Paul Gauguin. Noa Noa

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Tra le righe di Noa Noa, in trasparenza, emerge l’immagine sfuocata di Vincent Van Gogh, non una semplice allusione ma una presenza impalpabile che si agita come uno spettro inquieto nel desiderio di Paul Gauguin di scoprire e vivere una vita originale, diversa da quella vissuta.

Ad Arles, nell’atelier du sud, Vincent aveva mostrato all’amico la sua terribile verità, non era un pittore normale ma un uomo capace di cogliere l’energia della natura e di riportarla su tela. Il suo sguardo riusciva a catturare i processi viventi proprio come una moderna telecamera e poi a riprodurli sequenza dopo sequenza.  Oggi si direbbe in realtà aumentata, perché un girasole impiega alcuni giorni a fiorire e a sbocciare e noi siamo in grado solo di coglierne la forma momentanea non l’energia e il movimento. Vincent invece poteva, quella era la sua forza e al tempo stesso la sua condanna.

Catturare il movimento significa anche constatare il processo di disfacimento delle dinamiche vitali, gettare lo sguardo non tanto sull’attuale stato dell’essere ma piuttosto sul futuro e, al tempo stesso, riuscire a cogliere la differenza e anche il segno marcato della progressiva disgregazione.

Lo sguardo di Van Gogh andava dritto al confine tra la vita e la morte e così, sul proscenio dell’annullamento, l’uomo Vincent faceva a pezzi le cose e i corpi, a cominciare dal suo.

Dopo quella terribile liaison Gauguin aveva il forte bisogno di ricominciare, in qualche modo di ripartire da zero, come pittore ma soprattutto come uomo.

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Noa Noa è il diario di una rinascita, della scoperta della purezza della vita fuori dalle convenzioni della civiltà occidentale, un ritorno a un mondo antico ove vivono divinità con nomi di rocce e di animali, dove l’amore e l’amicizia sono doni e non un prestito a titolo oneroso.

“La sera a letto parliamo a lungo e spesso con grande serietà. Cerco nell’anima sua bambina le tracce del passato lontano, socialmente morte, e le mie ricerche trovano risposta. Forse gli uomini, sedotti dalla nostra civiltà e asserviti alla nostra conquista, hanno dimenticato. Gli dei d’un tempo si sono assicurati un posto nella memorie delle donne.”

La vita e i dialoghi con Tehura, la sua giovanissima compagna tahitiana, portano Gauguin alla scoperta di un mondo che sembrava scomparso, lentamente e in modo inconsapevole riaffiora un sentimento di libertà profonda.

“E non ho più coscienza dei giorni e delle ore, del male e del bene. La felicità è totalmente estranea al tempo che ne sopprime la nozione e tutto è bene quando tutto è bello.”

Scrive poco di pittura, ma appare evidente quanto sia importante per la sua vita e quindi anche per la sua pittura questo mondo antico di bellezza e paure irrefrenabili, in cui l’uomo e la donna sono dati alla natura e la natura ne dispone.

“Tehura era a momenti seria e amabile, a momenti folle e frivola, due esseri in uno, molto diversi tra loro che si succedevano all’improvviso con sconcertante rapidità. Non era affatto mutevole, era doppia: il bambino di una razza vecchia.”

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Charles Cros. La grande visione

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Charles Cros è un autore poco conosciuto ma senza dubbio una delle personalità più straordinarie ed eclettiche che abbiano animato la vita culturale della Francia dell’ottocento.

Ha pubblicato alcune raccolte di poesie e nel 1888 il breve poema “La Vision du Grand Canal Royal des Deux Mers” ottenendo poco successo, a parte qualche rappresentazione brillante nei teatri di allora, comunque l’aspetto interessante della sua personalità creativa è stato l’aver spaziato dalla pittura, alla fotografia, sino ai prodromi delle tecniche audio foniche.

Significativo il suo percorso formativo e scientifico. Inizia gli studi di fisica e chimica, lasciati successivamente per dedicarsi alle attività letterarie. Nel 1869 pubblica un trattato dal titolo: “Solution générale du problème de la photographie des couleurs” dedicato allo sviluppo della fotografia a colori, nel quale spiega come l’uso di filtri in vetro di differenti colori rosso, giallo e blu poteva consentire di riprodurre i colori originali della scena fotografata. Purtroppo nello stesso momento un altro studioso, Louis Ducos du Hauron, presentava proposte molto simili e Cros non aveva  difficoltà a concedergli il primato dell’invenzione.

Come inventore Cros non può dirsi fortunato, infatti è ricordato soprattutto per aver quasi inventato il fonografo. Pochi, a quel tempo, avevano pensato di creare un apparecchio in grado di registrare e riprodurre suoni, così inventa  il “Paleophone” (Voix du passé), e nel 1877 lo presenta all’Accademia delle Scienze di Parigi con una lettera che spiega il suo funzionamento. L’anno successivo però Thomas Edison brevetta negli Stati Uniti il suo prototipo.

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Un’altra passione di Cros erano i pianeti e le stelle, avendo notato punti di luce su Marte e Venere, si era convinto che fossero gli indizi della presenza di grandi città evolute e per tale ragione aveva ripetutamente chiesto al Governo francese di poter sviluppare sistemi di comunicazione visiva che potessero connettere il genere umano con quelle civiltà aliene e sconosciute.

L’aspetto sul quale però è opportuno riflettere è il senso complessivo della ricerca di Cros, un poeta che due secoli orsono prova a mettersi in gioco usando quelle che oggi chiameremmo le nuove tecnologie, un uomo che pur avendo i piedi nell’ottocento proiettava la mente nei secoli successivi.

Il poema “La Vision du Grand Canal Royal des Deux Mers” mantiene intatto il valore di questa ricerca antero orientata e, titolo compreso, è una rappresentazione di un grande spettacolo marittimo e terrestre, un incontro tra culture, profumi e odori, un inno prematuro alla multiculturalità.

“…L’aurore étend ses bras roses autour du ciel.
On sent la rose, on sent le thym, on sent le miel,
La brise chaude, humide avec des odeurs vagues,
Souffle de la mer bleue oh moutonnent les vagues.
Et la mer bleue arrive au milieu des coteaux;
Son flot soumis amene ici mille bateaux :
Vaisseaux de l’Orient, surchargés d’aromates,
Chalands pleins de mais, de citrons, de tomates,
Felouques apportant les ballots de Cachmir,
Tartanes où l’on voit des levantins dormir….”
 

Le navi di Cros sono proprio come un ricco sciame di api, portano il grano ai paesi che ne avranno bisogno in futuro e in tempi che si preannunciano difficili. Sono macchine efficienti e invincibili che collegano le terre e il poeta moderno si trova ad esplorare il mondo con loro, prova a usarle e a trasformarle in strumenti poetici. Non a caso Apollinare ne “L’Esprit nouveau et les Poètes” scrive: “Les poètes veulent dater la prophetie, cette ardente cavale que l’on n’a jamais maitrisée. Ils veulent enfin, un jour, machiner la poèsie comme on a machiné le monde.”

Cros, invece, aveva capito che l’ingegneria del mondo, presto, avrebbe fatto volentieri a meno della poesia.

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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Francis Picabia. Poesie e disegni della figlia nata senza madre

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Francis Picabia, a differenza di molti pittori del suo tempo, ebbe un’adolescenza agiata, era figlio di un funzionario dell’ambasciata cubana a Parigi e di madre francese, il suo cognome declinato per intero, Francisco Martínez de Picabia de la Torre, evoca antiche nobiltà spagnole.

Inizialmente impressionista, affascinato dalle opere di Camille Pissarro e Alfred Sisley, divenne in seguito uno dei principali rappresentanti di quello che Apollinaire definì il cubismo orfico e uno degli esponenti di punta del movimento dadaista.

E’ singolare notare che anche i primi anni del secolo scorso siano stati attraversati da un sentimento fortemente critico verso le generazioni precedenti, ritenute in quel caso responsabili di una guerra, un po’ come sta accadendo oggi, più in generale, nei confronti della vecchia politica e della ritualità della cultura.

Picabia, anzi Picabià, con l’accento sulla a, è stato il fondatore della rivista Cannibale, ne uscirono solo due numeri tra marzo e luglio del 1920, e a cui collaborarono Louis Aragon, Céline Arnauld, André Breton, Tristan Tzara, Jean Cocteau, Marcel Duchamp, Paul Éluard e altri.

Cannibale significa opporsi alla convenzione fondante della civiltà umana, mangiare i padri per diventare più forti o semplicemente per essere davvero sicuri di averli distrutti; il Portrait de Cézanne (Ritratto di Cézanne), l’opera che mostra una scimmia impagliata incollata a una tela, è certo una provocazione che investe i padri (fanno da pendant sulla tela anche Renoir e Rembrandt) ma al tempo stesso la metafora del desiderio inconfessabile di fare a pezzi e smembrare il passato glorioso.

Poesie e disegni della figlia nata senza madre, invece, è una raccolta di poesie e disegni che nasce in Svizzera, a Losanna, dopo un periodo di malattia di Picabia, e a partire dal titolo conferma la voglia, forse in qualche modo la necessità, di fare a meno delle radici, costruendo un’identità innovativa.

“Metamorfosi multiple

del sognatore fantastico

che bacia pelli di polli appiattiti

e senza fatica diventa il genio

strettamente estasiato del pensiero-

Apri la porta a tre prostitute ragazze

in legno di violetta.”

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S’intitola “Felice” la metamorfosi multipla del sognatore fantastico, perché è una metamorfosi quella che Picabia favorisce nella prosa e nell’arte, consentendo l’ingresso della fantasia e dell’immaginazione in un mondo abitato da forme retoriche e realistiche. E’ anche una questione di gusto, un rovesciamento del concetto stesso di gusto, che non può essere limitato all’elite ma deve necessariamente raggiungere quote più ampie di pubblico.

“Abitavamo la stessa età

in una città deserta

e il sipario elettrico

introduceva due volte le sue batterie

in una scatola di fiammiferi bizzarri.”

Vivere in mezzo a movimenti di macchine di cui non si riesce a comprendere immediatamente l’utilità, anche se siamo colpiti dalla bellezza che esprime il loro movimento, dai colori, dai riflessi, dalle nuove fonti di energia che riusciamo appena a distinguere e a raccontare. L’incomprensibile genera la voglia di trovare una ragione, una definizione condivisa di nuovi paradigmi fondanti, un concerto di opinioni che concordino almeno su un punto.

“Sapete, sono pazzo a immaginarmelo

Sono un uomo di agili dita

Che vuol tagliare i fili delle vecchie pene

False pieghe del mio cervello ansioso

Storie ad arabesco ricordi

Sono felice soltanto in alto mare

Dove si va più lontano

Sulle onde anonime”.

E, poi, le onde sono il prodotto di un movimento naturale che le spinge a raggiungere un litorale e poi a ritornare incessantemente a essere una parte di quello che sono, ovvero il tutto.

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Gino Severini. Vita di un pittore

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La vita di un pittore è il titolo dell’autobiografia di Gino Severini, un racconto avvincente che prende il via dalla sua fanciullezza a Cortona in casa di un nonno mastro muratore e della nonna tessitrice, una giovinezza contraddistinta dalla povertà e dall’espulsione da tutte le scuole del regno per aver rubato, insieme ai compagni, i temi destinati agli esami di licenza media.

Severini è stato un grande pittore italiano della prima metà del secolo scorso, firmatario del Manifesto futurista di Marinetti, in realtà più parigino che italiano, grazie alla lunga permanenza nella capitale di Francia, e non a caso il primo capitolo della autobiografia s’intitola Cortona Parigi via Roma.

Vi sono in questo lungo racconto di vita alcuni elementi che fanno riflettere, il primo è senza dubbio il rapporto dell’uomo con le difficoltà della vita di pittore.

Una situazione di permanente indigenza ove è difficile trovare i denari per pagare l’affitto di casa e dello studio, spesso anche le risorse per mangiare, ciononostante si va avanti sorretti da una fede cieca nelle proprie possibilità artistiche, anche se i risultati non arrivano e i quadri non si vendono. E’ l’amore profondo per l’arte che porta a superare difficoltà apparentemente insormontabili e anche l’amore per il vivere libero.

Quando Severini sposa la giovanissima Jeanne, decide di raggiungere Pienza, dove vivono i suoi genitori. Il padre usciere in una piccola pretura, conduce una vita molto modesta, da subito Gino si preoccupa dell’incontro tra la moglie e la famiglia di origine e dei possibili guasti che anche un periodo di breve convivenza con i genitori avrebbe potuto arrecare al suo matrimonio.

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“Jeanne non aveva paura della miseria, l’aveva sempre vista intorno a sé, ma bisogna dire che la miseria degli artisti non è come quella di un piccolo impiegato è tutta un’altra cosa”.

Basti ricordare l’arrivo di Severini a Parigi, anni prima, senza un soldo, solo cinquanta centesimi in tasca, misero e disarmato, non conosceva nessuno, parlava malissimo la lingua e professionalmente non era ancora nulla, né un copista e neppure un disegnatore, tuttavia era di stato d’animo allegro, felice, e così, rammentando il consiglio di uno scultore inglese conosciuto a Roma, prese un tram dipinto di bianco per Montparnasse.

“L’artista è grandioso, internamente ricco, e mai schiacciato anche nella miseria; inoltre, da un momento all’altro, non fosse che per un giorno o anche meno, può divenir ricco; mentre l’impiegato quando è povero lo è irrimediabilmente, senza speranza, sostanzialmente e apparentemente”.

Queste considerazioni di Severini nascono dalla consapevolezza delle difficoltà, da parte della famiglia di origine, di comprendere la sua vita e le condizioni della sua nuova famiglia, ma hanno comunque un senso ampio e fanno riflettere sull’energia interiore dell’artista e sulla dinamica delle opportunità di cui è l’unico promotore.

Un altro aspetto riguarda le relazioni tra l’ambiente artistico parigino di quegli anni, ricchissimo di grandi presenze da Picasso a Braque, Matisse, Utrillo, Modigliani, Apollinaire e Gertrude Stein, tanto per citarne alcuni e quello italiano e in particolare con il movimento futurista guidato da Marinetti e animato dall’amico Boccioni con il quale Severini aveva trascorso il periodo romano.

Severini, che nella scomposizione delle forme si riteneva un allievo di Seurat, aveva un grande rispetto per la pittura nata a Parigi, per quella del suo tempo ma anche per la precedente, perché Parigi era il centro dell’arte mondiale, “materialmente e moralmente tutto convergeva lì”.

Per questa ragione, pur avendo sottoscritto il manifesto futurista, era perplesso di fronte ai comportamenti marinettiani che parevano sottostimare il valore dell’arte moderna e delle sue giovani tradizioni, contrapponendo una sorta di primato etnico, l’italianità, da salvaguardare nell’arte.

“I miei quadri, esposti tante volte da Rosemberg, vicini a quelli di Picasso e di Braque, erano italiani, come quelli di Braque erano francesi e quelli di Picasso spagnoli, e quelli di Modigliani non erano forse italiani? Si confonde troppo spesso anche oggi qualità etniche e provincialismo.”

Penso vi sia poco da aggiungere, se non riscontrare la chiaroveggenza di un autore cosmopolita ben in anticipo su quanto purtroppo sarebbe accaduto più tardi.

Del resto Severini, oltre che nelle sue opere, è anche straordinariamente efficace in questa sua dichiarazione spiazzante: “se uno storico amante di precisione aneddotica volesse oggi mettere un nome sul primo pittore che, dopo i bizantini, dipinse una forma direttamente ispirata dalla natura, sarebbe molto imbarazzato”.

1910 Gino Severini, Souvenirs de Voyage

Alexander Calder. Un taglialegna in città

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Qualche giorno fa, in compagnia di un amico, attraversavo un passaggio pedonale con il semaforo verde. Giunti quasi al marciapiede dall’altro lato della strada dovemmo schivare alcuni scooter che, fatta la curva, svoltavano dalla nostra parte. Uno dopo l’altro i conducenti degli scooter giungevano a ridosso del marciapiede seguendo una traiettoria ideale e, la cosa strana, è che parevano assorti in chissà quali pensieri e comunque sembravano schiavi della  loro traiettoria, del tutto incuranti che davanti a loro vi fossero delle persone.

Questo evento mi ha fatto riflettere sul movimento e su quanto oggi il movimento umano sia condizionato da impliciti automatismi piuttosto che da pulsioni naturali. Nel caso dei conducenti degli scooter essi sembravano animati da un moto automatico quasi fossero guidati da un circuito stampato e non riuscissero quindi ad ammettere eccezioni o deviazioni di sorta rispetto al loro programma di guida.

Credo che questi comportamenti siano il risultato di un progressivo e definitivo distacco dell’uomo dalla natura, per cui non conta più ciò che avviene nell’ambiente esterno ma quello che accade diventa automaticamente subalterno a ciò che vogliamo e dobbiamo fare, proprio come in un videogioco dove riusciamo ad aver ragione della complessità puntando esclusivamente su noi stessi. Quando poi, improvvisamente, ci troviamo a misurarci con le espressioni della natura, da un semplice temporale a qualcosa di più grande, ci sentiamo incredibilmente indifesi e perduti.

Non so perché ma queste riflessioni di un primo pomeriggio mi hanno fatto tornare in mente una frase di Alexander Calder, il grande ingegnere scultore, Sandy,  per gli amici e i conoscenti.

A una domanda sul suo lavoro: “Cosa ha esercitato maggiore influenza su di lei, la natura o le macchine contemporanee?” Calder ha risposto così: “La natura. In realtà non ho avuto a che fare con le macchine se si eccettuano pochi meccanismi rudimentali come leve o bilancieri. Si osserva la natura e in seguito si prova a emularla.”

Alexander Calder deve il suo successo come scultore ai mobiles e agli stabiles, i primi sono strutture mobili animate dal vento o da un motore, i secondi sono strutture fisse intorno alle quali camminare ed eventualmente anche da attraversare.

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“Ebbene il mobile possiede un movimento concreto in se stesso, laddove lo stabile è un ritorno alla vecchia idea pittorica del movimento implicito. Devi camminare intorno a uno stabile o attraverso di questo, laddove un mobile danza davanti a te.”

Il senso vero del mobile viene dall’energia esogena che lo scuote e lo anima, forme intagliate dalla mano dell’uomo, plastica, legno, acciaio che prendono vita assecondando il desiderio del vento, è la natura che comanda e guida la danza e la natura predilige la differenza, la disparità, i colori opposti che contribuiscono nel movimento a comporre scenari perfettamente irregolari.

“Sin dagli esordi del mio lavoro nell’arte astratta, e sebbene non fosse allora evidente, credevo non vi fosse per me modello migliore che non l’universo…Sfere di diversi formati, densità, colori e volumi, che si librano nello spazio, circondate da intese nubi e maree, correnti d’aria, viscosità e fragranze, considerate nella loro estrema varietà e discordanza”.

E’ il movimento impercettibile dei pianeti la guida di Calder e insieme l’evidenza del mistero inesplicabile dell’energia che nutre e anima l’universo. In questo contesto di enorme ampiezza Calder si presenta e agisce come un taglialegna, impresa che definisce “assai ardua quanto nobile”, perché il taglialegna è colui che incide il legno della natura, modifica lo scenario naturale, scompone le forme primigenie per produrne altre.

Le nuove forme debbono però preservare e diffondere lo spirito di quelle originarie, la stessa felicità e inquietudine, se sembrano infelici ciò non è attribuibile all’autore bensì “alla loro stessa natura, alla loro personalità”.

Calder non è un ingegnere di ponti e strutture ma semplicemente un meccanico della natura, un artista che scompone le forme e prova a riproporle in modo diverso e nuovo senza andare a modificare la loro intima essenza.

Jean-Paul Sartre così, introducendo i mobiles alla galleria Louis Carré, scrisse: “La scultura suggerisce il movimento, la pittura suggerisce la profondità o la luce. Calder non suggerisce niente: afferra dei veri movimenti viventi e li plasma. I suoi mobiles non significano niente, non rimandano ad altro che non a loro stessi: sono là, ecco tutto; sono degli assoluti”.

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Passato presente futuro

Esiodo

“Prima una stirpe aurea di uomini mortali fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore” iniziano così “Le opere e i giorni” di Esiodo e seguitano raccontando le virtù e i vizi delle stirpi successive, fino a giungere alla sua, la quinta, una delle peggiori: “avessi potuto io non vivere con la quinta stirpe di uomini, e fossi morto già prima oppure nato dopo, perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte, annichiliti: e aspre pene manderanno a loro gli dei”.

Un’apertura che spinge a riflettere sui rapporti tra passato e presente e sulla funzione della memoria e del ricordo.

Friedrich Nietzsche, nella seconda delle sue Considerazioni Inattuali: “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” divide la storia in tre categorie: la storia monumentale, la storia antiquaria e la storia critica.

L’uomo che aspira alla grandezza ha bisogno di ritornare ai fasti del passato e se ne impossessa attraverso la storia monumentale; chi ama la tradizione, le piccole cose, gli album di famiglia, coltiva il passato proprio come un antiquario che cerca e raccoglie cimeli; chi invece soffre nel presente ha bisogno di un approccio critico alla storia e ricorre al giudizio e alla condanna.

Tutte e tre queste posizioni, come quella di Esiodo, evidenziano il sentimento di insofferenza che spesso nutriamo verso il presente, la nostra contemporaneità, e Nietzsche, infatti, chiarisce che anche la storia monumentale “è l’ambito mascherato in cui l’odio verso i potenti e i grandi” del nostro tempo “si spaccia per sazia ammirazione dei grandi e dei potenti dei tempi passati”.

La sofferenza e le difficoltà del presente talvolta consigliano di aprire le porte del passato, lo si può fare in modo eclatante, monumentale appunto, o in modo minimalista, antiquario ma in ambedue i casi si scava in un passato chiuso, sigillato, totalmente inanimato e proprio per questo rassicurante come quello che ci si para innanzi osservando, stupiti e tranquilli, una mummia nella teca di vetro di un museo egizio.

Allora, almeno per Nietzsche, meglio l’oblio: “chi non sa fissarsi sulla soglia dell’attimo dimenticando tutto il passato (…) non saprà mai cosa sia la felicità” noi, invece, sappiamo quanto la conoscenza del passato e l’esercizio della memoria possano essere utili alla vita e propedeutici a un percorso che riesca a eludere e a superare condizioni di sofferenza.

Soprattutto se è accompagnato dalla forza dell’immaginazione.

Il passato non è un ambito chiuso e cristallizzato ma un patrimonio mobile della nostra memoria, le sue tracce possono diventare sentieri aperti da percorrere oltre i limiti apparenti della loro finitezza.

Viene spontaneo pensare, come scrive giustamente Pascal Mathiot, a una modalità che promuova “un’alleanza tenace con il passato senza ipotecare il nostro avvenire” e senza per questo condizionare il presente. Questa forma esiste ed “è modulabile da parte di ciascuno, arricchita da ciascuno dei suoi usi, non screditata o svalutata come una falsa moneta; questa forma è la parola”.

La parola e la scrittura sono gli strumenti che mettono in immediata relazione il passato con il presente e possono legare il presente al futuro, perché oltre a essere lo specchio delle sofferenze e delle pene, producono profonda consapevolezza e sono anche motore del desiderio e della passione.

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Il ricorso al ricordo non è una rinuncia alla vita e alla sua immediatezza ma l’inizio di un passaggio che, attraverso l’uso della parola e della scrittura del passato, rende la nostra vita più consapevole nel presente e talvolta apre anche uno spazio alla più felice immaginazione.

Viene, a questo riguardo, quasi immediato ricordare le parole di Marcel Proust: “E tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me. Il sapore era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (perché nei giorni di festa non uscivo di casa prima dell’ora della messa), quando andavo a dirle buongiorno nella sua camera da letto, zia Léonie mi offriva dopo averlo intinto nel suo infuso di tè o di tiglio”.

La memoria involontaria di Proust coglie appieno la dimensione del passato presente: le immagini, le frasi, le tracce del passato sono dentro e fuori, esse non sono oggetti imprigionati in un universo recondito ma frammenti in divenire e la dinamica inattesa del loro ritorno è il  frutto della coltivazione delle nostre capacità immaginative.

La memoria del passato e del presente, come del resto è sempre avvenuto, si proietta nel futuro attraverso l’arte e la letteratura.

Le arti sono la manifestazione tangibile della tendenza degli uomini a ricominciare, iniziando da ciò che li aveva preceduti, ripartenze che non possono essere considerate innovative o trasgressive se non quando vengono comparate con le partenze e gli arrivi che le hanno anticipate. Non è possibile deragliare senza percorrere una strada predefinita e preesistente.

“L’arte propone a tutti, e a ciascuno di noi singolarmente, di vivere un inizio. Ciò che sta al principio di ogni creazione si trova anche al principio di ogni percezione o ricezione (…): leggere un libro, ascoltare musica o guardare un dipinto significa appropriarsene e, dunque ricrearli” sottolinea Marc Augé proiettando, in tal modo, la produzione artistica del passato e del presente verso le modalità percettive del presente e del futuro.

La forza trasmissiva della scrittura riesce a far diventare anche uno scrittore come Flaubert, contemporaneo della sua epoca, creatore di Emma Bovary, anticipatore delle “illusioni, alienazioni e delle tragedie a venire”, un autore del presente e del domani.

Grazie alla scrittura le parole del passato e del presente continueranno a mescolarsi con le parole del futuro, dimostrazione che la memoria è un campo aperto e dinamico quando viene evocata da un’immaginazione libera da limiti prestabiliti.

In ogni caso basta una tazza di tè per creare giochi di luci e colori che riescano a trovare infinite forme e composizioni come in un caleidoscopio o “come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, case, figure consistenti e riconoscibili (…)” Marcel Proust.

MADAME BOVARY (1949)

Marcel Proust e Jan Vermeer. Un piccolo lembo di muro giallo

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“Morì nelle seguenti circostanze: in seguito a una crisi, abbastanza leggera di uremia, gli era stato prescritto il riposo. Ma poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata al museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro che egli adorava e credeva di conoscere alla perfezione, un piccolo lembo di muro giallo (di cui non ricordava) era dipinto così bene da far pensare, se lo si guardava isolatamente, a una preziosa opera d’arte cinese, d’una bellezza che poteva bastare a se stessa, Bergotte mangiò un po’ di patate, uscì di casa e andò alla mostra”.

Così Marcel Proust racconta nel libro “La prigioniera”, libro capitolo della sua grande opera “Alla ricerca del tempo perduto” le ultime ore di vita di Bergotte, il grande scrittore, la trasposizione letteraria di Anatole France.

Qui Proust è, a mio parere, immenso e suggestivamente contemporaneo, perché riesce a mescolare la pittura seicentesca con il fantastico insinuante (Baudrillard), cogliendo nel percorso dell’umana contemplazione, apparentemente statica (puntuale e analitica), la dinamica del passaggio verso una via di fuga (ultima e definitiva), rimanendo comunque ancorato al quadro dell’illusione utopica della resurrezione, anche se messa in dubbio a tratti dalla luce dell’improbabile oltre l’umano, senza però correre il rischio di una dichiarazione evidente di impossibilità.

Vermeer per Proust è solo uno strumento, perché maestro del dettaglio. Come molti contemporanei usava la camera oscura per rendere evidenti i particolari.

Nel suo libro “Il segreto svelato, tecniche e capolavori dei maestri antichi” David Hockney, noto pittore inglese, rifacendosi ai numerosi studi sull’utilizzo di strumenti ottici nella pittura  del cinque seicento, sostiene che Vermeer, come molti altri pittori della sua epoca, usasse la camera oscura per definire l’esatta fisionomia dei personaggi raffigurati e la precisa posizione degli oggetti nella composizione dei dipinti.

Quindi lasciamo Vermeer e torniamo a Proust.

Marcel Proust

Bergotte sta poco bene, è preso dalle vertigini ma vuole vedere il “piccolo lembo di muro giallo” che altre volte gli era sfuggito e finalmente lo vede, l’osserva attentamente nonostante l’aumentare delle vertigini.

“E’ così che avrei dovuto scrivere, pensava. I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo”.

Vermeer usava una tecnica particolare nota come pointillé, da non confondere con il pointillisme, in grado di ottenere colori trasparenti applicando sulle tele il colore a punti piccoli e ravvicinati. Ecco la preziosa arte cinese, non più strati di colore ma punti mescolando il colore con il blu oltremare e i lapislazzuli.

Guardando il quadro notiamo che i muri gialli sono a sinistra, alla sinistra del quadro come direbbe Kandinsky, non alla nostra ma alla sinistra propria dell’immagine, i muri gialli impreziositi da una luce passante che trascura gli altri colori evidenziando i gialli.

“Un nuovo colpo l’abbatté, dal divano rotolò per terra, facendo accorrere tutti i visitatori e i guardiani. Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo?”

Scrive Proust documentando la morte del suo maestro Bergotte. A sinistra del quadro il muro giallo pareva a Bergotte proprio come una farfalla, del medesimo colore del muro, che stendeva le ali prima di muoverle verso quell’apertura libera suggerita da Kandinsky. Non possiamo dimenticare che Bergotte era un clandestino della società, uno che non amava mescolarsi con gli altri e tanto meno con la mondanità dei suoi tempi. Per comprendere il significato vero del suo passage non occorre avventurarsi in considerazioni pseudo scientifiche o neo strutturaliste ma semplicemente riflettere sui concetti di universale e particolare.

Lo spazio della pittura e le vie di fuga che esso sottende aprono punti ciechi che vanno al di là dell’immagine, Bergotte si è voluto porre nel bel mezzo di questo percorso, e incompreso, in quanto volontariamente escluso, ha trovato nell’esclusione di un particolare, fino allora non considerato, il pretesto per accedere all’inconoscibile universale.

“Lo seppellirono, ma per tutta la notte, prima dei funerali, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre per tre, vegliarono come angeli dalle ali spiegate, sembrando, per colui che non era più, un simbolo di resurrezione”.

la prigioniera

Édouard Manet. Visioni profonde

colazione

“Sembrava che mi toccasse fare un nudo. Bene, vado a farne uno, per loro. Una volta giunto all’atelier ho copiato le donne di Giorgione, le donne con i musici. E’ nero, quel quadro. Lo sfondo è lavorato a sbalzo. Voglio rifarlo e provvederlo della trasparenza dell’atmosfera, con persone come quelle che vediamo laggiù” scrive Manet a proposito della sua prima idea di dipingere Déjeuner sur l’herbe.

Manet non ha mai voluto essere considerato un pittore impressionista anche se leggendo i suoi scritti, le sue note, pare proprio essere attratto dalle emozioni, da tensioni impulsive da trasformare immediatamente in colore.

Amava la dimensione istituzionale al punto di sottomettersi alle faticose procedure e alle implicite angherie impiegatizie insite nella costante richiesta e ricerca di esporre le nuove opere al Salon, l’esposizione periodica di pittura e scultura che si teneva al museo del Louvre, a Parigi. Riteneva, a differenza degli impressionisti, che gli artisti moderni dovessero esporre al Salon e non alle mostre indipendenti. Ma Déjeuner sur l’herbe e poi anche altre sue opere vennero rifiutate a causa dello scandalo che crearono.

A modo suo era un rivoluzionario, ma non cercava lo scontro con l’ancien regime al contrario provava a cambiare il sistema dall’interno attraverso sottili forme di contaminazione ottenute mescolando una tecnica pre impressionista con il riverbero della pittura classica.

“Il colore è una questione di gusto e sensibilità. Soprattutto dovete aver qualcosa da dire, altrimenti, meglio cambiar mestiere. Non siete pittori a meno di amare la pittura sopra ogni altra cosa. E la padronanza della tecnica non basta, deve esserci un impulso emotivo. La scienza è una splendida cosa, ma per un artista è più importante l’immaginazione.”

Emozione e immaginazione, due categorie della mente che troviamo sempre presenti nei suoi quadri, vengono dallo spiazzamento visivo e da contrapposizioni mitigate dalla dolcezza della pittura e delle ambientazioni. Le donne nude e gli uomini vestiti, in Déjeuner sur l’herbe; i fiori, la fantesca nera il gatto nero accanto e sul letto dell’Olympia.

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Con Olympia, come nel caso di  Déjeuner sur l’herbe, Manet interpretò a suo modo un altro capolavoro rinascimentale, la Venere di Urbino di Tiziano Vecellio. Ma la donna nel quadro è magra in contrasto con la moda del tempo che preferiva donne più formose. Lo scandalo nacque principalmente per il fatto che il soggetto del quadro era evidentemente una prostituta. Olympia all’epoca era nome piuttosto diffuso in quell’ambiente, e il fiore tra i capelli e il nastro intorno al collo caratteristiche distintive della professione, invece, la mano pudica e virtuosa in un contesto così poco virtuoso pareva un gesto carico di ironia, quasi sprezzante per i ben pesanti del tempo. Ma anche la Venere di Tiziano ha uno sguardo che fissa negli occhi lo spettatore.

“In ogni occasione in cui si dà inizio a un dipinto, vi si tuffa la testa senza preamboli, similmente a un uomo, che volendo imparare, senza rischi, il nuoto, intuisca che il modo più sicuro è gettarsi in acqua nonostante sembri il più rischioso.”

I tuffi di Manet conducono in un ambito nel quale l’ordine si mescola con il disordine, e questa tensione, di per sé convulsa, non si riesce a cogliere in maniera evidente ma si nota dopo un po’, prima in modo appena percettibile, attraverso la luce e il gioco delle trasparenze, poi più distintamente anche se resta sfuggente. La pittura di Manet nata dalle pulsioni dell’immaginazione ha anche il dono raro di aprire lo spazio dell’immaginazione a chi guarda, allo spettatore. Lo spettatore infatti è dolcemente spinto a non accontentarsi della superficie ma piuttosto a cercare la profondità oltre l’apparenza.

“Ad ogni buon conto, io non ho fretta. C’è stato un tempo in cui l’avevo. Ora non più. Sono diventato paziente, un filosofo, dunque attenderò, o la mia opera, almeno attenderà, perché gli attacchi che ho dovuto sopportare hanno logorato la mia vitalità” scriveva nel 1879 Manet disgustato dalla ostilità dei contemporanei e dalla cecità della critica. Il suo evidentemente era un messaggio troppo sofisticato per essere immediatamente compreso.

Muore il 30 aprile 1883 e giustamente, in occasione dei suoi funerali, Degas disse: “Manet era più grande di quanto noi pensiamo”.

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Frederick Forsyth. I mastini della guerra

Qualche giorno fa, in televisione, è andato in onda un film del 2010, I mercenari – The Expendables (The Expendables), scritto, diretto ed interpretato da Sylvester Stallone con un cast di eccezione comprendente molte star del cinema degli ultimi decenni tra  le quali Bruce Willis, Arnold Schwarzenegger, Dolph Lundgren, Jet Li, Mickey Rourke, Jason Statham  e altri.

La classica serata di evasione trascorsa a guardare un film d’azione con una trama altrettanto tradizionale: un gruppo di buoni che combatte e vince contro i cattivi, una sorta di apologia dei buoni sentimenti esaltata dal fatto che i latori del bene a prima vista, aiutati in questo da un armamentario di espressioni e comportamenti border line, sembrano tutt’altro.

L’obiettivo del commando è liberare la piccola isola di Vilena dalla grottesca dittatura militare ispirata e guidata dall’agente della CIA Munroe. Per organizzare l’azione è necessario un sopralluogo che Stallone e Willis compiono attraccando al pontile dell’isola con il loro idrovolante. In una sala spoglia, adibita al controllo dei passaporti, al graduato che chiede il motivo della visita i due rispondono, senza molta convinzione, di essere ornitologi e, agitando una macchina fotografica, di essere venuti per fotografare volatili.

Non mi dilungo a raccontare cosa accade dopo perché non ne vale la pena, il film è divertente, da vedere proprio quando non c’è nient’altro di meglio da fare e non lascia traccia alcuna se non una labile eco di esplosioni e sparatorie.

Ciò che colpisce invece è, ancora una volta, la scarsa dote di fantasia che contraddistingue gli sceneggiatori hollywoodiani. Il dubbio era già venuto quando si era scritto della saga cinematografica dei pirati constatando le forti analogie (eufemismo) con i racconti di Arthur Conan Doyle, ma ora diventa certezza se rammentiamo quello che, forse, è il più grande romanzo di mercenari: I mastini della guerra di Frederick Forsyth.

Charles Alfred Thomas Shannon, detto Cat per via delle sue iniziali, è un mercenario reclutato da un magnate allo scopo di rovesciare il sanguinario governo di una piccola repubblica africana, lo Zangaro, dove un’impresa di rilevazioni minerarie ha scoperto un importante giacimento di platino. Gatto Shannon, al fine di perfezionare l’accordo, decide di compiere un sopralluogo nello Zangaro e vi si reca spacciandosi per un esperto di ornitologia. In aereo studia le varie specie di uccelli, studio che gli sarà molto utile più tardi quando verrà interrogato dagli uomini del dittatore.

I mastini della guerra è uno dei migliori libri di Frederick Forsyth, perché racconta il mondo dei mercenari impiegati nelle guerre d’Africa nella seconda metà del secolo scorso con dovizia di particolari, accenni a persone realmente esistite. Leggendo appare subito chiaro che dietro il libro c’è un’accurata ricerca sui fatti, sulle persone e sulle cose e nulla è lasciato al caso. Nella scrittura di oggi, invece, s’è persa l’attenzione al dettaglio, la fiction la fa da padrona, ma quando, come in questi casi, l’attenzione al dettaglio può essere motivo di vita o di morte esso non può essere tralasciato, neppure in un libro o nel plot cinematografico.

I mastini della guerra è anche un saggio di organizzazione, un manuale di set up di un’impresa, l’attacco al palazzo presidenziale dello Zangaro viene organizzato con professionalità maniacale mentre la sparatoria dura solo pochi terribili istanti.

Che differenza con i prodotti di oggi tutti azione e rumore!  A questa roba manca soprattutto il fascino.

Ho letto I mastini della guerra la prima di infinite volte nel 1972, quarant’anni fa. Regalo di compleanno della mia compagna di banco. Altri tempi e un altro mondo, certamente. Ma un bel ricordo ce l’ho e lo voglio condividere.

Nel 1989, tornando da un’isola africana ho dovuto pernottare a Libreville, un soggiorno imprevisto perché non era ancora atterrato l’aereo da Parigi. Il pulmino si è fermato davanti a un albergo poco lontano dall’aeroporto e quando ho visto l’insegna illuminata la mia mente si è accesa di ricordi, perché sull’insegna c’era scritto Hotel Gamba. Lo stesso albergo nel quale, all’inizio del romanzo, vengono ospitati i mercenari: Cat Shannon e il suo gruppo, separati dal resto degli ospiti, all’ultimo piano, per non dare nell’occhio e adito a indiscrezioni.

Quella notte, prima di dormire, ho fatto due passi all’esterno. L’ultimo piano dell’albergo era buio, sembrava deserto, fatta eccezione per due finestre, una aperta. A quel punto mi è sembrato di sentire fischiettare un motivo.

 Era il ritornello di una vecchia canzone: “Harlem spagnola”.

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