V.S. Naipaul. Leggere e scrivere

E’ sempre interessante conoscere le storie degli altri, misurarsi con pensieri e desideri, illusioni e disillusioni, perché così possiamo arricchire le nostre esperienze e, talvolta, anche riuscire a vedere cose che al nostro sguardo sembrano precluse.

La lettura, senza alcun dubbio, una delle strade principali della conoscenza, aggiunge contenuti e suggestioni alla nostra esperienza e consente, attraverso la singolare fusione del linguaggio con l’immaginario, la creazione di una sorta di esperienza aumentata che portiamo con noi, un archivio di memorie, immagini, sentimenti che ci accompagna nel corso della vita.

Se poi a scrivere di sé è un grande autore come Vidiadhar Surajprasad Naipaul, meglio conosciuto con le iniziali V.S. Naipaul, la possibilità di arricchire il serbatoio di conoscenza è un fatto scontato.

Naipaul, sicuramente, uno dei più importanti autori in attività, è nato nel villaggio di Chaguanas a Trinidad nel 1932, da genitori indiani di casta braminica. Il nonno proveniva dall’India nord-orientale ed era emigrato nell’isola caraibica per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Il padre era un giornalista del Trinidad Guardian e autore di racconti che amava leggere al figlio.

Nel 1950 Naipaul si trasferisce in Inghilterra e frequenta la Oxford University. Collabora con diverse testate giornalistiche e poi, a partire dal 1954, pubblica i primi romanzi.

Nel 2001 è insignito del Premio Nobel per la letteratura.

Il breve saggio “Leggere e scrivere”, che comprende anche il discorso che lo scrittore fece in occasione della consegna del Premio Nobel, è una dichiarazione di affetti verso la lettura e la scrittura e nel contempo un efficace diario delle proprie sensazioni e dei propositi a partire dalla giovane età.

Fin da piccolo Naipaul sapeva che sarebbe diventato uno scrittore e come tutti gli scrittori non ancora compiuti (e anche compiuti) il problema nasceva soprattutto dalla assenza di conoscenza dell’oggetto dello scrivere, dal fatto di non sapere, ancora, da dove avrebbe estratto la linfa vitale del racconto.

Credo che questo sia un motivo comune a tutti gli autori, escludendo chi ovviamente si lascia incantare e imprigionare dai fatui richiami del mercato, e per tale ragione la digressione di Naipaul è importante e ricca di significati.

La rivelazione viene dal viaggio, richiesta nata dal giornale per cui lavorava,  nel suo caso viaggio che è al tempo stesso occasione di conoscenza e metafora della vita, pulsione che lo porta a riflettere sul presente e sul passato, motore che induce a indagare oltre i confini del’‘esistenza, dentro le zone d’ombra che avevano lambito la sua giovinezza.

La lettura e di conseguenza la scrittura gli consentono di addentrarsi ad esplorare, consapevole, luoghi oscuri, portando alla ribalta immagini sbiadite, storie prive della dignità di poter essere tali, icone tratte direttamente dai postumi delle ferite e delle fratture dentro vite costrette all’immigrazione e alla marginalità.

Dare parola e voce al silenzio sembra essere diventata la missione di Naipaul e lui serenamente, in questo breve e denso libro, ci racconta come è riuscito nell’intento e come potrebbe (e dovrebbe) fare chiunque di noi volesse intraprendere un serio lavoro di scrittura.

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Jean-Michel Basquiat e Syd Barrett. Talento, luce e tenebra

Leggendo la vita e le storie di Jean-Michel Basquiat e  Syd Barrett emergono alcune forti analogie che fanno davvero riflettere sulle caratteristiche delle loro personalità creative.

L’amore per l’arte è trasmesso a Basquiat dalla madre Matilde, statunitense di origini portoricane, fin da piccolo lo accompagnava a visitare gallerie e musei (il Metropolitan Museum o il  Museum of modern art di New York).

L’interesse per la musica di Syd Barrett nasce dal fatto che il padre Max suonava nella Cambridge Philharmonic Society.

Nel 1968 il giovane Basquiat viene investito da un’auto, l’incidente provoca lesioni interne che gli costano l’asportazione della milza. Jean-Michel  rimane a lungo in ospedale, la madre gli regala un libro di anatomia: Gray’s Anatomy, che avrà una notevole influenza sulla sua tecnica pittorica.

Il padre di Syd Barrett, Max era di professione anatomo patologo, certamente un aspetto che non sarà stato di secondaria importanza per il giovane Barrett.

Quando Jean-Michel ha sette anni i genitori divorziano.

Basquiat, insieme agli amici Vincent Gallo, Michael Holman, Wayne Clifford, Nick Taylor e Shannon Dowson, costituisce una band musicale denominata, appunto, Gray.

Il giovane Barrett  fino all’età di 14 anni non mostrava un interesse prioritario per la musica, piuttosto per il disegno. Il suo personaggio preferito era Edward Lear, che, come lui, amava dipingere.

“Poor dad died today” scrive Barrett nel diario nel 1961, quando muore il padre.

Nel 1963 dagli USA iniziò a diffondersi l’LSD, molti studenti di Cambridge ne fecero uso e Barrett era uno di loro.

Sul finire degli anni 70 Basquiat comincia a disegnare graffiti (firmandosi SAMO) per le strade di Manhattan, insieme all’amico Al Diaz, e inizia a fare uso di LSD.

Nel 1967 Syd Barrett dichiarò, tra lo stupore degli astanti, che voleva essere il Jackson Pollock della musica.

La carriera artistica di Basquiat raggiunge il culmine nel periodo compreso tra il 1983  e il 1988, cinque anni nei quali diventa un pittore famoso, nel 1983 aveva incontrato Andy Warhol.

Il culmine della carriera artistica di Syd Barrett fu raggiunto tra il 1965 e il 1970, cinque anni durante i quali lanciò i Pink Floyd, abbandonò la band e produsse alcuni album da solista.

Jean-Michel Basquiat muore nel 1988 per un’overdose di eroina dopo un periodo di profonda depressione a causa della recente scomparsa di Warhol.

Nel 1975 i Pink Floyd pubblicarono l’album Wish You Were Here contenente numerosi riferimenti a Barrett. Durante la produzione, negli studi di registrazione, apparve un personaggio singolare, completamente calvo, con in mano una busta della spesa. Era Barrett, molto trasandato e decisamente grasso. Gli ex compagni del gruppo gli chiesero come avesse fatto a ingrassare tanto. Barrett rispose che a casa aveva un grande frigorifero, zeppo di carne di maiale.

Dopo, non lo videro mai più.

Come un fisico fallito e uno psichiatra pentito sono andati alla ricerca della formula scientifica dell’innovazione e della creatività e non l’hanno trovata, ma hanno scoperto qualcosa di molto più utile e sorprendente divertendosi un sacco. Alessandro Garofalo e Matteo Rampin

 

Il fatto che Alessandro Garofalo, uno dei maggiori esperti italiani di innovazione e creatività applicate ai prodotti, abbia scritto questo libro con l’ ausilio del suo amico psicanalista Matteo Rampin la dice lunga sul personaggio.

Comunque questo libretto dal titolo lunghissimo è molto prezioso perché profondamente onesto dal punto di vista intellettuale, virtù oggi sempre più rara. Meravigliosi i consigli per l’utente.

Primo evitare i guru.

Secondo verificare l’esperienza degli esperti.

Terzo il calzolaio si occupi di calzature; ovvero non impicciarsi di cose che non si conoscono.

Questo sì che vuol dire andare controcorrente, perché oggi siamo pieni di guru e guretti, persino gurette, improvvisati e con un curriculum modesto che pontificano su quello e su questo.

Il libro poi lentamente e con forza assume la dimensione di un utile manuale di orientamento nel mondo della consulenza innovativa per clienti e consulenti. Un manuale sintetico e ricco di tecniche e casi specifici.

Complimenti, non è facile scrivere in maniera semplice e informale di questioni complesse senza correre il rischio di cadere nella banalità.

Il libro si legge senza fatica e ti porta spesso a rivedere i punti chiave per imprimerli bene nella mente.

Bardolino, Rovereto, Venezia, treni, motoscafi, bettole e altri ritrovi di fortuna sono stati utili luoghi di riflessione e hanno anche portato fortuna.

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