Ray Bradbury. Cronache marziane

Provate a immaginare di viaggiare, con la vostra astronave, verso un altro pianeta del sistema solare. Il pianeta in questione è Marte. Il viaggio procede bene e voi, come i vostri compagni, siete eccitati all’idea di posare i piedi su un suolo così lontano e diverso dalla madre terra.

Finalmente arrivate a destinazione, l’astronave ben pilotata compie le manovre di avvicinamento e atterra dolcemente.

Cercate di scorgere, con grande curiosità, cosa vi sia oltre gli oblò e i finestrini e cogliete con stupore i riflessi di una campagna molto simile a quella che circonda le vostre case. E’ proprio la vostra terra quella che appare sbirciando attraverso i vetri appannati anche se sembra più antica e selvaggia.

Lo stupore aumenta quando, uscendo, notate la stessa luce, i medesimi suoni, gli stessi odori.

E’ il vostro piccolo paese ma non quello che avete lasciato partendo, è il paese di prima, di una volta, il paese di quando eravate bambini e il cemento non aveva ancora fatto il suo orribile lavoro riempiendo i sobborghi di capannoni e brutte costruzioni.

Insieme, raccolti e guardinghi, lasciate l’astronave avventurandovi lungo la vecchia strada, per sentieri erbosi che costeggiano gli argini dei fossi, fino a raggiungere le prime case.

Anche le costruzioni sono le stesse di una volta, riconoscete la scala di legno, l’albero di mele e i rami sui cui andavate a nascondervi nelle assolate giornate estive.

Poi, quando i vostri parenti, uno a uno, escono dalle case e vi corrono incontro riconoscendovi, nonostante i cambiamenti del tempo, correte anche voi lasciando il gruppo e stringendo nonni, genitori, fratelli e sorelle, amici che credevate scomparsi, inghiottiti dal passato.

Forse avete viaggiato nel tempo, certo quel pianeta non è Marte piuttosto la Terra e provate, per qualche istante, a ragionare su cosa stia davvero succedendo ma la felicità è troppo grande e la forza degli affetti violenta.

La sera l’equipaggio si smembra, del resto, ognuno ha una casa che l’aspetta, una magnifica cena servita dalla nonna o dalla mamma e poi, per la notte, il letto accogliente della gioventù.

Prima di prendere sonno solo alcuni riusciranno a spezzare l’incanto e tornando improvvisamente in sé si chiederanno come ritrovare subito gli altri e riunire il gruppo.

Ma ormai è tardi, perché gli ineffabili ospiti, i marziani, avranno facilmente ragione di un equipaggio irrimediabilmente disperso e disarmato.

Ho provato, concedendomi tal volta qualche digressione letteraria, a rendere avvincente la sinossi di uno dei 28 racconti della raccolta “Cronache Marziane” di Ray Bradbury.

I marziani, riuscendo abilmente a penetrare nei recessi delle menti dell’equipaggio terrestre, danno vita a una rappresentazione della nostalgia degli affetti usando un formidabile cocktail di ipnosi e metarealtà. Presentando agli uomini proprio la somma dei prodotti del loro inconscio e del desiderio costruiscono una trappola mortale alla quale nessuno può sottrarsi.

Ray Bradbury, nato in Illinois nel 1920, californiano d’adozione, è stato uno dei più grandi scrittori di fantascienza e purtroppo, solo pochi giorni fa, ci ha lasciato.

Il racconto e il ricorso alle proiezioni dell’inconscio ricorda un famoso film degli anni cinquanta: “Il pianeta proibito”.  Anche nel film un equipaggio di astronauti raggiunge un pianeta lontano e deve fare i conti con mostri invisibili prodotti dalla mente di un professore che abita laggiù da anni: i mostri dell’id. Solo la morte del professore metterà fine allo scatenamento omicida delle angosce della sua mente. Bisogna ammettere che il film continua a mantenere intatta una carica drammatica e avvincente.

Tornando a Bradbury, non c’è alcun dubbio che sia stato un geniale costruttore di trame fantascientifiche e anche, in molti casi, un preveggente almeno sull’uso delle tecniche che traggono linfa dall’intelligenza umana e più genericamente dai meccanismi mentali.

Sarà un caso, ma non vi siete chiesti come mai quando intraprendiamo una ricerca su Google i primi items che escono sono sempre quelli che ci aspettiamo di trovare?

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Il libro di cucina del British Museum e Il ventre dei filosofi.

Sono sempre stato convinto che la chimica sia alla base di tutto.

Insegnamento forse un poco impervio, ricordo ancora con leggero imbarazzo la difficoltà di scomporre i diversi composti, ma necessario per comprendere i fondamenti della composizione della materia e i relativi comportamenti.

Non è un caso, del resto, che il termine chimica derivi probabilmente dal kemà, libro misteriosofico dell’antico Egitto, da cui l’arabo “alkimiaa” alchimista.

Quindi se è vero che il nostro organismo è una sommatoria di composti chimici è altrettanto importante riflettere su cosa mangiamo e beviamo, il nostro corpo infatti si sviluppa e si trasforma anche a causa della qualità e della quantità del cibo.

Per questa ragione sono convinto esista una stretta relazione tra pensiero, azioni e cibo e sono anche abbastanza sicuro che per comprendere davvero gli antichi, la loro storia, il loro pensiero sia opportuno sapere cosa mangiavano e, se possibile, provare ad assaggiare le loro pietanze.

Anni fa in una libreria remainder romana, purtroppo oggi scomparsa, ho acquistato un libro che mi è particolarmente caro e fa ancora oggi la sua bella figura nella piccola libreria in cucina insieme ai libri specializzati in materia culinaria.

Il libro si intitola “Il libro di cucina del British Museum” l’autrice è Michelle Berriedale-Johnson, una signora inglese che si è sempre occupata di storia della cucina e per scrivere questo volume ha fatto uso di documenti originali e della conoscenza delle tradizioni culinarie locali.

Non posso illustrare tutte le ricette, che coprono un periodo storico molto ampio, dall’antica Persia all’Inghilterra Georgiana e alla Cina Imperiale, mi fermo alla Grecia che come è ormai noto è uno dei miei luoghi e argomenti preferiti.

La minestra di lenticchie era il cibo dei poveri, veniva preparata densa, insaporita con molto aglio, cipolla e maggiorana, per il resto i Greci mangiavano pesce, agnello e maiale.

Meraviglioso il brasato di tonno, cotto a fuoco lento per circa un’ora in una pentola piena di  verdura (porri, sedano, rosmarino, timo, cetrioli), inebrianti le salsicce di agnello, farcite di menta, maggiorana, aglio e cumino.

La verdura accompagna le pietanze di pesce e carne, i cavoli con menta e coriandolo e i ceci che venivano serviti anche come dessert, insieme al formaggio con il miele, ai fichi secchi con le mandorle, al budino di miele e orzo.

Lo stufato di lattuga, sconsigliato da Nicandro di Colofone a chi volesse di dedicare il dopo cena alle attività amorose, merita una citazione perché nella tradizione greca era considerato un ottimo sonnifero e veniva cotto insieme a cipolla, aglio e abbondante salvia.

Il pensiero greco è il frutto di persone, uomini, che mangiavano questo genere di cibi e amavano il gusto dell’aglio, della menta, del timo, della maggiorana.

Evidentemente gradivano molto ritrovare nelle pietanze il profumo della natura.

Michel Onfray, filosofo francese noto al grande pubblico (in Francia) per il suo neo anarchismo e per dichiarazioni di ateismo: “Dio non è morto perché non è mortale. Una finzione non muore” (Trattato di Ateologia), prova a seguire un analogo percorso nel libro, tradotto in italiano da Ponte alle Grazie, con il titolo “I filosofi in cucina”. Il titolo originale “Le ventre des philosophes” era decisamente più confacente al testo.

Una scrittura vivace e avvincente accompagna il lettore nella conoscenza delle pietanze preferite di grandi filosofi insinuando il dubbio che le forme del pensiero siano il prodotto della chimica, frutto della scomposizione del polpo di Diogene, del lattosio di Rousseau, dell’alcool di Kant, delle salsicce di Nietzsche, dei crostacei di Sartre.

Onfray propone una gaia scienza alimentare, a tutti gli effetti una concezione naturale della vita, senza separazioni, steccati tra pensiero, corpo, cibo, sesso.

“Credo alla vita filosofica….non a esercizi di filosofia separati dalla vita. Perciò la tavola, come il letto, costituiscono un luogo altrettanto filosofico della scrivania o della biblioteca.”

Il concetto cartesiano cogito ergo sum va quindi allargato al cibo, all’atto di mangiare e a quant’altro.

James George Frazer. Il ramo d’oro

“Chi non conosce il famoso quadro di William Turner Il ramo d’oro?”

Questo è l’incipit di uno dei più famosi libri di antropologia e mitologia della storia della letteratura. Un racconto avvincente che prende inizio dalle sponde del lago di Nemi, il famoso specchio di Diana, acque tranquille incastonate in mezzo ai colli Albani. Boschi intricati, ricchi di ontani, querce e castagni, insaporiti dagli aromi del rosmarino e del mirto selvatico.

In questo ambiente primigenio vaga un’ombra ansiosa, “una figura scura che cammina avanti e indietro, con un luccichio di acciaio sulle spalle, ogni volta che una pallida luna, sbucando da uno squarcio nelle nubi addensate, lo sbircia attraverso l’intrico dei rami”. Non è un Dio antico è un uomo, un sacerdote consacrato a Diana dei boschi. Perché all’interno del santuario di Nemi cresceva un albero da cui era proibito staccare un ramo. La fronda dell’albero sacro era il Ramo d’oro, lo stesso che Enea colse per ordine della Sibilla prima di cominciare il suo viaggio nell’Ade, il regno dei morti. Una sorta di passepartout della vita visto che il ramo di vischio consentiva sì di entrare nell’Ade ma sopratutto di uscirne.

L’ombra ansiosa, l’uomo che cammina avanti e indietro, è il Rex Nemorensis, il Re del bosco. Il suo è un destino crudele, perché deve vegliare e proteggere la sacra pianta e il bosco aspettando che giunga inatteso uno schiavo deciso a ucciderlo e a prendere il suo posto.

Il racconto della vicenda del Rex Nemorensis è il fulcro attorno al quale si sviluppa l’opera di James George Frazer, un lavoro molto vasto, sintetizzato nell’edizione minore accessibile al pubblico, accolta a suo tempo con grande interesse forse più per il suo carattere narrativo ed estetico che per il contenuto etnologico. Una specie di “romanzo scientifico” che riesce ancora a liberare la nostra immaginazione e a portarci per mano in un mondo carico di mito e leggenda, in un mondo ove il fascino dell’originario si coniuga con l’oscurità e il terrore. Un mondo vero.

C’è al museo di Valle Giulia a Roma una statua che, a mio parere, riesce a sintetizzare, nella sua concreta essenza, il portato di queste suggestioni, non è romana ma etrusca, è la statua dell’Apollo rinvenuta a Veio. Il suo sguardo, definito enigmatico, è la sintesi perfetta di apollineo e dionisiaco, un collante che tiene insieme le forze della luce e della notte, più semplicemente la rappresentazione di quello che siamo e che siamo stati abituati a disconoscere.

I miti raccontati mirabilmente da Frazer, meritano una lettura e una riscoperta proprio per questo motivo.

L’autore stesso però, vittima dei suoi tempi, cade infine nella trappola dell’amnesia. Quando ammette di trovare il conforto della luce a causa del rintocco delle campane papaline che echeggiano a valle. Questa caduta di tono, così come  il ricorso eccessivo ai termini selvaggio, barbaro e primitivo gli procurano le critiche di Marcel Mauss e gli anatemi di Ludwig Wittgenstein.

“Il modo in cui Frazer rappresenta le concezioni magiche e religiose degli uomini è insoddisfacente perché le fa apparire come un errore” (Ludwig Wittgenstein, Note sul Ramo d’oro di Frazer).

Wittgenstein non ha tutti i torti, chi può dire ancora oggi con certezza cosa è vero e cosa è falso?

Mario Rigoni Stern. Arboreto salvatico

Un giorno di molti anni fa, era la metà degli anni settanta, Mario Rigoni Stern venne a fare una lezione, oggi si direbbe una testimonianza, nella mia classe del liceo. L’avevo invitato io, con il permesso della docente, perché lo conoscevo in quanto era amico di famiglia. Mario entrò nell’aula piccola e lunga e dopo aver salutato, come se conoscesse tutti da tempo, prese posto dietro la cattedra. Non era un periodo facile, anche all’interno della scuola c’erano forti tensioni e contrapposizioni politiche. Alcuni miei compagni avevano accolto la notizia dell’arrivo di Mario con perplessità perché erano di destra e era nota la sua simpatia per la sinistra.

Mario raccontò della guerra di Russia, del gelo, della ritirata e di come gli alpini italiani erano riusciti ad aprirsi un varco nell’accerchiamento russo per tornare a casa. Ricordo le immagini, non le parole. Il freddo, il gelo che conquistava i vestiti e la pelle sotto. La ricerca spasmodica del cibo e del calore nelle isbe russe. Non era il racconto di una guerra ma di una immane tragedia in cui uomini di entrambi gli schieramenti lottavano per sopravvivere e per mantenere viva, nonostante tutto, la loro dignità di persone. Dopo un po’ nessuno di noi pensava più alle sterili contrapposizioni e alle baruffe di quartiere, eravamo stupiti e ammirati dalla serenità e dalla calma di un uomo che aveva vissuto quell’esperienza terribile e ne parlava senza rancore.

Ho incontrato Mario Rigoni Stern altre volte, l’ultima al salone del libro di Torino nel 2004, ma il ricordo della sua lezione rimane vivo nella mia mente come il sentimento di fratellanza e amicizia che lasciò tra noi, compagni di classe, il suo passaggio.

Nella sua intensa vita di scrittore ha pubblicato tanti bei libri a cominciare da “Il sergente nella neve”, proseguendo con “Il bosco degli urogalli”, con “Storia di Tönle” e molti altri. Il libro che vorrei segnalare è forse il più dichiaratamente naturalista e si intitola “Arboreto salvatico”.

Nell’introduzione Mario Rigoni Stern cita Anton Čechov: “Chi conosce la scienza sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici” e racconta che lo scrittore russo possedeva in Crimea un appezzamento di terra sul quale aveva piantato alberi e cespugli, trasformandolo così da luogo sassoso e inospitale in un luogo bello e civile. Le piante e gli alberi fanno parte della nostra vita, gli antichi proteggevano i boschi e le foreste e alcuni boschi erano definiti sacri.

Ogni capitolo di Arboreto salvatico è intitolato a un diverso tipo di pianta: il larice, l’abete, il pino, la quercia, la sequoia e, in fondo alla lunga lista, il ciliegio. Brevi racconti nei quali i rami e le radici delle piante si intrecciano con la vita degli uomini e con vicende della storia o della letteratura. Una relazione che acquista forza e sostanza proseguendo nella lettura, insieme alla convinzione crescente che le piante siano una parte di noi e noi parte di loro, così come in effetti siamo per la natura.

Quando una pianta viene abbattuta per fare largo ai frutti insipidi dell’interesse economico (un parcheggio per auto, un condominio di villeggianti..) se ne va un pezzo di storia (quanti fatti ha visto accadere quella pianta, quanta gente ha visto nascere e morire?) e della nostra giovinezza.

Mario ricorda, a questo proposito, l’ultima scena del “Giardino dei ciliegi” e il pianto di Ljubov Andreevna, costretta a vendere il terreno alla speculazione, prima di abbandonarlo per sempre.

“Mio caro, dolce, meraviglioso giardino….Vita mia, giovinezza mia, felicità mia. Addio!…Addio!” E il vecchio maggiordomo Firs “rinchiuso e dimenticato dentro la casa sente in lontananza la scure che si abbatte sugli alberi.”

Jean Clair. Marcel Duchamp, il grande illusionista

A partire dal 1912 Duchamp lavorò a La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, (traduzione di La Mariée mise à nu par ses célibataires, même), chiamato anche Grande Vetro: questo “quadro” è formato da due enormi lastre di vetro che racchiudono lamine di metallo dipinto, polvere, e fili di piombo.

Nel 1923 lasciò l’opera definitivamente incompiuta.

Il Grande Vetro contiene e sviluppa tutta l’attività passata e futura di Duchamp, e ha dato origine a una notevole quantità di interpretazioni da farlo ritenere una delle opere più complesse e affascinanti di tutta la storia dell’arte occidentale.

Durante un trasporto, subì danni consistenti, ma l’artista decise di non riparare l’opera proprio per dimostrare di accettare, complice del caso, la completa riassunzione-integrazione nell’opera del suo carattere inerziale di “cosa”.

Dal 1954, è conservato al Philadelphia Museum of Art.

Tutta la complessa attività del Grande Vetro è descritta in dettaglio dallo stesso Duchamp, (anche se in forma frammentaria, ermetica e allusiva) nelle due raccolte di appunti, Scatola verdeScatola bianca.

Duchamp prescrive di non chiamarlo quadro, ma “macchina agricola”, “mondo in giallo” o “ritardo in vetro”. Se la seconda denominazione ha dato adito alle più disparate interpretazioni, la “macchina agricola” è un attributo facilmente riconoscibile, dalla “fioritura arborea” della Sposa ai complessi meccanismi di trebbiatura dell'”apparecchio scapolo”.

La parte inferiore del Grande Vetro è composta da un complesso meccanismo costituito dal mulino ad acqua, dalle forbici, dai setacci, dalla macinatrice di cioccolato e dai testimoni oculisti. Sopra il mulino è situato il cimitero delle livree e delle uniformi, dove i nove stampi maschi rappresentano le diverse identità dello scapolo.

Jean Clair prova a mettere in fila gran parte delle interpretazioni che hanno avuto come oggetto il Grande Vetro, da Breton sino a Deleuze e Guattari nelle  pagine dell’Antiedipo.

Una ridda infinita di intuizioni e pensieri rivolti nel tempo a capire il senso e a penetrare l’enigma, organizzati secondo tre chiavi di lettura.

La chiave esoterica (Breton, Burnham e Lebel), la chiave religiosa (Carrouges, Janis) e la chiave psicanalitica (Arturo Schwarz e René Held).

Ne viene un percorso interpretativo affascinante che se da un lato sottolinea l’importanza dell’opera di Duchamp nel quadro della modernità e postmodernità dall’altro mette in luce l’aspetto enigmatico e illusorio dell’opera d’arte.

Un contesto nel quale la rappresentazione è anche, e soprattutto, finzione.

“…Se quest’opera non fosse là dove ci si ostina a vederla? Se Duchamp fosse altrove? Se la sua importanza non fosse là dove la si ripone?” prova a chiedersi Jean Clair.

E se fosse, invece, solo una magica, divertente e concreta raffigurazione di quanto, talvolta, possa essere forte la seduzione di un gesto ingannevole?

Ralph Waldo Emerson. Essere poeta

Ricordo molto bene quando un signore poco brillante apostrofò un collega, che stava spiegando un progetto ambizioso, dandogli del poeta. Evidentemente il termine poeta aveva per quella persona un connotato negativo, nella migliore delle ipotesi: sognatore, nella peggiore non saprei.

Certo non aveva letto Ralph Waldo Emerson…..

“Il linguaggio è poesia fossile. Come le rocce calcaree del continente sono composte da masse infinite di conchiglie così il linguaggio è fatto di immagini o tropi che, nel loro uso secondario, da tempo hanno cessato di ricordarci la loro origine poetica.”

Ecco, le immagini, i tropi della poesia: la metafora, la metonimia, la sineddoche, come del resto pensava anche Giovan Battista Vico, non sono semplicemente strumenti estetici volti a impreziosire il linguaggio, ma necessari modi di spiegarsi, perché la poesia è  forma espressiva naturale e originaria. In questo cogliamo una forte relazione con James Hillman, i tropi di Emerson somigliano molto agli archetipi di Hillman.

Il comune denominatore è la ricerca appassionata dell’origine.

Emerson è in questa ricerca Presocratico, perché spezza il velo della caverna platonica, che ha ridotto la poesia a imitazione di illusioni, dando al poeta patente di autenticità nella sua essenza di dicitore originario. Come non pensare a Omero e alle grandi opere che sono alla base della cultura occidentale.

Essendo autentica la poesia ha un rapporto diretto con la verità “è la parola dell’uomo sul reale e non sull’apparente”.  Il poeta è l’uomo dell’inizio, il seminatore, la primigenia fonte di energia del progresso.

Questa posizione non nasce casualmente ma ha radici profonde già nel primo libro di Emerson “Natura”. E’ in un rapporto nuovo con la natura che l’uomo deve ritrovare il suo posto ripristinando un equilibrio che può darsi soltanto nella corrispondenza con il mondo naturale. Gli uomini travolti dalle illusioni dell’attualità hanno dimenticato la voce della natura, perciò devono recuperare quella connessione intima, tornare a leggerla dentro di sé, tornare a guardare «Dio e la natura faccia a faccia».

La poesia, semplicemente, è il vettore che può aiutarci a recuperare lo stato dell’essere.

Questo piccolo volume che comprende tre saggi, due dei quali inediti è uno strumento importante per comprendere la modernità di Emerson e, in fondo, anche, per riflettere sulle nostre amnesie.

Oggi, in un mondo disperatamente cinico e imprigionato nell’utilitarismo, la filosofia poetica di Emerson, così come il Pan di Hillman, ridanno valore alle emozioni umane, allo stupore, alla magia, ai sentimenti profondi che sono alle fondamenta del piacere di vivere.

Wassily Kandinsky. Punto, linea, superficie

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Punto, linea, superficie” è un lavoro innovativo nell’ambito della storia dell’arte e Wassily Kandinsky è probabilmente l’artista che, più di altri, ha provato a dare un contenuto teorico all’esigenza di spiegare il senso della sua opera e delle sue ricerche.

L’obiettivo che, in prima istanza, emerge sembra essere il tentativo di porre l’arte in un contesto scientifico, avvalendosi di scienze esatte quali matematica e geometria.  Quindi la volontà di raffreddare, attraverso la purezza glaciale di formule,  equazioni e algoritmi, il calore pulsante del segno dell’artista riponendolo in un ambito formale.

«È come un pezzo di ghiaccio nel quale brucia una fiamma» diceva Kandinsky, riferendosi alla sua pittura, e così, facendo coesistere il freddo e il caldo, ipotizzava una sorta di prigione formale nella quale, in fondo, potessero abitare anche le emozioni. Ma la sua affermazione rivela che  fiamma e  ghiaccio sono soprattutto espressioni di una realtà in divenire e che, pertanto, hanno molto in comune con la materia organica di cui è fatta la terra e la nostra vita.

Per la stessa ragione la forma, in questo caso le forme, sono da considerarsi espressioni significanti delle particolari realtà che rappresentano.

Più che a progetto di una nuova scienza artistica “Punto, linea, superficie” è assimilabile, nel suo ulteriore sviluppo, a un trattato metafisico, infatti, superando la tassonomia delle forme, in esso Kandinsky dichiara di voler cercare il contatto diretto con l’opera, provando a: “diventare attivi in essa e a vivere il suo pulsare con tutti i sensi”.

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La superficie di fondo di un quadro, prima di essere lavorata, è insieme spazio artistico e letterario, il bianco è al tempo stesso vuoto e pieno perché possiede un’innata personalità che, nel processo di costruzione, si unisce, rispecchiandosi, alla personalità dell’autore. E’ un rapporto diretto, speculare, tra esseri viventi nel quale destra e sinistra si rovesciano come allo specchio, la destra dell’autore è la sinistra della superficie di fondo, e la sinistra è la destra. Uno scambio, un incrocio come quello che si verifica quando incontriamo un’altra persona e le stingiamo la mano.

Lo spazio letterario coincide con lo spazio artistico nel momento in cui l’opera svela la dinamica del racconto. La parte superiore della superficie di fondo rappresenta la leggerezza, il suo carattere letterario è il cielo, la parte bassa la pesantezza, la terra, il lato destro la quiete, la casa, quello sinistro la libertà, la lontananza.

“Non ci si immagini che questi rapporti debbano essere presi alla lettera, e specialmente non si creda che essi possano determinare l’idea compositiva. Essi hanno solo lo scopo di rappresentare analiticamente le tensioni interne della superficie di fondo e di portarle alla coscienza; e ciò, per quanto mi risulta, non è stato ancora fatto in una forma ben chiara..” scrive Kandinsky, ma alzando gli occhi sulla parete di fronte vedo che in uno dei miei quadri il fiume scorre verso sinistra e, nell’altro, il mare si perde dalla stessa parte.

La superficie di fondo raccoglie e contiene queste tensioni contrastanti e i punti e le linee, facendo parte o svincolandosi dal contesto, generano movimenti che mettono in dubbio i limiti definiti della superficie stessa, portando l’attenzione dello spettatore su  nuovi scenari di spazio indefinito e smaterializzato.

Entrare quindi in profondità nell’opera d’arte anche a costo di confondere le identità e smarrire la cognizione dello spazio e del tempo.

Le aure della conoscenza, un atlante delle forme sociali. Federico Casalegno e Marco Susani

Questo innovativo libro-atlante scritto da Federico Casalegno e Marco Susani ci regala il disegno di una nuova prospettiva: la rappresentazione dell’intangibile. Aure: tracce delicate di percorsi apparentemente invisibili, paiono acquerelli, ma in realtà tangibili, perché frutto delle relazioni sociali che si sviluppano usando nuovi strumenti di comunicazione.

Intanto ricordiamo chi è Federico Casalegno, direttore del laboratorio “mobile” del Mit, uno dei più prestigiosi istituti universitari del mondo.

“Questo Atlante si propone di “visualizzare l’invisibile” per comprendere come le tecnologie in rete cambino le dinamiche sociali e il carattere dei “luoghi” dove socializziamo” sottolineano gli autori nel primo capitolo.

Il rapporto tra intangibile e luoghi, localizzazione delle relazioni, è il punto centrale perché le nuove tecnologie contribuiscono a determinare una nuova dimensione della realtà, una “networked reality”, un luogo, anzi uno spazio, nel quale le vecchie modalità d’uso e fruizione della comunicazione uno a molti sono ormai in discussione.

Un radicale cambio di paradigma generato dall’uso di strumenti innovativi (come quello che ancora ci ostiniamo, forse impropriamente, a definire telefono, in realtà sintesi di molteplici applicazioni e terminale sempre connesso alla rete) che coniugano e legano gli ambiti relazionali con  il territorio che percorriamo e frequentiamo.

La scelta di descrivere le relazioni e i loro flussi utilizzando aure non è certo il modo più esaustivo di rappresentazione ma ha il pregio di non essere condizionato a priori dai limiti degli spazi fisici e dai vincoli delle infrastrutture di rete.

Il risultato che ne viene: innumerevoli aure che descrivono altrettante iterazioni, testimonia che la metarealtà esiste ed è una nuova dimensione dello spazio e del tempo in cui resta traccia delle storie e della vita di ognuno di noi.

Come un fisico fallito e uno psichiatra pentito sono andati alla ricerca della formula scientifica dell’innovazione e della creatività e non l’hanno trovata, ma hanno scoperto qualcosa di molto più utile e sorprendente divertendosi un sacco. Alessandro Garofalo e Matteo Rampin

 

Il fatto che Alessandro Garofalo, uno dei maggiori esperti italiani di innovazione e creatività applicate ai prodotti, abbia scritto questo libro con l’ ausilio del suo amico psicanalista Matteo Rampin la dice lunga sul personaggio.

Comunque questo libretto dal titolo lunghissimo è molto prezioso perché profondamente onesto dal punto di vista intellettuale, virtù oggi sempre più rara. Meravigliosi i consigli per l’utente.

Primo evitare i guru.

Secondo verificare l’esperienza degli esperti.

Terzo il calzolaio si occupi di calzature; ovvero non impicciarsi di cose che non si conoscono.

Questo sì che vuol dire andare controcorrente, perché oggi siamo pieni di guru e guretti, persino gurette, improvvisati e con un curriculum modesto che pontificano su quello e su questo.

Il libro poi lentamente e con forza assume la dimensione di un utile manuale di orientamento nel mondo della consulenza innovativa per clienti e consulenti. Un manuale sintetico e ricco di tecniche e casi specifici.

Complimenti, non è facile scrivere in maniera semplice e informale di questioni complesse senza correre il rischio di cadere nella banalità.

Il libro si legge senza fatica e ti porta spesso a rivedere i punti chiave per imprimerli bene nella mente.

Bardolino, Rovereto, Venezia, treni, motoscafi, bettole e altri ritrovi di fortuna sono stati utili luoghi di riflessione e hanno anche portato fortuna.

Einstein innamorato. Dennis Overbye

Un libro interessante dal quale si apprende, con un certo stupore, quanto fu importante nella vita e negli studi di Albert Einstein la presenza del “sangue gitano” di Mileva Maric‘, la sua prima moglie. Una donna strana, affetta da un leggero handicap, che passava le notti a comprovare con l’ausilio della matematica le teorie del marito dalle prime esperienze di elettrodinamica, alla teoria della relatività, alla meccanica quantistica.

Come sostiene l’autore, Dennis Overbye, questo libro non è propriamente una biografia di Einstein, perlomeno nel senso comune del termine, è piuttosto una ricerca che tenta di scandagliare il lato umano di uno scienziato che ha cambiato radicalmente la cultura e la vita dei tempi successivi. Ne viene fuori un ritratto singolare.

Einstein era un rivoluzionario, seppure nel suo campo, un uomo totalmente al di fuori degli schemi anche nelle sue scelte private e amorose, un giovane innamorato, renitente alla leva, artista, poeta, musicista e fisico attaccabrighe. La sua fidanzata serba, Mileva appunto, una femminista e anch’essa una studiosa di fisica.

L’impressione che ne viene, dopo una lettura intensa e talvolta impegnativa, per un non fisico, è che forse l’amore ha avuto un ruolo molto importante in quelle scoperte.

Vuoi vedere che anche Dioniso ci ha messo lo zampino?

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