Paul Gauguin. Noa Noa

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Tra le righe di Noa Noa, in trasparenza, emerge l’immagine sfuocata di Vincent Van Gogh, non una semplice allusione ma una presenza impalpabile che si agita come uno spettro inquieto nel desiderio di Paul Gauguin di scoprire e vivere una vita originale, diversa da quella vissuta.

Ad Arles, nell’atelier du sud, Vincent aveva mostrato all’amico la sua terribile verità, non era un pittore normale ma un uomo capace di cogliere l’energia della natura e di riportarla su tela. Il suo sguardo riusciva a catturare i processi viventi proprio come una moderna telecamera e poi a riprodurli sequenza dopo sequenza.  Oggi si direbbe in realtà aumentata, perché un girasole impiega alcuni giorni a fiorire e a sbocciare e noi siamo in grado solo di coglierne la forma momentanea non l’energia e il movimento. Vincent invece poteva, quella era la sua forza e al tempo stesso la sua condanna.

Catturare il movimento significa anche constatare il processo di disfacimento delle dinamiche vitali, gettare lo sguardo non tanto sull’attuale stato dell’essere ma piuttosto sul futuro e, al tempo stesso, riuscire a cogliere la differenza e anche il segno marcato della progressiva disgregazione.

Lo sguardo di Van Gogh andava dritto al confine tra la vita e la morte e così, sul proscenio dell’annullamento, l’uomo Vincent faceva a pezzi le cose e i corpi, a cominciare dal suo.

Dopo quella terribile liaison Gauguin aveva il forte bisogno di ricominciare, in qualche modo di ripartire da zero, come pittore ma soprattutto come uomo.

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Noa Noa è il diario di una rinascita, della scoperta della purezza della vita fuori dalle convenzioni della civiltà occidentale, un ritorno a un mondo antico ove vivono divinità con nomi di rocce e di animali, dove l’amore e l’amicizia sono doni e non un prestito a titolo oneroso.

“La sera a letto parliamo a lungo e spesso con grande serietà. Cerco nell’anima sua bambina le tracce del passato lontano, socialmente morte, e le mie ricerche trovano risposta. Forse gli uomini, sedotti dalla nostra civiltà e asserviti alla nostra conquista, hanno dimenticato. Gli dei d’un tempo si sono assicurati un posto nella memorie delle donne.”

La vita e i dialoghi con Tehura, la sua giovanissima compagna tahitiana, portano Gauguin alla scoperta di un mondo che sembrava scomparso, lentamente e in modo inconsapevole riaffiora un sentimento di libertà profonda.

“E non ho più coscienza dei giorni e delle ore, del male e del bene. La felicità è totalmente estranea al tempo che ne sopprime la nozione e tutto è bene quando tutto è bello.”

Scrive poco di pittura, ma appare evidente quanto sia importante per la sua vita e quindi anche per la sua pittura questo mondo antico di bellezza e paure irrefrenabili, in cui l’uomo e la donna sono dati alla natura e la natura ne dispone.

“Tehura era a momenti seria e amabile, a momenti folle e frivola, due esseri in uno, molto diversi tra loro che si succedevano all’improvviso con sconcertante rapidità. Non era affatto mutevole, era doppia: il bambino di una razza vecchia.”

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Marino Magliani. La spiaggia dei cani romantici

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Negli anni ottanta eravamo tutti un po’ reduci, il decennio precedente si era chiuso con il piombo e il sangue e nessuno aveva più voglia di pensare e credere al mito di ottobre, tanto meno quelli che avevano scelto la strada più facile, la socialdemocratica applicazione delle magnifiche sorti carrieristiche dei padri sessantottini.

In Italia avevamo appena avuto gli anni di piombo, alcuni ragazzi erano morti, altri avrebbero trascorso lunghi periodi nelle patrie galere; in Argentina era successo di peggio, una generazione bruciata e buttata ai pesci e chi si era borghesemente distinto, massacrato dai Gurkha della Regina nelle trincee di Port Stanley Falkland islands o Puerto Argentino Malvinas. Laggiù alla sporca guerra dei desaparecidos era succeduta la guerra stupida delle Falkland.

A proposito. Ricordo a Milano una manifestazione, di ciò che rimaneva della cosiddetta sinistra rivoluzionaria, a favore delle Malvinas Argentinas. Mi ero chiesto, ma non l’ha decisa la giunta militare questa guerra? I Videla, i Viola, i Galtieri gli stessi che hanno ucciso ventimila persone come voi? La risposta, direbbe Bob Dylan, si è persa nel vento, il fumo del passato.

Torniamo agli anni ottanta insieme a Marino Magliani e al suo bel libro La spiaggia dei cani romantici. C’è Italia nel libro, terrazze liguri di confine con l’Appennino alle spalle, profumi di macchia mediterranea, anche Argentina, una terra da lasciare e poi ritrovare forse famosi, c’è la Costa Brava e quindi la Spagna, precisamente Lloret de Mar, comune della provincia di Girona, Catalogna e infine l’Olanda, dove Marino vive.

I protagonisti sono i Chicos piola, splendidi ragazzi che animano la vita notturna della località balneare, sono i promoter delle discoteche, gli animatori turistici, in generale tutti componenti del mondo votato al divertimento e all’eccesso che proprio in quegli anni finisce di essere semplice svago e diventa industria.

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Improvvisamente e senza far rumore, il pensiero e le idee utopiche lasciano spazio ai corpi, è il corpo il grande protagonista degli anni ottanta, e chi, come noi, a quel tempo, era giovane prova ancora l’ebbrezza della liberazione, un viaggio senza limiti, attraverso se stessi, alla scoperta di chi eravamo davvero.

Così i movimenti inconsulti delle notti, il sonno complice negli anfratti delle rocce, la sabbia tra le dita dei piedi e sulle mani diventano colla che si attacca alla vita e alla vita finisce per dare più significato del rumore, in buona parte subito, del decennio precedente. Accade, che in quella presunta follia collettiva, giovani uomini e donne si amino e ciò, che al momento, pare come un fatto episodico e passeggero rimanga invece profondamente scolpito nella intimità plurale, inciso per sempre.

La televisione olandese trent’anni dopo riscopre un’epoca che la cultura europea aveva sbeffeggiato e sottovalutato, qualcuno infatti l’aveva battezzata usando l’epiteto di edonismo reaganiano, e al di fuori dello spettacolo scopra ancora donne e uomini veri, gente che riesce a vivere in modo autentico, alcuni persino contro, godendo in silenzio della loro personale rivolta.

Ricordo negli anni ottanta le discoteche di Iesolo, Sliema, Taormina e gli sguardi sicuri dei Chicos piola che vivevano laggiù, le loro camice di seta, la pelle ambrata e decine di donne intorno. Purtroppo ero fuori tempo perché mi svegliavo all’alba e andavo a caccia di pesci argentati. Hemingway era morto da decenni ma per una strana ragione viveva ancora dentro di me e non potevo farci niente.

Comunque ho visto abbastanza per ritrovare nelle pagine di Marino Magliani la stessa musica e l’energia chiara del tempo, una cosa è certa: eravamo tutti diventati romantici, cani forse lo siamo sempre stati.

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Piero Gaffuri. Korallo

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Si ispira alla tragedia dei Desaparecidos argentini “Korallo” (Editori Internazionali Riuniti, pp.153, 12 euro), il nuovo romanzo di Piero Gaffuri. Al centro della narrazione il dramma personale di GiulioWeber, professore di liceo in un piccolo paese tra le montagne dell’Appennino centrale, che nasconde il doloroso segreto di un amore perduto, Olga, scomparsa per sempre in un’alba di un’estate argentina, come decine di migliaia di suoi giovani connazionali.

Il ricordo e lo schiacciante senso di colpa riaffiorano dopo vent’anni, portandolo a svelare la sua tragedia personale, aiutato dalla moglie, gli amici e dal nuovo parroco del paese. Uno snodo fondamentale del racconto quasi catartico: il dolore si stempererà attraverso il calore della comunità in un passaggio hegeliano dall’ “in sé” al “per sé”, dalla sfera individuale a quella collettiva, riaprendo un percorso che sembrava definitivamente chiuso e facendo inaspettatamente ritrovare quel fiore di corallo che anni addietro aveva suggellato un amore.

Il romanzo “Korallo” conferma l’eclettismo di Gaffuri, autore capace di coniugare letteratura e temi di interesse sociale in un connubio che sfocia in una scrittura armoniosa e allo stesso tempo forte, dove la potenza della vicenda individuale è rafforzata dalle circostanze storiche da cui è scaturita.

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Non a caso il personaggio di Olga, l’amata a cui il giovane Giulio aveva regalato una rosa di corallo, è liberamente ispirato alla storia di Monica Maria Candelaria Mignone (figlia del cattolico progressista argentino Emilio F. Mignone, fondatore del Centro de Estudios Legales y Sociales) desaparecida il 14 maggio 1976 a soli 24 anni, il cui ‘crimine’ è stato quello di insegnare nella baraccopoli argentine, dove vivevano migliaia di famiglie in condizioni precarie.

La stessa catarsi del passaggio dalla tragedia individuale all’atto di coraggio della denuncia attraverso la collettività (il ‘per sé’) si rifà alle Madri di Plaza de Mayo, che sono scese in piazza con i loro fazzoletti bianchi sfidando l’autorità e rendendo nota la vicenda dei figli desaparecidos.

Un romanzo intenso che parla di un’assenza quasi incomunicabile, di segni perduti e dolorosamente ritrovati. Piero Gaffuri ha pubblicato tre romanzi presso la casa editrice Marsilio: Apnea (1999), Il corsaro (2002), Il sorriso del vento (2006). A essi vanno aggiunti la piéce teatrale Il mare racconta (2007) e la raccolta di poesie Una nave impazzita (Il foglio letterario, 2009). Nel 2011 e nel 2013 escono per Lupetti i saggi Web Land. Dalla televisione alla metarealtà e Blog Notes. Guida ibrida al passato presente.

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Egon Schiele. 24 giorni di prigione

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Il 13 aprile del 1912 il giovane pittore austriaco Egon Schiele viene arrestato dalla polizia e gendarmeria di Neulengbach e successivamente tradotto nel carcere di St. Polten; dopo un periodo di detenzione preventiva di ventiquattro giorni viene condannato a tre giorni di reclusione.

Cosa è accaduto? Come mai uno dei più importanti pittori austriaci, gli altri sono Gustav Klimt, più anziano di una generazione, e Oskar Kokoschka, viene arrestato?

La vicenda prende il via da un malinteso. Una giovane ammiratrice del pittore è sorpresa da una bufera e ospitata nella casa di Egon e visto il brutto tempo non si può fare altrimenti. La ragazza, durante la permanenza, rimane sempre  in compagnia della modella che lavora con Schiele. Il giorno dopo giunge alla casa  il padre, al quale Egon spiega l’accaduto. Intanto, la ragazza, che evidentemente non amava vivere in famiglia, finge di suicidarsi, per fortuna tutto si risolve positivamente e padre e figlia alla fine se ne vanno.

La denuncia dell’uomo ha però messo in moto la gendarmeria e dà luogo a una perquisizione nell’atelier di Egon Schiele. Durante la perquisizione i gendarmi trovano, in una cartella, alcuni disegni erotici. “Questi disegni sono osceni, devo portarli in tribunale. Le faremo sapere in seguito” dice uno di loro andandosene.

Per qualche tempo non se ne sa niente, fino al giorno dell’arresto di Egon.

“…mi hanno messo in galera quei mascalzoni…E’ dunque possibile privare una persona della sua libertà, mettere in prigione un libero artista, uno di cui non si sa neppure se ha commesso il reato del quale lo si incolpa. In base a un sospetto, o peggio ancora: in base a una stupida denuncia, forse malevola o forse sconsiderata.”

Il diario della breve prigionia di Egon Schiele occupa gran parte del testo del Diario di Neulengbach, uno dei periodi più produttivi dell’artista, stroncato da una detenzione ingiusta e paradossale, pubblicato nel 1922, quattro anni dopo la morte del pittore a causa della influenza spagnola, da Arthur Roessler e a detta di alcuni interpreti piuttosto rielaborato dallo stesso Roessler.

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Ma ciò non toglie nulla all’enormità dell’evento e al danno che certamente ha provocato alla capacità creativa di Egon Schiele.

“…l’indagine sui «quadri pornografici» viene portata avanti. Per questo hanno dovuto mettermi in prigione? Il tribunale temeva che sarei fuggito? E’ una cosa troppo stupida!”

Alla fine, come commenta Egon, trascorre in prigione “ventiquattro giorni o cinquecentosettantasei ore”. L’indagine si sgonfia miseramente. “…ma io ho sofferto come un cane, in modo indicibile. Sono stato terribilmente punito senza una condanna.” Egon Schiele viene condannato a tre giorni di reclusione, ne ha scontati ventiquattro, per aver prodotto e diffuso disegni osceni e aver permesso che fossero visti da alcuni minorenni. Durante il dibattimento il giudice brucia in pubblico uno dei disegni.

“Autodafè! Savonarola! Inquisizione! Medioevo! Castrazione, trionfo dell’ipocrisia! – commenta Schiele nel suo diario – Allora andate nei musei e fate a pezzi le massime opere d’arte. Chi rinnega il sesso è un sudicione e infanga in modo più basso i genitori che l’hanno fatto venire al mondo.”

Questa vicenda, peraltro poco nota, mette in evidenza ancora una volta i guasti che una certa e presunta morale e il conseguente perbenismo possono provocare. Veri e propri attentati contro la libera espressione artistica. Tentazioni censorie che purtroppo, anche se ridimensionate, non sono ancora affatto spente.

Egon Schiele è stato uno dei più grandi pittori espressionisti del secolo scorso e come ricorda Rudolf Leopold “non fu soltanto un geniale disegnatore, fu anche un importante maestro del colore.”

A Schiele interessava soprattutto l’arte. “L’arte non può essere moderna, è eterna.”

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Haroldo Conti. Cuentos completos

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Mi scrive dall’Olanda l’amico Marino Magliani, traduttore e scrittore italiano, chiedendomi qualche informazione su Haroldo Conti.

E’ strano perché stavo proprio pensando di tornare sull’argomento proponendo questo libro.

Il ventuno di aprile del 1981 Gabriel Garcia Marquez scrive un articolo per il giornale El Pais dal titolo: “L’ultima e brutta notizia su Haroldo Conti”, il testo, oltre a essere riportato nel suo Taccuino di cinque anni (1980-84), diventa anche la prefazione al volume di Haroldo “Cuentos completos“, inediti in italiano, pubblicati all’estero in lingua spagnola dall’editore Bartleby.

Provo, anche per i miei lettori che già conoscono e amano Haroldo, a farne una rapida sintesi.

“A Haroldo Conti, che era uno scrittore argentino dei più grandi, giunse, nell’ottobre 1975 la notizia che le forze armate l’avevano iscritto in una lista di agenti sovversivi, le stesse indiscrezioni arrivarono anche da altri canali e nei primi mesi del 1976 la notizia era di dominio pubblico a Buenos Aires.

In quei giorni mi inviò una lettera a Bogotà nella quale era evidente il suo stato di tensione.

Marta e io viviamo praticamente come fuorilegge – diceva – nascondendo i nostri movimenti, i nostri domicili e parlando in codice e terminava: sotto c’è il mio indirizzo, se sono ancora vivo.

Viveva in una casa in affitto al 1205 di via Fitz Roy a Villa Crespo dove continuò a risiedere senza nessuna precauzione fino a quando, nove mesi dopo il primo avviso, a mezzanotte, una squadra di sei uomini armati lo aggredì e lo portò via bendato e legato mani e piedi, facendolo sparire per sempre”.

Haroldo Conti allora aveva cinquantun anni, aveva pubblicato sette libri eccellenti e non si vergognava del suo grande amore per la vita. La sua casa di città assomigliava a un ambiente rurale, un allevamento di gatti, colombe, cani, bambini e coltivazioni di verdure e fiori. Come tanti scrittori della nostra generazione era un lettore appassionato di Hemingway, le sue opinioni politiche erano note a tutti, la sua identificazione con la rivoluzione cubana  anche.

Quando Haroldo riceve il primo avvertimento viene invitato in Ecuador, ma non vuole lasciare la casa perché la moglie Marta sta per partorire. Nel febbraio del 1976 infatti nasce un maschio, gli danno nome Ernesto e Haroldo dice della sua casa: “Questo è il mio posto di combattimento, da qui non me ne vado”.

Una nota sfuggita ai suoi sequestratori perché scritta in latino.

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Il 4 maggio del 1976 Haroldo Conti lavora tutta la mattina nel suo studio terminando un racconto che aveva iniziato il giorno precedente: “Alla destra”, l’ultimo dei Cuentos completos. Poi mette giacca e cravatta  e si reca a scuola a insegnare. La sera, dopo molto tempo che non accadeva, Marta e Haroldo  decidono di andare al cinema a vedere il Padrino 2, lasciando a casa i figli in compagnia di un amico venuto da Cordova.

Quando rincasano, poco dopo la mezzanotte, apre loro la porta un uomo in abiti civili con una mitraglietta da guerra, dentro ci sono altri cinque uomini armati che li aggrediscono prendendoli a pugni e calci fino a stordirli. L’amico è incosciente a terra con il volto sfigurato dalle botte, i bambini nelle loro stanze addormentati con il cloroformio.

Haroldo e Marta vengono condotti in due stanze diverse, mentre il commando saccheggia tutti gli oggetti di valore, e sottoposti a un interrogatorio barbaro.

Marta, che ha un ricordo preciso di quella notte spaventosa, ricorda le domande che facevano a suo marito nella stanza vicina. Si riferivano a due viaggi che Haroldo aveva fatto all’Avana nel 1971 e nel 1974, in ambedue le occasioni come membro della giuria del Premio letterario La casa de las Américas, e gli imputavano, per quello, di essere una spia cubana.

Alle quattro della mattina uno degli aggressori ha un gesto umano e porta Marta nella stanza ove è trattenuto il marito, in modo che si congedi da lui. Ha il volto tumefatto e le mancano alcuni denti, l’uomo la conduce reggendola per un braccio perché ha gli occhi bendati. Un altro la prende in giro: “Porti la signora a ballare?”.  Haroldo si congeda con un bacio e Marta capisce che non è bendato. Una rivelazione terribile perché solo ai condannati è dato di poter guardare negli occhi i loro sequestratori. Quello è il loro ultimo incontro. Sei mesi dopo il sequestro, passando da un nascondiglio all’altro, Marta chiede asilo politico all’ambasciata cubana.

Garcia Marquez racconta ancora: “Dopo il sequestro quattro importanti scrittori argentini inviarono a Videla una petizione, erano Jorge Luis Borges, Ernesto Sabato, Alberto Ratti, presidente dell’associazione degli scrittori, e padre Leonardo Castellani. Padre Castellani all’epoca aveva ottant’anni, era stato il maestro di Haroldo e pregò Videla di consentirgli di incontrare il suo allievo in carcere. Anche se non vi sono notizie certe su quest’incontro pare che padre Castellani abbia visto Haroldo l’otto luglio del 1976 nel carcere di Villa Devoto, trovandolo in uno stato di prostrazione tale da non poter nemmeno conversare con lui”.

Un testimone sfuggito ai garages e alle caserme, che aveva condiviso con Haroldo la prigione presso il campo clandestino della Brigata Goemez nei pressi di Baires, disse che “Haroldo Conti era rinchiuso in una cella di due metri per uno con il pavimento di cemento e la porta di metallo. (…) e prima di scomparire stava molto male”.

Haroldo, sappiamo, non è più tornato. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto a ammettere il suo omicidio, probabilmente Conti è stato gettato in mare come molti suoi connazionali.

Restano la sua bella storia, i racconti di questa raccolta. Speriamo davvero che un editore italiano voglia pubblicarli ridando vita a un grande scrittore del 900.

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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Gino Severini. Vita di un pittore

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La vita di un pittore è il titolo dell’autobiografia di Gino Severini, un racconto avvincente che prende il via dalla sua fanciullezza a Cortona in casa di un nonno mastro muratore e della nonna tessitrice, una giovinezza contraddistinta dalla povertà e dall’espulsione da tutte le scuole del regno per aver rubato, insieme ai compagni, i temi destinati agli esami di licenza media.

Severini è stato un grande pittore italiano della prima metà del secolo scorso, firmatario del Manifesto futurista di Marinetti, in realtà più parigino che italiano, grazie alla lunga permanenza nella capitale di Francia, e non a caso il primo capitolo della autobiografia s’intitola Cortona Parigi via Roma.

Vi sono in questo lungo racconto di vita alcuni elementi che fanno riflettere, il primo è senza dubbio il rapporto dell’uomo con le difficoltà della vita di pittore.

Una situazione di permanente indigenza ove è difficile trovare i denari per pagare l’affitto di casa e dello studio, spesso anche le risorse per mangiare, ciononostante si va avanti sorretti da una fede cieca nelle proprie possibilità artistiche, anche se i risultati non arrivano e i quadri non si vendono. E’ l’amore profondo per l’arte che porta a superare difficoltà apparentemente insormontabili e anche l’amore per il vivere libero.

Quando Severini sposa la giovanissima Jeanne, decide di raggiungere Pienza, dove vivono i suoi genitori. Il padre usciere in una piccola pretura, conduce una vita molto modesta, da subito Gino si preoccupa dell’incontro tra la moglie e la famiglia di origine e dei possibili guasti che anche un periodo di breve convivenza con i genitori avrebbe potuto arrecare al suo matrimonio.

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“Jeanne non aveva paura della miseria, l’aveva sempre vista intorno a sé, ma bisogna dire che la miseria degli artisti non è come quella di un piccolo impiegato è tutta un’altra cosa”.

Basti ricordare l’arrivo di Severini a Parigi, anni prima, senza un soldo, solo cinquanta centesimi in tasca, misero e disarmato, non conosceva nessuno, parlava malissimo la lingua e professionalmente non era ancora nulla, né un copista e neppure un disegnatore, tuttavia era di stato d’animo allegro, felice, e così, rammentando il consiglio di uno scultore inglese conosciuto a Roma, prese un tram dipinto di bianco per Montparnasse.

“L’artista è grandioso, internamente ricco, e mai schiacciato anche nella miseria; inoltre, da un momento all’altro, non fosse che per un giorno o anche meno, può divenir ricco; mentre l’impiegato quando è povero lo è irrimediabilmente, senza speranza, sostanzialmente e apparentemente”.

Queste considerazioni di Severini nascono dalla consapevolezza delle difficoltà, da parte della famiglia di origine, di comprendere la sua vita e le condizioni della sua nuova famiglia, ma hanno comunque un senso ampio e fanno riflettere sull’energia interiore dell’artista e sulla dinamica delle opportunità di cui è l’unico promotore.

Un altro aspetto riguarda le relazioni tra l’ambiente artistico parigino di quegli anni, ricchissimo di grandi presenze da Picasso a Braque, Matisse, Utrillo, Modigliani, Apollinaire e Gertrude Stein, tanto per citarne alcuni e quello italiano e in particolare con il movimento futurista guidato da Marinetti e animato dall’amico Boccioni con il quale Severini aveva trascorso il periodo romano.

Severini, che nella scomposizione delle forme si riteneva un allievo di Seurat, aveva un grande rispetto per la pittura nata a Parigi, per quella del suo tempo ma anche per la precedente, perché Parigi era il centro dell’arte mondiale, “materialmente e moralmente tutto convergeva lì”.

Per questa ragione, pur avendo sottoscritto il manifesto futurista, era perplesso di fronte ai comportamenti marinettiani che parevano sottostimare il valore dell’arte moderna e delle sue giovani tradizioni, contrapponendo una sorta di primato etnico, l’italianità, da salvaguardare nell’arte.

“I miei quadri, esposti tante volte da Rosemberg, vicini a quelli di Picasso e di Braque, erano italiani, come quelli di Braque erano francesi e quelli di Picasso spagnoli, e quelli di Modigliani non erano forse italiani? Si confonde troppo spesso anche oggi qualità etniche e provincialismo.”

Penso vi sia poco da aggiungere, se non riscontrare la chiaroveggenza di un autore cosmopolita ben in anticipo su quanto purtroppo sarebbe accaduto più tardi.

Del resto Severini, oltre che nelle sue opere, è anche straordinariamente efficace in questa sua dichiarazione spiazzante: “se uno storico amante di precisione aneddotica volesse oggi mettere un nome sul primo pittore che, dopo i bizantini, dipinse una forma direttamente ispirata dalla natura, sarebbe molto imbarazzato”.

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Philip Hoare. Leviatano ovvero la balena

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Riapriamo le nostre porte all’irrequietezza del mare, viaggiando con lo sguardo fin dove possiamo, attraverso le diverse tonalità di azzurro, respinti solo dal muro notturno e insuperabile della profondità.

Andiamo laggiù in compagnia di Philip Hoare, scrittore inglese, che in “Leviatano ovvero la balena”, racconta infinite storie, alcune personali, altre di scrittori e gente di mare, comunque tutte contraddistinte da un fattore comune: l’immagine della balena.

Il leviatano biblico è un mostro voluto da Dio e partorito dal Caos, un incrocio di forze antiche, la rappresentazione di una grandezza mescolata con l’innocente ferocia dell’animalità, quindi la sintesi perfetta tra il bene e il male.

Così nel libro, sin dalle prime pagine, dapprima sotto le forme amichevoli e tristemente sorridenti di un beluga, colto attraverso un oblò dell’acquario di Coney Island, appare l’ombra inquietante di Moby Dick. Il dorso della balena bianca emerge ripetutamente tra le pagine del libro e ogni volta che accade pare di udire l’urlo dell’uomo di vedetta in coffa: “laggiù soffia!!!” e di afferrare, negli sguardi dell’equipaggio del Pequod, la stessa impazienza del mare, mentre alla base dell’albero maestro brilla il doblone d’oro dell’Equador, incastonato dal capitano Achab.

“Per Ismaele il bianco è il colore tanto del bene quanto del male. E’ un’assenza che intimorisce: ne sono riprova l’orso bianco polare e il pescecane bianco dei tropici: che cosa se non la loro levigata e fioccosa bianchezza li rende quei supremi orrori che essi sono?”

E’ il bianco a intimorire e preoccupare, in occidente il colore della festa e della pura innocenza, mentre in oriente talvolta allude alla morte e ai fantasmi, un vestito candido calato sulla pelle di animali di grande forza e ferocia.

“La bianchezza, però è anche un invito, un vuoto da colmare”.

Hoare scrive di un tempo in cui esistevano ancora terre sconosciute alle carte geografiche e il vuoto, l’assenza, spesso venivano coperti dall’immaginazione e dalle fantasie degli uomini. Il dente del narvalo poteva diventare un corno di unicorno di mare, una sorta di cavallo alato avvezzo alle acque marine, e essere persino donato alla regina Elisabetta e la possente balena della Groenlandia, invece, scomparire nell’oscurità polare come un piccolo pesce.

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Il bianco vuoto della conoscenza viene colmato dall’opera di Hermann Melville e dalla sua esperienza di vita. Le suggestioni contenute in Gordon Pym di Edgar Allan Poe, quei racconti di terre misteriose popolate da indigeni che considerano il bianco come un colore tabù e l’immagine del gigante bianco incontrato ai confini del mondo dai protagonisti del libro di Poe, restano ancorate nella mente di Melville durante i suoi viaggi per mare, anticipando motivi poi rinvenibili nella stesura di Moby Dick.

“Melville salì sull’Acushnet a New Bedford domenica 3 gennaio 1841”. “L’Acushnet era fresca di cantiere”. “L’Acushnet forte di chiglia e alta di vela, era lunga circa 31 metri, larga otto e alta quattro”. La baleniera su cui Melville si imbarca aveva preso il nome del fiume su cui era stata varata, da quel momento inizia un lungo viaggio alla caccia e alla scoperta delle balene.

Le storie si confondono e si intrecciano: Ismaele è Hermann, Hermann è Ismaele e talvolta anche Hoare entra nel racconto aggiungendo esperienze personali, annotando digressioni e riportando assonanze di grandi autori come H.D. ThoureauN. Hawthorne, D. Defoe e persino Ray Bradbury.

“Il libro di Melville colse i critici alla sprovvista lasciandoli confusi e sbalorditi. Che cos’era? un romanzo gotico’? Una parabola politica? Un opuscolo religioso? Se la lunga caccia e la battaglia finale tra Achab e la Balena Bianca regalò a qualche lettore profondi fremiti di emozione (…) molti altri ne restarono invece frastornati, se non irritati”.

Il libro pubblicato a Londra, con il titolo “La balena”, e in contemporanea negli Stati Uniti vendette pochissime copie. Melville era uno scrittore che non poteva vivere come uno scrittore, l’esperienza dei suoi lunghi viaggi per mare ne aveva fatto un marinaio, un esploratore alla perenne ricerca di un vuoto da annullare e da riempire. Non era certo abituato a frequentare i salotti letterari o luoghi simili ove tessere quelle relazioni che spesso sono necessarie per avere successo.

Era un artista solitario, un marinaio dell’arte.

“Nel 1863 Melville disse addio alle velleità agresti di Arrowhead e tornò a vivere a New York, in una casa a Gramercy Park. Da questo domicilio scendeva a piedi fino alla Battery, dove guadagnava quattro dollari al giorno come vice-ispettore numero 75 della dogana, come se il suo impiego fosse un’altra isola”.

Dobbiamo essere grati a Philip Hoare per questo racconto e anche per il ritratto di un marinaio dell’arte di nome Hermann Melville, ripreso ogni giorno  mentre va a prestare la sua opera alla dogana.

Quando, infine, il grande scrittore muore d’infarto, all’interno dello scrittoio su cui lavorava viene rivenuto un biglietto, sopra è scritto soltanto:

“Resta fedele ai sogni della tua giovinezza”.

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Steven Johnson. L’adiacente possibile

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Lo scienziato inglese del diciannovesimo secolo Charles Babbage è noto soprattutto per due invenzioni: la macchina differenziale e la macchina analitica.

La macchina differenziale era un congegno molto complesso, pesante e ingombrante, pesava quindici tonnellate e era costituito da oltre venticinquemila parti meccaniche, il suo scopo era ottenere tabelle trigonometriche utili alla navigazione. In occasione del centenario dalla morte di Babbage il Museo delle scienze di Londra ne ha costruito un modello che è subito stato in grado di produrre risultati accurati nel giro di pochissimi secondi.

La macchina differenziale poteva quindi superare di gran lunga le possibilità di calcolo ottenibili a quei tempi.

Steven Johnson nel suo libro “Dove nascono le grandi idee, storia naturale dell’innovazione”, a proposito della macchina differenziale di Babbage, scrive: “Ma, malgrado la sua complessità, la macchina differenziale rientrava ancora ampiamente nell’adiacente possibile della tecnologia vittoriana”.

Questo dell’adiacente possibile è un concetto interessante e decisamente funzionale ai percorsi innovativi. Anche se siamo abituati a pensare alle innovazioni come a salti in avanti nel tempo e nello spazio o a scarti improvvisi dovuti alla genialità dell’inventore, dobbiamo convenire che la storia del progresso culturale, artistico e scientifico è paragonabile alla “vicenda di una porta che conduce a un’altra porta, l’esplorazione di un palazzo una stanza alla volta”.

Aprire una porta può portare a una scoperta in grado di modificare profondamente lo stato delle cose, ma anche più semplicemente a un’applicazione per diffondere le ricette su Internet, oppure a un sistema innovativo nella gestione di un asilo.

L’esplorazione dei confini intorno a noi, entrando nelle dinamiche che mettono in gioco i limiti e le possibilità, è la modalità che consente di avvicinarsi all’adiacente possibile, considerando che quasi sempre i limiti, come le possibilità, sono interni o meglio interiori, un portato psicofisico che è il prodotto delle nostre condizioni mentali e di quelle dell’ambiente nel quale viviamo e operiamo.

Se la nostra spinta innovativa non è condivisa dell’ambiente e l’ambiente blocca le nuove iniziative, perché non le capisce oppure perché è orientato alla difesa di uno status quo ritenuto appagante, è molto difficile uscire dal contesto e indagare nuove possibilità, se invece l’ambiente incoraggia i suoi abitanti a esplorare l’adiacente possibile “rendendo disponibile un campionario più ampio e versatile di parti di ricambio – meccaniche o concettuali – e promuovendo modi nuovi di ricombinarle” allora la possibilità che nascano nuove idee aumenta in modo rilevante.

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Spesso però le idee che hanno in sé un carattere troppo rivoluzionario per il tempo in cui vengono espresse non ottengono successo, anzi vengono considerate dai contemporanei dei fallimenti, ciò vale per un’innovazione scientifica come per un prodotto. Pochi oggi ricordano il tablet lanciato da Microsoft nei primi anni duemila al Comdex, tutti, al contrario, hanno in mente, dieci anni più tardi, l’I pad associato all’immagine di Steve Jobs.

A venirsi a trovare in questo stato sono le innovazioni troppo in anticipo sui tempi e la questione riguarda anche l’ideazione della seconda macchina progettata da Charles Babbage: la macchina analitica.

La macchina analitica era così complicata che non superò la fase di progettazione se non per un’applicazione parziale che Babbage costruì poco prima di morire.

La macchina analitica è stata definita il primo prototipo di computer programmabile, non era progettata per funzioni specifiche come la macchina differenziale, ma aveva, al pari dei computer moderni, un carattere versatile, “era proteiforme, capace di reinventarsi in base alle istruzione fornite dai programmatori”.

I programmi venivano inseriti nella macchina utilizzando schede perforate, le stesse che erano a quei tempi usate per far funzionare i telai industriali, i dati e le informazioni potevano essere raccolte in un magazzino, la memoria del computer.

Le applicazioni dei concetti che avevano portato Babbage a inventare la macchina analitica hanno visto la luce nella prima metà del secolo scorso, quindi cento anni dopo la scoperta dello scienziato inglese.

La macchina analitica non ebbe successo per un motivo principale, era costituita di innumerevoli parti meccaniche, difficili da costruire, reperire e manutenere, l’elettronica, infatti, era di là dall’essere inventata.

Babbage evidentemente aveva, in un colpo solo, aperto troppe porte, sconfinando dall’adiacente possibile in un universo impalpabile ancora sconosciuto.

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Steward Brand. Come le costruzioni imparano e cosa succede dopo che sono state costruite

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Un libro che è disponibile purtroppo solo in lingua inglese e propone un modo originale di considerare il rapporto tra architettura e reali bisogni umani attraverso una disamina di molti esempi e storie di costruzioni nel vecchio e nuovo continente.

Al fondamento della ricerca c’è l’obiettivo di preservare e restaurare le antiche costruzioni evitando che l’intossicazione del tempo comporti uno stravolgimento completo del loro assetto fino alla definitiva demolizione e scomparsa.

Steward Brand, a tale scopo, propone un modello di interpretazione che definisce delle 6 S.

Sito: la posizione geografica, la collocazione urbana, lo specifico lotto occupato, i suoi confini e il contesto in cui è inserito. Il sito è di per sé eterno.

Struttura: le fondamenta e gli elementi portanti sono difficili e costosi da cambiare, così le persone non li toccano. Le strutture infatti hanno un arco di vita che va dai 30 ai 300 anni.

Skin, la pelle: la superficie esterna viene trasformata più o meno ogni vent’anni, per stare al passo con la moda, la tecnologia o per riparazioni provvisorie. La recente attenzione ai costi di energia ha portato a rivedere le superfici che ora sono a tenuta d’aria e meglio isolate.

Servizi: sono le interiora operanti di una costruzione. I sistemi di comunicazione, i cavi elettrici, le tubazioni, i sistemi di distribuzione, ventilazione e aria condizionata e le parti semoventi, come gli ascensori. In questo caso l’obsolescenza varia dai 7 ai 15 anni. Molti palazzi vengono demoliti prima quando il loro sistema di servizi risulta troppo antiquato e profondamente incorporato nella struttura.

Space Plan, la planimetria: il layout interno, i muri, i soffitti, i pavimenti e le porte. In presenza di una eccessiva attenzione alle dinamiche commerciali possono essere modificati ogni tre anni, case più quiete possono attendere anche 30 anni.

Stuff, materiali vari: sedie, tavoli, telefoni e citofoni, cucine, lampade ecc, cose che hanno un ciclo di vita molto ridotto e volatile.

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I cicli di vita delle distinte componenti però non sono coerenti tra loro e chiunque abbia anche una vaga nozione di pianificazione reticolare sa che l’individuazione del percorso critico, cioè l’attività che comporta la durata maggiore, è essenziale per determinare la durata complessiva dell’intero processo/progetto.

Una costruzione non può essere considerata in modo diverso da un sistema complesso che comprende diversi strati che interagiscono tra loro e intervalli di tempo nei quali tendono a essere rinnovati, per cui sono gli edifici che ci governano tramite queste stratificazioni almeno più di quanto crediamo di governarli.

L’aspetto più sorprendente e sul quale riflettere viene da una suggestione contenuta in “Concetto gerarchico di ecosistema” di Robert V. O’Neill, in questo saggio gli autori sottolineano che un ecosistema può essere meglio compreso osservando i tassi di cambiamento dei differenti componenti.

In  natura, indiscutibilmente, colibrì e fiori hanno ritmi veloci, mentre i grandi alberi ritmi lenti e anche l’intero tasso di sviluppo della foresta è lento. Molte iterazioni avvengono in ambiti ristretti, i colibrì e i fiori prestano attenzione al loro contesto dimenticando i grandi alberi e i grandi alberi non si curano affatto di loro. Nel frattempo la foresta è attenta ai cambiamenti del clima ma non al destino dei singoli alberi.

L’intuizione che ne consegue è che “la dinamica del sistema viene dominata dalle sue componenti lente, le componenti rapide invece sono soggette al contesto”.

La lentezza vincola e controlla la rapidità.

La stessa cosa avviene negli edifici, sono le parti lente a determinare l’eventuale sviluppo e il cambiamento, non quelle soggette a un tasso veloce di mutamento.

I processi lenti di una costruzione assorbono gradualmente i fenomeni in rapido cambiamento. Le componenti veloci propongono, quelle lente dispongono.

“La lentezza è salutare. Molte delle più salutari evoluzioni di città possono essere spiegate partendo dalla constatazione di una risoluta conservazione del loro Sito”.

Una lettura da consigliare a tutti ma soprattutto a quel genere, purtroppo diffuso, di architetti che si accanisce a snaturare l’ambiente urbano demolendo splendidi e antichi edifici per lasciar posto a moderne effimere brutture.

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