La seduzione delle immagini

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“Imagine there’s no heaven

It’s easy if you try

No hell below us

Above us only sky

Imagine all the people

living for today…..”

“Imagine” è un brano musicale di John Lennon pubblicato, nell’album omonimo, per la prima volta nel 1971, e può essere non a torto considerato l’inno nazionale del paese dell’immaginazione, quando l’uso della mente e delle sue proprietà erano prerogative individuali e la voglia di immaginare un mondo diverso e migliore poteva ancora diffondersi nella forma di un’immaginazione collettiva, libera dai vincoli e dai modelli standardizzati della società dello spettacolo.

La vita artistica di John Lennon è un percorso che si è svolto attraverso la ricerca costante del rovesciamento dei paradigmi, non trasgressione fine a se stessa ma piuttosto tensione continua alla scoperta del nuovo e alla sua rappresentazione. Non è solo la proposta musicale che cambia, progressivamente, andando a esplorare sonorità diverse ma muta anche il corpo e l’immagine di sé.

La galleria di foto che nel tempo fissano il volto e le fattezze del musicista inglese è un’evidente apologia della differenza, Lennon non è mai lo stesso, come se la mutazione fisica sia automatica conseguenza dell’evoluzione del suo itinerario artistico.

L’immaginazione non è quindi limitata al processo mentale ma pervade la materia e la fisicità, la mente, infatti, può cambiare il mondo, quello esterno e quello intimo.

Le immagini fissano su uno schermo o sulla carta un istante di tempo sottraendolo al divenire, trasformano il tempo in spazio, il soggetto in oggetto.

Le immagini sono, però, divenute i mattoni su cui poggia la moderna società dello spettacolo, ove la qualità umana viene rappresentata solo se è funzionale al progetto di comunicazione, degna o indegna l’importante è che sia fruibile e quindi vendibile. Non c’è spazio in questo progetto per l’irrazionalità che non può essere pianificata, per lo sfrido intellettuale che viene considerato uno scarto del prodotto, per le qualità spirituali che non siano rigidamente funzionali allo scopo e quindi alla vendita.

Così facendo viene a prodursi un processo articolato di scomposizione ove alle immagini viventi è sottratto prima il colore, poi il suono e il profumo, quindi la musica e la poesia. Le immagini sono strappate dalla trama della storia e rimane solamente il ricordo dell’ordito, quand’esso non si confonda e  si perda nella memoria.

“Lo spettacolo, come organizzazione sociale presente della paralisi della storia e della memoria, dell’abbandono della storia eretto sulla base del tempo storico, è la falsa coscienza del tempo” scrive Guy Debord, e pensando al processo di diffusione capillare di uno spettacolo fatto di immagini della realtà che in molti casi anticipano, travalicano e superano la realtà stessa è difficile non convenire.

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Non c’è dubbio che John Lennon sia diventato merce e anche Che Guevara, per fare un’altro esempio, sia diventato merce e molti altri simboli e simulacri del nostro tempo abbiano oggi più ragione di essere come forme (significanti) che come soggetti reali in stretta relazione con un contenuto effettivo.

E a noi rimane solo la possibilità di ricordare, per questo è importante la memoria sottratta “alla falsa coscienza del tempo” e sono importanti le collezioni di immagini che comunque ci aiutano, agitano le memorie incise nella mente in un istante di tempo passato.

Internet da questo punto di vista ha prodotto una sostanziale novità, ridisegnando i confini spazio temporali. In tal modo possono essere messi in discussione anche i concetti di tempo di fruizione e di lavoro creativo.

Il prodotto non può essere più sottratto alla creatività del produttore e rigidamente compresso in una dimensione spaziale definita, perché in Internet non sono dati limiti di spazio e tempo alla produzione come alla fruizione e, quindi, in prospettiva, nemmeno alla memoria e al ricordo.

Probabilmente l’immagine più famosa della nuova epoca, dell’intelligenza artificiale, viene dalla mente e dalla penna di Susan Kare, è il cestino, che in basso a destra sullo schermo, ha accompagnato dal primo inizio la storia della Apple e del suo Mac.

La madre di tutte le icone, innumerevole teoria di piccole immagini che popolano gli store delle applicazioni per smartphone e tablet, ma al tempo stesso il simbolo di un mondo nel quale ciò che appare non sempre è.

Infatti il cestino di Susan è un cestino strano che non cancella in modo definitivo file, immagini e tanto meno i ricordi.

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Ernesto Che Guevara. Oltre la rivoluzione

Nel dicembre 1964 Ernesto Guevara de la Serna, più noto come Che Guevara, raggiunse New York in veste di capo della delegazione cubana e tenne un discorso all’Assemblea Generale dell’ONU.

In quell’occasione, apparve nel programma domenicale d’informazione Face the Nation sulla CBS e incontrò diverse personalità ed esponenti di gruppi politici. Tra loro, il senatore statunitense Eugene McCarthy, componenti del gruppo guidato da Malcom X e dalla radicale canadese Michelle Duclos.

Il 17 dicembre volò a Parigi, dando inizio a un viaggio di tre mesi, in cui visitò la Repubblica Popolare Cinese, l’Egitto, l’Algeria, il Ghana, la Guinea, il Mali, il Dahomey, Il Congo e la Tanzania recandosi anche in Irlanda,a Parigi e a Praga.

Ad Algeri, il 24 febbraio 1965, fece l’ultima apparizione pubblica sul palcoscenico internazionale, intervenendo al “Secondo seminario economico sulla solidarietà afro-asiatica”. Nel suo discorso dichiarò: “In questa lotta fino alla morte non ci sono frontiere. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quanto accade in ogni parte del mondo. Una vittoria di qualsiasi nazione contro l’imperialismo è una nostra vittoria, come una sconfitta di qualsiasi nazione è una nostra sconfitta”.

Sorprese quindi il suo uditorio proclamando “I paesi socialisti hanno il dovere morale di liquidare la loro tacita complicità con i paesi sfruttatori del mondo occidentale”. Delineò anche una serie di misure che, secondo lui, i paesi del blocco comunista avrebbero dovuto prendere per raggiungere questo scopo.

Ritornò a Cuba il 14 marzo, ricevuto solennemente all’aeroporto di L’Avana da Fidel e Raúl Castro, Osvaldo Dorticós e Carlos Rafael Rodríguez. Due settimane dopo, Guevara si ritirò dalla vita pubblica e scomparve.

Dove fosse andato restò il grande mistero cubano per tutto il 1965, anche se era sempre genericamente considerato il numero due dopo Castro.

La sua latitanza fu variamente attribuita al relativo insuccesso del piano d’industrializzazione che aveva portato avanti da ministro dell’Industria, alle pressioni esercitate su Castro dai Sovietici, allarmati dalle tendenze filo cinesi di Guevara, in un momento in cui la frattura tra Mosca e Pechino si approfondiva, oppure a gravi divergenze tra Guevara ed il resto della dirigenza cubana sullo sviluppo economico dell’isola e sulla sua linea politica.

È anche possibile che Castro fosse stato reso diffidente dalla popolarità di Guevara, che poteva farlo diventare una minaccia. I critici di Fidel affermano che le sue spiegazioni sulla scomparsa di Guevara sono sempre sembrate sospette e molti trovano sorprendente che Guevara non dichiarasse mai le sue intenzioni in pubblico, ma solo con una lettera priva di data a Castro.

Curiosando su Internet e in particolare tra i video di You Tube è possibile vedere e ascoltare (primi quattro minuti) il famoso discorso tenuto dal Che ad Algeri, l’ultimo pubblico e se si presta attenzione alle parole si capisce molto del perché della sua successiva uscita di scena.

La critica al colonialismo e all’imperialismo è forte ma altrettanto violenta e radicale è l’accusa di burocratismo retrogrado ai paesi del cosiddetto socialismo reale e quindi direttamente all’URSS.

L’immagine che ne esce è quella di un Guevara che non accetta supinamente le condizioni politiche della post rivoluzione e avverte con chiarezza il portato negativo della dittatura e dell’imperialismo sovietici.

L’ordine che segue al disordine rivoluzionario corre il forte rischio di non essere, e di non rivelarsi, migliore dell’ordine che è stato rovesciato: un ordine sicuramente diverso dal precedente ma non necessariamente migliore.

Questa constatazione, o riflessioni molto simili,  hanno portato il rivoluzionario di professione a scegliere di perdersi nel disordine, prima in Congo e poi in Bolivia e quindi a combattere nuove battaglie alla ricerca di un nuovo ordine di cui poter essere, felicemente e definitivamente, orgoglioso.

E’ anche il motivo per cui  Ernesto Guevara, nell’immaginario collettivo, è  vivo ancora oggi mentre, invece, i suoi compagni di un tempo sono  ridotti a meste icone dell’ ancient regime.

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