Federico Fellini e Milo Manara. Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet

«Io dovrei essere l’eroe di questa storia e mi chiedo qual è la faccia di un eroe»  (Mastorna).

L’album “Il Viaggio di G. Mastorna detto Fernet” nato dalla collaborazione tra Milo Manara e Federico Fellini, viene pubblicato nel 1992 ed è la riproposizione in fumetto della sceneggiatura del più famoso tra i film non girati da Fellini.

Non è chiaro perché Fellini non abbia girato il Mastorna, in un primo tempo pareva intenzionato a farlo subito subito dopo la realizzazione di “Giulietta degli spiriti” (1965) film che aveva riscontrato una tiepida accoglienza di pubblico e critica. Nel 1968, alla sceneggiatura del Mastorna, lavorarono, insieme a Fellini: Dino Buzzati e Brunello Rondi.

Giuseppe Mastorna è un clown violinista, viaggia spesso spostandosi da una città all’altra. L’aereo, durante l’ultimo viaggio, incappa in una tempesta ed è costretto a un atterraggio di fortuna proprio davanti la cattedrale di Colonia. Una scena folle e irreale, come tutti gli avvenimenti successivi. Mastorna viene condotto a bordo di una slitta in un grande albergo nel mezzo di una foresta. In un salone illuminato dalla fioca luce delle candele assiste all’esibizione di un’avvenente danzatrice del ventre che, sul più bello, partorisce al centro della sala. Mastorna va nella sua camera e accende la televisione. Un servizio del telegiornale racconta di un disastro aereo avvenuto sulle montagne, il veivolo è precipitato e non vi sono superstiti. E’ il suo aereo ma l’annunciatrice parla in tedesco e Mastorna non capisce.

Il viaggio di Mastorna, il suo soggiorno in quei luoghi strani, è il racconto del trasferimento dalla vita alla morte. Un’allegoria che danza sui labili confini tra sogno e realtà, un territorio nel quale gli accadimenti diventano evanescenti, impalpabili e non è proprio possibile distinguere un’ombra dall’altra. Uno specchio rovesciato, irreale, che attraverso rottami e frammenti di ricordi apre su una prospettiva imperscrutabile.

Fellini, intanto, cercava l’attore che doveva interpretare  Giuseppe Mastorna.
Al principio, come al solito, il favorito era Marcello Mastroianni, ma né Fellini né Mastroianni erano convinti della  scelta, come se il personaggio Mastorna non volesse assumere fattezze umane. Allora Fellini pensò ad altri attori: Steve McQueen, Paul Newman, Laurence Olivier (al progetto avrebbe dovuto partecipare anche Mina, come protagonista femminile) e infine a Paolo Villaggio. Infatti nell’album il volto del protagonista è quello di Villaggio.

Nel frattempo, a Cinecittà, il produttore Dino De Laurentiis, aveva costruito una grande scenografia con la carlinga dell’aereo, la piazza con la chiesa gotica vicino a un palazzo moderno. Costruzioni che sono rimaste laggiù per anni, del tutto inutilizzate.

Nonostante l’annuncio dato da Fellini stesso in un’intervista televisiva, Mastorna non divenne mai film. Una leggenda racconta che un mago avesse consigliato al regista di non girare il Mastorna perché sarebbe morto subito dopo la diffusione del film nelle sale.

Fellini morì l’anno successivo alla pubblicazione dell’album.

Da non perdere un bellissimo corto ispirato alla vicenda: “Deragliamenti” di Chelsea McMullan prodotto da Fabrica.

Milo Manara racconta la sua amicizia e collaborazione artistica con Fellini e il lavoro fatto per trasformare la sceneggiatura in album di fumetti. «La memoria ingrandisce delle cose e ne rimpicciolisce altre» sottolinea e poi aggiunge: «Fra cinema e fumetto c’è un preciso rapporto: ogni vignetta come ogni immagine non vive se non sequenziale. Io ero il riassunto di tutta la sua equipe, ero lo scenografo, il costumista, il cameraman, il direttore delle luci».

Un particolare rivelato da Manara: «Per un refuso tipografico, sull’ultima striscia c’è scritto: “Fine”. Ma per Fellini era una parola vietata, una cesura tra il mondo del cinema e la realtà».

 

Annunci

Ennio Flaiano. La solitudine del satiro

Come può essere solitario un satiro?

L’abitudine a rivelarsi nell’assemblea del corteo dionisiaco, partecipando al rito sacro e irridente, è certo in forte contrasto con lo stato doloroso della solitudine, perché da solitario, e intruso, si troverebbe costretto a misurarsi proprio con il gradiente indigesto della sua diversità, avvertendo immediatamente l’angoscia del rapporto individuale con il mondo reale.

Ennio Flaiano, abruzzese di Pescara, scrittore, giornalista, sceneggiatore, nel 1947 vince il primo Premio Strega con “Tempo di uccidere”, romanzo che racconta la guerra di Etiopia, scritto in pochi mesi su richiesta di Longanesi. Autore di sceneggiature di grandi film del cinema italiano, collabora con registi come Federico Fellini, Alessandro Blasetti, Luigi Zampa, Mario Monicelli, Dino Risi, Michelangelo Antonioni e molti altri.

Tiene per anni la rubrica “Diario notturno” su “Il Mondo” e collabora con alcune tra le più importanti testate giornalistiche italiane, come: il Corriere della Sera, L’illustrazione Italiana, L’Espresso, L’Europeo.

“La solitudine del satiro” è una raccolta di articoli usciti a più riprese su “Il Mondo”, sul “il Corriere della Sera” e altri giornali, ove Flaiano legge e osserva la realtà con lo sguardo di uno che non è parte, è di fuori.

Lo sguardo ironico e disincantato, appunto, di un satiro che il destino ha voluto comunque presente in uno scenario contraddistinto da cambiamenti sconvolgenti che spesso assomigliano a distruzioni, un’occhio che vede cose che scivolano inspiegabilmente addosso alla gente e puntualmente accadono senza che alcuno, intorno, dia l’impressione di accorgersene veramente.

Colate di cemento coprono le pendici dei colli di Roma mutando il volto alla città e andando anche a intaccare la cultura popolare, lo spirito che per secoli aveva animato il modus vivendi.

Bellissime le pagine dedicate all’umorismo.

Il pugile Cavicchia viene chiamato al telefono da uno spettatore durante l’incontro che volge al peggio, l’insegna della vecchia osteria, vicino al cimitero del Verano, con la scritta “Qui si piange meglio”, il fruttivendolo risponde alla domanda di una signora sulla bontà delle pere consigliandola di rimproverarle se non sono buone.

E’ la Roma del Belli attualizzata da Petrolini, patria di un “umorismo basato sulla dissociazione del reale, fumista, fisiologico, con quella bonarietà che lascia sempre il segno”, assediata da una campagna che sta cambiando, inesorabilmente, pelle. I nuovi quartieri residenziali vengono costruiti sugli antichi campi, strade larghe ancora deserte portano nomi di scrittori e poeti.

Famiglie e uomini solitari vanno a vedere le nuove case portati sin laggiù da automobili fresche d’acquisto, linde e pulite. “Altri guidatori solitari, nelle stradette che si incrociano aprono il confano del motore e guardano dentro. I colloqui dell’Uomo nella solitudine sono ormai con la macchina.”

In questo contesto anche Flaubert si troverebbe costretto a rivedere e riscrivere il suo romanzo “Bouvard et Pécuchet”, due immortali testimoni della umana stupidità, perché oggi la stupidità non è “borghese, razionalista, volterriana, come ai tempi del farmacista Homais, quanto tesa verso il futuro, piena di idee. Oggi il cretino è pieno di idee”.

Il satiro solitario è un essere libero per definizione, libertà certo dolorosa in quanto nata dalla privazione, ma al tempo stesso produttrice di un’ottica privilegiata, di una lucidità profonda nel giudicare ciò che accade, anche quando l’interesse della cronaca è ormai principalmente rivolto alle passioni.

Del resto, anche Lady Chatterley, del bosco, “la cosa che più l’aveva colpita era il guardaboschi”.

Petronio Arbitro. Satyricon

Chi erano Satiri e Sileni?

Divinità greche, giovani successori di Foroneo, per alcuni il primo uomo comparso sulla terra, figlio di Inaco, divinità fluviale e di Melia, una ninfa figlia di Oceano. Foroneo, in verità molto simile a Prometeo, si suppone sia stato il fondatore della prima comunità umana, abbia scoperto il fuoco e la fusione dei metalli.

Sileni e Satiri, a tutti gli effetti suoi nipotini, vengono spesso confusi, ma a essere accorti i primi avevano zampe e coda di cavallo mentre i secondi zampe e coda di capra. Entrambi, insieme a Ninfe e Menadi, facevano parte del corteo dionisiaco.

Una curiosità, se digitiamo le parole Sileno e Satiro nell’apposito spazio destinato alla ricerca dentro il portale Cognomi-Gens (http://www.gens.info/italia/it/) scopriamo che il cognome Sileno è ancora abbastanza diffuso in Italia, soprattutto nelle regioni della Magna Grecia e il cognome Satiro, più raro, è riscontrabile più o meno nelle stesse aree.

Satiri e Sileni, quindi, sono ancora tra noi? Può darsi, ma questo è un tema a parte.

Sileno è un personaggio interessante, figlio di Pan, dio silvestre, e di una ninfa ha  aspetto corpulento è calvo, peloso, raffigurato con attributi bestiali, molto saggio,  disprezza i beni terreni. E’ il precettore di Dioniso giovane, poi successivamente preda del vizio del bere e altri eccessi.

Partecipa ai banchetti sacri a Dioniso presentandosi a cavallo di un’asina ed è componente stabile del tiaso dionisiaco. Il suo volto ammiccante è raffigurato sulle metope dei templi dionisiaci e plasmato sulle statuette votive, spesso abbracciato a una menade.

Questa lunga prolusione introduce un libro importante e classico che ha, per molte ragioni, forti assonanze con i contenuti culinari o, per essere più precisi, con la più grande rappresentazione dell’eccesso in cucina che la letteratura sia riuscita a tramandare.

Il Satyricon di Petronio Arbitro infatti è, in buona parte, caratterizzato dal racconto della cena di Trimalcione, un monumento barocco e inquietante dedicato all’arte del fagocitare e all’ars vivendi del tardo impero romano e precursore di accadimenti analoghi nelle epoche seguenti.

Enclopio e Ascilto sono i protagonisti di una parodia dell’andare che li porterà prima a odiarsi, a causa del condiviso amore per il giovane Gitone, e successivamente a ritrovarsi passando attraverso episodi paradossali, orge e incontri fortuiti.

La celebre “cena Trimalchionis” è il momento centrale del racconto e occupa una buona metà del testo.

Trimalcione è un liberto divenuto ricco con il commercio. Alla cena sono invitati oltre  ai tre giovani, Enclopio, Ascilto e Gitone, altri personaggi del suo rango. Le descrizioni delle portate sono incredibili, come del resto la scenografia che le accompagna.

“Quanto al vassoio, vi campeggiava un asinello in corinzio con bisaccia, che aveva olive bianche in una tasca, nere nell’altra. Ricoprivano l’asinello due piatti, su cui in margine stava scritto  il nome di Trimalcione e il peso dell’argento. E vi avevano saldato ancora dei ponticelli, che sostenevano ghiri cosparsi di miele e papavero. E c’erano dei salsicciotti a sfrigolare su una graticola d’argento, e sotto la graticola susine di Siria con chicchi di melagrana”.

Le portate sono seguite da giochi acrobatici dei servi e dalla conversazione dei commensali su svariati temi quali l’inopportunità dei bagni, la funzione del funerale, l’agricoltura, la religione, i giochi pubblici, i disturbi intestinali, il destino, i monumenti funebri, ecc.

Oltre alla lettura, che senz’altro consiglio, un altro modo per conoscere e apprezzare il racconto è gustarsi il celebre film di Fellini, Satyricon, facilmente rinvenibile, in forma integrale, su You Tube. Anche se nel film la cena di Trimalcione è trasfigurata in una dimensione onirica e decadente, bisogna ammettere che mantiene il suo carattere ironico e trasgressivo. La tecnica di ripresa è tradizionale al contrario di quella geniale e innovativa, video clipping ante litteram, di Carmelo Bene in Salomè, ma il contenuto è evocativo e per molti versi affascinante.

Il mondo del Satyricon è il mondo antico dei Satiri, dei Sileni, delle Menadi e delle energie dionisiache e ancora oggi, talvolta, è utile buttarvi uno sguardo, anche solo per mantenere vivo il ricordo di come eravamo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: