Yasunari Kawabata. Il paese delle nevi

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In un breve e felice periodo della mia giovinezza ho vissuto in una villetta in una zona semicentrale della città di origine. Il principale motivo della mia soddisfazione veniva dalla presenza di un piccolo giardino al quale si accedeva dall’ingresso principale e direttamente dalla cucina. Il giardino d’estate era pieno di rose d’un rosso porpora, il mattino grondanti di rugiada notturna, la sera profumate come sete orientali ma era l’inverno che il piccolo giardino assumeva un aspetto suggestivo perché proprio al centro c’era un piccolo albero di kaki.

Ricordo una volta la neve, era venuta la notte in dicembre e aveva coperto di bianco la ghiaia e i cespugli, come sempre accompagnata dal silenzio della città addormentata, e il mattino era grigio di nubi basse e fumo delle caldaie. Il piccolo albero con i suoi frutti d’un colore tra il rosso cupo e l’arancio era l’unica cosa che sembrava viva in mezzo al giardino; il tronco scuro e nervoso, i rami e i frutti venivano avanti come un altorilievo colorato in mezzo al nulla.

Questa immagine mi è tornata alla mente leggendo il bellissimo racconto di Yasunari Kawabata, Il paese delle nevi. Kawabata ha scritto questo breve romanzo prima della seconda guerra mondiale pubblicando l’edizione definitiva nel 1948 ed è stato il primo scrittore giapponese a ricevere il Premio Nobel per la letteratura nel 1968.

Racconta l’incontro e le successive relazioni, in un paesino di montagna nell’ovest del Giappone, tra un signore di città: Shimamura, ricco, sposato e con famiglia, e una geisha delle terme: Komako. Shimamura è uno studioso di tradizioni giapponesi, in particolare di danza di cui conosce anche i modi occidentali, Komako è una giovane geisha Onsen. Gli Onsen sono specie di resort termali e esistono dall’età feudale, e le geishe delle terme, che intrattengono i clienti in questi luoghi lontani dai centri residenziali, non sono considerate dai giapponesi alla stregua di quelle di città e un poco disprezzate.

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Gli effetti principali del racconto sul lettore sono a mio parere il risultato di un gioco, spesso difficile da interpretare, composto da continue, diverse e talvolta inestricabili combinazioni delle seguenti parole e concetti:  vuoto, segni e desideri.

Il non detto ha più importanza di quanto è detto e quindi descritto, come avviene quando l’autore commenta: “Spettava alla geisha decidere se restare o no la notte” e è una decisione improvvisa nata dalla profondità del dialogo, oppure nell’occasione in cui Shimamura coglie sul finestrino del treno il riflesso del viso di Komako, subito confuso con quello di un’altra protagonista del racconto Yoko, e nota l’effetto del colore delle montagne innevate, o quando Komako suona lo shamisen a tre corde producendo un suono forte e avvincente che seduce.

Il vuoto, l’assenza, del resto anche le improvvise partenze del protagonista, scandiscono le fasi di una relazione che non segue un principio di continuità e forse neanche di discontinuità ma un andamento vorticoso, a spirale, nel quale il desiderio inappagato si alterna con un ben celato senso di colpa attenuato dal tempo e nello spazio.

L’amore e il desiderio di Shimamura somigliano molto al desiderio di ascoltare musica o di assistere a una danza, in essi non c’è nulla di sessuale perché la sessualità è una dimensione limitatamente strumentale, piuttosto una inconfondibile predisposizione cerebrale al susseguirsi di episodi e visioni, dove la natura ha sempre un posto centrale.

Il vuoto sulla terra è dietro ogni cosa, soprattutto dietro agli esseri temporaneamente viventi e il suo frequente apparire rammenta quanto la vita sia effimera e spesso insensata e così avviene fino a quando la chiusa del racconto riposiziona lo stato dell’essere in un ambito più consono e universale.

“Barcollò per ritrovare il suo equilibrio, il capo riverso, e la Via Lattea si precipitò dentro di lui con un ruggito.”

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Costantinos Kavafis. Itaca e altre

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Costantinos Kavafis trascorre la vita intera, tra il 1863 e il 1933, ad Alessandria d’Egitto, in epoca ellenistica la più importante delle libere città greche, lavorando come impiegato presso un ufficio del ministero egiziano dei lavori pubblici.

Un poeta greco, di origine costantinopolitana, come lui stesso annota in un appunto più simile a un breve curriculum che a un’autobiografia, che non vide mai pubblicata in vita per intero la sua opera, centocinquantaquattro poesie in tutto.

La maggior parte delle sue poesie rimase per lungo tempo inedita, fatta eccezione per due piccole pubblicazioni uscite ad Alessandria nel 1904 e nel 1910.

Kavafis stampava le poesie per suo conto e le distribuiva agli amici usando la tecnica del volantino, spesso univa i fogli tra loro con fermagli metallici creando raccolte episodiche, oppure incollava i fogli e aggiungeva in testa un cartoncino che fungeva da copertina.

Raccolte di appunti, poesie, variabili, spesso diverse tra loro.

Kavafis è un poeta omerico, che ha avuto la possibilità di conoscere i grandi autori venuti dopo, ad esempio Plutarco alle cui opere, in particolare le “Vite parallele” spesso si ispira. Nella poesia “Il Dio abbandona Antonio”  racconta l’ultima notte di Antonio in un’Alessandria assediata da Ottaviano e in “Aspettando i barbari” è possibile cogliere ancora l’influsso delle biografie contenute nelle Vite Parallele, ma  Kavafis resta omerico e da Omero riprende soprattutto l’amore per l’uomo, un amore reso ancora più forte dalla consapevolezza della presenza, nel genere umano, di una quota inestirpabile di infelicità.

Anche l’uomo Costantinos Kavafis è condannato a provare l’infelicità, prigioniero di una vita localizzata in una città che ama per com’era e non per quello che è diventata, ingabbiato dalla necessità di un lavoro impiegatizio ricco di oneri burocratici e povero di stimoli.

Le poesie che raccontano di lui parlano di un accerchiamento ossessivo e progressivo, una prigione che diventa giorno dopo giorno più opprimente mentre l’altra gabbia che lo contiene, il corpo, invecchia lasciando soltanto un piccolo spazio al ricordo dei momenti felici.

“(…)Mi alzavano muri e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.

Murato fuori dal mondo e non vi feci caso.”

I muri intorno sono anche le mura della sua città, una sorta di conchiglia che è condannato a portarsi appresso, un peso rilevante che fa affondare e ottunde la possibilità della navigazione, del viaggio, impedisce di essere liberi.

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“(…)Non troverai altro luogo non troverai altro mare.

La città ti verrà dietro. Andrai vagando

per le stesse strade. Invecchierai in questo stesso quartiere.

Imbiancherai in queste stesse case. Sempre

farai capo a questa città.”

Rimane libero e aperto solo il campo dei ricordi, la mente può ancora volare e il corpo ricordare i letti ove è stato amato e i desideri che facevano tremare la voce e, anche, gli ostacoli che rendevano i desideri ancora più grandi e davano spazio alle emozioni.

“(…)Ora che tutto ormai è nel passato, pare

che in qualche modo a quei desideri

tu avessi ceduto – come brillavano,

ricordalo, negli occhi su te fissi;

e nella voce, come tremavano per te, ricorda, corpo.”

Perché i desideri sono “come splendidi corpi di defunti sempreverdi pianti e sepolti dentro un mausoleo la testa fra le rose, coi gelsomini ai piedi” e sono così soprattutto i desideri passati senza avverarsi mai.

E poi c’è Itaca, forse la poesia più famosa di Kavafis, ma non per questo la più bella e la più profonda. E’ un’ode al viaggio, che spinge a una lunga fuga, durata vent’anni, e anche al pretesto che muove al ritorno verso casa. Un andamento circolare, da non affrettare, parafrasa il cammino della vita, l’andata e il ritorno, e allude alla ricchezza delle esperienze consumate in un’ampia unità di tempo, luogo e azione.

Un’elegia alla libertà consapevole e al valore dell’esperienza vissuta.

“(…)Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”

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Francis Picabia. Poesie e disegni della figlia nata senza madre

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Francis Picabia, a differenza di molti pittori del suo tempo, ebbe un’adolescenza agiata, era figlio di un funzionario dell’ambasciata cubana a Parigi e di madre francese, il suo cognome declinato per intero, Francisco Martínez de Picabia de la Torre, evoca antiche nobiltà spagnole.

Inizialmente impressionista, affascinato dalle opere di Camille Pissarro e Alfred Sisley, divenne in seguito uno dei principali rappresentanti di quello che Apollinaire definì il cubismo orfico e uno degli esponenti di punta del movimento dadaista.

E’ singolare notare che anche i primi anni del secolo scorso siano stati attraversati da un sentimento fortemente critico verso le generazioni precedenti, ritenute in quel caso responsabili di una guerra, un po’ come sta accadendo oggi, più in generale, nei confronti della vecchia politica e della ritualità della cultura.

Picabia, anzi Picabià, con l’accento sulla a, è stato il fondatore della rivista Cannibale, ne uscirono solo due numeri tra marzo e luglio del 1920, e a cui collaborarono Louis Aragon, Céline Arnauld, André Breton, Tristan Tzara, Jean Cocteau, Marcel Duchamp, Paul Éluard e altri.

Cannibale significa opporsi alla convenzione fondante della civiltà umana, mangiare i padri per diventare più forti o semplicemente per essere davvero sicuri di averli distrutti; il Portrait de Cézanne (Ritratto di Cézanne), l’opera che mostra una scimmia impagliata incollata a una tela, è certo una provocazione che investe i padri (fanno da pendant sulla tela anche Renoir e Rembrandt) ma al tempo stesso la metafora del desiderio inconfessabile di fare a pezzi e smembrare il passato glorioso.

Poesie e disegni della figlia nata senza madre, invece, è una raccolta di poesie e disegni che nasce in Svizzera, a Losanna, dopo un periodo di malattia di Picabia, e a partire dal titolo conferma la voglia, forse in qualche modo la necessità, di fare a meno delle radici, costruendo un’identità innovativa.

“Metamorfosi multiple

del sognatore fantastico

che bacia pelli di polli appiattiti

e senza fatica diventa il genio

strettamente estasiato del pensiero-

Apri la porta a tre prostitute ragazze

in legno di violetta.”

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S’intitola “Felice” la metamorfosi multipla del sognatore fantastico, perché è una metamorfosi quella che Picabia favorisce nella prosa e nell’arte, consentendo l’ingresso della fantasia e dell’immaginazione in un mondo abitato da forme retoriche e realistiche. E’ anche una questione di gusto, un rovesciamento del concetto stesso di gusto, che non può essere limitato all’elite ma deve necessariamente raggiungere quote più ampie di pubblico.

“Abitavamo la stessa età

in una città deserta

e il sipario elettrico

introduceva due volte le sue batterie

in una scatola di fiammiferi bizzarri.”

Vivere in mezzo a movimenti di macchine di cui non si riesce a comprendere immediatamente l’utilità, anche se siamo colpiti dalla bellezza che esprime il loro movimento, dai colori, dai riflessi, dalle nuove fonti di energia che riusciamo appena a distinguere e a raccontare. L’incomprensibile genera la voglia di trovare una ragione, una definizione condivisa di nuovi paradigmi fondanti, un concerto di opinioni che concordino almeno su un punto.

“Sapete, sono pazzo a immaginarmelo

Sono un uomo di agili dita

Che vuol tagliare i fili delle vecchie pene

False pieghe del mio cervello ansioso

Storie ad arabesco ricordi

Sono felice soltanto in alto mare

Dove si va più lontano

Sulle onde anonime”.

E, poi, le onde sono il prodotto di un movimento naturale che le spinge a raggiungere un litorale e poi a ritornare incessantemente a essere una parte di quello che sono, ovvero il tutto.

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Samuel Taylor Coleridge. La ballata del vecchio marinaio

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Il mare, con le onde, il vento, le piogge, ha un andamento imprevedibile e sfugge, avendo in sé anche forti tratti dionisiaci, a ogni tentativo di controllo da parte della ragione.  E’ un elemento inadattabile alle nostre esigenze, al contrario siamo noi che dobbiamo conformarci, prevedere venti e correnti e solcare le sue acque accettando ciò che capita.

La nave e la barca sono microcosmi sociali messi a dura prova dalle alterne condizioni del mare. Provate a navigare contro corrente impiegando motori che sprigionano un’energia contrastata efficacemente dalla corrente, in tal caso guadagnerete solo poche miglia, e nonostante l’impressione di andare avanti, rimarrete quasi allo stesso punto.

I sentimenti di un equipaggio non sono prevedibili, ad esempio, dal nostro punto di vista e in base alle nostre abitudini, è irragionevole constatare che esista una forza naturale che possa anteporsi in modo così efficace alla potenzialità di una delle più rilevanti creazioni dell’uomo: il motore.

Ricordo una traversata con un caro amico. Portammo la sua barca via dal porto di un’isola, perché stava venendo brutto tempo e lo facemmo in un giorno feriale, durante il fine settimana le condizioni avverse del mare l’avevano impedito. Nonostante i potenti motori, di cui l’imbarcazione era dotata, una corrente contraria altrettanto forte rallentava il tragitto, impiegammo più di cinque ore a completare una rotta che in condizioni normali avrebbe richiesto un’ora e mezza.

Spruzzi d’acqua salata piombavano nel pozzetto, schiaffi di spuma, folate di vento, talvolta era difficile restare in piedi o tenere gli occhi aperti tanto erano diventati rossi e stanchi a causa del sale e del vento.

Quando giungemmo in porto scesi sul molo, ricordo il tepore della pavimentazione sotto le piante dei piedi stanchi e nudi e il piacere della calma.

“La ballata del vecchio marinaio” di Samuel Taylor Coleridge, di cui esiste anche una traduzione dello scrittore piemontese Beppe Fenoglio, è un luogo letterario in cui il realismo si fonde con il soprannaturale, la razionalità con l’irrazionalità.

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Sono i timori, le paure dei marinai, soggetti all’imprevedibilità del mutevole contesto, a nutrire di contenuto e suggestioni la Ballata. L’inizio è la cronaca di ciò che accade o può avvenire sul mare, poi giunge sulla nave un albatro e da quel momento il percorso narrativo cambia, una virata decisa che apre agli spazi del magico e dell’irrazionale. I timori e le paure vengono dall’evidenza della forza della natura, difficilmente se non in mare è possibile apprezzare la dimensione di tale forza, e allora accade che le sicurezze artefatte e l’ostinata fede nella ragione vengano meno, perché l’imprevedibile continuo è un disegno ampio e profondo del quale non è umanamente possibile comprendere la vastità e la motivazione.

Coleridge stesso scrive che per capire questa poesia è necessaria una “willing suspension of disbelief”, una volontaria sospensione dell’incredulità, perché l’incredulità impedisce di accettare gli elementi soprannaturali, distoglie lo spirito dell’uomo dalla riflessione sulle  angosce intime e primigenie derivanti dal rapporto tra la vita, la natura e l’universo.

In questo rapporto, spezzato dalla routine quotidiana, dagli affanni sociali e lavorativi, offuscato dalle chimere consumistiche, è nascosta la verità della vita: l’intima connessione dell’uomo con la sua origine.

“Alla fine incontrammo un Albatro, sbucò di tra la bruma, lo salutammo in nome del Signore. Quasi fosse un’anima cristiana. Mangiò del cibo che mai aveva assaggiato, e ci volava intorno di continuo. Il ghiaccio si fendè scoppiando in tuono: il timoniere ci passò nel bel mezzo”.

L’apparizione dell’albatro si dimostra benaugurante, nonostante il percorso accidentato della nave tra i ghiacci, ma contro ogni logica il vecchio marinaio uccide l’uccello di buon augurio gettando nello sconforto tutto l’equipaggio.

Da quel momento sciagure di ogni genere si abbattono sulla nave e sui marinai e si susseguono eventi e  apparizioni inquietanti, alla fine solo il vecchio marinaio resterà in vita per raccontare una storia improbabile.

“Tutta avvampava l’onda di ponente. Il giorno se ne stava per morire. Quasi in bilico sull’onda di ponente si stava il sole largo e risplendente; quando quella strana sagoma si infilò di colpo tra noi il e il sole”.

La partita tra la vita e la morte si è appena conclusa, la vita nella morte si aggiudica il vecchio marinaio mentre per l’equipaggio non c’è speranza.

E’ l’ultima apparizione, una visione postuma che rovescia il senso delle cose, viene premiato chi insulta la fortuna, la balena sputa Giona e inghiotte i suoi compagni. Talvolta, però, solo una tragedia e la tristezza consapevole della sopravvivenza possono trasformare un uomo in un essere più saggio.

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Philip Hoare. Leviatano ovvero la balena

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Riapriamo le nostre porte all’irrequietezza del mare, viaggiando con lo sguardo fin dove possiamo, attraverso le diverse tonalità di azzurro, respinti solo dal muro notturno e insuperabile della profondità.

Andiamo laggiù in compagnia di Philip Hoare, scrittore inglese, che in “Leviatano ovvero la balena”, racconta infinite storie, alcune personali, altre di scrittori e gente di mare, comunque tutte contraddistinte da un fattore comune: l’immagine della balena.

Il leviatano biblico è un mostro voluto da Dio e partorito dal Caos, un incrocio di forze antiche, la rappresentazione di una grandezza mescolata con l’innocente ferocia dell’animalità, quindi la sintesi perfetta tra il bene e il male.

Così nel libro, sin dalle prime pagine, dapprima sotto le forme amichevoli e tristemente sorridenti di un beluga, colto attraverso un oblò dell’acquario di Coney Island, appare l’ombra inquietante di Moby Dick. Il dorso della balena bianca emerge ripetutamente tra le pagine del libro e ogni volta che accade pare di udire l’urlo dell’uomo di vedetta in coffa: “laggiù soffia!!!” e di afferrare, negli sguardi dell’equipaggio del Pequod, la stessa impazienza del mare, mentre alla base dell’albero maestro brilla il doblone d’oro dell’Equador, incastonato dal capitano Achab.

“Per Ismaele il bianco è il colore tanto del bene quanto del male. E’ un’assenza che intimorisce: ne sono riprova l’orso bianco polare e il pescecane bianco dei tropici: che cosa se non la loro levigata e fioccosa bianchezza li rende quei supremi orrori che essi sono?”

E’ il bianco a intimorire e preoccupare, in occidente il colore della festa e della pura innocenza, mentre in oriente talvolta allude alla morte e ai fantasmi, un vestito candido calato sulla pelle di animali di grande forza e ferocia.

“La bianchezza, però è anche un invito, un vuoto da colmare”.

Hoare scrive di un tempo in cui esistevano ancora terre sconosciute alle carte geografiche e il vuoto, l’assenza, spesso venivano coperti dall’immaginazione e dalle fantasie degli uomini. Il dente del narvalo poteva diventare un corno di unicorno di mare, una sorta di cavallo alato avvezzo alle acque marine, e essere persino donato alla regina Elisabetta e la possente balena della Groenlandia, invece, scomparire nell’oscurità polare come un piccolo pesce.

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Il bianco vuoto della conoscenza viene colmato dall’opera di Hermann Melville e dalla sua esperienza di vita. Le suggestioni contenute in Gordon Pym di Edgar Allan Poe, quei racconti di terre misteriose popolate da indigeni che considerano il bianco come un colore tabù e l’immagine del gigante bianco incontrato ai confini del mondo dai protagonisti del libro di Poe, restano ancorate nella mente di Melville durante i suoi viaggi per mare, anticipando motivi poi rinvenibili nella stesura di Moby Dick.

“Melville salì sull’Acushnet a New Bedford domenica 3 gennaio 1841”. “L’Acushnet era fresca di cantiere”. “L’Acushnet forte di chiglia e alta di vela, era lunga circa 31 metri, larga otto e alta quattro”. La baleniera su cui Melville si imbarca aveva preso il nome del fiume su cui era stata varata, da quel momento inizia un lungo viaggio alla caccia e alla scoperta delle balene.

Le storie si confondono e si intrecciano: Ismaele è Hermann, Hermann è Ismaele e talvolta anche Hoare entra nel racconto aggiungendo esperienze personali, annotando digressioni e riportando assonanze di grandi autori come H.D. ThoureauN. Hawthorne, D. Defoe e persino Ray Bradbury.

“Il libro di Melville colse i critici alla sprovvista lasciandoli confusi e sbalorditi. Che cos’era? un romanzo gotico’? Una parabola politica? Un opuscolo religioso? Se la lunga caccia e la battaglia finale tra Achab e la Balena Bianca regalò a qualche lettore profondi fremiti di emozione (…) molti altri ne restarono invece frastornati, se non irritati”.

Il libro pubblicato a Londra, con il titolo “La balena”, e in contemporanea negli Stati Uniti vendette pochissime copie. Melville era uno scrittore che non poteva vivere come uno scrittore, l’esperienza dei suoi lunghi viaggi per mare ne aveva fatto un marinaio, un esploratore alla perenne ricerca di un vuoto da annullare e da riempire. Non era certo abituato a frequentare i salotti letterari o luoghi simili ove tessere quelle relazioni che spesso sono necessarie per avere successo.

Era un artista solitario, un marinaio dell’arte.

“Nel 1863 Melville disse addio alle velleità agresti di Arrowhead e tornò a vivere a New York, in una casa a Gramercy Park. Da questo domicilio scendeva a piedi fino alla Battery, dove guadagnava quattro dollari al giorno come vice-ispettore numero 75 della dogana, come se il suo impiego fosse un’altra isola”.

Dobbiamo essere grati a Philip Hoare per questo racconto e anche per il ritratto di un marinaio dell’arte di nome Hermann Melville, ripreso ogni giorno  mentre va a prestare la sua opera alla dogana.

Quando, infine, il grande scrittore muore d’infarto, all’interno dello scrittoio su cui lavorava viene rivenuto un biglietto, sopra è scritto soltanto:

“Resta fedele ai sogni della tua giovinezza”.

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Rainer Maria Rilke. La prospettiva di Euridice

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In un capitolo de “Lo spazio letterario”, intitolato “Lo sguardo di Orfeo”, Maurice Blanchot  interpreta la vicenda mitologica di Orfeo e Euridice.

Il mito di Orfeo è raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi. Euridice, giovane sposa, viene morsa da una serpe mentre attraversa la campagna insieme a un gruppo di Naiadi. Orfeo scende agli Inferi ove prega Ade e Persefone di riportare in vita la moglie: “non è un dono quello che vi chiedo ma un prestito. Se poi i fati non vogliono essere indulgenti con la mia consorte, ho deciso di non ritornare in vita nemmeno io; due saranno i morti: godetene.”

Blanchot descrive il momento centrale, reso celebre dal mito, della discesa di Orfeo agli Inferi. L’arte è la forza potente che spinge Orfeo ad attraversare l’oscurità del mondo precluso e la salvezza di Euridice è il culmine della sua arte: il lato oscuro del desiderio, riprodurre la realtà nel campo del nulla irreale.

Certamente il progetto di Orfeo, coltivato alla luce del giorno, è di riportare in vita l’amata, ma nel passaggio dal mondo dei morti alla luce, che è anche il passaggio dal giorno alla notte senza spazio e tempo, il progetto si perde, si decompone.

“Ella si trovava in mezzo a un gruppo di ombre arrivate da poco e si avanzò con un passo reso lento dalla ferita. Fu consegnata al cantore del Rodope cui insieme fu imposto il divieto di voltarsi a guardarla fintanto che non avesse oltrepassato le soglie dell’Averno. Se avesse violato questa condizione, il dono si sarebbe vanificato”.

Questa la consegna di Ade e Persefone, cui Orfeo però non riesce a tener fede.

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Orfeo, infatti, prima di uscire dagli Inferi si volta a guardare Euridice e lei gli viene sottratta per sempre.

Perché si volta, sapendo bene a quale conseguenza sarebbe andato incontro?

“Orfeo è colpevole di impazienza” scrive Blanchot e aggiunge “L’impazienza è lo sbaglio di chi vuole sottrarsi all’assenza di tempo, la pazienza è l’astuzia che cerca di dominare questa assenza di tempo facendone un altro tempo, altrimenti misurato. Ma la vera pazienza non esclude l’impazienza, essa ne è l’intimità, impazienza sofferta e tollerata senza fine”.

Nel passaggio, Orfeo smarrisce il senso della costruzione progettuale, perde la pulsione a creare nello spazio reale. Il suo è un comportamento inaccettabile alla luce del giorno ma è il riflesso dell’irrealtà e anche il movimento dell’arte.

La notte l’Orfeo del giorno si dissolve lasciando posto all’Orfeo noncurante, curioso e impaziente. L’esperienza del passaggio cancella il progetto che l’aveva suggerita e produce il suo contrario, al centro ora vi sono il passaggio e l’esperienza del passaggio, non più il progetto iniziale.

E Euridice?

A riportare la prospettiva di Euridice è il grande poeta boemo Rainer Maria Rilke in una delle sue  poesie più belle: “Orpheus, Euridyke, Hermes”. Gli dei hanno accolto la richiesta di Orfeo e uno di loro l’accompagna, tenendola per mano, verso l’uscita dagli Inferi seguendo i passi dell’amato Orfeo. Euridice è ancora avvolta dalle bende funebri che le rendono difficile il cammino: “incerta, mite e paziente; chiusa in sé come grembo che prepari una nascita, senza un pensiero all’uomo innanzi a lei né alla via che alla vita risaliva”.

Anche Euridice è non curante, la sua indifferenza però, come la pazienza, viene dalla pienezza della morte che la pervade, “colma della sua grande morte così nuova che tutto le era incomprensibile”.
Mentre Orfeo è solo di passaggio nella dimensione vuota dell’assenza di tempo e di spazio, Euridice ormai ne fa concretamente parte e tra i due si avverte l’incolmabile abisso che divide il sentimento umano dalle espressioni semplici della natura.

Euridice: “Ormai era radice. E quando il dio bruscamente fermatala, con voce di dolore, disse – Si è voltato- lei non capì e in un soffio chiese: Chi?”

Orfeo e Euridice sono ambedue non curanti, indifferenti al fine in modo diverso, ma profondamente simile nella conseguenza.

“…accerchiati da quel silenzio che tutto lo spazio immenso ha in sé e nelle orecchie spira quasi fosse la faccia opposta del silenzio, il canto cui nessun uomo resiste.” Rilke, L’isola delle sirene.

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Roland Barthes. L’impero dei segni

Anni fa, lasciando un sentiero appena segnato, ho avuto l’occasione di immergermi nella foresta equatoriale. Una breve escursione di cui però ho un ricordo vivissimo perché carica di suggestione e di emozioni. Il luogo era selvaggio e incontaminato, nessuna traccia di presenza umana, solo l’evidenza di una pura espressione naturale. Se qualcuno mi domandasse, a distanza di tempo, cosa mi avesse colpito maggiormente risponderei: la perfezione.

C’era infatti nel paesaggio che mi circondava un’impronta immanente, una sorta di inaspettato equilibrio della cosa in sé, la prova concreta e visibile del lavoro della natura nell’accezione di organismo vivente, di sistema cibernetico in grado di autoregolarsi perfettamente. Quelle immagini sono rimaste vive nella mia mente e con esse, oltre alla evidenza della grandiosità dell’ecosistema anche una sensazione sottile, e apparentemente inspiegabile, di vuoto.

“L’impero dei segni” è un taccuino di appunti di viaggio, riflessioni apparentemente disgiunte sul paese della scrittura, il Giappone, messo insieme da Roland Barthes allo scopo di perlustrare e provare a capire un mondo diverso dal nostro. Conoscere il mondo “laggiù” attraverso il suo simbolismo e le significanze superando i luoghi del comune pensare, quindi categorie come il capitalismo, la tecnologia, l’assimilazione al modello americano e via dicendo.

I modi di leggere questo libro sono diversi: dall’inizio alla fine, come banalmente ho fatto io; in modalità casuale, perché ogni capitolo ha una sua dimensione compiuta; oppure cominciando dai segni, noi diremmo dalle immagini, il libro è ricco di immagini, simboli, sguardi, il bianco e nero degli occhi, il seppia del giardino zen.

Iniziando dai segni è possibile cogliere con una certa immediatezza il senso di spaesamento che invece emerge progressivamente dalla lettura: l’impero dei segni è un mondo senza centro, appare ordinario, futile come l’haiku, è linguisticamente parsimonioso perché tende alla forma esatta. La pittura, la scrittura e anche il gioco si esplicano e si esauriscono nella precisione di un movimento, l’abilità è immediata e definitiva, senza correzioni possibili.

I segni alludono immediatamente al motivo del loro esistere, l’arte giapponese è intimamente legata alla natura e Roland Barthes così commenta l’immagine spoglia e essenziale del giardino zen: ” Nulle fleur, nul pas: Où est l’homme? Dans le trasport des rochers, dans le trace du ràteau, dans le travail de l’ecriture.”  Il segno dell’uomo è una essenza esteriore, anch’esso periferico rispetto alla dimensione pregnante della natura.

Anche la moglie del generale Nogi, vincitore dei russi a Port-Arthur, ha piena contezza di non essere al centro. La sua dimensione umana è consapevolmente periferica, infatti si fa fotografare subito dopo aver deciso, insieme al marito, di suicidarsi per onorare la morte dell’amato imperatore. “La moglie del generale Nogi ha deciso che la Morte era il senso, che l’uno e l’altro si devono congedare nello stesso tempo e che pertanto, neppure con il volto, bisogna parlarne”.

E’ l’imperatore stesso a evocare il vuoto e a rappresentare l’assenza del centro risiedendo invisibile in un luogo “interdetto e indifferente, dimora mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d’acqua”. Un imperatore che non si manifesta, un soggetto vuoto attorno al quale “l’immaginario si dispiega circolarmente”.

La natura ritorna con il cibo, insieme all’assenza di percorsi prestabiliti, senza un inizio e una fine. I vassoi colorati sui quali sono disposti piccoli frammenti di carne e pesce, piccole zuppe da sorbire quando si vuole, cibo che “collega in un’unica temporalità il tempo della sua preparazione e quello della sua consumazione”, completamente in linea con la dimensione organica del processo vitale.

E noi, curiosi, grazie ai bastoncini partecipiamo a questo banchetto colorato e minuzioso sentendoci  piccoli volatili imbeccati dalla madre. Un gesto, primitivo, materno “che accompagna instancabilmente il gesto dell’imbeccata, lasciando ai nostri costumi alimentari, armati di frecce e di coltelli, il gesto della predazione.”

Mario Rigoni Stern. Arboreto salvatico

Un giorno di molti anni fa, era la metà degli anni settanta, Mario Rigoni Stern venne a fare una lezione, oggi si direbbe una testimonianza, nella mia classe del liceo. L’avevo invitato io, con il permesso della docente, perché lo conoscevo in quanto era amico di famiglia. Mario entrò nell’aula piccola e lunga e dopo aver salutato, come se conoscesse tutti da tempo, prese posto dietro la cattedra. Non era un periodo facile, anche all’interno della scuola c’erano forti tensioni e contrapposizioni politiche. Alcuni miei compagni avevano accolto la notizia dell’arrivo di Mario con perplessità perché erano di destra e era nota la sua simpatia per la sinistra.

Mario raccontò della guerra di Russia, del gelo, della ritirata e di come gli alpini italiani erano riusciti ad aprirsi un varco nell’accerchiamento russo per tornare a casa. Ricordo le immagini, non le parole. Il freddo, il gelo che conquistava i vestiti e la pelle sotto. La ricerca spasmodica del cibo e del calore nelle isbe russe. Non era il racconto di una guerra ma di una immane tragedia in cui uomini di entrambi gli schieramenti lottavano per sopravvivere e per mantenere viva, nonostante tutto, la loro dignità di persone. Dopo un po’ nessuno di noi pensava più alle sterili contrapposizioni e alle baruffe di quartiere, eravamo stupiti e ammirati dalla serenità e dalla calma di un uomo che aveva vissuto quell’esperienza terribile e ne parlava senza rancore.

Ho incontrato Mario Rigoni Stern altre volte, l’ultima al salone del libro di Torino nel 2004, ma il ricordo della sua lezione rimane vivo nella mia mente come il sentimento di fratellanza e amicizia che lasciò tra noi, compagni di classe, il suo passaggio.

Nella sua intensa vita di scrittore ha pubblicato tanti bei libri a cominciare da “Il sergente nella neve”, proseguendo con “Il bosco degli urogalli”, con “Storia di Tönle” e molti altri. Il libro che vorrei segnalare è forse il più dichiaratamente naturalista e si intitola “Arboreto salvatico”.

Nell’introduzione Mario Rigoni Stern cita Anton Čechov: “Chi conosce la scienza sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici” e racconta che lo scrittore russo possedeva in Crimea un appezzamento di terra sul quale aveva piantato alberi e cespugli, trasformandolo così da luogo sassoso e inospitale in un luogo bello e civile. Le piante e gli alberi fanno parte della nostra vita, gli antichi proteggevano i boschi e le foreste e alcuni boschi erano definiti sacri.

Ogni capitolo di Arboreto salvatico è intitolato a un diverso tipo di pianta: il larice, l’abete, il pino, la quercia, la sequoia e, in fondo alla lunga lista, il ciliegio. Brevi racconti nei quali i rami e le radici delle piante si intrecciano con la vita degli uomini e con vicende della storia o della letteratura. Una relazione che acquista forza e sostanza proseguendo nella lettura, insieme alla convinzione crescente che le piante siano una parte di noi e noi parte di loro, così come in effetti siamo per la natura.

Quando una pianta viene abbattuta per fare largo ai frutti insipidi dell’interesse economico (un parcheggio per auto, un condominio di villeggianti..) se ne va un pezzo di storia (quanti fatti ha visto accadere quella pianta, quanta gente ha visto nascere e morire?) e della nostra giovinezza.

Mario ricorda, a questo proposito, l’ultima scena del “Giardino dei ciliegi” e il pianto di Ljubov Andreevna, costretta a vendere il terreno alla speculazione, prima di abbandonarlo per sempre.

“Mio caro, dolce, meraviglioso giardino….Vita mia, giovinezza mia, felicità mia. Addio!…Addio!” E il vecchio maggiordomo Firs “rinchiuso e dimenticato dentro la casa sente in lontananza la scure che si abbatte sugli alberi.”

Sherwood Anderson. Winesburg, Ohio

Williams Carlos Williams ha scritto che un buon racconto è quello che trascina il lettore dentro la storia e finisce quando uno meno se l’ aspetta.

I racconti di Sherwood Anderson non hanno proprio questa struttura ma l’effetto è simile, perché quando iniziano siamo trasportati immediatamente nelle antiche atmosfere della cittadina di Winesburg, Ohio e quando finiscono ci lasciano pensierosi e incantati come in una notte d’estate profumata di erbe aromatiche, timo e liquirizia.

Il mondo di Anderson è racchiuso nella parentesi che separa l’America contadina dall’America moderna: una vita semplice, in cui i lavori sono quelli di una volta, le classi sociali ben definite e le ragazze vanno corteggiate e portate a spasso in calesse.

Le piccole comunità e i paesi raccontati hanno ancora un’anima, non sono periferie anonime o dormitori, sono centri vivi di vita.

Il pensiero dello scrittore, amico di Lee Masters e Gertrude Stein, é descritto e spiegato in particolare nel primo racconto (non saprei se è il più bello, certo il più filosofico e autobiografico): il libro delle caricature.

E’ la storia di un vecchio scrittore e di un falegname.

Le finestre della casa sono alte e lo scrittore, quando si sveglia la mattina, non riesce a scorgere la campagna, fuori, allora chiama il falegname per alzare il letto.

I due si incontrano, parlano del passato, il falegname racconta la guerra civile che ha combattuto e piange.

La sera lo scrittore per andare a letto deve aiutarsi con una sedia.

La notte sogna.  Vede le persone della sua vita in una processione di caricature, così si sveglia e scrive il libro che da il titolo al racconto.

“In principio, quando il mondo era giovane c’erano molti pensieri ma non esisteva nulla di simile a una verità. Le verità le fabbricò l’uomo e ogni verità fu composta da un grande numero di pensieri imprecisi. Così in tutto il mondo ci furono verità. Ed erano meravigliose”.

Il vecchio scrittore immagina, poi, che la gente si gettasse sulle verità impadronendosene, i più forti facendone persino incetta. Sono le verità a trasformare le persone in caricature, in falsi simulacri di se stesse, perché la sintesi tra persone e verità è impossibile.

Non a caso la caricatura più piacevole del libro delle caricature è quella del falegname, senza dubbio la più vera e anche la più amata.

Ecco, il pensiero di Anderson e i suoi racconti sono dedicati alle civiltà autentiche e di conseguenza anche ai lavori e agli uomini e alle donne autentici e noi, per quanto ci riguarda, pensiamo che è bello leggere storie di un mondo autentico riportandolo in vita a partire dalla lettura e dai nostri pensieri.

Vento largo. Francesco Biamonti

“Il vento largo é un vento che non soffia mai nella stessa direzione e di conseguenza disorienta molto. E’ come il vento della vita che ti sospinge prima da una parte, poi da un’altra…”

La scrittura di Francesco Biamonti è limpida ed eterea come i paesaggi che descrive, sembra di essere sospesi nell’aria mentre dall’alto riusciamo a seguire i percorsi dei vecchi passeur attraverso i varchi che conducono in Francia, attraverso le Alpi liguri.

Ma le sue Alpi non hanno un aspetto roccioso e arido piuttosto il profumo delle piante marittime dell’Appennino e della macchia mediterranea.

E’ il sapore del Tirreno e la luce fine dell’occidente che fa da contorno alla trama dei racconti. Le parole, poi, sono scelte sapientemente e incastonate con accuratezza nello svolgersi del testo.

Francesco Biamonti è stato un grande narratore di terra e di mare ma soprattutto di quelle terre che confinano con le acque. Non un marinaio ma un uomo di una riviera abbarbicato con essa sulle terrazze costruite nei secoli dai contadini.

Nasce nel 1928 a San Biagio della Cima, un piccolo paese in provincia di Imperia, nell’entroterra di Vallecrosia vicino a Ventimiglia, e trascorre tutta la vita in un vecchio fienile da lui pazientemente ristrutturato e trasformato in una specie di opificio di scrittura.

Profondo conoscitore di botanica e amante della natura ama indugiare sui particolari del paesaggio e raccontare le vite degli uomini che si muovono in questi contesti. Nella sua scrittura affiora la passione giovanile per la pittura e si sostanzia nella cura delle descrizioni ambientali e nella capacità di far trasparire, attraverso il testo, colori e luci.

Era amico del pittore Ennio Morlotti che frequentava assiduamente e di altri pittori a lui contemporanei.

Vento largo, pubblicato nel 1991 è un racconto emblematico. Racconta le storie di uomini antichi legati alla terra, alla natura e alle tradizioni ma capaci di grande trasporto anche sul piano dell’amicizia e della sensibilità. Uomini di paese ma non per questo chiusi e poco attenti alle sofferenze degli altri, anche di coloro che vengono da lontano.

Un vento aperto e mutevole che è soprattutto metafora delle energie positive e negative che condizionano le vite di tutti noi.

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