Marino Magliani. La spiaggia dei cani romantici

magliani_cop_Cani-Romantici-bassa_rid1

Negli anni ottanta eravamo tutti un po’ reduci, il decennio precedente si era chiuso con il piombo e il sangue e nessuno aveva più voglia di pensare e credere al mito di ottobre, tanto meno quelli che avevano scelto la strada più facile, la socialdemocratica applicazione delle magnifiche sorti carrieristiche dei padri sessantottini.

In Italia avevamo appena avuto gli anni di piombo, alcuni ragazzi erano morti, altri avrebbero trascorso lunghi periodi nelle patrie galere; in Argentina era successo di peggio, una generazione bruciata e buttata ai pesci e chi si era borghesemente distinto, massacrato dai Gurkha della Regina nelle trincee di Port Stanley Falkland islands o Puerto Argentino Malvinas. Laggiù alla sporca guerra dei desaparecidos era succeduta la guerra stupida delle Falkland.

A proposito. Ricordo a Milano una manifestazione, di ciò che rimaneva della cosiddetta sinistra rivoluzionaria, a favore delle Malvinas Argentinas. Mi ero chiesto, ma non l’ha decisa la giunta militare questa guerra? I Videla, i Viola, i Galtieri gli stessi che hanno ucciso ventimila persone come voi? La risposta, direbbe Bob Dylan, si è persa nel vento, il fumo del passato.

Torniamo agli anni ottanta insieme a Marino Magliani e al suo bel libro La spiaggia dei cani romantici. C’è Italia nel libro, terrazze liguri di confine con l’Appennino alle spalle, profumi di macchia mediterranea, anche Argentina, una terra da lasciare e poi ritrovare forse famosi, c’è la Costa Brava e quindi la Spagna, precisamente Lloret de Mar, comune della provincia di Girona, Catalogna e infine l’Olanda, dove Marino vive.

I protagonisti sono i Chicos piola, splendidi ragazzi che animano la vita notturna della località balneare, sono i promoter delle discoteche, gli animatori turistici, in generale tutti componenti del mondo votato al divertimento e all’eccesso che proprio in quegli anni finisce di essere semplice svago e diventa industria.

santa-cristina-2

Improvvisamente e senza far rumore, il pensiero e le idee utopiche lasciano spazio ai corpi, è il corpo il grande protagonista degli anni ottanta, e chi, come noi, a quel tempo, era giovane prova ancora l’ebbrezza della liberazione, un viaggio senza limiti, attraverso se stessi, alla scoperta di chi eravamo davvero.

Così i movimenti inconsulti delle notti, il sonno complice negli anfratti delle rocce, la sabbia tra le dita dei piedi e sulle mani diventano colla che si attacca alla vita e alla vita finisce per dare più significato del rumore, in buona parte subito, del decennio precedente. Accade, che in quella presunta follia collettiva, giovani uomini e donne si amino e ciò, che al momento, pare come un fatto episodico e passeggero rimanga invece profondamente scolpito nella intimità plurale, inciso per sempre.

La televisione olandese trent’anni dopo riscopre un’epoca che la cultura europea aveva sbeffeggiato e sottovalutato, qualcuno infatti l’aveva battezzata usando l’epiteto di edonismo reaganiano, e al di fuori dello spettacolo scopra ancora donne e uomini veri, gente che riesce a vivere in modo autentico, alcuni persino contro, godendo in silenzio della loro personale rivolta.

Ricordo negli anni ottanta le discoteche di Iesolo, Sliema, Taormina e gli sguardi sicuri dei Chicos piola che vivevano laggiù, le loro camice di seta, la pelle ambrata e decine di donne intorno. Purtroppo ero fuori tempo perché mi svegliavo all’alba e andavo a caccia di pesci argentati. Hemingway era morto da decenni ma per una strana ragione viveva ancora dentro di me e non potevo farci niente.

Comunque ho visto abbastanza per ritrovare nelle pagine di Marino Magliani la stessa musica e l’energia chiara del tempo, una cosa è certa: eravamo tutti diventati romantici, cani forse lo siamo sempre stati.

alberto-zamboni-cane-sciolto

Annunci

Haroldo Conti. Cuentos completos

CuentosCompletos_HaroldoConti

Mi scrive dall’Olanda l’amico Marino Magliani, traduttore e scrittore italiano, chiedendomi qualche informazione su Haroldo Conti.

E’ strano perché stavo proprio pensando di tornare sull’argomento proponendo questo libro.

Il ventuno di aprile del 1981 Gabriel Garcia Marquez scrive un articolo per il giornale El Pais dal titolo: “L’ultima e brutta notizia su Haroldo Conti”, il testo, oltre a essere riportato nel suo Taccuino di cinque anni (1980-84), diventa anche la prefazione al volume di Haroldo “Cuentos completos“, inediti in italiano, pubblicati all’estero in lingua spagnola dall’editore Bartleby.

Provo, anche per i miei lettori che già conoscono e amano Haroldo, a farne una rapida sintesi.

“A Haroldo Conti, che era uno scrittore argentino dei più grandi, giunse, nell’ottobre 1975 la notizia che le forze armate l’avevano iscritto in una lista di agenti sovversivi, le stesse indiscrezioni arrivarono anche da altri canali e nei primi mesi del 1976 la notizia era di dominio pubblico a Buenos Aires.

In quei giorni mi inviò una lettera a Bogotà nella quale era evidente il suo stato di tensione.

Marta e io viviamo praticamente come fuorilegge – diceva – nascondendo i nostri movimenti, i nostri domicili e parlando in codice e terminava: sotto c’è il mio indirizzo, se sono ancora vivo.

Viveva in una casa in affitto al 1205 di via Fitz Roy a Villa Crespo dove continuò a risiedere senza nessuna precauzione fino a quando, nove mesi dopo il primo avviso, a mezzanotte, una squadra di sei uomini armati lo aggredì e lo portò via bendato e legato mani e piedi, facendolo sparire per sempre”.

Haroldo Conti allora aveva cinquantun anni, aveva pubblicato sette libri eccellenti e non si vergognava del suo grande amore per la vita. La sua casa di città assomigliava a un ambiente rurale, un allevamento di gatti, colombe, cani, bambini e coltivazioni di verdure e fiori. Come tanti scrittori della nostra generazione era un lettore appassionato di Hemingway, le sue opinioni politiche erano note a tutti, la sua identificazione con la rivoluzione cubana  anche.

Quando Haroldo riceve il primo avvertimento viene invitato in Ecuador, ma non vuole lasciare la casa perché la moglie Marta sta per partorire. Nel febbraio del 1976 infatti nasce un maschio, gli danno nome Ernesto e Haroldo dice della sua casa: “Questo è il mio posto di combattimento, da qui non me ne vado”.

Una nota sfuggita ai suoi sequestratori perché scritta in latino.

haroldo-conti

Il 4 maggio del 1976 Haroldo Conti lavora tutta la mattina nel suo studio terminando un racconto che aveva iniziato il giorno precedente: “Alla destra”, l’ultimo dei Cuentos completos. Poi mette giacca e cravatta  e si reca a scuola a insegnare. La sera, dopo molto tempo che non accadeva, Marta e Haroldo  decidono di andare al cinema a vedere il Padrino 2, lasciando a casa i figli in compagnia di un amico venuto da Cordova.

Quando rincasano, poco dopo la mezzanotte, apre loro la porta un uomo in abiti civili con una mitraglietta da guerra, dentro ci sono altri cinque uomini armati che li aggrediscono prendendoli a pugni e calci fino a stordirli. L’amico è incosciente a terra con il volto sfigurato dalle botte, i bambini nelle loro stanze addormentati con il cloroformio.

Haroldo e Marta vengono condotti in due stanze diverse, mentre il commando saccheggia tutti gli oggetti di valore, e sottoposti a un interrogatorio barbaro.

Marta, che ha un ricordo preciso di quella notte spaventosa, ricorda le domande che facevano a suo marito nella stanza vicina. Si riferivano a due viaggi che Haroldo aveva fatto all’Avana nel 1971 e nel 1974, in ambedue le occasioni come membro della giuria del Premio letterario La casa de las Américas, e gli imputavano, per quello, di essere una spia cubana.

Alle quattro della mattina uno degli aggressori ha un gesto umano e porta Marta nella stanza ove è trattenuto il marito, in modo che si congedi da lui. Ha il volto tumefatto e le mancano alcuni denti, l’uomo la conduce reggendola per un braccio perché ha gli occhi bendati. Un altro la prende in giro: “Porti la signora a ballare?”.  Haroldo si congeda con un bacio e Marta capisce che non è bendato. Una rivelazione terribile perché solo ai condannati è dato di poter guardare negli occhi i loro sequestratori. Quello è il loro ultimo incontro. Sei mesi dopo il sequestro, passando da un nascondiglio all’altro, Marta chiede asilo politico all’ambasciata cubana.

Garcia Marquez racconta ancora: “Dopo il sequestro quattro importanti scrittori argentini inviarono a Videla una petizione, erano Jorge Luis Borges, Ernesto Sabato, Alberto Ratti, presidente dell’associazione degli scrittori, e padre Leonardo Castellani. Padre Castellani all’epoca aveva ottant’anni, era stato il maestro di Haroldo e pregò Videla di consentirgli di incontrare il suo allievo in carcere. Anche se non vi sono notizie certe su quest’incontro pare che padre Castellani abbia visto Haroldo l’otto luglio del 1976 nel carcere di Villa Devoto, trovandolo in uno stato di prostrazione tale da non poter nemmeno conversare con lui”.

Un testimone sfuggito ai garages e alle caserme, che aveva condiviso con Haroldo la prigione presso il campo clandestino della Brigata Goemez nei pressi di Baires, disse che “Haroldo Conti era rinchiuso in una cella di due metri per uno con il pavimento di cemento e la porta di metallo. (…) e prima di scomparire stava molto male”.

Haroldo, sappiamo, non è più tornato. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto a ammettere il suo omicidio, probabilmente Conti è stato gettato in mare come molti suoi connazionali.

Restano la sua bella storia, i racconti di questa raccolta. Speriamo davvero che un editore italiano voglia pubblicarli ridando vita a un grande scrittore del 900.

Schermata 2014-02-03 alle 14.43.03

Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

Schermata 2013-05-13 alle 18.12.32

Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

Schermata 2013-12-11 alle 10.10.12

La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

Foto del 11-12-13 alle 09.57

Jean Starobinski. Francisco Goya, il ritorno dell’ombra

fgoya

“Nel 1789 un solo pittore, ostile all’astrazione idealizzante, resta appassionatamente legato al colore e all’ombra, al punto di apparire come l’assoluta antitesi di quanto sognano i neoclassici: Goya”.

Così Jean Starobinski introduce un breve, ma intenso, saggio dedicato a Francisco Goya contenuto nel volume “1789 I sogni e gli incubi della ragione” e quanto scrive nel seguito, ma anche nelle pagine precedenti, è importante per esplorare i labili confini che segnano i limiti della ragione e, anche, i percorsi che l’arte è riuscita a seguire addentrandosi in questo intorno.

La rivoluzione francese è il prodotto di un’alleanza contingente tra il riformismo illuminato e la violenza delle folle, frutto di una dinamica nata dall’esaltazione dei poteri di una ragione “teorica”, basata su nobili principi, ma proprio per questo disconnessa dalla realtà, mescolatasi improvvisamente con un’energia devastatrice che trae origine dalla miseria plurisecolare di ampi strati della popolazione.

Presto, nel corso della rivoluzione, dietro i nobili principi emergono gli interessi di parte, gli umani appetiti, e come scrive Benjamin Constant: “Il patriottismo diventa la scusa banale per qualsiasi delitto. I grandi sacrifici, gli atti di abnegazione, le vittorie ottenute (…) possono servire di pretesto allo scatenamento sfrenato delle passioni egoiste”.

Chi aveva salutato la rivoluzione come una fonte di luce, chi aveva definito il secolo positivo, dovrà fare i conti con un nuovo regime, quello instaurato da Napoleone Bonaparte che riuscirà a trasformare la monarchia in impero e a distribuire morte nell’intera Europa.

Ma questo è anche il tempo dell’arte neoclassica alla ricerca di un rinnovamento che non poteva essere confuso con le mode effimere che l’avevano preceduta, un ritorno all’antico che doveva suonare come una rinascita, una ripartenza effettiva, prendendo spunto dai riflessi delle forme e delle immagini classiche. L’incanto dell’armonia e la grandezza classica contrapposti alla flebile sorpresa generata dal susseguirsi di piccole curiosità espressive.

Francisco Goya si sottrae alla rivisitazione dell’antichità, lasciando da parte la luce emanata dalle forme classiche o riflessa nelle opere neoclassiche, e lavora sul mistero della materia affascinato dal ritorno dell’ombra.

Starobinski lo paragona a Beethoven, perché con il grande compositore tedesco ha in comune non solo la sordità ma anche un percorso straordinario di trasformazione stilistica avvenuto in pochi decenni, un intervallo di tempo che separa il rococò dalla pittura moderna.

Come Beethoven Goya è solo nel silenzio.

I due artisti, dalla solitudine del silenzio, “sviluppano nella produzione un mondo autonomo, con strumenti che l’immaginazione, la volontà e una sorta di furore inventivo non cessano di arricchire e modificare, al di là di ogni linguaggio preesistente”.

Blind Man's Bluff Francisco de Goya

Goya, in particolare, attraverso un rapido e tumultuoso processo di rinnovamento del suo stile si immerge in un mondo sconosciuto, andando a esplorare i limiti del possibile, diventando originale, a suo modo unico, e riuscendo comunque a raccontare quanto sta accadendo nel mondo.

Così scene che, di primo acchito, danno l’impressione di una vaporosa leggerezza e di una tranquilla serenità divengono, dopo una breve indagine dello sguardo, teatro di supplizi simulati, contorsioni intime e inconfessabili del quieto vivere, oscene finestre spalancate su un rovescio nero. Vediamo il terrore negli occhi della donna raffigurata ne La moscacieca che tenta, a tutti i costi, di evitare il tocco altrui piegandosi in modo innaturale e l’orrore nel volto di marionetta del Fantoccio che vola in alto come fosse proprio un corpo senza vita.

“Ritroviamo qui, nel suo senso più profondo l’ombra, quella che l’arte neoclassica cerca di padroneggiare e di bandire (fuggire, grazie alla pura forma, la fatalità oscura della materia: questa è la sua ambizione più costante). Di fatto, Goya forse non soffre di minor angoscia di fronte alle tenebre della materia, ma sceglie di affrontarle, non di reprimerle”.

A differenza dei neoclassici che si accontentano del ritorno all’esteriorità luminosa dell’arte classica sperando in un ricominciamento virtuoso a partire dalla bellezza delle forme, Goya mette a nudo il mondo vero, svela la notte del mito, le energie paurose della materia, il buio che viene prima e dopo la luce.

L’apertura della porta delle tenebre produce un brulicare di creature mostruose, emerge una confusione di mostri che, rivelandosi, paiono farsi beffa di quel poco che appare ancora luminoso, positivo e ordinato.

“Solo i pittori capaci di restituire al mondo materiale tutta la sua selvatichezza, tutta la sua inestricabile ricchezza di colori, di luci, e di tenebre mescolati (…) hanno potuto fare apparire l’invisibile presenza della libertà morale.”

goya_ilfantoccio_1791-b

La ragione delle onde

onde1

Il comportamento delle onde segue principi che appaiono coerenti e incoerenti a un approccio logico rigidamente razionale, infatti non è dato sapere, sempre, se le onde nascano per la spinta del vento, se siano generate dalle correnti, o se, come talvolta accade, il moto ondoso abbia un carattere residuo e cioè sia generato da movimenti delle acque in zone marine lontane, per non parlare dei maremoti o delle cosiddette onde anomale, delle quali, non si conosce ancora la causa e l’origine.

Anche per questa ragione le onde, più di ogni altro fenomeno, rappresentano in modo evidente il carattere liquido e incerto che contraddistingue il mare e le grandi distese acquatiche.

Il rapporto tra uomo e mare è mediato dall’instabilità liquida. L’uomo, quando è in mare, smarrisce la sicurezza terrestre e deve necessariamente appropriarsi degli elementi di una nuova dimensione spazio temporale.

In mare lo spazio muta radicalmente perché vengono a mancare o a modificarsi i punti di riferimento, chi si fosse trovato in navigazione in mare aperto sa che bisogna orientarsi con il sole e le stelle (GPS a parte), in mare il tempo è un concetto relativo, allo stato atmosferico, alla potenza e all’efficienza del motore o alla intensità del vento.

Ho già scritto dell’analogia tra Internet e il mare e del fatto che anche in rete navighiamo, incontriamo porti, isole felici e infelici, sperimentando una navigazione che ha aspetti mitologici più simili all’antico che al moderno.

Oggi gran parte del mondo reale è conosciuto ed esplorato, non vi sono più, se non in casi eccezionali, terre vergini e incontaminate, al contrario la scoperta nel mondo virtuale è continua e alla portata di mano, anche se spesso ingannevole e mistificante come nel racconto di Ulisse.

La navigazione virtuale è un viaggio dello sguardo e della mente con i pregi e difetti di questa condizione ma con la possibilità di tenere sempre in vita lo spirito di ricerca e di sperimentare, viaggiando, forme innovative di socialità.

navigazione-online

Il mare e le sue onde sono, a questo riguardo, formidabili banchi di prova, perché le imprese e le scoperte del recente passato alludono fortemente alle forme possibili delle scoperte presenti e future.

Ricordo una volta quando, con un gruppo di colleghi, prendemmo a nolo una barca a vela per una breve navigazione attraverso l’Adriatico. Era appena iniziata l’estate e il tempo appariva ancora incerto. La sera della partenza pioveva ma decidemmo comunque di partire e raggiungere la costa dell’Istria. Lo skipper non era molto esperto e appena lasciata la laguna e usciti in mare capimmo che non sarebbe stata una traversata divertente. I miei amici, uno dopo l’altro vennero sopraffatti dal mal di mare, e così ci trovammo soli, lo skipper ed io, a condurre l’imbarcazione. Ancora vedevamo le luci della terra, dietro a un velo di pioggia e nebbia, quando decidemmo di tornare indietro. Ormeggiammo alle quattro di mattina alla darsena dell’isola di San Giorgio con un equipaggio stremato e semi svenuto. Non riuscimmo a raggiungere la nostra meta ma impiegammo il sabato e la domenica a navigare tra le isole della laguna e a visitarle.

La navigazione è avventura, rischio, scoperta e ricerca ma non deve prescindere dal valore e dal rispetto della socialità, il gruppo che partecipa all’impresa è parte dell’impresa, noi siamo parte di un gruppo.

Anche la navigazione in rete ha implicazioni sul gruppo di cui facciamo parte, non è mai un evento solitario, la scoperta è tale solo se viene diffusa, per questo è necessaria la partecipazione.

Vi sono molte ragioni per cui ricordo con piacere il film di Folco Quilici Sesto Continente, la prima perché lo vidi una prima volta, da bambino, la sera, all’aperto al Festival del Cinema di Venezia, la seconda, che ritengo più importante, perché della spedizione facevano parte esploratori (cacciatori subacquei), scienziati e comunicatori (Gianni Roghi e Folco Quilici).

Il mare vissuto come esplorazione e ricerca, esperienza da comunicare e condividere con un pubblico di specialisti ma anche con un pubblico possibilmente più vasto.

L’acqua non è un elemento facilmente omologabile come la terra ferma, l’acqua è movimento, arresta e spesso demolisce costruzioni, dighe e contrafforti, è anche per questa ragione che le isole, nell’acqua, hanno potuto preservare un carattere di paese.

“Il paese è un insediamento umano, generalmente di piccole dimensioni, che è caratterizzato principalmente da un’economia agricola” riporta una felice definizione di Wikipedia. L’isola non è divenuta periferia della città perché il mare l’ha impedito, isolandola, così come il mare virtuale impedisce oggi di ribaltare tout-court nella rete le regole e i meccanismi della tecnocrazia economica e finanziaria.

Per questa ragione le isole-paese sono luoghi veri ancora in condizione di mettere in evidenza diffuse capacità di espressione sociale, proposta civile e partecipazione.

cicladi1 (147)

Joan Miró. Lavoro come un giardiniere

E’ bello leggere gli scritti di pittori perché la loro scrittura è diretta, scevra d’impronte stilistiche o atteggiamenti di maniera, pratica e materiale come l’impasto del colore, riportando semplicemente ciò che si vuole rappresentare in un percorso immediato e autentico.

La pittura trasferisce su tela il prodotto combinato del lavoro dello sguardo e della mente, attraverso mani più o meno abili, che fungono comunque da strumenti. Il risultato può essere un nuovo mondo o una serie di universi magici da guardare ed esplorare a caccia di personali, talvolta intime, emozioni.

Anche nella scrittura il pittore dipinge e le sue parole creano e propongono immagini.

“Lavoro come un giardiniere o come un vignaiolo. Le cose maturano lentamente. Il mio vocabolario di forme, ad esempio, non l’ho scoperto in un sol colpo. Si è formato quasi mio malgrado. Le cose seguono il loro corso naturale. Crescono, maturano. Bisogna fare innesti. Bisogna irrigare, come si fa con l’insalata. Maturano nel mio spirito.”

La passione di Joan Miró per la pittura emerge con forza dalle sue carte, è una pulsione fisica, un impeto che lo spinge a creare l’opera, ricerca della soddisfazione dell’istinto, un bisogno fisico prima ancora che mentale, perché il quadro è un organismo vivente, un insieme nel quale mobilità e staticità devono trovare un equilibrio formale.

Poi c’è l’amore per le cose, amore che si nutre dello stupore generato dalla loro intrinseca immobilità: una bottiglia, un sasso, un bicchiere, oggetti apparentemente trascurabili evocano al contrario grandi spazi nei quali si producono movimenti inarrestabili, moti indefiniti nello spazio e nel tempo. La pittura è un processo che a partire dalla staticità della tela e delle forme riprodotte crea movimento e vita, miracoli, magie.

L’imprevisto è un elemento di discontinuità creativa, una scossa affascinante, come il contrasto tra una linea e una forma di grandi dimensioni. Un quadro, anche per chi lo osserva, deve essere ricco di imprevisti, perché non conta il quadro in quanto tale ma piuttosto l’effetto che ottiene.

“Più che il quadro in se stesso, quello che importa è ciò che sprigiona, ciò che diffonde. Poco importa che il quadro sia distrutto. L’arte può morire, quel che conta è che abbia sparso dei semi sulla terra.”

La fecondità del quadro, l’opera come seme sono immagini che riportano alla semplicità della campagna, alle leggi della terra. Ricordo un seme africano raccolto sulla battigia di una spiaggia equatoriale e conservato con cura. Qualche settimana dopo, nel buio di una notte invernale resa tiepida dal metano, esplose con un fragore di raffica, spargendo una miriade di piccoli semi sul pavimento di parquet. Le opere di Miró sono così, pronte ad esplodere, capaci di diffondere ovunque i semi dell’immaginazione.

Non importa conoscere il nome dell’autore, egli può essere anonimo, perché un gesto individuale tra milioni di gesti è di per sé anonimo. E, talvolta, l’anonimato consente di raggiungere l’universale.

C’è una gioia tragica nel cercare “il rumore celato nel silenzio, il movimento nell’immobilità, la vita nell’inanimato, l’infinito nel finito, le forme nel vuoto e me stesso nell’anonimato”, una gioia che trae linfa e vigore dai contrasti, dalla negazione della negazione e dal positivo dell’affermazione che ne risulta.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: