Evan Desmond Yee. Il ritorno del caleidoscopio

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Collettively è una piattaforma che ospita proposte innovative sotto vari profili, sul loro portale sottolineano che sono soprattutto un collettivo che ha l’obiettivo di ispirare il cambiamento.

“Attraverso il lavoro insieme scopriamo, vogliamo condividere e scalare le idee interessanti per un futuro che vogliamo vivere e vogliamo sostenere le idee che stanno facendo la nostra vita migliore oggi e il mondo migliore domani. Cerchiamo e sosteniamo persone che stanno facendo cose nuove che possono aiutare la società e l’ambiente a prosperare. Vogliamo aiutare queste storie e le loro idee a prendere piede.”

Una delle proposte che mi ha colpito di più ha natura artistica ed è il resoconto di “Start Up“ una mostra delle realizzazioni di Evan Desmond Yee, artista multimediale di 24 anni, presso la Galleria 151 a Chelsea e adesso a Fueled, Soho sempre a NYC.

Visitando la mostra, si prova un’esperienza simile a quella di una visita a un negozio Apple, ma c’è una differenza sostanziale perché il shop display al posto dei prodotti della famosa azienda californiana propone oggetti trasfigurati e quindi creazioni artistiche.

Alcune tra le creazioni, forse le più interessanti sono: #NoFilter, un paio di occhiali in metallo in stile Ray Ban, Pendant Kaleidogram, un tubo caleidoscopio associabile alla fotocamera del telefono, e iFlip, un iPhone trasformato in una antica clessidra piena di sabbia.

Una domanda nasce spontanea e viene in buona parte confermata dalle risposte di Evan Desmond Yee all’intervista che è possibile leggere nella pagina dedicata alla mostra: come si combina la tecnologia con la nostra vita e che effetti ha oltre a facilitare i contatti e le relazioni e a consentire la fruizione immediata di contenuti visivi?

La risposta di Evan non è disruptive ma deconstructive nel senso che usa uno sfondo bianco per mettere in risalto le sfumature e dentro la venatura del colore trova passaggi inattesi attraverso i quali si accede alla memoria del nostro passato, un po’ come un raggio di luce che nasconde la sua essenza prismatica sprigionando poi la forza dei colori.

Per tale ragione l’azione deconstuctive di Evan Desmond Yee è quasi rivoluzionaria, afferra per la gola la cosiddetta arte del presente e l’ossessiva rappresentazione del prodotto commerciale riscoprendo il vero senso dell’arte, i suoi elementi basici, la materialità dei frammenti colorati che in un gioco di specchi, grazie al vetro del caleidoscopio, creano meravigliose figure e infinite combinazioni.

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Come sulle spiagge ove, dopo le mareggiate invernali, é possibile raccogliere vetri di vari colori levigati dalle onde o sassi strani e legni che paiono figure di animali, sono anche questi frammenti del mondo che aspettano solo qualcuno che dia loro un significato, uno dei tanti che possono avere.

Evan vuole mettere in evidenza i modi in cui la tecnologia sta cambiando la condizione umana e non è un caso che la mostra sia dedicata alle opere di due autori che hanno provato a riflettere in anticipo su questi aspetti: Aldous Huxley, ne Il nuovo mondo, e Kurt Vonnegut, in Piano Meccanico.  In ambedue le opere si preannuncia l’avvento di una società completamente meccanizzata e automatizzata, nella quale viene eliminata la classe media. Nel romanzo di Vonnegut, in particolare, l’imperante meccanizzazione crea conflitti tra la classe benestante degli ingegneri, che gestiscono lo sviluppo della società, e la classe povera, il cui contributo lavorativo è totalmente sostituito dalle macchine.

“Stiamo andando da qualche parte con la tecnologia o in realtà stiamo creando un culto della distrazione?” si chiede Evan illustrando la mostra e noi non possiamo fare a meno di pensare che la provocazione insita nelle sue proposte artistiche indichi precisamente quale possa essere il vero percorso.

Una distrazione generale in cui la finzione ha il sopravvento sulla realtà e l’irrealtà sulla natura, il non luogo sul luogo, l’astrazione sociale sulla comunità, amnesia e distrazione che in qualche modo debbono essere interrotte.

La parola caleidoscopio viene dal greco καλειδοσκοπεω e significa vedere bello, una bellezza costruita dal movimento della materia che, esaltata dal gioco di specchi, diventa spettacolo.

L’arte ha sempre inseguito principalmente due fattori: la bellezza e il piacere, possano venire da un’immagine, da un suono o da un profumo, questi due fattori sono intrinsecamente associati all’esperienza di vita dell’uomo e alla fruizione artistica.

Trasformare uno smart phone in uno strumento che produce bellezza è un gesto che fa ben sperare, l’altro sarebbe di gettarlo nella spazzatura e poi ritrovarlo, dopo qualche tempo, mutato in clessidra.

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Paul Gauguin. Noa Noa

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Tra le righe di Noa Noa, in trasparenza, emerge l’immagine sfuocata di Vincent Van Gogh, non una semplice allusione ma una presenza impalpabile che si agita come uno spettro inquieto nel desiderio di Paul Gauguin di scoprire e vivere una vita originale, diversa da quella vissuta.

Ad Arles, nell’atelier du sud, Vincent aveva mostrato all’amico la sua terribile verità, non era un pittore normale ma un uomo capace di cogliere l’energia della natura e di riportarla su tela. Il suo sguardo riusciva a catturare i processi viventi proprio come una moderna telecamera e poi a riprodurli sequenza dopo sequenza.  Oggi si direbbe in realtà aumentata, perché un girasole impiega alcuni giorni a fiorire e a sbocciare e noi siamo in grado solo di coglierne la forma momentanea non l’energia e il movimento. Vincent invece poteva, quella era la sua forza e al tempo stesso la sua condanna.

Catturare il movimento significa anche constatare il processo di disfacimento delle dinamiche vitali, gettare lo sguardo non tanto sull’attuale stato dell’essere ma piuttosto sul futuro e, al tempo stesso, riuscire a cogliere la differenza e anche il segno marcato della progressiva disgregazione.

Lo sguardo di Van Gogh andava dritto al confine tra la vita e la morte e così, sul proscenio dell’annullamento, l’uomo Vincent faceva a pezzi le cose e i corpi, a cominciare dal suo.

Dopo quella terribile liaison Gauguin aveva il forte bisogno di ricominciare, in qualche modo di ripartire da zero, come pittore ma soprattutto come uomo.

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Noa Noa è il diario di una rinascita, della scoperta della purezza della vita fuori dalle convenzioni della civiltà occidentale, un ritorno a un mondo antico ove vivono divinità con nomi di rocce e di animali, dove l’amore e l’amicizia sono doni e non un prestito a titolo oneroso.

“La sera a letto parliamo a lungo e spesso con grande serietà. Cerco nell’anima sua bambina le tracce del passato lontano, socialmente morte, e le mie ricerche trovano risposta. Forse gli uomini, sedotti dalla nostra civiltà e asserviti alla nostra conquista, hanno dimenticato. Gli dei d’un tempo si sono assicurati un posto nella memorie delle donne.”

La vita e i dialoghi con Tehura, la sua giovanissima compagna tahitiana, portano Gauguin alla scoperta di un mondo che sembrava scomparso, lentamente e in modo inconsapevole riaffiora un sentimento di libertà profonda.

“E non ho più coscienza dei giorni e delle ore, del male e del bene. La felicità è totalmente estranea al tempo che ne sopprime la nozione e tutto è bene quando tutto è bello.”

Scrive poco di pittura, ma appare evidente quanto sia importante per la sua vita e quindi anche per la sua pittura questo mondo antico di bellezza e paure irrefrenabili, in cui l’uomo e la donna sono dati alla natura e la natura ne dispone.

“Tehura era a momenti seria e amabile, a momenti folle e frivola, due esseri in uno, molto diversi tra loro che si succedevano all’improvviso con sconcertante rapidità. Non era affatto mutevole, era doppia: il bambino di una razza vecchia.”

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Charles Cros. La grande visione

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Charles Cros è un autore poco conosciuto ma senza dubbio una delle personalità più straordinarie ed eclettiche che abbiano animato la vita culturale della Francia dell’ottocento.

Ha pubblicato alcune raccolte di poesie e nel 1888 il breve poema “La Vision du Grand Canal Royal des Deux Mers” ottenendo poco successo, a parte qualche rappresentazione brillante nei teatri di allora, comunque l’aspetto interessante della sua personalità creativa è stato l’aver spaziato dalla pittura, alla fotografia, sino ai prodromi delle tecniche audio foniche.

Significativo il suo percorso formativo e scientifico. Inizia gli studi di fisica e chimica, lasciati successivamente per dedicarsi alle attività letterarie. Nel 1869 pubblica un trattato dal titolo: “Solution générale du problème de la photographie des couleurs” dedicato allo sviluppo della fotografia a colori, nel quale spiega come l’uso di filtri in vetro di differenti colori rosso, giallo e blu poteva consentire di riprodurre i colori originali della scena fotografata. Purtroppo nello stesso momento un altro studioso, Louis Ducos du Hauron, presentava proposte molto simili e Cros non aveva  difficoltà a concedergli il primato dell’invenzione.

Come inventore Cros non può dirsi fortunato, infatti è ricordato soprattutto per aver quasi inventato il fonografo. Pochi, a quel tempo, avevano pensato di creare un apparecchio in grado di registrare e riprodurre suoni, così inventa  il “Paleophone” (Voix du passé), e nel 1877 lo presenta all’Accademia delle Scienze di Parigi con una lettera che spiega il suo funzionamento. L’anno successivo però Thomas Edison brevetta negli Stati Uniti il suo prototipo.

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Un’altra passione di Cros erano i pianeti e le stelle, avendo notato punti di luce su Marte e Venere, si era convinto che fossero gli indizi della presenza di grandi città evolute e per tale ragione aveva ripetutamente chiesto al Governo francese di poter sviluppare sistemi di comunicazione visiva che potessero connettere il genere umano con quelle civiltà aliene e sconosciute.

L’aspetto sul quale però è opportuno riflettere è il senso complessivo della ricerca di Cros, un poeta che due secoli orsono prova a mettersi in gioco usando quelle che oggi chiameremmo le nuove tecnologie, un uomo che pur avendo i piedi nell’ottocento proiettava la mente nei secoli successivi.

Il poema “La Vision du Grand Canal Royal des Deux Mers” mantiene intatto il valore di questa ricerca antero orientata e, titolo compreso, è una rappresentazione di un grande spettacolo marittimo e terrestre, un incontro tra culture, profumi e odori, un inno prematuro alla multiculturalità.

“…L’aurore étend ses bras roses autour du ciel.
On sent la rose, on sent le thym, on sent le miel,
La brise chaude, humide avec des odeurs vagues,
Souffle de la mer bleue oh moutonnent les vagues.
Et la mer bleue arrive au milieu des coteaux;
Son flot soumis amene ici mille bateaux :
Vaisseaux de l’Orient, surchargés d’aromates,
Chalands pleins de mais, de citrons, de tomates,
Felouques apportant les ballots de Cachmir,
Tartanes où l’on voit des levantins dormir….”
 

Le navi di Cros sono proprio come un ricco sciame di api, portano il grano ai paesi che ne avranno bisogno in futuro e in tempi che si preannunciano difficili. Sono macchine efficienti e invincibili che collegano le terre e il poeta moderno si trova ad esplorare il mondo con loro, prova a usarle e a trasformarle in strumenti poetici. Non a caso Apollinare ne “L’Esprit nouveau et les Poètes” scrive: “Les poètes veulent dater la prophetie, cette ardente cavale que l’on n’a jamais maitrisée. Ils veulent enfin, un jour, machiner la poèsie comme on a machiné le monde.”

Cros, invece, aveva capito che l’ingegneria del mondo, presto, avrebbe fatto volentieri a meno della poesia.

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Everett Ruess. Nemo 1934

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Alcuni anni fa il New York Times  ha dedicato un lungo articolo a Everett Ruess.

Un giovane esploratore degli inizi del secolo scorso, un idealista di vent’anni la cui scomparsa nel 1934 è ancora oggi considerata uno degli strani misteri del grande ovest americano.

Everett Ruess era un poeta, un pittore e intratteneva relazioni con importanti fotografi statunitensi dell’epoca, tra cui Dorothea Lange, la famosa fotografa documentarista, e Ansel Adams. Aveva solo 20 anni quando si allontanò nel deserto del sud ovest, con due asini e un quaderno, scomparendo per sempre.

Sono nate molte ipotesi, potremmo anche scrivere leggende, intorno all’accaduto: alcuni hanno parlato di un possibile annegamento nel fiume Colorado, altri di una caduta accidentale in un crepaccio, altri ancora di una fuga per amore conclusa confondendosi in una comunità indigena, quella Navajo, c’è anche chi ha parlato di omicidio ad opera di un serial killer che agiva da quelle parti.

Recentemente, nella riserva indiana Navajo a sud dello Utah, sono stati trovati resti umani che in un primo momento gli scienziati dell’Università del Colorado, sulla base di analisi forensi e test del DNA, avevano attribuito a Everett Ruess. Poi la versione è cambiata, le stesse ossa pare non fossero compatibili con le caratteristiche fisiche del ragazzo ma piuttosto con quelle di un indiano della riserva.

Rimane il mistero, ma restano comunque chiare tracce dell’attività poetica di Everett e alcune sue incisioni che raccontano di un amore travolgente per la natura, forse un amore talmente forte da spingerlo ad annullare la sua identità mescolandosi con la cosa selvaggia.

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“Non sono ancora stanco della vita selvaggia, anzi apprezzo sempre più la sua bellezza e l’esistenza errante che conduco. Preferisco la sella al tram e il cielo stellato al soffitto, preferisco il sentiero oscuro e difficoltoso verso l’ignoto alla strada asfaltata, e la pace profonda del selvaggio allo scontento generato dalle città.”

E’ questo il passaggio che colpisce la nostra immaginazione e spinge a formulare una domanda: cosa porta un giovane uomo a isolarsi al punto tale da decidere di perdersi per sempre?

La questione ha strette relazioni con il concetto di identità, anche nella scelta di Henry David Thoreau è possibile cogliere lo stesso elemento, in quel caso il rifiuto di una condizione umana artefice di un sistema di produzione industriale che la rende schiava, prima in fabbrica e poi nelle vesti di consumatore. All’identità dell’uomo industriale o post industriale si contrappone l’identità dell’uomo naturale, l’uomo che sta con e nella natura e non l’uomo che crede di potersi realizzare contro la natura.

“La vita che conduce gran parte della gente mi ha sempre lasciato insoddisfatto e ho sempre desiderato vivere più intensamente e con pienezza.”

Sono proprie di questi tempi la discussione sugli effetti negativi di un secolo, il novecento, sulla sostenibilità del pianeta e le polemiche sul ruolo dei geometri e degli ingegneri nella cementificazione del territorio e la distruzione del paesaggio.

Il senso del messaggio di Everett Ruess, forse, è solo quello di aver dissentito con largo anticipo con un processo di cui evidentemente, come poeta e pittore coglieva i segnali deboli, la sua scomparsa quindi è la metafora della scomparsa di un tipo di uomo, l’uomo naturale, un’uscita di scena silenziosa e rispettabile, molto simile a quella degli antichi Dei.

“La bellezza intorno a me è sufficiente.”

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Jean Clair. Medusa


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L’immagine della spaventosa bellezza androgina di Medusa creazione di Tonino Cortese, noto scultore lucano al quale è caro il mito greco, è forse il modo migliore per introdurre alcune riflessioni sull’originale contributo di Jean Clair, intitolato appunto Medusa.

Chi era la Medusa di antica memoria? Un mostro, una delle tre Gorgoni.

Gli uomini che la incontravano e incrociavano il suo sguardo erano trasformati in pietra. Perseo l’avvicina dormiente e la uccide decapitandola, usando lo scudo come specchio per respingere l’aggressione dello sguardo.

Questo riporta il mito. Jean Clair invece elegge la Medusa a simbolo di un mondo arcaico, divinità che incarna il disordine e il caos e rimanda “come Artemide e Dioniso a quei periodi di oscillazione tra cultura e barbarie, vita e morte” che sempre hanno contraddistinto la storia umana, anche se poi annota come l’arte, nel tempo, abbia contribuito a rendere il suo aspetto esteriore più umano, quasi dolente, una sorta di antropomorfizzazione del mostro, un modo per rendere il suo ricordo piacevolmente neutrale.

Medusa è invece la rappresentazione della natura, delle sue forze più oscure e ostili al genere umano, e quando le epoche perdono il filo della ragione, appare nella sua versione originaria e terrificante.

“Non si tratta più di antropomorfizzare la natura, bensì di affrontare la naturalizzazione dell’uomo. Non è più l’uomo a guardare la natura e ordinarla: è la natura in quanto radicalmente altra dall’uomo, a guardarlo e pietrificarlo, a trasformarlo in foglie, fronde, fiori, ghiaia, rocce.”

Questo è il passaggio ove conduce lo sguardo di una Medusa improvvisamente ritrovata e, anche, forse, un tema di riflessione sul perché oggi, ogni volta che subiamo l’effetto di fenomeni atmosferici, inevitabilmente affondiamo.

La razionale e pacata serenità con la quale, in passato, affrontavamo gli eventi straordinari ha lasciato il posto all’ansia verso le manifestazioni del prevedibile ordinario e anche se esse sono preannunciate da accurate prescrizioni provocano apprensione.

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Le ragioni sono molte, e non si sbaglia a scrivere che in noi sia tornata la paura del naturale, anche perché l’ordine prodotto dal lavoro dell’uomo si è dimostrato apparente. Le campagne coltivate sembrano composizioni geometriche, i fiumi domati dalla pulizia del cemento, i laghi contornati da dighe, e proprio quelle geometrie, ordinando il presunto caos preesistente, hanno reso possibile la definitiva scomposizione della certezza, tramite alluvioni, esondazioni, terremoti, smottamenti, incendi.

Lo sfruttamento della natura non poteva essere infinito, l’uomo ha scelto di allontanarsi dalle campagne, dai boschi e dalle foreste, la paura è solo un dolce richiamo dell’ancestrale appartenenza.

“Il mondo moderno, come avevano scritto Nietzsche e Schopenhauer, rimane abitato dal ricordo, tenace come un rimorso, dei demoni e degli dei; è compito del poeta, del pittore o del filosofo, resuscitarne la presenza.”

Non è opportuno uccidere il mostro per paura di specchiarsi in lui, facendolo si finisce per uccidere noi stessi, come rammenta il ritratto di Dorian Gray, ciò che talvolta pare mostruoso è solo un’altra faccia, quella oscura, dell’azzurro del cielo, quindi, semplicemente, il prezzo da pagare alla bellezza.

Jean Clair racconta che i contemporanei di Jackson Pollock, “giocando sull’omofonia del suo nome e della sua tecnica con il nomignolo del celebre assassino londinese Jack The Ripper (Jack lo squartatore), l’avevano soprannominato Jack The Dripper (Jack lo sgocciolatore).”

Una battuta d’atelier che rivela il disagio della civiltà verso un’arte che allude al movimento e ai gesti della natura, ma anche il disagio dell’arte stessa per il degrado moderno della sua immagine.

“Il dripping di Pollock non è altro che il sangue gocciolante della testa mozzata di Medusa che disegna l’aleatoria figura della nostra perdizione.”

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Marino Magliani. La spiaggia dei cani romantici

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Negli anni ottanta eravamo tutti un po’ reduci, il decennio precedente si era chiuso con il piombo e il sangue e nessuno aveva più voglia di pensare e credere al mito di ottobre, tanto meno quelli che avevano scelto la strada più facile, la socialdemocratica applicazione delle magnifiche sorti carrieristiche dei padri sessantottini.

In Italia avevamo appena avuto gli anni di piombo, alcuni ragazzi erano morti, altri avrebbero trascorso lunghi periodi nelle patrie galere; in Argentina era successo di peggio, una generazione bruciata e buttata ai pesci e chi si era borghesemente distinto, massacrato dai Gurkha della Regina nelle trincee di Port Stanley Falkland islands o Puerto Argentino Malvinas. Laggiù alla sporca guerra dei desaparecidos era succeduta la guerra stupida delle Falkland.

A proposito. Ricordo a Milano una manifestazione, di ciò che rimaneva della cosiddetta sinistra rivoluzionaria, a favore delle Malvinas Argentinas. Mi ero chiesto, ma non l’ha decisa la giunta militare questa guerra? I Videla, i Viola, i Galtieri gli stessi che hanno ucciso ventimila persone come voi? La risposta, direbbe Bob Dylan, si è persa nel vento, il fumo del passato.

Torniamo agli anni ottanta insieme a Marino Magliani e al suo bel libro La spiaggia dei cani romantici. C’è Italia nel libro, terrazze liguri di confine con l’Appennino alle spalle, profumi di macchia mediterranea, anche Argentina, una terra da lasciare e poi ritrovare forse famosi, c’è la Costa Brava e quindi la Spagna, precisamente Lloret de Mar, comune della provincia di Girona, Catalogna e infine l’Olanda, dove Marino vive.

I protagonisti sono i Chicos piola, splendidi ragazzi che animano la vita notturna della località balneare, sono i promoter delle discoteche, gli animatori turistici, in generale tutti componenti del mondo votato al divertimento e all’eccesso che proprio in quegli anni finisce di essere semplice svago e diventa industria.

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Improvvisamente e senza far rumore, il pensiero e le idee utopiche lasciano spazio ai corpi, è il corpo il grande protagonista degli anni ottanta, e chi, come noi, a quel tempo, era giovane prova ancora l’ebbrezza della liberazione, un viaggio senza limiti, attraverso se stessi, alla scoperta di chi eravamo davvero.

Così i movimenti inconsulti delle notti, il sonno complice negli anfratti delle rocce, la sabbia tra le dita dei piedi e sulle mani diventano colla che si attacca alla vita e alla vita finisce per dare più significato del rumore, in buona parte subito, del decennio precedente. Accade, che in quella presunta follia collettiva, giovani uomini e donne si amino e ciò, che al momento, pare come un fatto episodico e passeggero rimanga invece profondamente scolpito nella intimità plurale, inciso per sempre.

La televisione olandese trent’anni dopo riscopre un’epoca che la cultura europea aveva sbeffeggiato e sottovalutato, qualcuno infatti l’aveva battezzata usando l’epiteto di edonismo reaganiano, e al di fuori dello spettacolo scopra ancora donne e uomini veri, gente che riesce a vivere in modo autentico, alcuni persino contro, godendo in silenzio della loro personale rivolta.

Ricordo negli anni ottanta le discoteche di Iesolo, Sliema, Taormina e gli sguardi sicuri dei Chicos piola che vivevano laggiù, le loro camice di seta, la pelle ambrata e decine di donne intorno. Purtroppo ero fuori tempo perché mi svegliavo all’alba e andavo a caccia di pesci argentati. Hemingway era morto da decenni ma per una strana ragione viveva ancora dentro di me e non potevo farci niente.

Comunque ho visto abbastanza per ritrovare nelle pagine di Marino Magliani la stessa musica e l’energia chiara del tempo, una cosa è certa: eravamo tutti diventati romantici, cani forse lo siamo sempre stati.

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Franco Arminio. Geografia commossa dell’Italia interna

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Le filosofie dell’ottocento hanno prodotto modelli sociali per lo più utopici che nel secolo successivo hanno portato l’umanità a credere e a impegnarsi in tentativi di realizzazione risultati impossibili e spesso tragicamente fallimentari, oggi invece il pensiero del mondo è semplicemente diviso tra chi crede nella sostenibilità del pianeta e chi invece non ci crede.

Non è una questione ideologica, come si potrebbe supporre utilizzando modelli di riferimento novecenteschi, sono posizioni basate l’una su dati di fatto e l’altra, quella negazionista, sul disconoscimento di fattori ormai incontrovertibili. Scomparsi i modelli sociali alternativi è rimasto in vita soltanto un modello di sistema, tale modello è fondato sullo sviluppo delle società tramite lo sfruttamento delle risorse naturali, comprendendo in questo vasto insieme, uomini, cose, natura.

A pensarci bene è un modello piuttosto primitivo elevato però alla massima potenza e oggi trasferito su scala mondiale. La scelta di campo più facile è sempre quella di preservare la continuità ed è ovvio che gli Stati che hanno maggiormente sostenuto o incarnato lo spirito del capitalismo neghino che esistano limiti al suo processo di sviluppo. Questa la ragione per cui la tesi che il pianeta non sia più sostenibile viene respinta.

I libri di Franco Arminio, esponente di punta di un movimento che definiremmo paesologico, possono aiutarci a riflettere su questioni ormai centrali per la vita di tutti noi e anche a immaginare muovi modelli di sviluppo che, prendendo spunto dalle antiche comunità, non si limitino a disegnare percorsi nostalgici ma a prefigurare innovative modalità di relazione.

Sono i paesi contemporanei l’oggetto della ricerca, catalizzatori di una mozione degli affetti che viene dalla consapevolezza di non potersi limitare solo al dire o allo scrivere ma, soprattutto, a un nuovo fare.

“Al mio paese la vita comunitaria non è fatta più di niente. Se non fosse per qualche rancoroso incallito che ancora milita in piazza, si potrebbe dire che non c’è più niente, solo case e macchine che vengono spostate da un posto all’altro.”

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“(…) una bolla antropologica in cui le persone avevano mandato in giro la loro ombra, come se nessuno potesse più calcare la scena del mondo coi suoi piedi, col suo cuore.”

La constatazione, attraverso l’osservare, che i paesi non siano più i piccoli centri di un tempo, avendo perduto la dimensione della centralità di quando intorno c’era e si sviluppava un lavoro centrato sulla natura, rafforza la convinzione che siano diventati una sorta di indistinta periferia di un centro lontano, periferia spesso degradata e priva di una propria identità anche sotto il profilo culturale.

“La società dello spettacolo di cui parlavano i situazionisti ha ceduto il posto allo spettacolo senza società…la società non c’è più” ed è solo allo spettacolo che si aggrappano ormai i paesi spaesati, alle feste del patrono, alle sagre estive frequentate da personaggi di primo e secondo piano delle televisioni nazionali, confermando ancora una volta di essere semplicemente propaggini, piccole piattaforme utili solo a far rimbalzare una eco.

La speranza è racchiusa nella ineluttabilità dell’azione.

“Possiamo ripartire da piccole comunità provvisorie, possiamo ripartire dai luoghi e da assonanze pazientemente cercate e costruite. Il lavoro della cultura oggi è un esercizio di microchirurgia, si tratta di ricucire nervi tranciati, tessuti lacerati.”

Quindi la ripartenza di una concezione del mondo come organismo vivente può prendere spunto dalla cognizione dei suoi dolori, organizzando modalità di nutrimento contrapposte alle attuali pratiche di prelievo, spesso selvaggio, delle risorse naturali. Il tessuto sociale che supporta queste dinamiche va ricostruito partendo dalla base, attraverso l’elaborazione e la realizzazione di un nuovo concetto di paese e di comune.

E’ dai paesi che bisogna ripartire.

“Bisogna intrecciare in ogni scelta importante competenze locali e contributi esterni. Intrecciare politica e poesia, economia e cultura, scrupolo e utopia.”

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Evelyn Rydz. Fenomenologia del residuo

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Evelyn Rydz è un’artista statunitense, nata a Miami e Master alla Scuola del Museum of fine arts di Boston, che, a partire da sue fotografie, crea disegni di oggetti e luoghi che hanno vissuto variazioni significative o sono dentro processi di trasformazione.

Negli ultimi anni ha visitato, in particolare,  luoghi costieri rilevando e documentando i molti oggetti di scarto disseminati sul terreno. L’interesse per le storie degli oggetti si coniuga con la ricerca sui processi di delocalizzazione umana e così facendo ne viene fuori un racconto visivo in cui è minutamente descritto il destino di oggetti utili nel recente passato divenuti presto residui del presente e pezzi involontari di paesaggi lontani.

“Ho camminato per giorni attraverso enormi quantità di detriti e sabbie di plastica sentendomi come un archeologo che rinviene i residui della storia contemporanea.”

La ricerca di Evelyn Rydz ricorda fortemente il paradosso dell’eccesso decritto da Georges Bataille, cioè il fatto che al massimo della produzione corrisponda sempre il massimo della perdita.

La nozione di dépense e in particolare la già rammentata usanza nordamericana del potlatch; un dono reciproco finalizzato a una restituzione di maggiore entità. Ma il potlatch, pur essendo un buon esempio di dispendio non libera gli oggetti dalla schiavitù dell’utile, perché il dono nasce da una prospettiva di interesse.

Esiste un’esperienza più radicale, che sottrae completamente gli oggetti alla dimensione del consumo produttivo, annullando totalmente il loro valore d’uso, è il sacrificio, la distruzione della cosa come oggetto di consumo utile e produttivo.

Il sacrificio dell’oggetto cambia profondamente l’intima natura della cosa stessa. Non stiamo parlando di una sorta di morfologia del rimpianto, ma della nascita di un rapporto nuovo tra soggetto e oggetto, il sacrificio, infatti, accede all’intimità della cosa, al suo essere più nascosto, sottraendola allo stato di alienazione in cui la logica dell’utile l’aveva ridotta.

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Il cambio di natura dell’oggetto attraverso la sua trasformazione in scarto e residuo modifica completamente la qualità delle relazioni tra uomo e cosa, adesso la cosa è spazzatura e l’etichetta stinta acuisce il senso di disprezzo per ciò che è residuale, ma la sua de-contestualizzazione acquista un valore sacrale.

Evelyn racconta storie di percorsi casuali di oggetti residuali, sacrificati dal consumo dell’uomo, il mare è un’ambientazione efficace, perché l’acqua scorre e trasporta le cose cambiando non solo la loro essenza ma anche il modo di presentarsi.

Il suo lavoro comincia sempre con la fotografia, fotografa oggetti e luoghi che hanno subito variazioni significative, classifica, riorganizza, e spesso inserisce queste immagini in nuovi paesaggi. Una componente essenziale del suo lavoro è esplorare i dettagli. Studiare gli oggetti, così come li trova, indagando su ogni aspetto.

“I dettagli degli oggetti sono come cicatrici e rughe che contengono infinite informazioni sul loro passato”.

I disegni che appartengono alla collezione Naufraghi riguardano oggetti che sono stati persi, abbandonati, o sconfitti dal mare. Evelyn è attratta dalle mutazioni che la natura e il mare creano sulle cose, modificandole e in qualche caso mimetizzandole.  Un pezzo di schiuma isolante, luminosa blu, con cirripedi cresciuti su di un lato o una lattina di birra arrugginita, coperta di alghe e conchiglie. I disegni si concentrano sui dettagli dell’oggetto rinvenuto, la sua struttura, la superficie alterata, colore e dimensione, definendo una nuova identità.

Il secondo gruppo di disegni, Isole alla deriva, mette insieme oggetti trovati e frammenti di immagini di luoghi disparati o isole lontane. Il richiamo del mare e la grande letteratura, o le ricerche di Darwin, fino a serie televisive di successo come Lost.

Fondendo osservazione e immaginazione, i disegni ragionano su sostenibilità e ambiente e cercano di rispondere a una difficile domanda: come saranno i paesaggi del futuro?

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Judith Schalansky. Atlante delle isole remote

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La critica ha sostenuto la tesi che Joseph Conrad avesse ambientato Cuore di tenebra in un’ansa del fiume Congo, perché il centro d’Africa rappresentava ai suoi tempi la faccia nascosta della coscienza dell’Occidente. Animalità contrapposta alla modernità e arcaico resistente sopraffatto dalla razionalità erano spunti che spingevano, se non a giustificare, almeno a comprendere gli orrori del colonialismo e della schiavitù.

Un viaggio nelle tenebre di un orrore pur sempre umano, dentro il quale nemmeno la morte poteva mettere in discussione lo stato delle cose sfuggendo ai contorni della dimensione umana quindi anche della civiltà e del progresso.

Proviamo invece a immaginare un viaggio diverso, fatto da una giovane donna che vive in un paese dal quale è impossibile uscire, perché è vietato e l’unica possibilità che le rimane è viaggiare con la fantasia.

Scopre così che le carte geografiche politiche sono destinate a divenire obsolete in fretta mentre la geografia fisica, che rappresenta la terra, le montagne, i fiumi, i laghi e i mari è per certi versi immutabile, almeno ai nostri occhi.

Se capita di nascere e vivere in un paese del genere l’espressione dei desideri di gran parte delle persone finisce per orientarsi in due modi, o accettando lo stato di fatto e quindi desiderando solo il possibile, oppure non accettando le condizioni esistenti e quindi desiderando l’apparentemente impossibile.

Nel secondo caso, quello che ci interessa, è  auspicabile un cambiamento dell’assetto socio-politico perché altrimenti, lentamente, viene, nelle persone, a affievolirsi il trasporto emotivo verso la propria terra essendo evidente che è proprio il vincolo territoriale a precludere la dinamica delle opportunità.

A questo punto prende corpo un processo mentale che porta l’uomo a cercare un’altra terra ove realizzare i suoi sogni, un luogo nuovo e più adatto alle sue esigenze, avviene nell’individuo una delocalizzazione del desiderio.

Judith Schalansky con il suo Atlante delle isole remote fa un passo ulteriore, infatti è certamente vero che non basta sognare una nuova terra ma bisogna conoscerla e così il suo viaggio alla ricerca di punti sperduti negli spazi bianchi della cartografia diventa anche un percorso di comprensione e documentazione.

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Marc Augé definisce “non luoghi” i crocevia della contemporaneità, aereoporti, centri commerciali, autostrade ambiti nei quali l’esperienza umana non si coagula e si determina nel contempo una sorta di irrilevanza linguistica.

Anche le isole remote di Judith Schalansky sono “non luoghi” ma di tutt’altra natura, infatti sono non luoghi primigeni, ovvero lembi di terra a cui è estranea persino la cognizione del genere umano, invisibili passaggi terrestri aperti sullo spazio impensabile del nulla preesistente.

Nell’Isola di Takuu in Nuova Guinea è la terra stessa a scomparire lentamente sommersa dalle acque, i vecchi non credono che accadrà davvero e i giovani, incoscienti e rassegnati, passano le giornate a bere succo di cocco fermentato al sole; la trasvolatrice dell’Atlantico Amelia Earharth doveva fare tappa sulle coste della piccola isola di Howland, Isole della Fenice, per rifornirsi, ma non è mai arrivata, sparita anche dietro la linea virtuale dell’ultimo fuso orario, quello del giorno prima; Sarah Joe è la barca di Scott Moorman, un giovane americano che ha deciso di lasciare il continente per una nuova vita alle Hawaii, la trovano dopo anni sulle spiagge deserte dell’isola di Taongi alle Marshall, vicino c’è la tomba improvvisata di Scott, nessuno sa perché sia finito lì e neppure chi l’abbia pietosamente seppellito.

“Chi apre le pagine di un atlante non si limita a cercare i singoli posti esotici, ma desidera smodatamente tutto il mondo in una sola volta. Il desiderio crescerà sempre di più, e sarà più grande della soddisfazione ottenuta attraverso il raggiungimento di ciò che si è tanto agognato. Ancora oggi preferisco un atlante a ogni guida di viaggio”.

Il fascino del niente spesso ci ricompensa con il nulla, i punti appena accennati sulle mappe sono snodi di un percorso fantastico che, indagando, prende lo spunto dal connubio della dislocazione del desiderio con le ragioni della libertà estrema nella solitudine, bisogna rammentare comunque che l’assenza non nasce solo da motivazioni fisiche e geografiche ma è spesso strettamente legata alla voglia di perdersi.

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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