Evan Desmond Yee. Il ritorno del caleidoscopio

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Collettively è una piattaforma che ospita proposte innovative sotto vari profili, sul loro portale sottolineano che sono soprattutto un collettivo che ha l’obiettivo di ispirare il cambiamento.

“Attraverso il lavoro insieme scopriamo, vogliamo condividere e scalare le idee interessanti per un futuro che vogliamo vivere e vogliamo sostenere le idee che stanno facendo la nostra vita migliore oggi e il mondo migliore domani. Cerchiamo e sosteniamo persone che stanno facendo cose nuove che possono aiutare la società e l’ambiente a prosperare. Vogliamo aiutare queste storie e le loro idee a prendere piede.”

Una delle proposte che mi ha colpito di più ha natura artistica ed è il resoconto di “Start Up“ una mostra delle realizzazioni di Evan Desmond Yee, artista multimediale di 24 anni, presso la Galleria 151 a Chelsea e adesso a Fueled, Soho sempre a NYC.

Visitando la mostra, si prova un’esperienza simile a quella di una visita a un negozio Apple, ma c’è una differenza sostanziale perché il shop display al posto dei prodotti della famosa azienda californiana propone oggetti trasfigurati e quindi creazioni artistiche.

Alcune tra le creazioni, forse le più interessanti sono: #NoFilter, un paio di occhiali in metallo in stile Ray Ban, Pendant Kaleidogram, un tubo caleidoscopio associabile alla fotocamera del telefono, e iFlip, un iPhone trasformato in una antica clessidra piena di sabbia.

Una domanda nasce spontanea e viene in buona parte confermata dalle risposte di Evan Desmond Yee all’intervista che è possibile leggere nella pagina dedicata alla mostra: come si combina la tecnologia con la nostra vita e che effetti ha oltre a facilitare i contatti e le relazioni e a consentire la fruizione immediata di contenuti visivi?

La risposta di Evan non è disruptive ma deconstructive nel senso che usa uno sfondo bianco per mettere in risalto le sfumature e dentro la venatura del colore trova passaggi inattesi attraverso i quali si accede alla memoria del nostro passato, un po’ come un raggio di luce che nasconde la sua essenza prismatica sprigionando poi la forza dei colori.

Per tale ragione l’azione deconstuctive di Evan Desmond Yee è quasi rivoluzionaria, afferra per la gola la cosiddetta arte del presente e l’ossessiva rappresentazione del prodotto commerciale riscoprendo il vero senso dell’arte, i suoi elementi basici, la materialità dei frammenti colorati che in un gioco di specchi, grazie al vetro del caleidoscopio, creano meravigliose figure e infinite combinazioni.

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Come sulle spiagge ove, dopo le mareggiate invernali, é possibile raccogliere vetri di vari colori levigati dalle onde o sassi strani e legni che paiono figure di animali, sono anche questi frammenti del mondo che aspettano solo qualcuno che dia loro un significato, uno dei tanti che possono avere.

Evan vuole mettere in evidenza i modi in cui la tecnologia sta cambiando la condizione umana e non è un caso che la mostra sia dedicata alle opere di due autori che hanno provato a riflettere in anticipo su questi aspetti: Aldous Huxley, ne Il nuovo mondo, e Kurt Vonnegut, in Piano Meccanico.  In ambedue le opere si preannuncia l’avvento di una società completamente meccanizzata e automatizzata, nella quale viene eliminata la classe media. Nel romanzo di Vonnegut, in particolare, l’imperante meccanizzazione crea conflitti tra la classe benestante degli ingegneri, che gestiscono lo sviluppo della società, e la classe povera, il cui contributo lavorativo è totalmente sostituito dalle macchine.

“Stiamo andando da qualche parte con la tecnologia o in realtà stiamo creando un culto della distrazione?” si chiede Evan illustrando la mostra e noi non possiamo fare a meno di pensare che la provocazione insita nelle sue proposte artistiche indichi precisamente quale possa essere il vero percorso.

Una distrazione generale in cui la finzione ha il sopravvento sulla realtà e l’irrealtà sulla natura, il non luogo sul luogo, l’astrazione sociale sulla comunità, amnesia e distrazione che in qualche modo debbono essere interrotte.

La parola caleidoscopio viene dal greco καλειδοσκοπεω e significa vedere bello, una bellezza costruita dal movimento della materia che, esaltata dal gioco di specchi, diventa spettacolo.

L’arte ha sempre inseguito principalmente due fattori: la bellezza e il piacere, possano venire da un’immagine, da un suono o da un profumo, questi due fattori sono intrinsecamente associati all’esperienza di vita dell’uomo e alla fruizione artistica.

Trasformare uno smart phone in uno strumento che produce bellezza è un gesto che fa ben sperare, l’altro sarebbe di gettarlo nella spazzatura e poi ritrovarlo, dopo qualche tempo, mutato in clessidra.

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Memoria e musica

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La memoria è una dimensione in cui si alternano processi di archiviazione e ricerca e, quasi sempre, la ricerca viene avviata da una funzione di richiamo, cioè prendendo spunto da un evento che spinge a scavare nei ricordi, una sollecitazione che viene dall’esterno e diventa immediatamente ricerca interiore.

I ricordi più stabili e forti sono spesso intimamente legati alle emozioni vissute, ricordiamo di più ciò che ci ha emozionato positivamente.

La musica attiene in modo stretto alla sfera delle emozioni, essa colpisce prima delle parole, sono i suoni, le melodie e in molti casi anche le dissonanze che si radicano per lungo tempo nella nostra mente, scandendo i momenti della nostra vita, i passaggi e facendo da corollario alle immagini.

Per questa ragione è interessante esplorare i percorsi della musica e dei musicisti, provando, al medesimo tempo, a ipotizzare relazioni con la memoria e l’ambiente. Seguendo quindi un itinerario che evochi un ciclo di vita, potrebbe essere la nostra vita, fino a giungere nel viaggio alla coscienza che il suono nasce dallo spazio che ci circonda, è profondamente naturale anche nelle sue deviazioni più estreme, le sue forme ibride e metamorfiche.

La musica rock ormai è entrata nel novero della cosiddetta musica colta portando con sé i suoni della storia, della contemporaneità, gli stridii e i gemiti della società industriale e delle sue guerre. L’inno americano generato dalla chitarra di Jimi Hendrix è l’icona più rappresentativa di questo scontro-incontro, è un urlo elettrico e polifonico, le sue piste sono varie: c’è la rabbia di una generazione, la voglia di cambiamento, l’evitabilità e l’orrore della guerra, l’illusione, la disillusione.

E la spettacolarizzazione della musica è riuscita a fondere, nel contemporaneo, nel suono la corporeità dei suoi attori produttori, figure spesso border line, quasi sempre tragiche, vite impossibili connotanti, in modo indissolubile, gli spartiti delle loro musiche.

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Lo spazio della tragedia si apre quando l’artista, oggetto dello spettacolo, si ribella scegliendo di enfatizzare la dicotomia tra l’essenza del suono e la propria esistenza, mettendo in luce la volontà di essere riconosciuto come soggetto creativo, uomo e non simulacro, distinguibile quindi dall’universo simbolico.

Jean-Michel Basquiat musicista, prima ancora del pittore, e Syd Barret sono esempi eclatanti di percorsi artistici e umani, diversi, che hanno in comune però una sorta di accanimento terapeutico nei confronti della corporeità. Quasi cercassero dentro le proprie viscere, o contro di esse, lo spunto creativo e la forza di andare avanti, paradossalmente di vivere. In questo caso bisogna svuotare la mente, capovolgere la memoria, andando a confondersi con dimensioni psichedeliche, quelle che a detta di Aldous Huxley: “liberano il pensiero dalle sovrastrutture delle convenzioni sociali”.

Jim Croce invece è un viaggiatore che cerca di raccontare il mondo che lo circonda, partendo dalla prospettiva di una vita umile, trascorsa misurandosi con l’umanità che affolla le strade. Una musica viaggiante interrotta da un volo disgraziato. Interessa l’ambiente, ciò che succede, la dinamica sociale.

Lucio Dalla e Salvatore Sciarrino non hanno molto in comune, ma una cosa sì, il mare. Sono le sonorità marine a spezzare le melodie di Dalla quando egli decide di lanciarsi in gorgheggi stile scat, una parlata subacquea, incomprensibile e verbalmente silenziosa fatta eccezione per la sua musicalità. E’ il mare e il suono della natura a scandire gli spazi e i tempi di Sciarrino, gli esseri viventi che popolano la battigia, il fruscio del vento tra le piante appena sotto le dune.

La natura torna centrale nel percorso della memoria e lo è anche quando sembra assente, perché si rivela attraverso i corpi, la scelta di essere parte o non esserlo, e infine nel confronto inevitabile con il contesto materiale.

Fausto Romitelli tratta il suono come materia da scolpire, indagandone i particolari, rovesciando le superfici. Aphex Twin mette insieme sonorità inconciliabili dimostrando, comunque, che nell’universo naturale non vi è limite alla possibilità di coesistere.

Infatti, per la natura, anche una scheggia ha significato, così come il frammento può essere una traccia per la memoria.

Aphex

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