Marcel Proust e Jan Vermeer. Un piccolo lembo di muro giallo

Vermeer_Johannes_View_Of_Delft

“Morì nelle seguenti circostanze: in seguito a una crisi, abbastanza leggera di uremia, gli era stato prescritto il riposo. Ma poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata al museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro che egli adorava e credeva di conoscere alla perfezione, un piccolo lembo di muro giallo (di cui non ricordava) era dipinto così bene da far pensare, se lo si guardava isolatamente, a una preziosa opera d’arte cinese, d’una bellezza che poteva bastare a se stessa, Bergotte mangiò un po’ di patate, uscì di casa e andò alla mostra”.

Così Marcel Proust racconta nel libro “La prigioniera”, libro capitolo della sua grande opera “Alla ricerca del tempo perduto” le ultime ore di vita di Bergotte, il grande scrittore, la trasposizione letteraria di Anatole France.

Qui Proust è, a mio parere, immenso e suggestivamente contemporaneo, perché riesce a mescolare la pittura seicentesca con il fantastico insinuante (Baudrillard), cogliendo nel percorso dell’umana contemplazione, apparentemente statica (puntuale e analitica), la dinamica del passaggio verso una via di fuga (ultima e definitiva), rimanendo comunque ancorato al quadro dell’illusione utopica della resurrezione, anche se messa in dubbio a tratti dalla luce dell’improbabile oltre l’umano, senza però correre il rischio di una dichiarazione evidente di impossibilità.

Vermeer per Proust è solo uno strumento, perché maestro del dettaglio. Come molti contemporanei usava la camera oscura per rendere evidenti i particolari.

Nel suo libro “Il segreto svelato, tecniche e capolavori dei maestri antichi” David Hockney, noto pittore inglese, rifacendosi ai numerosi studi sull’utilizzo di strumenti ottici nella pittura  del cinque seicento, sostiene che Vermeer, come molti altri pittori della sua epoca, usasse la camera oscura per definire l’esatta fisionomia dei personaggi raffigurati e la precisa posizione degli oggetti nella composizione dei dipinti.

Quindi lasciamo Vermeer e torniamo a Proust.

Marcel Proust

Bergotte sta poco bene, è preso dalle vertigini ma vuole vedere il “piccolo lembo di muro giallo” che altre volte gli era sfuggito e finalmente lo vede, l’osserva attentamente nonostante l’aumentare delle vertigini.

“E’ così che avrei dovuto scrivere, pensava. I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo”.

Vermeer usava una tecnica particolare nota come pointillé, da non confondere con il pointillisme, in grado di ottenere colori trasparenti applicando sulle tele il colore a punti piccoli e ravvicinati. Ecco la preziosa arte cinese, non più strati di colore ma punti mescolando il colore con il blu oltremare e i lapislazzuli.

Guardando il quadro notiamo che i muri gialli sono a sinistra, alla sinistra del quadro come direbbe Kandinsky, non alla nostra ma alla sinistra propria dell’immagine, i muri gialli impreziositi da una luce passante che trascura gli altri colori evidenziando i gialli.

“Un nuovo colpo l’abbatté, dal divano rotolò per terra, facendo accorrere tutti i visitatori e i guardiani. Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo?”

Scrive Proust documentando la morte del suo maestro Bergotte. A sinistra del quadro il muro giallo pareva a Bergotte proprio come una farfalla, del medesimo colore del muro, che stendeva le ali prima di muoverle verso quell’apertura libera suggerita da Kandinsky. Non possiamo dimenticare che Bergotte era un clandestino della società, uno che non amava mescolarsi con gli altri e tanto meno con la mondanità dei suoi tempi. Per comprendere il significato vero del suo passage non occorre avventurarsi in considerazioni pseudo scientifiche o neo strutturaliste ma semplicemente riflettere sui concetti di universale e particolare.

Lo spazio della pittura e le vie di fuga che esso sottende aprono punti ciechi che vanno al di là dell’immagine, Bergotte si è voluto porre nel bel mezzo di questo percorso, e incompreso, in quanto volontariamente escluso, ha trovato nell’esclusione di un particolare, fino allora non considerato, il pretesto per accedere all’inconoscibile universale.

“Lo seppellirono, ma per tutta la notte, prima dei funerali, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre per tre, vegliarono come angeli dalle ali spiegate, sembrando, per colui che non era più, un simbolo di resurrezione”.

la prigioniera

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David Hockney. Me draw on iPad

David Hockney, con grande sconcerto dei puristi, dei galleristi e ovviamente dei mercanti d’arte, si è recentemente dedicato anche al digital finger painting usando allo scopo i moderni device come iPad e le applicazioni  paint brush.

I lavori che nascono e che lui puntualmente posta agli amici danno l’idea di quanto questi strumenti possano contribuire allo sviluppo dell’arte contemporanea. Certo l’effetto può essere dirompente per il mercato dell’arte, come del resto lo è stato per la musica, ma un artista che è nato con la pop art e ha sempre cercato di essere all’avanguardia non può che amare e desiderare la discontinuità.

Artisticamente Hockney nasce giovanissimo, possiamo persino pensare che è sempre stato un artista sin da quando ha frequentato il Bradford College of Art e il Royal College of Art di Londra. Nato a Bradford in Inghilterra nel 1937,  segue da vicino la nascita della pop art  ma le sue prime opere mostrano anche elementi espressionisti e assomigliano molto a alcuni lavori di Francis Bacon.

Negli anni sessanta visita New York e conosce Andy Warhol. Poi va in California e decide di trasferirsi. In California, dove vive, viene ispirato dalle piscine che fanno da pendant alle case, così realizza una serie di quadri di piscine a Los Angeles, utilizzando l’acrilico e uno stile  realistico con colori vivaci.

David Hockney  lavora utilizzando anche la fotografia, più precisamente, il foto collage. Hockney ha creato questi fotomontaggi per lo più tra il 1970 e il 1986. Un numero variabile di scatti Polaroid di un unico soggetto che producono un patchwork. Le fotografie sono prese da prospettive differenti e in tempi leggermente diversi.  Il risultato è un lavoro che ha molta affinità con il Cubismo. Quando si osserva la composizione finale, emerge anche la trama del racconto, come se lo spettatore si muovesse dentro la composizione, dentro il quadro.

La Pop  Art inizia in Inghilterra con Richard Hamilton e David Hockney. Ma quando Hockney si trasferisce in California all’inizio degli anni sessanta, la natura, il mare, il sole, il cielo, l’acqua entrano prepotentemente nella sua proposta artistica accentuandone il connotato naturalistico.  A Bigger Splash è senza dubbio l’icona di questo modo di dipingere accentuando lo scarto anche visivo tra la razionalità architettonica e l’esplosione esuberante dello splash nell’acqua. L’uomo è assente, sono presenti solo i suoi oggetti, una sedia vuota;  il mondo è congelato.

Ma l’esplosione d’acqua è, anch’essa, il prodotto di un uomo, un uomo che improvvisamente decide di  rompere l’equilibrio. Il risultato sono impercettibili crepe che cominciano a mettere in discussione l’impianto razionale.

Ricordiamo che dai tempi più antichi il tuffo è  un’allegoria del rischio e quindi del cambiamento.

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