Ken Goldberg. Una finestra sul giardino

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L’arte, in special modo la pittura, ha nel corso della storia fornito innumerevoli prove di rappresentazione della realtà spesso rivelando particolari immediatamente non percettibili o penetrando la dimensione opaca della materia.

La pittura del passato non ha mai cercato di sostituirsi alla natura ma di riproporne le forme in modo diverso e innovativo, al contrario di alcune manifestazioni d’arte della contemporaneità per questo asettiche e stereotipate.

Internet e la possibilità di fruire di immagini a distanza, usando webcam o telecamere digitali, introduce un elemento nuovo e potente nell’esperienza naturale: l’esperienza della lontananza mediata  dall’uso del computer.

Se come giustamente sostiene Catherine Wilson, autrice de “Il mondo invisibile” vi sono sempre meno giardini e più robot, il compito della tecnologia, però, è quello di rivelare il mondo naturale, come una finestra o un telescopio.

La mediazione della rete dei computer ha un ruolo importante nell’ambito dei nostri processi cognitivi e del loro sviluppo, perché da sempre la conoscenza ha un rapporto stretto con la dimensione fisica dei fenomeni. Conoscere non è possibile se non esiste un buon grado di certezza e di affidabilità in ciò che accade, perché la conoscenza si sviluppa e si sostanzia attraverso le prove e la verifica di quanto è giusto e sbagliato. Molto spesso è proprio l’errore a far evolvere il processo cognitivo e l’errore per essere compreso deve essere effettivamente accertabile.

Il libro di Ken Godlberg prende spunto dal “Telegarden” un’istallazione di arte telerobotica su Internet ove utenti remoti, usando un robot, seminano e innaffiano un giardino realmente esistente situato nel Museo di Arte Elettronica a Linz in Austria. I visitatori possono anche monitorare gli effetti delle loro azioni sullo stato del giardino.

Il Telegarden è stato messo in rete nel giugno del 1995 ed è rimasto on line continuativamente per sette anni successivi, l’applicazione è stata sviluppata alla Southern California University, nel primo anno più di novemila utenti hanno aiutato a coltivarlo.

Un visitatore può quindi innaffiare il giardino a distanza premendo l’apposto tasto sul display del computer, il computer risponde che il robot sta innaffiando il giardino e il visitatore è portato a credere che tutto ciò stia effettivamente avvenendo.

Credere, comunque, non è sapere con certezza, perché in questo caso la discriminante tra vero e falso è difficilmente percettibile.

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Quando innaffio il giardino e l’azione avviene nella realtà è certo che lo sto facendo mentre non è così sicuro che stia accadendo in un giardino a centinaia di chilometri di distanza. Credere che sia vero è ben diverso dal fatto che sia effettivamente vero, perché quest’ultimo aspetto si coniuga in modo stretto con il concetto di affidabilità.

Il giardiniere, come il contadino rurale, ha poca fiducia negli intermediari, figurarsi se poi l’intermediario è una macchina posta a una notevole distanza. Ogni giardiniere crede nelle sue tecniche spesso trasmesse da chi l’ha preceduto, i vecchi, o acquisite con l’esperienza, quindi attraverso una sequenza numerosa di prove, successi ed errori.

Il giardiniere ha un rapporto di contigua vicinanza con le sue opere, come del resto era per Claude Monet con la sua aiuola acquatica, gli effetti della semina, della potatura, dell’irrigazione sono immediatamente riscontrabili.

La lontananza, invece, oltre a mettere in discussione l’effettiva veridicità di ciò che avviene, modifica sensibilmente la curva dell’esperienza perché entrano in gioco fattori esogeni incontrollabili, quali ad esempio la temperatura, la luce e soprattutto le modalità di mediazione dei comandi. A irrigare e seminare è una macchina, non la mano dell’uomo. E’ una web cam a cogliere lo stato della luce non un occhio umano.

Ciò significa che se anche abbiamo la sicurezza assoluta dell’affidabilità del sistema e della veridicità delle immagini, la lontananza non favorisce la conoscenza almeno nel modo in cui siamo abituati.

“Non posso accertare a occhio nudo se effettivamente una calendula è sbocciata a Linz” ma un’istallazione di telerobotica nel mio giardino lontano può servire come strumento per acquisire dati e informazioni che garantiscano la bontà di ciò che credo stia accadendo davvero. Quindi che sia sbocciato un fiore di calendula.

Il giardino lontano, intermediato dalle applicazioni tecnologiche, trasforma il giardiniere della vicinanza nel giardiniere della lontananza, una specie di analista di processi naturali riscontrabili e valutabili attraverso l’incrocio e l’analisi di dati e informazioni raccolti nel tempo.

Il processo di gestione e conoscenza del giardino lontano, nell’epoca della rete, dipende anche dalle nuove forme di rappresentazione e quindi dalla qualità, dall’affidabilità e dalla usabilità delle interfacce.

Artists Garden of Irises Claude Monet

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Claude Monet. Il giardino di Giverny

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Guy de Maupassant così racconta le uscite in campagna insieme a Monet.

“L’anno scorso ho seguito in più occasioni Claude Monet alla ricerca di impressioni. In verità non è più un pittore ma un cacciatore.”

In effetti un cacciatore è diverso dall’uomo comune, quest’ultimo passeggia per la campagna o nei boschi senza accorgersi di nulla, il suo occhio impreparato non è in grado di cogliere i discreti e silenziosi movimenti della natura, l’apparire furtivo degli animali selvatici o una traccia nella vegetazione incolta.

Monet al contrario, come un cacciatore di colori e luci, “aspettava, spiava il sole e le ombre, coglieva con qualche colpo di pennello il raggio di sole che si posa e la nuvola che scorre e, sdegnando il falso e il convenzionale, li stendeva sulla tela con destrezza.”

Claude Monet dipingeva all’aperto, “en plein air” accompagnato da un gruppo di ragazzi che portavano le sue tele, cinque o sei alla volta, un numero necessario per raffigurare lo stesso soggetto in diversi momenti della giornata registrando differenti effetti di luce e di colore.

Una sorta di “multischermo” che Monet aveva sempre a disposizione per inseguire il mutare del tempo e le sue sfumature.

“Per ricavare qualcosa da questo continuo mutare bisogna avere cinque o sei tele sulle quali lavorare contemporaneamente e bisogna spostarsi dall’una all’altra tornando rapidamente alla prima non appena l’effetto interrotto riappare.”

Assecondare e inseguire il divenire sembra essere l’intento di Monet, senza la pretesa di trasporne l’immagine nella compiutezza di una tela, ma accompagnandolo con un lavoro di pittura plurale, mettendo insieme una serie di fotogrammi e quindi componendo quasi uno spezzone di pellicola cinematografica.

Il divenire così trova riscontro non in una scena unica ma in una scenografia complessiva, fatta di immagini che raccontano un percorso e un passaggio.

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Monet insegue la natura da quando il pittore Eugène Boudin l’ha iniziato a dipingere all’aria aperta e mostra un acuto interesse anche per i fenomeni atmosferici, soprattutto per l’aria che sembra vuota e inesistente e invece ha una sua dimensione, una personalità propria e visionaria.

A Giverny costruisce un giardino acquatico: “E’ un bacino d’acqua da me creato una quindicina d’anni fa, – scrive nel 1909 – di circa duecento metri di circonferenza, alimentato da un braccio del fiume Epte; è bordato di iris e piante acquatiche diverse in una cornice di alberi, in cui dominano i pioppi e i salici, fra cui molti piangenti. E’ in questo luogo che ho già dipinto le ninfee con un ponte giapponese.”

Il giardino è un’altra sua creazione e scandisce un passaggio importante perché da quel momento non è più la pittura che nasce dalla natura, ma la natura, il giardino, che prende  vita dalla e per la pittura.

Nel giardino e nello stagno Monet pianta le sue nifee, usando semi giunti appositamente dal Giappone, sullo stagno costruisce un ponticello di sapore orientale, le rive sono popolate da piante e ornate di fiori di tutte le specie.

Monet, avvolto nella sua opera naturale, passa lunghi momenti a dipingere le ninfee, riproducendo infinite volte, e in dimensioni sempre più grandi, i riflessi di quella che Marcel Proust definisce “un’aiuola d’acqua”.

“Ho dipinto un’infinità di ninfee, cambiando sempre punto di osservazione, modificandole a seconda delle stagioni e adattandole ai diversi effetti di luce che il loro mutare crea. E l’effetto cambia incessantemente, non soltanto da una stagione all’altra ma anche da un istante all’altro.”

Un percorso che accompagna lo sguardo del pittore dai grandi spazi aperti, i campi, le spiagge, i fiumi, dentro il proprio giardino e poi verso un’intima decomposizione della materia alla costante ricerca della  vera essenza e degli elementi primari.

Perché, come suggerisce Marcel Proust, a proposito delle ninfee di Claude Monet,: ”il giardino è vera trasposizione d’arte ancor più che modello di quadri, quadro già eseguito in quella natura che si illumina sotto lo sguardo del grande pittore.”

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