Piero Gaffuri. Uomini condannati a sognare

Il nuovo libro di poesie, con i disegni dell’autore

 

Non è la prima volta che Gaffuri si cimenta con la poesia, dopo aver dato prova di sé nella narrativa e nella saggistica. Rispetto alle precedenti esperienze qui egli appare più libero, sia nell’ampiezza dei temi trattati e sia nella forma attraverso la quale raggiunge la propria cifra stilistica. La scelta di decorare le pagine con una selezione dei propri disegni, dimostra oltre modo la volontà dell’autore di intendere l’espressione come necessità.

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VCastelnuovo

 

Nota dell’autore. Tratta dal libro.

Poesie e disegni

Il percorso iconografico

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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Folco Quilici. Relitti e tesori

Alcuni libri riescono ancora a farci sognare.

Spesso c’è di mezzo il mare, la sua forza, la sua capacità di nascondere e svelare, portandoci dritti dentro storie sconosciute o dimenticate, simulacri del passato e del presente immersi nelle profondità.

Il mare significa e racchiude una dimensione primigenia, regioni nascoste e per fortuna ancora, in larga parte, incontaminate nonostante gli sforzi scellerati dell’umana incoscienza tesi alla produzione del contrario, cioè alla contaminazione e alla distruzione. Questo universo mutevole, gentile e feroce al tempo stesso, nasconde anche le nostre vestigia e i relitti delle navi di ogni tempo, dall’epoca dei Fenici ad oggi. Custodisce ricoprendo di vita, come solo la natura può fare, modificando definitivamente il valore d’uso degli oggetti, trasformando navi e aerei in abitazioni per la flora e la fauna sottomarina.

La capacità del mare di lavorare le cose: sassi, tronchi, vetri, creando forme d’arte è ben nota e in essa ritroviamo intatta l’essenza stessa dell’autentico, la verità senza il bisogno della ricerca, perché automaticamente in sé e per sé. L’inutilità della ricerca rilancia l’immagine del sentiero interrotto (Holzwege Heideggeriano) che in questo caso, però, non si annulla tra la vegetazione ma semplicemente si scioglie nell’acqua come un fiume che si stempera nel mare.

La ricerca, fisica e intangibile, per meglio dire intellettuale, fa parte del ciclo di vita dell’uomo e se non è diretta alla conoscenza quella fisica, concreta, è orientata all’utilità prima ancora che all’esperienza.

Folco Quilici fa parte di una fortunata generazione di esploratori sottomarini che ha letteralmente scoperto il mare immergendosi nelle sue profondità, cominciando con le prime maschere, i primi autorespiratori ad aria e a ossigeno, le prime pinne piccole e di gomma dura. A tutti gli effetti un pioniere come certifica la sua appartenenza al mitico equipaggio del Formica e il film Sesto Continente prodotto con Bruno Vailati. Successivamente si è dedicato alla divulgazione attraverso libri e trasmissioni televisive divenendo un punto di riferimento per gli appassionati così come è accaduto in Francia per Jacques Cousteau.

“Relitti e tesori” racconta di navi antiche e moderne, tesori del passato e dei nostri tempi ed è ricco di aneddoti e curiosità portando il lettore a scoprire come venivano costruite le navi di una volta, le navi legate, i luoghi dove era ed è più facile fare naufragio, dalla secca di Filicudi alle coste della Spagna, all’estuario del Rio della Plata. E i tesori dell’antichità: i bronzi di Riace, il Satiro danzante. I tesori dei pirati, l’oro dello Zar.

Una lettura lieve ma al tempo stesso profonda, come le navi sommerse che racconta, e fa venir voglia di cercare un vecchio libro su pirati e naufragi e partire alla ricerca del tesoro, non tanto per trovarlo ma soprattutto per sentirsi liberi e poter, ancora una volta, giocare di fantasia.

Ad esempio, camminare sulla costa dell’Isla de Coco dove “la riva è disegnata da un arco di ghiaia disseminata da scogli e iscrizioni a volte incerte, a volte precise: date e nomi di navi o di marinai qui giunti.”

Isla de Coco, proprio “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson.

 

Graziano Graziani. Stati d’eccezione

Questo libro racconta una moltitudine di storie che hanno per oggetto gli Stati d’eccezione, cioè micro nazioni sorte per volontà di singoli, di piccoli gruppi, oppure frutto di scherzi della storia, prodotto delle amnesie di grandi potenze trascurando l’annessione di lembi di territorio, isole sperdute e piattaforme costruite per scopi militari o anche opere della fantasia.

L’autore, nell’introduzione, spiega che la sua ricerca è stata svolta in gran parte sul web, del resto la rete è una miniera d’oro in materia d’informazioni e suggestioni che in modi diversi è praticamente impossibile reperire.

Un lavoro importante, perché certifica l’uso del web come strumento creativo, Internet è ambito nel quale è possibile navigare in libertà, fare scoperte, a dispetto della sua apparente dimensione irreale, entrare in relazione con entità sociali e culturali, cercare e trovare forme di contaminazione artistica e letteraria.

Le micro nazioni comunque non sono tutte eguali.

Graziani le distingue utilizzando alcune categorie di riferimento che diventano, infine, utili items per comporre l’indice. Vi sono isole felici come Sealand, la Repubblica di Minerva e l’Isola delle rose;  anomalie storiche, il principato di Seborga, Redonda, Tavolara dei re pastori; opere d’arte, fisiche e virtuali, Ladonia, Kugelmugel, Likbekistan; i quartieri liberati, i piccoli territori, le azioni di protesta, le rivolte contro l’autorità e per finire le Distopie, cioè quelle realizzazioni utopiche negative a tutti gli effetti, micro stati canaglia o virtualità truffaldine.

Un quadro vasto e completo, dal quale forse sfuggono alcuni esemplari minori, che offre la possibilità di scoprire autentiche curiosità, entrare in grandi leggende, una per tutte quella dei templari di Seborga, e soprattutto sognare mondi alternativi, liberi dalle oppressioni burocratiche degli stati, piccole comunità autogestite.

Il tutto raccontato usando uno stile lieve e preciso, per nulla ridondante, anche nei casi in cui la singolarità dei fatti o le stranezze riscontrate condurrebbero inevitabilmente nel campo dell’ironia.

In un mondo nel quale imperano le leggi dell’economia globale e dove le agenzie di rating influenzano profondamente la stabilità economica e socio politica degli stati sovrani sembra impossibile possano esistere luoghi diversi, fisici e virtuali, in cui vigono leggi particolari, la moneta si chiama “capezzolo” o l’inno nazionale si esegue semplicemente gettando un sasso nell’acqua.

Come non approvare, del resto, fino in fondo, il dettato dei sedici articoli della costituzione del Regno di Elgaland-Vargaland e soprattutto l’ultimo, il sedicesimo, cha sancisce il “diritto alla vita eterna”?

Territori reali o fantastici, luoghi un tempo approdo di baleniere e pirati, spicchi di volontà e immaginazione, sono ancora oggi lì, con le loro bandiere, a raccontarci che la voglia di libertà dell’uomo è davvero un sentimento inestirpabile e ancorato strettamente nei gangli della sua intima essenza.

Stefano Carletti. Naumachos

Nel 1971 avevo quindici anni, ma la giovane età non mi impedì, l’anno successivo, di conseguire il brevetto di apneista al Club Sommozzatori Padova con maestri come Fabio Marchetti e Agostino Siviero, a tutti gli effetti veri pionieri della subacquea. Qualche anno fa andando a ritirare un premio per la mia attività letteraria nella storica sede del Museo della Marineria di Viareggio ho visto, esposto in una bacheca, un brevetto del tutto identico al mio: ineffabile evidenza del trascorrere del tempo.

Le formidabili avventure raccontate da Gianni Roghi in Dahlak e nel film Sesto continente di Vailati e Quilici erano appannaggio della generazione precedente, per intenderci quella uscita dalla guerra, sperimentazioni di nuove e rivoluzionarie attrezzature e primi record con il grande Raimondo Bucher protagonista indimenticabile.

Per noi ragazzi del baby boom, fine anni cinquanta e primi sessanta, quelle vicende appartenevano a una dimensione favolistica e leggendaria, una porzione di mondo intangibile, perché eravamo abituati a raggiungere in bicicletta o in autobus la piscina dove imparavamo a immergerci e, nel nostro piccolo, a lottare con la normalità delle intemperie, pioggia, vento, talvolta neve, figurarsi se pensavamo di partecipare a una spedizione in Mar Rosso o nei lontani mari tropicali.

Sognavamo, ma in modo pratico e minimalista, aiutandoci con la bellissima rivista “Mondo Sommerso” diretta da Antonio Soccol e traendo ispirazione dalle foto di immersioni e di caccia: i fondali dell’Isola d’Elba, dell’Isola del Giglio, le bocche di Bonifacio, Carloforte, Lipari e Egadi con qualche puntata esterofila sulle frastagliate coste della Corsica. Le modelle subacquee in pose plastiche e in topless, evidentemente consentito, all’epoca, solo sotto il livello dell’acqua, aggiungevano ai nostri sogni di ragazzi una tenue allure sessuale.

Dietro la barriera di gorgonie, prima vera scoperta delle immersioni in acqua libera, la libertà stava proprio nel poter andare finalmente a scoprire la verità del profondo, e dopo le uscite in macchina con i colleghi più grandi, avevamo bisogno di una spinta, una spinta creativa che ci portasse a vivere il mare autonomamente e come protagonisti.

Naumachos è stata la spinta, un libro divorato sul copriletto di ciniglia della casa paterna, sull’asciugamano in spiaggia, un compendio di energia in linea con le tensioni e le energie di quei momenti. Basta con la subacquea ufficiale, abbasso lo stato padrone e l’enfasi militaresca, sù andiamo a caccia di pesci e anfore e viviamo così, cogliendo l’attimo e l’occasione più propizia. Il nemico sott’acqua è il nemico fuori: la polizia, i baschi neri, la guardia costiera, servitori di una repubblica asfissiante e poco marinara che si oppongono alla libertà di iniziativa, alla nostra libertà.

La subacquea piratesca di Carletti è musica per le orecchie di ragazzi che hanno voglia di cambiare il mondo e che fanno della sfida al conformismo, della lotta contro le regole dei vecchi, la loro bandiera. Subacquea e pirateria, un mix imprevedibile e al tempo stesso seducente, come le acque calde di Cala Agadir, il letto di anfore del relitto, la statuetta venduta al mercante inglese, la mattanza di Favignana e la passeggiata dentro la pancia dell’Andrea Doria.

Poi, con il ricavato, la realizzazione del sogno più bello, una barca propria e navigare.

Non è un caso che Naumachos venga stampato ancora oggi, sono passati quarant’anni dalla prima edizione.

Forse è ancora lì che aspetta una generazione che abbia finalmente il coraggio e la forza di prendere per mano il destino e cambiare le cose, costi quel che costi.

Arthur Conan Doyle. Storie di pirati

Ancora pirati, per essere più precisi Storie di pirati e la vera sorpresa riguarda chi le racconta: Arthur Conan Doyle, l’autore delle imprese del famoso investigatore Sherlock Holmes.

Donzelli Editore ci regala una inattesa rarità, racconti di pirati, arricchiti dalle illustrazioni di Howard Pyle, artista americano noto per essere il maggiore contribuente iconografico in materia piratesca.

Come ormai ben sapete i pirati mi piacciono, contravvenivano alle regole del loro tempo e anche questo mi piace, le regole sono fatte per essere rispettate dalla massa e per essere messe in discussione da pochi audaci estremisti (come si direbbe oggi), certo, comunque, non bisogna esagerare e i pirati, a dire il vero, esageravano parecchio.

A parte le battute, uno degli aspetti interessanti di questo libro, da leggere d’un fiato, è una sorta di rivelazione. Leggendo Storie di pirati, con spirito accorto, il lettore è costretto, talvolta suo malgrado, a constatare l’opera di pervicace saccheggio (vero), da parte dalle Major cinematografiche americane, di contenuti, trame, plot, persino nomi tacitamente (e subdolamente) evinti da questo pregevole e breve libro.

E’ divertente avanzare alcune suggestioni. Chi riuscisse a fare altre scoperte me lo faccia sapere…

Il principale attore, ovviamente pirata, di buona parte dei racconti è l’abominevole capitano Sharkey, comandante del brigantino Happy Delivery, un nome, una garanzia, capace di ogni astuzia e efferatezza.

Nel primo racconto, invece, uno dei protagonisti è il capitano John Scarrow, che puntualmente Sharkey riuscirà a beffare fingendosi governatore di Basseterre. Il nome del buon capitano non giunge nuovo, basti pensare che John e Jake in Inglese sono più o meno la stessa cosa e  che Scarrow, poi, suona proprio come Sparrow.

Jack Sparrow, per Wikipedia, è un personaggio e protagonista immaginario della saga cinematografica Pirati dei Caraibi, dove è interpretato dall’attore Johnny Depp.

Immaginario certamente, ma la forte assonanza con il nome di un personaggio dei racconti dell’illustre Sir Arthur non è per niente casuale.

L’astuzia di capitan Sharkey è proverbiale, leggendo Storie di pirati scoprirete come sia davvero abile a fingersi un altro o a rovesciare a suo favore situazioni che a prima vista parrebbero irrimediabilmente perdute.

Jack Sparrow non è crudele come Sharkey ma fa dello spiazzamento, del rovesciamento di fatti e contesti, il suo punto di forza. Casuale immaginazione delle fervide menti degli autori? Mah, può darsi!

Proseguendo nella lettura un’altra rivelazione.

Dobbiamo cambiare film. In “Master e commander” la nave corsara francese è ancorata in una baia delle isole Galapagos e viene casualmente scoperta dal medico entomologo e dal suo giovanissimo  aiutante.

Sarà un caso ma nel penultimo racconto c’è una scena molto simile. Un ennesimo frutto dell’immaginazione?

Gli scritti di cui parliamo sono ormai liberi da diritti, comunque, fa specie l’aggressività delle Major in tema di protezione di contenuti su Internet quando chiunque di noi può appurare, senza difficoltà, che, laddove è possibile, scopiazzano alla grande.

La cosa divertente è che si tratta di racconti di Pirati, forse una sorta di nemesi….

Tornando al libro, l’ultimo racconto è intitolato “Un pirata di terra”. E’ un racconto molto bello e  il titolo, alla luce delle scoperte che farete leggendo, fa un pochino sorridere.

Infatti siamo convinti che, nonostante tutto, i pirati veri, per intenderci quelli di mare, siano meglio.

Hugo Pratt. Corto Maltese

Corto Maltese è un personaggio dei fumetti creato da Hugo Pratt, la sua serie di avventure inizia con l’album “Una ballata del mare salato” (1967), storia di pirati ambientata nelle isole del Pacifico tra il 1913 e il 1915.

Corto (in argot spagnolo corto significa rapido) è marinaio e avventuriero.

Il padre è un marinaio inglese nipote di una strega dell’Isola di Man, la madre una gitana di Siviglia, la Niña di Gibraltar, modella del pittore Ingres.

Trascorre la prima infanzia a Gibilterra, poi a Cordova e studia alla Valletta alla scuola ebraica del rabbino Ezra Toledano che lo inizia ai testi dello Zohar e della Cabala. Quando Amalia, la cartomante, si accorge che il ragazzo non possiede la linea della fortuna sulla mano sinistra, Corto, con un rasoio del padre, ne incide una molto verosimile.

Porta l’orecchino all’orecchio sinistro, secondo la tradizione della marina mercantile inglese e non all’orecchio destro in uso nella marina da guerra.

Per capire Corto bisogna aver conosciuto Venezia e il suo Lido, aver, almeno una volta, perduto l’orientamento camminando per le calli umide e solitarie che affacciano sulla laguna Nord,  essersi addentrati, al Lido, tra i rovi lungo la barriera che separa i murazzi dalla sottile striscia della campagna e essere riusciti a fare queste cose in un tempo che fu, perché oggi tutto è inevitabilmente diverso.

Venezia e le sue terre sono state per secoli porte aperte verso l’oriente, spalancate su visioni magiche, diamanti e spezie ma anche sulla disponibilità a condividere culture diverse in contrapposizione con l’oscurantismo cattolico e l’odierno provincialismo.

Malamocco è un piccolo agglomerato di case posto in prossimità della punta sud del Lido. Anche a Malamocco vi sono canali ma l’aria che si respira è l’aria di un avamposto, un punto di vedetta proprio in faccia al sole che sorge a oriente. E’ da questa postazione avanzata che ha inizio la storia di Corto. In mezzo al sapore acre delle alghe lagunari scoperte dalla bassa marea  e al profumo dello sfogio (sogliola) cotto su una griglia improvvisata.

Corto Maltese è però anche la trasposizione iconografica del pensiero di Hugo Pratt  in materia di fanatismi nazionalistici, ideologici e religiosi. Un pirata di barena cosmopolita, che non accetta compromessi e quando la situazione, intorno, diventa davvero insopportabile trova sempre una porta nascosta che lo conduce improvvisamente in un’altra dimensione oppure in un posto lontano qualsiasi. Quante volte da bambini abbiamo sognato di poter fare come lui e anche oggi, oppressi da asini raglianti, talvolta in cuor nostro pensiamo che sarebbe bello accedere a quel segreto passaggio.

Corto Maltese non si pone limiti, fa amicizia con persone di ogni genere: il criminale russo Rasputin, il giovane ereditiero inglese Tristan Bantham, la strega vudù Bocca Dorata, lo sciamano Shamael e il professore universitario ceco Jeremiah Steiner. Incontra molti personaggi illustri: Jack London, Ernest Hemingway, Gabriele D’Annunzio, Herman Hesse, Butch Cassidy, il generale russo Roman von Ungern-Sternberg ed il turco Enver Pasha. Tutti lo trattano con grande rispetto perché prima di ogni altra cosa è un uomo libero.

Questo è il messaggio che Hugo Pratt affida nelle mani del suo uomo di avventura, la libertà è un sogno ma è alla nostra portata, basta avere la fantasia sufficiente e trovare una porta “sconta” (nascosta) da qualche parte nei percorsi strani della vita di ognuno di noi e volare via.

Terrore dal mare. William Langewiesche

Un’indimenticabile sequenza del film di Federico FelliniAmarcord” è dedicata al passaggio del transatlantico REX. Tutto il paese è sul mare la notte, la Gradisca e gli altri, ad attendere il passaggio della grande nave. Il transatlantico, appunto, una grande nave capace di attraversare i mari e  gli oceani e di rendere concreti anche i sogni più insperati. Un paradiso galleggiante, un’esplosione di luce rubata da quella gente a forza di braccia, spingendo su remi di piccole barche di legno. Perché solo l’immaginazione poteva consentire a tutti di salire a bordo e confondersi con il bel mondo viaggiante.

Il libro “Terrore dal mare” di William Langewiesche ci strappa dai sogni trasportandoci in quella che è la realtà di oggi. Carrette del mare rubate e denominate altrimenti durante la navigazione, trasporti di materiali tossici o comunque pericolosi.

Pirati in azione, dal Corno d’Africa al golfo di Malacca, e una nave, l’Alondra Rainbow, carica di preziose lastre di alluminio che sparisce, inghiottita dal nulla, equipaggio compreso.

Il traghetto Estonia, moderna imbarcazione appena revisionata, che affonda inspiegabilmente nel gelido mare del nord portando con sé centinaia di persone e di auto.

Una petroliera, l’Erika che inonda di petrolio le coste della Francia.

Il cimitero delle navi sulla spiaggia indiana di Alang, dove migliaia di disperati lavorano notte e giorno a smontare le carcasse dei giganti del mare.

Un libro che è fredda ricostruzione giornalistica di fatti, situazioni, eventi e fornisce una rappresentazione oggettiva di cosa è diventato il mare nell’era dei consumi: un ambiente infido senza regole, spesso pericoloso e spietato.

Una lettura che forse consente, anche, di capire meglio gli accadimenti di questi giorni, ad esempio: come e perché l’inchino di una grande nave da crociera, la Costa Concordia, a una piccola isola, si è potuto trasformare in una tragedia.

Henry Jenkins. Cultura convergente

Un’edizione ricca e complessa sull’influenza che esercita l’uso delle nuove tecnologie sulla cultura contemporanea e al tempo stesso strana per come è costruita e appare.

La bellissima postfazione di Vincenzo Susca viene infatti alla fine, la prefazione di Wu Ming, a mio parere piuttosto didascalica, è una sintesi, per item rilevanti, degli aspetti principali.

Gli esempi dei prodotti multimediali di successo sono decisamente made in Usa e testimoniano quanto la fruizione dei media, laggiù, sia avanti e comunque, in larga parte, ancora differente rispetto a quella europea. Ma è proprio per questa ragione che il libro è di grande interesse soprattutto laddove esplora il contesto delle relazioni tra i molteplici device e le nuove forme di partecipazione e socializzazione.

Gli strumenti tecnologici non sono usi soltanto a risolvere problemi o a facilitare i collegamenti tra le persone, o tra le persone e le cose, ma anche a connettere gli individui alla dimensione emotiva e ludica dell’innovativo universo del piacere mutimediale.

Il computer, sia esso fisso, portatile, palmare o assomigli ancora a un telefono, consente di realizzare il magico link con un mondo incantato. E’, a tutti gli effetti, la porta che conduce in quel mondo, nel quale poi navigare e intrattenersi. La stazione iniziale di un vero e proprio processo di “tecnomagia”.

Le grandi case di produzione americane hanno ben compreso il senso di questa dinamica e la conseguente nascita di nuovi bisogni. Infatti le riflessioni dedicate da Henry Jenkins al film “Pirati dei caraibi. Ai confini del mondo“, nell’ambito della postilla all’edizione italiana, ne sono ampia e illuminante testimonianza.

Jenkins sottolinea come il film, e pochi critici a suo parere l’hanno notato, sia profondamente diverso dagli altri, non ruotando intorno al personaggio di Jack Sparrow, perché la trama è decisamente ipertestuale a partire da una moltitudine di personaggi, simboli, oggetti e icone.

Ognuno di essi, infatti, è una porta che apre differenti percorsi narrativi, intersezioni e interruzioni che ricordano molto la struttura dell’offerta dei contenuti di un portale web.

Viene un sospetto.

Che la “tecnomagia”, lentamente e senza darlo a intendere, stia modificando i linguaggi e le forme di rappresentazione della cultura contemporanea e di quella che verrà?

Edgar Allan Poe. Lo scarabeo d’oro

Delle varie edizioni dello Scarabeo d’oro di Edgar Allan Poe presenti sul mercato ho preferito questa copia severa di Mursia, perché le altre si presentano tutte con la dicitura: edizioni per ragazzi. Questo racconto, parafrasando al contrario il grande Cormac McCarthy e il suo “Non è un paese per vecchi”  non è un libro per ragazzi, è piuttosto un libro per tutti e consiglio vivamente di leggerlo.

Lo Scarabeo d’oro è una metafora della complessità e di come, se si usano gli strumenti giusti, ossia i metodi quantitativi e la statistica, è possibile individuare un cammino critico che porti direttamente alla scoperta di un tesoro, esagerando può anche essere il tesoro della conoscenza.

Lo scarabeo, il servo Jupiter e, per certi versi, il protagonista Legrand  sono maschere, che hanno il compito precipuo di trasfigurare, confondendo,  il senso e il destino di una trama acuta e perfetta che porta alla scoperta di quanto è nascosto.

La geometria dei punti cospicui e dei topos porta laddove capitan Kidd voleva e desiderava assolutamente per sé.

Un libro modernissimo, declinabile anche sulle nuove applicazioni e nuove tecnologie: google maps, geo localizzazioni, tags, clouds. Potrebbe persino dare vita a un formidabile video game nel quale il formalismo piratesco finisce per assumere carattere di  diversivo complicando il cammino che si deve percorrere per raggiungere il vero obiettivo: il tesoro di capitan Kidd.

E’ incredibile che questo racconto sia uscito, ad uso dei lettori, per la prima volta nel 1843, più di un secolo e mezzo fa, esso contiene stimoli e suggestioni che tutt’ora confondono e ammaliano.

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