e maiale.

Meraviglioso il brasato di tonno, cotto a fuoco lento per circa un’ora in una pentola piena di  verdura (porri, sedano, rosmarino, timo, cetrioli), inebrianti le salsicce di agnello, farcite di menta, maggiorana, aglio e cumino.

La verdura accompagna le pietanze di pesce e carne, i cavoli con menta e coriandolo e i ceci che venivano serviti anche come dessert, insieme al formaggio con il miele, ai fichi secchi con le mandorle, al budino di miele e orzo.

Lo stufato di lattuga, sconsigliato da Nicandro di Colofone a chi volesse di dedicare il dopo cena alle attività amorose, merita una citazione perché nella tradizione greca era considerato un ottimo sonnifero e veniva cotto insieme a cipolla, aglio e abbondante salvia.

Il pensiero greco è il frutto di persone, uomini, che mangiavano questo genere di cibi e amavano il gusto dell’aglio, della menta, del timo, della maggiorana.

Evidentemente gradivano molto ritrovare nelle pietanze il profumo della natura.

Michel Onfray, filosofo francese noto al grande pubblico (in Francia) per il suo neo anarchismo e per dichiarazioni di ateismo: “Dio non è morto perché non è mortale. Una finzione non muore” (Trattato di Ateologia), prova a seguire un analogo percorso nel libro, tradotto in italiano da Ponte alle Grazie, con il titolo “I filosofi in cucina”. Il titolo originale “Le ventre des philosophes” era decisamente più confacente al testo.

Una scrittura vivace e avvincente accompagna il lettore nella conoscenza delle pietanze preferite di grandi filosofi insinuando il dubbio che le forme del pensiero siano il prodotto della chimica, frutto della scomposizione del polpo di Diogene, del lattosio di Rousseau, dell’alcool di Kant, delle salsicce di Nietzsche, dei crostacei di Sartre.

Onfray propone una gaia scienza alimentare, a tutti gli effetti una concezione naturale della vita, senza separazioni, steccati tra pensiero, corpo, cibo, sesso.

“Credo alla vita filosofica….non a esercizi di filosofia separati dalla vita. Perciò la tavola, come il letto, costituiscono un luogo altrettanto filosofico della scrivania o della biblioteca.”

Il concetto cartesiano cogito ergo sum va quindi allargato al cibo, all’atto di mangiare e a quant’altro.

J.M.G. Le Clézio. Il posto delle balene

Jean-Marie Gustave Le Clézio, nato a Nizza nel 1940, meglio conosciuto come J.M.G. Le Clézio, è un importante scrittore francese contemporaneo che ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 2008.

Romanziere, narratore, saggista, Le Clézio si è formato nel periodo del noveau roman francese,  seguendo però un percorso molto personale. A 23 anni, pubblica con Gallimard la sua opera prima: Le procès verbal, (Il verbale) con il quale giunge al successo internazionale, vincendo il prestigioso Prix Renaudot (1963).

Autore colto, di grande vitalità, nella cui opera si ritrovano spesso citazioni filosofiche (ama in particolar modo i presocratici), Le Clézio è passato dal racconto dell’alienazione dell’uomo nella società contemporanea alla narrazione di una ritrovata armonia tra l’uomo e il mondo, “l’unione tra l’individuale e il collettivo”.

La sua scrittura è caratterizzata da un grande amore per la natura, in particolare per il mare e per molti versi può dirsi vicino a Camus. Dal 1964 in poi Le Clézio ha continuato a pubblicare libri di successo. Le sue opere più significative sono: Terra Amata (1967), I giganti (1973) e Deserto (1980). I titoli più recenti sono: Onitsha (1992), Diego e Frida (1997), Le due vite di Laila (1999) e Stella errante (2000), Révolutions (2003).

“Il posto delle balene” è un piccolo libro impreziosito dai disegni dell’artista brasiliano Eloar Guazzelli in cui si racconta la storia di un’insenatura magica tra le terre della Bassa California nella quale le grandi balene erano solite andare a procreare. La ricerca di questo luogo leggendario animava le fantasie e disturbava le notti dei cacciatori di Balene che, dal New England, si spingevano sin nei mari caldi alla ricerca di un bottino di cetacei che potesse cambiare il corso delle loro vite.

Questo breve bellissimo e intenso libro, le storie intrecciate di Melville Scammon, capitano del Léonore, di un piccolo mozzo e della giovane sfortunata prostituta Aracoeli, insieme alla carneficina di balene e balenotteri neonati che produce la scoperta della leggendaria insenatura, costringono il lettore a riflettere sul destino degli uomini e anche sulla instabilità del lavoro e conseguentemente delle nostre vite.

Leggendo “Il posto delle balene” mi è venuto spontaneo pensare subito a un altro libro, comprato qualche anno fa nel book shop del Mit a Boston, l’autore è Mark Kurlansky e si intitola “The last fish tale“, traduzione letterale: Il racconto dell’ultimo pesce. Questo libro purtroppo non è tradotto in italiano e segue di qualche anno il lavoro di maggior successo, Cod (Merluzzo).

“The last fish tale” racconta come in pochi decenni un’intera società fondata sulla pesca a Gloucester, a Cape Cod, a Nantucket sia completamente scomparsa, a parte intensive coltivazioni di Astici, e siano conseguentemente scomparsi i porti, le navi, i vecchi pescatori, tutto insomma e persino i vecchi rigattieri e i negozi di antiquariato di cose marinare. Un colpo di spugna che ha dissolto migliaia di storie vissute e forse anche il molo ove era ormeggiato il Pequod di Acab prima dell’ultima caccia.

La spiaggia della Bassa California oggi è completamente abbandonata e non si possono più scorgere gli scheletri delle grandi balene e dei velieri, tutto è ridotto in polvere come le povere ossa di Aracoeli che giace sepolta da qualche parte sotto un cumulo di sassi.

Ma il destino ha voluto che anche le basi di partenza delle baleniere assassine, le città che brulicavano di marinai affamati di barili di olio e di grasso siano diventate piccoli e colorati centri residenziali ove solo piccole targhe, in ceramica, sui muri, ricordano gli uomini di mare.

Del resto oggi a Gloucester  c’è un vecchio proverbio che va ancora per la maggiore: “if you give a man a fish, you feed him, if you teach a man to fish, he will starve” che tradotto significa: “se dai un pesce a un uomo lo nutrirai, se gli insegni a pescare morirà di fame”….

Una perfida vendetta delle balene?

E’ possibile. Comunque, a pensarci bene, la cosa peggiore, la vera vendetta, è il pesce che mangiamo, ormai un rito di massa a scapito delle tempeste e delle stagioni, pesci “di plastica” tutti uguali allevati come polli di batteria.

Non sanno nemmeno più di mare.

Terrore dal mare. William Langewiesche

Un’indimenticabile sequenza del film di Federico FelliniAmarcord” è dedicata al passaggio del transatlantico REX. Tutto il paese è sul mare la notte, la Gradisca e gli altri, ad attendere il passaggio della grande nave. Il transatlantico, appunto, una grande nave capace di attraversare i mari e  gli oceani e di rendere concreti anche i sogni più insperati. Un paradiso galleggiante, un’esplosione di luce rubata da quella gente a forza di braccia, spingendo su remi di piccole barche di legno. Perché solo l’immaginazione poteva consentire a tutti di salire a bordo e confondersi con il bel mondo viaggiante.

Il libro “Terrore dal mare” di William Langewiesche ci strappa dai sogni trasportandoci in quella che è la realtà di oggi. Carrette del mare rubate e denominate altrimenti durante la navigazione, trasporti di materiali tossici o comunque pericolosi.

Pirati in azione, dal Corno d’Africa al golfo di Malacca, e una nave, l’Alondra Rainbow, carica di preziose lastre di alluminio che sparisce, inghiottita dal nulla, equipaggio compreso.

Il traghetto Estonia, moderna imbarcazione appena revisionata, che affonda inspiegabilmente nel gelido mare del nord portando con sé centinaia di persone e di auto.

Una petroliera, l’Erika che inonda di petrolio le coste della Francia.

Il cimitero delle navi sulla spiaggia indiana di Alang, dove migliaia di disperati lavorano notte e giorno a smontare le carcasse dei giganti del mare.

Un libro che è fredda ricostruzione giornalistica di fatti, situazioni, eventi e fornisce una rappresentazione oggettiva di cosa è diventato il mare nell’era dei consumi: un ambiente infido senza regole, spesso pericoloso e spietato.

Una lettura che forse consente, anche, di capire meglio gli accadimenti di questi giorni, ad esempio: come e perché l’inchino di una grande nave da crociera, la Costa Concordia, a una piccola isola, si è potuto trasformare in una tragedia.

Henri Rousseau il Doganiere. La jungla dello stupore

Henri Rousseau nasce il 21 maggio del 1844 a Laval, piccola città del nordovest della Francia.

Abbandonati gli studi, si arruola in fanteria, anche per evitare la detenzione in seguito al furto di una piccola somma di franchi nello studio di un avvocato. Successivamente si trasferisce a Parigi e lavora come segretario presso un ufficiale giudiziario. Nel 1870 si sposa con Clémence Boitard.

Dopo un’ulteriore breve parentesi militare, a causa della guerra di Prussia, entra a lavorare, come gabelliere, nell’ufficio comunale del dazio di Parigi. Un lavoro che lo accompagnerà per lunga parte della vita e che, oltre a spingerlo alla ricerca della pittura fantastica, diventerà parte rilevante della sua identità artistica.

Nascono in questi anni le prime opere: “Paesaggio invernale con episodio bellico“ e “Paesaggio con mulino e carretto” (opere che nascono dalla osservazione di illustrazioni giornalistiche), ma è qualche anno dopo che comincia a produrre opere contraddistinte da un forte stile esotico.

Sono quadri meravigliosi, fantastici che, pur sembrando apparentemente ingenui e naif,  rivelano uno stile raffinato e un grande anticipo sui tempi, contrapponendo agli esercizi del realismo e del futurismo  percorsi contraddistinti dallo stupore e dalle emozioni.

I critici del suo tempo non comprendono il fascino e il messaggio delle sue ambientazioni, e non poteva essere altrimenti in un secolo nascente traboccante di modernismo e di utopia sociale, deridendo sue presunte debolezze tecniche e l’irrealtà dei contesti.

Solo dopo la morte viene considerato un precursore delle avanguardie.

Pablo Picasso lo definisce un “grande maestro”.  Sognava paesaggi esotici e giungle rigogliose, ambientandole a Parigi e ricorrendo alla fantasia, quindi senza aver bisogno di vivere in luoghi lontani come invece avevano fatto altri, ad esempio Gauguin.

Il Doganiere vedeva lontano, anticipando di un secolo l’affermazione del pensiero emotivo e le sue forme di rappresentazione e, nel contempo,  influenzando profondamente lo sviluppo dell’arte moderna, dal Cubismo al Surrealismo, fino all’Espressionismo.

Purtroppo Henri Rousseau, detto il Doganiere, muore nel 1910 senza poter assaporare il successo che meritava.

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