Piero Gaffuri. Uomini condannati a sognare

Il nuovo libro di poesie, con i disegni dell’autore

 

Non è la prima volta che Gaffuri si cimenta con la poesia, dopo aver dato prova di sé nella narrativa e nella saggistica. Rispetto alle precedenti esperienze qui egli appare più libero, sia nell’ampiezza dei temi trattati e sia nella forma attraverso la quale raggiunge la propria cifra stilistica. La scelta di decorare le pagine con una selezione dei propri disegni, dimostra oltre modo la volontà dell’autore di intendere l’espressione come necessità.

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VCastelnuovo

 

Nota dell’autore. Tratta dal libro.

Poesie e disegni

Il percorso iconografico

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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Gino Severini. Vita di un pittore

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La vita di un pittore è il titolo dell’autobiografia di Gino Severini, un racconto avvincente che prende il via dalla sua fanciullezza a Cortona in casa di un nonno mastro muratore e della nonna tessitrice, una giovinezza contraddistinta dalla povertà e dall’espulsione da tutte le scuole del regno per aver rubato, insieme ai compagni, i temi destinati agli esami di licenza media.

Severini è stato un grande pittore italiano della prima metà del secolo scorso, firmatario del Manifesto futurista di Marinetti, in realtà più parigino che italiano, grazie alla lunga permanenza nella capitale di Francia, e non a caso il primo capitolo della autobiografia s’intitola Cortona Parigi via Roma.

Vi sono in questo lungo racconto di vita alcuni elementi che fanno riflettere, il primo è senza dubbio il rapporto dell’uomo con le difficoltà della vita di pittore.

Una situazione di permanente indigenza ove è difficile trovare i denari per pagare l’affitto di casa e dello studio, spesso anche le risorse per mangiare, ciononostante si va avanti sorretti da una fede cieca nelle proprie possibilità artistiche, anche se i risultati non arrivano e i quadri non si vendono. E’ l’amore profondo per l’arte che porta a superare difficoltà apparentemente insormontabili e anche l’amore per il vivere libero.

Quando Severini sposa la giovanissima Jeanne, decide di raggiungere Pienza, dove vivono i suoi genitori. Il padre usciere in una piccola pretura, conduce una vita molto modesta, da subito Gino si preoccupa dell’incontro tra la moglie e la famiglia di origine e dei possibili guasti che anche un periodo di breve convivenza con i genitori avrebbe potuto arrecare al suo matrimonio.

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“Jeanne non aveva paura della miseria, l’aveva sempre vista intorno a sé, ma bisogna dire che la miseria degli artisti non è come quella di un piccolo impiegato è tutta un’altra cosa”.

Basti ricordare l’arrivo di Severini a Parigi, anni prima, senza un soldo, solo cinquanta centesimi in tasca, misero e disarmato, non conosceva nessuno, parlava malissimo la lingua e professionalmente non era ancora nulla, né un copista e neppure un disegnatore, tuttavia era di stato d’animo allegro, felice, e così, rammentando il consiglio di uno scultore inglese conosciuto a Roma, prese un tram dipinto di bianco per Montparnasse.

“L’artista è grandioso, internamente ricco, e mai schiacciato anche nella miseria; inoltre, da un momento all’altro, non fosse che per un giorno o anche meno, può divenir ricco; mentre l’impiegato quando è povero lo è irrimediabilmente, senza speranza, sostanzialmente e apparentemente”.

Queste considerazioni di Severini nascono dalla consapevolezza delle difficoltà, da parte della famiglia di origine, di comprendere la sua vita e le condizioni della sua nuova famiglia, ma hanno comunque un senso ampio e fanno riflettere sull’energia interiore dell’artista e sulla dinamica delle opportunità di cui è l’unico promotore.

Un altro aspetto riguarda le relazioni tra l’ambiente artistico parigino di quegli anni, ricchissimo di grandi presenze da Picasso a Braque, Matisse, Utrillo, Modigliani, Apollinaire e Gertrude Stein, tanto per citarne alcuni e quello italiano e in particolare con il movimento futurista guidato da Marinetti e animato dall’amico Boccioni con il quale Severini aveva trascorso il periodo romano.

Severini, che nella scomposizione delle forme si riteneva un allievo di Seurat, aveva un grande rispetto per la pittura nata a Parigi, per quella del suo tempo ma anche per la precedente, perché Parigi era il centro dell’arte mondiale, “materialmente e moralmente tutto convergeva lì”.

Per questa ragione, pur avendo sottoscritto il manifesto futurista, era perplesso di fronte ai comportamenti marinettiani che parevano sottostimare il valore dell’arte moderna e delle sue giovani tradizioni, contrapponendo una sorta di primato etnico, l’italianità, da salvaguardare nell’arte.

“I miei quadri, esposti tante volte da Rosemberg, vicini a quelli di Picasso e di Braque, erano italiani, come quelli di Braque erano francesi e quelli di Picasso spagnoli, e quelli di Modigliani non erano forse italiani? Si confonde troppo spesso anche oggi qualità etniche e provincialismo.”

Penso vi sia poco da aggiungere, se non riscontrare la chiaroveggenza di un autore cosmopolita ben in anticipo su quanto purtroppo sarebbe accaduto più tardi.

Del resto Severini, oltre che nelle sue opere, è anche straordinariamente efficace in questa sua dichiarazione spiazzante: “se uno storico amante di precisione aneddotica volesse oggi mettere un nome sul primo pittore che, dopo i bizantini, dipinse una forma direttamente ispirata dalla natura, sarebbe molto imbarazzato”.

1910 Gino Severini, Souvenirs de Voyage

Mario Perniola. L’estetica contemporanea

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Ho conosciuto, la prima volta da lontano, Mario Perniola negli ultimi anni settanta grazie al suo “Georges Bataille e il negativo”, di cui conservo gelosamente una copia per i tipi di Feltrinelli,  largamente usata e consultata nella stesura della mia tesi di laurea. Un autore importante, Bataille, e davvero visionario per le sue intuizioni originali in materia di desiderio, eccesso, dépense e marginalità sociale.

L’estetica contemporanea è un lavoro che si svolge assecondando percorsi ispirati dalle tensioni della vita, superando e di fatto contravvenendo la costruzione ragionevole di una dimensione unitaria. Un pensiero disorganico che segue il fluire delle pulsioni vitali: vita, forma, conoscenza, azione, sentire, cultura.  In questi ambiti apparentemente distinti, ma in realtà intimamente connessi quasi fossero capillari venosi, Mario Perniola individua i principali movimenti dell’estetica illustrandoli e spiegandoli con precisione e chiarezza: da Dilthey a Foucault (estetica della vita), da Wölfflin a McLuhan e Lyotard (estetica della forma), da Croce a Goodman (estetica e conoscenza), da Dewey a Bloom (estetica e azione). Trattando il tema del sentire emerge la passione dell’Autore per i territori impervi della sensibilità e della affettività (Bataille, Blanchot, Klossowski).

Ma vi sono anche riflessioni che ben si coniugano con i contenuti della nostra ricerca, come quella sul filosofo italiano, poco conosciuto al grande pubblico, Luigi Pareyson per il quale le “anime belle” sono di nichilisti riconciliati con la vita, atei lontani dalla filosofia che evoca i territori del rischio e delle sfide impossibili. La realtà è per Pareyson un’entità separata dal pensiero e l’uomo moderno la guarda con uno stupore ragionevole.  Lo stesso stupore che nutre di fronte alla sofferenza e all’altalenante susseguirsi delle dinamiche di umiliazione e rinascita.

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Anche il discorso e la scrittura, come forme di espressione, debbono essere considerate in modo diverso e l’opera di Jacques Derrida “Della grammatologia” spiega quanto il processo di asservimento del segno alla voce sia legato all’antica considerazione del logos, il discorso, inteso come origine della verità. La scrittura, il “tessuto dei segni”, proiezione esterna e tangibile del linguaggio rivendica la precedenza, costruita attraverso l’intreccio con le forme d’arte primordiale e le descrizioni naturali.

La scrittura, prodotto del disaccoppiamento del segno dal linguaggio è anche metafora di estraniamento, è vero è separata dalla persona, di cui è espressione periferica, ma non per questo è limitata, anzi ripropone in forma originale il tema dell’identità attraverso la differenza, la ripetizione e la duplicazione.

L’arte contemporanea invece ha perso identità, è arte ciò che viene presentato e rappresentato nel campo dell’arte, a prescindere da ogni considerazione estetica, comprese le categorie del bello e del brutto. E’ il mercato a definire l’effettivo status di opera d’arte. Sono i campi e gli scompartimenti a dare l’imprimatur d’arte e cultura agli oggetti e agli uomini che contengono. Almeno per il pubblico.

L’estetica occidentale, trasfigurata dalle logiche di mercato, sfiorisce di fronte alle acute pagine orientali di Li Zehou che descrive il passaggio da un mondo mitico popolato di creature fantastiche al mondo moderno e che prevede nel percorso di un futuro, riconoscente del passato, la possibile riscoperta della bellezza e dell’educazione estetica.

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Stefano Carletti. Naumachos

Nel 1971 avevo quindici anni, ma la giovane età non mi impedì, l’anno successivo, di conseguire il brevetto di apneista al Club Sommozzatori Padova con maestri come Fabio Marchetti e Agostino Siviero, a tutti gli effetti veri pionieri della subacquea. Qualche anno fa andando a ritirare un premio per la mia attività letteraria nella storica sede del Museo della Marineria di Viareggio ho visto, esposto in una bacheca, un brevetto del tutto identico al mio: ineffabile evidenza del trascorrere del tempo.

Le formidabili avventure raccontate da Gianni Roghi in Dahlak e nel film Sesto continente di Vailati e Quilici erano appannaggio della generazione precedente, per intenderci quella uscita dalla guerra, sperimentazioni di nuove e rivoluzionarie attrezzature e primi record con il grande Raimondo Bucher protagonista indimenticabile.

Per noi ragazzi del baby boom, fine anni cinquanta e primi sessanta, quelle vicende appartenevano a una dimensione favolistica e leggendaria, una porzione di mondo intangibile, perché eravamo abituati a raggiungere in bicicletta o in autobus la piscina dove imparavamo a immergerci e, nel nostro piccolo, a lottare con la normalità delle intemperie, pioggia, vento, talvolta neve, figurarsi se pensavamo di partecipare a una spedizione in Mar Rosso o nei lontani mari tropicali.

Sognavamo, ma in modo pratico e minimalista, aiutandoci con la bellissima rivista “Mondo Sommerso” diretta da Antonio Soccol e traendo ispirazione dalle foto di immersioni e di caccia: i fondali dell’Isola d’Elba, dell’Isola del Giglio, le bocche di Bonifacio, Carloforte, Lipari e Egadi con qualche puntata esterofila sulle frastagliate coste della Corsica. Le modelle subacquee in pose plastiche e in topless, evidentemente consentito, all’epoca, solo sotto il livello dell’acqua, aggiungevano ai nostri sogni di ragazzi una tenue allure sessuale.

Dietro la barriera di gorgonie, prima vera scoperta delle immersioni in acqua libera, la libertà stava proprio nel poter andare finalmente a scoprire la verità del profondo, e dopo le uscite in macchina con i colleghi più grandi, avevamo bisogno di una spinta, una spinta creativa che ci portasse a vivere il mare autonomamente e come protagonisti.

Naumachos è stata la spinta, un libro divorato sul copriletto di ciniglia della casa paterna, sull’asciugamano in spiaggia, un compendio di energia in linea con le tensioni e le energie di quei momenti. Basta con la subacquea ufficiale, abbasso lo stato padrone e l’enfasi militaresca, sù andiamo a caccia di pesci e anfore e viviamo così, cogliendo l’attimo e l’occasione più propizia. Il nemico sott’acqua è il nemico fuori: la polizia, i baschi neri, la guardia costiera, servitori di una repubblica asfissiante e poco marinara che si oppongono alla libertà di iniziativa, alla nostra libertà.

La subacquea piratesca di Carletti è musica per le orecchie di ragazzi che hanno voglia di cambiare il mondo e che fanno della sfida al conformismo, della lotta contro le regole dei vecchi, la loro bandiera. Subacquea e pirateria, un mix imprevedibile e al tempo stesso seducente, come le acque calde di Cala Agadir, il letto di anfore del relitto, la statuetta venduta al mercante inglese, la mattanza di Favignana e la passeggiata dentro la pancia dell’Andrea Doria.

Poi, con il ricavato, la realizzazione del sogno più bello, una barca propria e navigare.

Non è un caso che Naumachos venga stampato ancora oggi, sono passati quarant’anni dalla prima edizione.

Forse è ancora lì che aspetta una generazione che abbia finalmente il coraggio e la forza di prendere per mano il destino e cambiare le cose, costi quel che costi.

Ennio Flaiano. La solitudine del satiro

Come può essere solitario un satiro?

L’abitudine a rivelarsi nell’assemblea del corteo dionisiaco, partecipando al rito sacro e irridente, è certo in forte contrasto con lo stato doloroso della solitudine, perché da solitario, e intruso, si troverebbe costretto a misurarsi proprio con il gradiente indigesto della sua diversità, avvertendo immediatamente l’angoscia del rapporto individuale con il mondo reale.

Ennio Flaiano, abruzzese di Pescara, scrittore, giornalista, sceneggiatore, nel 1947 vince il primo Premio Strega con “Tempo di uccidere”, romanzo che racconta la guerra di Etiopia, scritto in pochi mesi su richiesta di Longanesi. Autore di sceneggiature di grandi film del cinema italiano, collabora con registi come Federico Fellini, Alessandro Blasetti, Luigi Zampa, Mario Monicelli, Dino Risi, Michelangelo Antonioni e molti altri.

Tiene per anni la rubrica “Diario notturno” su “Il Mondo” e collabora con alcune tra le più importanti testate giornalistiche italiane, come: il Corriere della Sera, L’illustrazione Italiana, L’Espresso, L’Europeo.

“La solitudine del satiro” è una raccolta di articoli usciti a più riprese su “Il Mondo”, sul “il Corriere della Sera” e altri giornali, ove Flaiano legge e osserva la realtà con lo sguardo di uno che non è parte, è di fuori.

Lo sguardo ironico e disincantato, appunto, di un satiro che il destino ha voluto comunque presente in uno scenario contraddistinto da cambiamenti sconvolgenti che spesso assomigliano a distruzioni, un’occhio che vede cose che scivolano inspiegabilmente addosso alla gente e puntualmente accadono senza che alcuno, intorno, dia l’impressione di accorgersene veramente.

Colate di cemento coprono le pendici dei colli di Roma mutando il volto alla città e andando anche a intaccare la cultura popolare, lo spirito che per secoli aveva animato il modus vivendi.

Bellissime le pagine dedicate all’umorismo.

Il pugile Cavicchia viene chiamato al telefono da uno spettatore durante l’incontro che volge al peggio, l’insegna della vecchia osteria, vicino al cimitero del Verano, con la scritta “Qui si piange meglio”, il fruttivendolo risponde alla domanda di una signora sulla bontà delle pere consigliandola di rimproverarle se non sono buone.

E’ la Roma del Belli attualizzata da Petrolini, patria di un “umorismo basato sulla dissociazione del reale, fumista, fisiologico, con quella bonarietà che lascia sempre il segno”, assediata da una campagna che sta cambiando, inesorabilmente, pelle. I nuovi quartieri residenziali vengono costruiti sugli antichi campi, strade larghe ancora deserte portano nomi di scrittori e poeti.

Famiglie e uomini solitari vanno a vedere le nuove case portati sin laggiù da automobili fresche d’acquisto, linde e pulite. “Altri guidatori solitari, nelle stradette che si incrociano aprono il confano del motore e guardano dentro. I colloqui dell’Uomo nella solitudine sono ormai con la macchina.”

In questo contesto anche Flaubert si troverebbe costretto a rivedere e riscrivere il suo romanzo “Bouvard et Pécuchet”, due immortali testimoni della umana stupidità, perché oggi la stupidità non è “borghese, razionalista, volterriana, come ai tempi del farmacista Homais, quanto tesa verso il futuro, piena di idee. Oggi il cretino è pieno di idee”.

Il satiro solitario è un essere libero per definizione, libertà certo dolorosa in quanto nata dalla privazione, ma al tempo stesso produttrice di un’ottica privilegiata, di una lucidità profonda nel giudicare ciò che accade, anche quando l’interesse della cronaca è ormai principalmente rivolto alle passioni.

Del resto, anche Lady Chatterley, del bosco, “la cosa che più l’aveva colpita era il guardaboschi”.

Petronio Arbitro. Satyricon

Chi erano Satiri e Sileni?

Divinità greche, giovani successori di Foroneo, per alcuni il primo uomo comparso sulla terra, figlio di Inaco, divinità fluviale e di Melia, una ninfa figlia di Oceano. Foroneo, in verità molto simile a Prometeo, si suppone sia stato il fondatore della prima comunità umana, abbia scoperto il fuoco e la fusione dei metalli.

Sileni e Satiri, a tutti gli effetti suoi nipotini, vengono spesso confusi, ma a essere accorti i primi avevano zampe e coda di cavallo mentre i secondi zampe e coda di capra. Entrambi, insieme a Ninfe e Menadi, facevano parte del corteo dionisiaco.

Una curiosità, se digitiamo le parole Sileno e Satiro nell’apposito spazio destinato alla ricerca dentro il portale Cognomi-Gens (http://www.gens.info/italia/it/) scopriamo che il cognome Sileno è ancora abbastanza diffuso in Italia, soprattutto nelle regioni della Magna Grecia e il cognome Satiro, più raro, è riscontrabile più o meno nelle stesse aree.

Satiri e Sileni, quindi, sono ancora tra noi? Può darsi, ma questo è un tema a parte.

Sileno è un personaggio interessante, figlio di Pan, dio silvestre, e di una ninfa ha  aspetto corpulento è calvo, peloso, raffigurato con attributi bestiali, molto saggio,  disprezza i beni terreni. E’ il precettore di Dioniso giovane, poi successivamente preda del vizio del bere e altri eccessi.

Partecipa ai banchetti sacri a Dioniso presentandosi a cavallo di un’asina ed è componente stabile del tiaso dionisiaco. Il suo volto ammiccante è raffigurato sulle metope dei templi dionisiaci e plasmato sulle statuette votive, spesso abbracciato a una menade.

Questa lunga prolusione introduce un libro importante e classico che ha, per molte ragioni, forti assonanze con i contenuti culinari o, per essere più precisi, con la più grande rappresentazione dell’eccesso in cucina che la letteratura sia riuscita a tramandare.

Il Satyricon di Petronio Arbitro infatti è, in buona parte, caratterizzato dal racconto della cena di Trimalcione, un monumento barocco e inquietante dedicato all’arte del fagocitare e all’ars vivendi del tardo impero romano e precursore di accadimenti analoghi nelle epoche seguenti.

Enclopio e Ascilto sono i protagonisti di una parodia dell’andare che li porterà prima a odiarsi, a causa del condiviso amore per il giovane Gitone, e successivamente a ritrovarsi passando attraverso episodi paradossali, orge e incontri fortuiti.

La celebre “cena Trimalchionis” è il momento centrale del racconto e occupa una buona metà del testo.

Trimalcione è un liberto divenuto ricco con il commercio. Alla cena sono invitati oltre  ai tre giovani, Enclopio, Ascilto e Gitone, altri personaggi del suo rango. Le descrizioni delle portate sono incredibili, come del resto la scenografia che le accompagna.

“Quanto al vassoio, vi campeggiava un asinello in corinzio con bisaccia, che aveva olive bianche in una tasca, nere nell’altra. Ricoprivano l’asinello due piatti, su cui in margine stava scritto  il nome di Trimalcione e il peso dell’argento. E vi avevano saldato ancora dei ponticelli, che sostenevano ghiri cosparsi di miele e papavero. E c’erano dei salsicciotti a sfrigolare su una graticola d’argento, e sotto la graticola susine di Siria con chicchi di melagrana”.

Le portate sono seguite da giochi acrobatici dei servi e dalla conversazione dei commensali su svariati temi quali l’inopportunità dei bagni, la funzione del funerale, l’agricoltura, la religione, i giochi pubblici, i disturbi intestinali, il destino, i monumenti funebri, ecc.

Oltre alla lettura, che senz’altro consiglio, un altro modo per conoscere e apprezzare il racconto è gustarsi il celebre film di Fellini, Satyricon, facilmente rinvenibile, in forma integrale, su You Tube. Anche se nel film la cena di Trimalcione è trasfigurata in una dimensione onirica e decadente, bisogna ammettere che mantiene il suo carattere ironico e trasgressivo. La tecnica di ripresa è tradizionale al contrario di quella geniale e innovativa, video clipping ante litteram, di Carmelo Bene in Salomè, ma il contenuto è evocativo e per molti versi affascinante.

Il mondo del Satyricon è il mondo antico dei Satiri, dei Sileni, delle Menadi e delle energie dionisiache e ancora oggi, talvolta, è utile buttarvi uno sguardo, anche solo per mantenere vivo il ricordo di come eravamo.

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