Piero Gaffuri. Uomini condannati a sognare

Il nuovo libro di poesie, con i disegni dell’autore

 

Non è la prima volta che Gaffuri si cimenta con la poesia, dopo aver dato prova di sé nella narrativa e nella saggistica. Rispetto alle precedenti esperienze qui egli appare più libero, sia nell’ampiezza dei temi trattati e sia nella forma attraverso la quale raggiunge la propria cifra stilistica. La scelta di decorare le pagine con una selezione dei propri disegni, dimostra oltre modo la volontà dell’autore di intendere l’espressione come necessità.

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VCastelnuovo

 

Nota dell’autore. Tratta dal libro.

Poesie e disegni

Il percorso iconografico

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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La ragione delle onde

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Il comportamento delle onde segue principi che appaiono coerenti e incoerenti a un approccio logico rigidamente razionale, infatti non è dato sapere, sempre, se le onde nascano per la spinta del vento, se siano generate dalle correnti, o se, come talvolta accade, il moto ondoso abbia un carattere residuo e cioè sia generato da movimenti delle acque in zone marine lontane, per non parlare dei maremoti o delle cosiddette onde anomale, delle quali, non si conosce ancora la causa e l’origine.

Anche per questa ragione le onde, più di ogni altro fenomeno, rappresentano in modo evidente il carattere liquido e incerto che contraddistingue il mare e le grandi distese acquatiche.

Il rapporto tra uomo e mare è mediato dall’instabilità liquida. L’uomo, quando è in mare, smarrisce la sicurezza terrestre e deve necessariamente appropriarsi degli elementi di una nuova dimensione spazio temporale.

In mare lo spazio muta radicalmente perché vengono a mancare o a modificarsi i punti di riferimento, chi si fosse trovato in navigazione in mare aperto sa che bisogna orientarsi con il sole e le stelle (GPS a parte), in mare il tempo è un concetto relativo, allo stato atmosferico, alla potenza e all’efficienza del motore o alla intensità del vento.

Ho già scritto dell’analogia tra Internet e il mare e del fatto che anche in rete navighiamo, incontriamo porti, isole felici e infelici, sperimentando una navigazione che ha aspetti mitologici più simili all’antico che al moderno.

Oggi gran parte del mondo reale è conosciuto ed esplorato, non vi sono più, se non in casi eccezionali, terre vergini e incontaminate, al contrario la scoperta nel mondo virtuale è continua e alla portata di mano, anche se spesso ingannevole e mistificante come nel racconto di Ulisse.

La navigazione virtuale è un viaggio dello sguardo e della mente con i pregi e difetti di questa condizione ma con la possibilità di tenere sempre in vita lo spirito di ricerca e di sperimentare, viaggiando, forme innovative di socialità.

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Il mare e le sue onde sono, a questo riguardo, formidabili banchi di prova, perché le imprese e le scoperte del recente passato alludono fortemente alle forme possibili delle scoperte presenti e future.

Ricordo una volta quando, con un gruppo di colleghi, prendemmo a nolo una barca a vela per una breve navigazione attraverso l’Adriatico. Era appena iniziata l’estate e il tempo appariva ancora incerto. La sera della partenza pioveva ma decidemmo comunque di partire e raggiungere la costa dell’Istria. Lo skipper non era molto esperto e appena lasciata la laguna e usciti in mare capimmo che non sarebbe stata una traversata divertente. I miei amici, uno dopo l’altro vennero sopraffatti dal mal di mare, e così ci trovammo soli, lo skipper ed io, a condurre l’imbarcazione. Ancora vedevamo le luci della terra, dietro a un velo di pioggia e nebbia, quando decidemmo di tornare indietro. Ormeggiammo alle quattro di mattina alla darsena dell’isola di San Giorgio con un equipaggio stremato e semi svenuto. Non riuscimmo a raggiungere la nostra meta ma impiegammo il sabato e la domenica a navigare tra le isole della laguna e a visitarle.

La navigazione è avventura, rischio, scoperta e ricerca ma non deve prescindere dal valore e dal rispetto della socialità, il gruppo che partecipa all’impresa è parte dell’impresa, noi siamo parte di un gruppo.

Anche la navigazione in rete ha implicazioni sul gruppo di cui facciamo parte, non è mai un evento solitario, la scoperta è tale solo se viene diffusa, per questo è necessaria la partecipazione.

Vi sono molte ragioni per cui ricordo con piacere il film di Folco Quilici Sesto Continente, la prima perché lo vidi una prima volta, da bambino, la sera, all’aperto al Festival del Cinema di Venezia, la seconda, che ritengo più importante, perché della spedizione facevano parte esploratori (cacciatori subacquei), scienziati e comunicatori (Gianni Roghi e Folco Quilici).

Il mare vissuto come esplorazione e ricerca, esperienza da comunicare e condividere con un pubblico di specialisti ma anche con un pubblico possibilmente più vasto.

L’acqua non è un elemento facilmente omologabile come la terra ferma, l’acqua è movimento, arresta e spesso demolisce costruzioni, dighe e contrafforti, è anche per questa ragione che le isole, nell’acqua, hanno potuto preservare un carattere di paese.

“Il paese è un insediamento umano, generalmente di piccole dimensioni, che è caratterizzato principalmente da un’economia agricola” riporta una felice definizione di Wikipedia. L’isola non è divenuta periferia della città perché il mare l’ha impedito, isolandola, così come il mare virtuale impedisce oggi di ribaltare tout-court nella rete le regole e i meccanismi della tecnocrazia economica e finanziaria.

Per questa ragione le isole-paese sono luoghi veri ancora in condizione di mettere in evidenza diffuse capacità di espressione sociale, proposta civile e partecipazione.

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Arthur Conan Doyle. Storie di pirati

Ancora pirati, per essere più precisi Storie di pirati e la vera sorpresa riguarda chi le racconta: Arthur Conan Doyle, l’autore delle imprese del famoso investigatore Sherlock Holmes.

Donzelli Editore ci regala una inattesa rarità, racconti di pirati, arricchiti dalle illustrazioni di Howard Pyle, artista americano noto per essere il maggiore contribuente iconografico in materia piratesca.

Come ormai ben sapete i pirati mi piacciono, contravvenivano alle regole del loro tempo e anche questo mi piace, le regole sono fatte per essere rispettate dalla massa e per essere messe in discussione da pochi audaci estremisti (come si direbbe oggi), certo, comunque, non bisogna esagerare e i pirati, a dire il vero, esageravano parecchio.

A parte le battute, uno degli aspetti interessanti di questo libro, da leggere d’un fiato, è una sorta di rivelazione. Leggendo Storie di pirati, con spirito accorto, il lettore è costretto, talvolta suo malgrado, a constatare l’opera di pervicace saccheggio (vero), da parte dalle Major cinematografiche americane, di contenuti, trame, plot, persino nomi tacitamente (e subdolamente) evinti da questo pregevole e breve libro.

E’ divertente avanzare alcune suggestioni. Chi riuscisse a fare altre scoperte me lo faccia sapere…

Il principale attore, ovviamente pirata, di buona parte dei racconti è l’abominevole capitano Sharkey, comandante del brigantino Happy Delivery, un nome, una garanzia, capace di ogni astuzia e efferatezza.

Nel primo racconto, invece, uno dei protagonisti è il capitano John Scarrow, che puntualmente Sharkey riuscirà a beffare fingendosi governatore di Basseterre. Il nome del buon capitano non giunge nuovo, basti pensare che John e Jake in Inglese sono più o meno la stessa cosa e  che Scarrow, poi, suona proprio come Sparrow.

Jack Sparrow, per Wikipedia, è un personaggio e protagonista immaginario della saga cinematografica Pirati dei Caraibi, dove è interpretato dall’attore Johnny Depp.

Immaginario certamente, ma la forte assonanza con il nome di un personaggio dei racconti dell’illustre Sir Arthur non è per niente casuale.

L’astuzia di capitan Sharkey è proverbiale, leggendo Storie di pirati scoprirete come sia davvero abile a fingersi un altro o a rovesciare a suo favore situazioni che a prima vista parrebbero irrimediabilmente perdute.

Jack Sparrow non è crudele come Sharkey ma fa dello spiazzamento, del rovesciamento di fatti e contesti, il suo punto di forza. Casuale immaginazione delle fervide menti degli autori? Mah, può darsi!

Proseguendo nella lettura un’altra rivelazione.

Dobbiamo cambiare film. In “Master e commander” la nave corsara francese è ancorata in una baia delle isole Galapagos e viene casualmente scoperta dal medico entomologo e dal suo giovanissimo  aiutante.

Sarà un caso ma nel penultimo racconto c’è una scena molto simile. Un ennesimo frutto dell’immaginazione?

Gli scritti di cui parliamo sono ormai liberi da diritti, comunque, fa specie l’aggressività delle Major in tema di protezione di contenuti su Internet quando chiunque di noi può appurare, senza difficoltà, che, laddove è possibile, scopiazzano alla grande.

La cosa divertente è che si tratta di racconti di Pirati, forse una sorta di nemesi….

Tornando al libro, l’ultimo racconto è intitolato “Un pirata di terra”. E’ un racconto molto bello e  il titolo, alla luce delle scoperte che farete leggendo, fa un pochino sorridere.

Infatti siamo convinti che, nonostante tutto, i pirati veri, per intenderci quelli di mare, siano meglio.

J.M.G. Le Clézio. Il posto delle balene

Jean-Marie Gustave Le Clézio, nato a Nizza nel 1940, meglio conosciuto come J.M.G. Le Clézio, è un importante scrittore francese contemporaneo che ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 2008.

Romanziere, narratore, saggista, Le Clézio si è formato nel periodo del noveau roman francese,  seguendo però un percorso molto personale. A 23 anni, pubblica con Gallimard la sua opera prima: Le procès verbal, (Il verbale) con il quale giunge al successo internazionale, vincendo il prestigioso Prix Renaudot (1963).

Autore colto, di grande vitalità, nella cui opera si ritrovano spesso citazioni filosofiche (ama in particolar modo i presocratici), Le Clézio è passato dal racconto dell’alienazione dell’uomo nella società contemporanea alla narrazione di una ritrovata armonia tra l’uomo e il mondo, “l’unione tra l’individuale e il collettivo”.

La sua scrittura è caratterizzata da un grande amore per la natura, in particolare per il mare e per molti versi può dirsi vicino a Camus. Dal 1964 in poi Le Clézio ha continuato a pubblicare libri di successo. Le sue opere più significative sono: Terra Amata (1967), I giganti (1973) e Deserto (1980). I titoli più recenti sono: Onitsha (1992), Diego e Frida (1997), Le due vite di Laila (1999) e Stella errante (2000), Révolutions (2003).

“Il posto delle balene” è un piccolo libro impreziosito dai disegni dell’artista brasiliano Eloar Guazzelli in cui si racconta la storia di un’insenatura magica tra le terre della Bassa California nella quale le grandi balene erano solite andare a procreare. La ricerca di questo luogo leggendario animava le fantasie e disturbava le notti dei cacciatori di Balene che, dal New England, si spingevano sin nei mari caldi alla ricerca di un bottino di cetacei che potesse cambiare il corso delle loro vite.

Questo breve bellissimo e intenso libro, le storie intrecciate di Melville Scammon, capitano del Léonore, di un piccolo mozzo e della giovane sfortunata prostituta Aracoeli, insieme alla carneficina di balene e balenotteri neonati che produce la scoperta della leggendaria insenatura, costringono il lettore a riflettere sul destino degli uomini e anche sulla instabilità del lavoro e conseguentemente delle nostre vite.

Leggendo “Il posto delle balene” mi è venuto spontaneo pensare subito a un altro libro, comprato qualche anno fa nel book shop del Mit a Boston, l’autore è Mark Kurlansky e si intitola “The last fish tale“, traduzione letterale: Il racconto dell’ultimo pesce. Questo libro purtroppo non è tradotto in italiano e segue di qualche anno il lavoro di maggior successo, Cod (Merluzzo).

“The last fish tale” racconta come in pochi decenni un’intera società fondata sulla pesca a Gloucester, a Cape Cod, a Nantucket sia completamente scomparsa, a parte intensive coltivazioni di Astici, e siano conseguentemente scomparsi i porti, le navi, i vecchi pescatori, tutto insomma e persino i vecchi rigattieri e i negozi di antiquariato di cose marinare. Un colpo di spugna che ha dissolto migliaia di storie vissute e forse anche il molo ove era ormeggiato il Pequod di Acab prima dell’ultima caccia.

La spiaggia della Bassa California oggi è completamente abbandonata e non si possono più scorgere gli scheletri delle grandi balene e dei velieri, tutto è ridotto in polvere come le povere ossa di Aracoeli che giace sepolta da qualche parte sotto un cumulo di sassi.

Ma il destino ha voluto che anche le basi di partenza delle baleniere assassine, le città che brulicavano di marinai affamati di barili di olio e di grasso siano diventate piccoli e colorati centri residenziali ove solo piccole targhe, in ceramica, sui muri, ricordano gli uomini di mare.

Del resto oggi a Gloucester  c’è un vecchio proverbio che va ancora per la maggiore: “if you give a man a fish, you feed him, if you teach a man to fish, he will starve” che tradotto significa: “se dai un pesce a un uomo lo nutrirai, se gli insegni a pescare morirà di fame”….

Una perfida vendetta delle balene?

E’ possibile. Comunque, a pensarci bene, la cosa peggiore, la vera vendetta, è il pesce che mangiamo, ormai un rito di massa a scapito delle tempeste e delle stagioni, pesci “di plastica” tutti uguali allevati come polli di batteria.

Non sanno nemmeno più di mare.

Hugo Pratt. Corto Maltese

Corto Maltese è un personaggio dei fumetti creato da Hugo Pratt, la sua serie di avventure inizia con l’album “Una ballata del mare salato” (1967), storia di pirati ambientata nelle isole del Pacifico tra il 1913 e il 1915.

Corto (in argot spagnolo corto significa rapido) è marinaio e avventuriero.

Il padre è un marinaio inglese nipote di una strega dell’Isola di Man, la madre una gitana di Siviglia, la Niña di Gibraltar, modella del pittore Ingres.

Trascorre la prima infanzia a Gibilterra, poi a Cordova e studia alla Valletta alla scuola ebraica del rabbino Ezra Toledano che lo inizia ai testi dello Zohar e della Cabala. Quando Amalia, la cartomante, si accorge che il ragazzo non possiede la linea della fortuna sulla mano sinistra, Corto, con un rasoio del padre, ne incide una molto verosimile.

Porta l’orecchino all’orecchio sinistro, secondo la tradizione della marina mercantile inglese e non all’orecchio destro in uso nella marina da guerra.

Per capire Corto bisogna aver conosciuto Venezia e il suo Lido, aver, almeno una volta, perduto l’orientamento camminando per le calli umide e solitarie che affacciano sulla laguna Nord,  essersi addentrati, al Lido, tra i rovi lungo la barriera che separa i murazzi dalla sottile striscia della campagna e essere riusciti a fare queste cose in un tempo che fu, perché oggi tutto è inevitabilmente diverso.

Venezia e le sue terre sono state per secoli porte aperte verso l’oriente, spalancate su visioni magiche, diamanti e spezie ma anche sulla disponibilità a condividere culture diverse in contrapposizione con l’oscurantismo cattolico e l’odierno provincialismo.

Malamocco è un piccolo agglomerato di case posto in prossimità della punta sud del Lido. Anche a Malamocco vi sono canali ma l’aria che si respira è l’aria di un avamposto, un punto di vedetta proprio in faccia al sole che sorge a oriente. E’ da questa postazione avanzata che ha inizio la storia di Corto. In mezzo al sapore acre delle alghe lagunari scoperte dalla bassa marea  e al profumo dello sfogio (sogliola) cotto su una griglia improvvisata.

Corto Maltese è però anche la trasposizione iconografica del pensiero di Hugo Pratt  in materia di fanatismi nazionalistici, ideologici e religiosi. Un pirata di barena cosmopolita, che non accetta compromessi e quando la situazione, intorno, diventa davvero insopportabile trova sempre una porta nascosta che lo conduce improvvisamente in un’altra dimensione oppure in un posto lontano qualsiasi. Quante volte da bambini abbiamo sognato di poter fare come lui e anche oggi, oppressi da asini raglianti, talvolta in cuor nostro pensiamo che sarebbe bello accedere a quel segreto passaggio.

Corto Maltese non si pone limiti, fa amicizia con persone di ogni genere: il criminale russo Rasputin, il giovane ereditiero inglese Tristan Bantham, la strega vudù Bocca Dorata, lo sciamano Shamael e il professore universitario ceco Jeremiah Steiner. Incontra molti personaggi illustri: Jack London, Ernest Hemingway, Gabriele D’Annunzio, Herman Hesse, Butch Cassidy, il generale russo Roman von Ungern-Sternberg ed il turco Enver Pasha. Tutti lo trattano con grande rispetto perché prima di ogni altra cosa è un uomo libero.

Questo è il messaggio che Hugo Pratt affida nelle mani del suo uomo di avventura, la libertà è un sogno ma è alla nostra portata, basta avere la fantasia sufficiente e trovare una porta “sconta” (nascosta) da qualche parte nei percorsi strani della vita di ognuno di noi e volare via.

Antonio Soccol. Il sorriso del mare

Domenica 26 febbraio alle ore 16.55 ricevo una mail dal mio amico Antonio. Una mail senza oggetto, nell’intestazione è semplicemente scritto “nessun oggetto”. Leggo il testo: “Antonio è partito per il suo lungo viaggio senza ritorno. Lo salutiamo lunedì 27 alle ore 15.15 presso il crematorio del Cimitero di Lambrate (Milano)”. Non ho potuto andare a Milano. Mi è dispiaciuto ma ho pensato che avrebbe detto, con il suo solito tono sbrigativo, “Cosa vieni a fare? Rimani a Roma è meglio, ci vediamo un’altra volta” e Antonio non amava Roma.

Adesso è lunedì 27, sono le 15.15 e racconto di lui. Un post che non avrei mai voluto scrivere.

Antonio Soccol, veneziano, uno dei più grandi giornalisti di mare e di nautica, nella sua vita ha collaborato con 131 riviste e ne ha dirette 20 tra cui Mondo Sommerso, No Limits World e tante altre. E’ stato, per più di dieci anni, copilota di imbarcazioni d’altura campioni d’Italia e d’Europa e è contitolare con Giorgio Tognelli di un record mondiale di velocità offshore. La Scuba Schools International gli ha rilasciato una carta platino che attesta più di 5.000 ore di immersione con ARA. Per la sua competenza in campo nautico è stato insignito del titolo di “Pioniere della Nautica”.

Amico e conoscente di grandi personalità della cultura, della letteratura, dell’industria e del giornalismo: J.Y.Cousteau, Gerard d’Aboville, Alex Carozzo, Gianni Agnelli, Renato “Sonny” Levi, Peter Du Cane, GB Frare, Pietro e Giampiero Baglietto, Giorgio Barilani, Franco Harrauer, Massimo Gregori, Sergio Abrami, Carlo Riva, Don Aronow, Merrik Lewis, Giorgio Tognelli, Salvatore Gagliotta, Nino Petrone, Guido Buriassi, Dick Bertram, Alberto Korda, Gianni Roghi, Carlo Marincovich, Fernanda Pivano, Gabriel Garcìa Màrques, Jorge Amado, Folco Quilici, Marian Skubin, per citarne alcuni… Gente che il mare l’ha scritto, fotografato, studiato, cantato, dipinto, raccontato, tradotto, analizzato, corso, navigato, difeso, lavorato e vissuto.

La sua, una scrittura pulita, cristallina per certi versi acquatica con la quale ha raccontato tante storie di mare, di barche, di avventura e anche di cattive abitudini, di umana debolezza e incomprensione.

Ho conosciuto Antonio più di dieci anni fa quando è uscito il mio primo romanzo “Apnea”, il libro gli piaceva e scrisse una bella recensione. Da quel giorno ci siamo sentiti spesso, per e mail e visti, le volte che salivo a Milano.  Ricordo il suo entusiasmo nell’operazione Gianni Roghi. Voleva ricordare Gianni nel migliore dei modi e far conoscere al pubblico i suoi lavori e le sue opere. Per l’occasione organizzò una vera e propria offerta multimediale: un portale internet, una mostra e alcuni convegni.

Antonio era un uomo intelligente e generoso. Un pioniere sempre, nella motonautica, nella vela (exocetus volans, la sua barca ibrida, è l’esempio più tangibile), nell’editoria, nella scrittura, nella subacquea e sul web. Uno che aveva l’avventura nel sangue e che amava sentire, come diceva spesso, le farfalle nello stomaco, piuttosto che languire e poltrire in un porto sicuro. Diamine, era il co pilota di Arcidiavolo!

Da non perdere la serie di interviste su Rai.tv, nell’ambito dei servizi “uno su mille” dedicati a Raimondo Bucher.

Quando gli comunicai che avevo deciso di farne il protagonista di un romanzo rise di gusto. Nel Sorriso del vento è Anton e il Capitano John. La stessa persona, anzi una persona con due personalità. Così, per un pezzo, divertendosi, firmò le sue mail capt John. Antonio non amava Roma e non aveva torto perché proprio da Roma era partita la discutibile iniziativa che l’aveva privato della direzione di Mondo Sommerso, la sua rivista, (mai bella come quando la dirigeva) ma ciononostante me lo trovai davanti alla presentazione del Sorriso del vento.

Come se il Capitano John fosse uscito dalle pagine del libro e materializzato, all’insaputa di tutti, davanti all’autore sbigottito e incredulo. Quella è stata una grande emozione, più di tutto il resto: del libro, degli ospiti, dei giornalisti. Sapevo, infatti, che Antonio era venuto solo per me.

L’ultima volta che l’ho sentito è stato circa due mesi fa. Al telefono. Era stanco di combattere la sua guerra marziana ma aveva ancora molta voglia di vivere.

Ciao Antonio, ciao amico caro.

“Sosta quanto puoi, lontano dai rumori del mondo. Completamente immerso nel meraviglioso nulla saziante”.

Deep water, la folle regata. Louise Osmond e Jerry Rothwell.

Domenica sera su Rai 5 è andato in onda, e mai come in questo caso onda è termine appropriato,  il film documentario “Deep water” diretto da Loiuse Osmond e Jery Rothwell.

Nel film si racconta la tragica vicenda di Donald Crowhurst, imprenditore di materiali elettrici per la nautica, che allettato dal premio di 5000 sterline del Sunday Times, nel 1968 decise di partecipare alla Golden Globe Race,  la regata in solitario intorno al mondo.

Donald, dapprima, diede, via radio, indicazioni deliberatamente errate sulla sua effettiva posizione rispetto alla rotta e poi scomparve nell’Oceano Atlantico abbandonando la sua barca, il trimarano Teignmouth Electron, e lasciando un diario di bordo in cui era descritto il percorso effettuato e annotate considerazioni di ordine etico e filosofico.

La stampa inglese in un primo momento impietosa con Crowhurst attenuò la presa in seguito alla pubblicazione del diario nel quale il navigatore affermava la sua profonda volontà di confondersi con l’universo liquido.

Singolare è il fatto che alla stessa regata abbia partecipato anche Bernard Moitessier, famoso navigatore e autore di libri di grande successo (tra i quali: Un vagabondo dei mari del sud e La lunga rotta). Moitessier  dopo aver doppiato tre capi e superato Knox,  partito un mese prima, improvvisamente decise di non tagliare il traguardo europeo, abbandonando la gara e le 5000 sterline del premio, nel più attonito stupore del vasto pubblico che seguiva la competizione.

Bernard percorse un altro mezzo giro del mondo e raggiunse la Polinesia Francese lasciandosi alle spalle premi, ricordi e legami familiari. Quando gli chiesero perché rispose: “……sono felice in mare, e forse anche per salvare la mia anima”.

Due storie diverse, la prima che mette in luce aspetti concretamente tragici dell’esperienza umana attraverso la scelta disperata del non ritorno, la seconda che richiama la voglia di fuggire alla vita, e di non tornare, mantenendosi comunque vivi.

Se è vero che il mare è la metafora più adatta per rappresentare la dimensione liquida del modo di vivere attuale, è altrettanto vero che,  nel contesto liquido, le individualità tendono a cercare, e a trovare, una forte ragion d’essere, definendosi e anche organizzandosi in gruppi associati dal comune bisogno o interesse.

Crowhurst e Moitessier, allora, sono due facce della stessa medaglia.

Rappresentano il desiderio intimo dell’uomo di perdersi e al tempo stesso di ritrovarsi.


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