Enzo Maiorca. Il re delle profondità

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Pubblichiamo di seguito l’articolo di Romano Barluzzi uscito su Serial Diver in ricordo del grande subacqueo italiano Enzo Maiorca.

Per me Enzo Maiorca rappresenta il valore inaspettato di un incontro e di un affetto tardivi quanto profondi. Anche se le sue imprese avevano già accompagnato tanti di quei momenti della mia vita fin da ragazzino che mi pareva di conoscerlo da sempre. Erano stati momenti privati, di intimità familiare, come le discussioni con mio padre su chi fosse più bravo sott’acqua nella epica sfida quasi ventennale con l’avversario a distanza Jacques Mayol. Confesso che tifavo per quest’ultimo (con disappunto di mio padre) ed ebbi anche modo di conoscerlo, apprezzarlo e scrivere poi della sua tragica scomparsa molto prima d’incontrare Enzo. Oltretutto di Enzo m’ero fatto un’idea distorta, forse anche per quel celebre film francese (Le Grand Blue) che non gli piacque, vedendosene ritratto in maniera effettivamente ingenerosa e senza che nessuno della produzione – che pure era stata a girare a Siracusa, così mi raccontò poi durante un’intervista – lo avesse mai interpellato almeno per un consulto.

Ma quando finalmente lo conobbi – sulla soglia delle sue 80 estati – quella era già storia vecchia, superata. E nell’intervista che gli feci per un lavoro sperimentale in Rai – un lungometraggio per i canali web dell’emittente, ancor oggi inedito – anche di fronte alle domande più scomode ebbe parole di grande stima verso quel suo rivale delle epiche sfide nel blu. Così scoprii un Enzo che non mi aspettavo, quello vero. I nostri rapporti in seguito sono sempre stati caratterizzati assai più dal privato che dal pubblico, date anche le frequentazioni con la sua bellissima famiglia, perciò non avrei voluto parlarne affatto qui, un po’ per la riservatezza che è dovuta nelle vere amicizie e anche per lo sconforto che provo nel farlo: il dolore è – e dovrebbe sempre rimanere – un fatto personale. Poi c’è anche un’altra realtà, che è quella del mondo dell’informazione di cui questo giornale fa parte, e nessuno può negare quanto Enzo sia stato un fenomeno pure sotto il profilo mediatico: era ancor oggi il subacqueo più celebre al mondo, quello che tutti e ovunque conoscono, dalla massaia agli esperti, dai più giovani ai più anziani.

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Così m’è venuto spontaneo cercare di amalgamare la sfera del privato e le aspettative dei lettori con qualcosa che non fosse la solita biografia, ormai rintracciabile un po’ ovunque in giro. Dopotutto desidero scrivere qui cercando di trasmettere un pizzico della leggerezza che si prova nell’acqua del mare, ricordando Enzo per le ore trascorse in spensieratezza, per esempio a prendere in giro i fotografi subacquei, anche i più celebri: ho vissuto il privilegio di sentirmi tra i pochissimi a poterlo istigare “contro” di loro, creando quelli che diventavano in un attimo degli spassosi teatrini, nei quali divampava il suo lato istrionico. Così si divertiva ad alzare la voce in stile enfatico per redarguire coloro che con gli scatti “rubavano l’anima del mare” e di quegli organismi che dicevano di voler immortalare.

Un concetto suggestivo, caro a svariate culture, dagli indiani pellerossa a molte etnie africane. E allora diventava tutto un duellare di parole – tirate fuori con sommo studio – e di gesti di una sicilianità edotta che era meglio di una scena a teatro. In tv si sarebbe detto il talk-show ideale. Qualcosa di perfetto. Nella dichiarata finzione della recita quei momenti avevano molto di profondo: la voglia di stare insieme, l’autenticità, il confronto e la sintonia. Ridere dei colori e del buio. Delle scelte e del destino. Della vita e della morte. Condividere la passione e la nostalgia del mare. Risate che ti risuoneranno dentro per sempre. A riprova di ciò, non esiste una foto di quegli attimi. Ma non è che sia stato per timore reverenziale delle invettive che ci saremmo beccati da Enzo in caso di clic clandestini: semplicemente, non se ne avvertiva alcun bisogno.

Qualche tempo dopo, a quattro mani con l’amico e collega Leonardo D’Imporzano come co-autore, pubblichiamo un libro in formato e-book dal titolo “SubPuntoCom” con l’eloquente sottotitolo di “la subacquea nei media, dalla carta al web”, che indaga da ogni possibile punto di vista il rapporto tra il mondo dell’immersione e i mezzi di comunicazione. Perciò non poteva mancare al suo interno una cospicua parte dedicata a Enzo. Ed ecco che viene bene ora riproporvela: un capoverso del capitolo 9 sui rapporti con la televisione s’intitola proprio “Enzo Maiorca” e contiene anche la fedele trascrizione di una brevissima video-intervista che gli feci con lo smartphone.

E tutto ciò, l’insieme di questo strano articolo che abbiamo fantasticato di non dover comporre mai, costituisce anche il nostro appassionato omaggio – di tutti i componenti e i collaboratori della nostra testata – a ogni familiare e congiunto di Enzo, a cominciare dalla signora Maria sua moglie e da sua figlia Patrizia. (Romano Barluzzi su Serial Diver).

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Paul Gauguin. Noa Noa

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Tra le righe di Noa Noa, in trasparenza, emerge l’immagine sfuocata di Vincent Van Gogh, non una semplice allusione ma una presenza impalpabile che si agita come uno spettro inquieto nel desiderio di Paul Gauguin di scoprire e vivere una vita originale, diversa da quella vissuta.

Ad Arles, nell’atelier du sud, Vincent aveva mostrato all’amico la sua terribile verità, non era un pittore normale ma un uomo capace di cogliere l’energia della natura e di riportarla su tela. Il suo sguardo riusciva a catturare i processi viventi proprio come una moderna telecamera e poi a riprodurli sequenza dopo sequenza.  Oggi si direbbe in realtà aumentata, perché un girasole impiega alcuni giorni a fiorire e a sbocciare e noi siamo in grado solo di coglierne la forma momentanea non l’energia e il movimento. Vincent invece poteva, quella era la sua forza e al tempo stesso la sua condanna.

Catturare il movimento significa anche constatare il processo di disfacimento delle dinamiche vitali, gettare lo sguardo non tanto sull’attuale stato dell’essere ma piuttosto sul futuro e, al tempo stesso, riuscire a cogliere la differenza e anche il segno marcato della progressiva disgregazione.

Lo sguardo di Van Gogh andava dritto al confine tra la vita e la morte e così, sul proscenio dell’annullamento, l’uomo Vincent faceva a pezzi le cose e i corpi, a cominciare dal suo.

Dopo quella terribile liaison Gauguin aveva il forte bisogno di ricominciare, in qualche modo di ripartire da zero, come pittore ma soprattutto come uomo.

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Noa Noa è il diario di una rinascita, della scoperta della purezza della vita fuori dalle convenzioni della civiltà occidentale, un ritorno a un mondo antico ove vivono divinità con nomi di rocce e di animali, dove l’amore e l’amicizia sono doni e non un prestito a titolo oneroso.

“La sera a letto parliamo a lungo e spesso con grande serietà. Cerco nell’anima sua bambina le tracce del passato lontano, socialmente morte, e le mie ricerche trovano risposta. Forse gli uomini, sedotti dalla nostra civiltà e asserviti alla nostra conquista, hanno dimenticato. Gli dei d’un tempo si sono assicurati un posto nella memorie delle donne.”

La vita e i dialoghi con Tehura, la sua giovanissima compagna tahitiana, portano Gauguin alla scoperta di un mondo che sembrava scomparso, lentamente e in modo inconsapevole riaffiora un sentimento di libertà profonda.

“E non ho più coscienza dei giorni e delle ore, del male e del bene. La felicità è totalmente estranea al tempo che ne sopprime la nozione e tutto è bene quando tutto è bello.”

Scrive poco di pittura, ma appare evidente quanto sia importante per la sua vita e quindi anche per la sua pittura questo mondo antico di bellezza e paure irrefrenabili, in cui l’uomo e la donna sono dati alla natura e la natura ne dispone.

“Tehura era a momenti seria e amabile, a momenti folle e frivola, due esseri in uno, molto diversi tra loro che si succedevano all’improvviso con sconcertante rapidità. Non era affatto mutevole, era doppia: il bambino di una razza vecchia.”

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Charles Cros. La grande visione

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Charles Cros è un autore poco conosciuto ma senza dubbio una delle personalità più straordinarie ed eclettiche che abbiano animato la vita culturale della Francia dell’ottocento.

Ha pubblicato alcune raccolte di poesie e nel 1888 il breve poema “La Vision du Grand Canal Royal des Deux Mers” ottenendo poco successo, a parte qualche rappresentazione brillante nei teatri di allora, comunque l’aspetto interessante della sua personalità creativa è stato l’aver spaziato dalla pittura, alla fotografia, sino ai prodromi delle tecniche audio foniche.

Significativo il suo percorso formativo e scientifico. Inizia gli studi di fisica e chimica, lasciati successivamente per dedicarsi alle attività letterarie. Nel 1869 pubblica un trattato dal titolo: “Solution générale du problème de la photographie des couleurs” dedicato allo sviluppo della fotografia a colori, nel quale spiega come l’uso di filtri in vetro di differenti colori rosso, giallo e blu poteva consentire di riprodurre i colori originali della scena fotografata. Purtroppo nello stesso momento un altro studioso, Louis Ducos du Hauron, presentava proposte molto simili e Cros non aveva  difficoltà a concedergli il primato dell’invenzione.

Come inventore Cros non può dirsi fortunato, infatti è ricordato soprattutto per aver quasi inventato il fonografo. Pochi, a quel tempo, avevano pensato di creare un apparecchio in grado di registrare e riprodurre suoni, così inventa  il “Paleophone” (Voix du passé), e nel 1877 lo presenta all’Accademia delle Scienze di Parigi con una lettera che spiega il suo funzionamento. L’anno successivo però Thomas Edison brevetta negli Stati Uniti il suo prototipo.

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Un’altra passione di Cros erano i pianeti e le stelle, avendo notato punti di luce su Marte e Venere, si era convinto che fossero gli indizi della presenza di grandi città evolute e per tale ragione aveva ripetutamente chiesto al Governo francese di poter sviluppare sistemi di comunicazione visiva che potessero connettere il genere umano con quelle civiltà aliene e sconosciute.

L’aspetto sul quale però è opportuno riflettere è il senso complessivo della ricerca di Cros, un poeta che due secoli orsono prova a mettersi in gioco usando quelle che oggi chiameremmo le nuove tecnologie, un uomo che pur avendo i piedi nell’ottocento proiettava la mente nei secoli successivi.

Il poema “La Vision du Grand Canal Royal des Deux Mers” mantiene intatto il valore di questa ricerca antero orientata e, titolo compreso, è una rappresentazione di un grande spettacolo marittimo e terrestre, un incontro tra culture, profumi e odori, un inno prematuro alla multiculturalità.

“…L’aurore étend ses bras roses autour du ciel.
On sent la rose, on sent le thym, on sent le miel,
La brise chaude, humide avec des odeurs vagues,
Souffle de la mer bleue oh moutonnent les vagues.
Et la mer bleue arrive au milieu des coteaux;
Son flot soumis amene ici mille bateaux :
Vaisseaux de l’Orient, surchargés d’aromates,
Chalands pleins de mais, de citrons, de tomates,
Felouques apportant les ballots de Cachmir,
Tartanes où l’on voit des levantins dormir….”
 

Le navi di Cros sono proprio come un ricco sciame di api, portano il grano ai paesi che ne avranno bisogno in futuro e in tempi che si preannunciano difficili. Sono macchine efficienti e invincibili che collegano le terre e il poeta moderno si trova ad esplorare il mondo con loro, prova a usarle e a trasformarle in strumenti poetici. Non a caso Apollinare ne “L’Esprit nouveau et les Poètes” scrive: “Les poètes veulent dater la prophetie, cette ardente cavale que l’on n’a jamais maitrisée. Ils veulent enfin, un jour, machiner la poèsie comme on a machiné le monde.”

Cros, invece, aveva capito che l’ingegneria del mondo, presto, avrebbe fatto volentieri a meno della poesia.

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Piero Gaffuri. Korallo

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Si ispira alla tragedia dei Desaparecidos argentini “Korallo” (Editori Internazionali Riuniti, pp.153, 12 euro), il nuovo romanzo di Piero Gaffuri. Al centro della narrazione il dramma personale di GiulioWeber, professore di liceo in un piccolo paese tra le montagne dell’Appennino centrale, che nasconde il doloroso segreto di un amore perduto, Olga, scomparsa per sempre in un’alba di un’estate argentina, come decine di migliaia di suoi giovani connazionali.

Il ricordo e lo schiacciante senso di colpa riaffiorano dopo vent’anni, portandolo a svelare la sua tragedia personale, aiutato dalla moglie, gli amici e dal nuovo parroco del paese. Uno snodo fondamentale del racconto quasi catartico: il dolore si stempererà attraverso il calore della comunità in un passaggio hegeliano dall’ “in sé” al “per sé”, dalla sfera individuale a quella collettiva, riaprendo un percorso che sembrava definitivamente chiuso e facendo inaspettatamente ritrovare quel fiore di corallo che anni addietro aveva suggellato un amore.

Il romanzo “Korallo” conferma l’eclettismo di Gaffuri, autore capace di coniugare letteratura e temi di interesse sociale in un connubio che sfocia in una scrittura armoniosa e allo stesso tempo forte, dove la potenza della vicenda individuale è rafforzata dalle circostanze storiche da cui è scaturita.

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Non a caso il personaggio di Olga, l’amata a cui il giovane Giulio aveva regalato una rosa di corallo, è liberamente ispirato alla storia di Monica Maria Candelaria Mignone (figlia del cattolico progressista argentino Emilio F. Mignone, fondatore del Centro de Estudios Legales y Sociales) desaparecida il 14 maggio 1976 a soli 24 anni, il cui ‘crimine’ è stato quello di insegnare nella baraccopoli argentine, dove vivevano migliaia di famiglie in condizioni precarie.

La stessa catarsi del passaggio dalla tragedia individuale all’atto di coraggio della denuncia attraverso la collettività (il ‘per sé’) si rifà alle Madri di Plaza de Mayo, che sono scese in piazza con i loro fazzoletti bianchi sfidando l’autorità e rendendo nota la vicenda dei figli desaparecidos.

Un romanzo intenso che parla di un’assenza quasi incomunicabile, di segni perduti e dolorosamente ritrovati. Piero Gaffuri ha pubblicato tre romanzi presso la casa editrice Marsilio: Apnea (1999), Il corsaro (2002), Il sorriso del vento (2006). A essi vanno aggiunti la piéce teatrale Il mare racconta (2007) e la raccolta di poesie Una nave impazzita (Il foglio letterario, 2009). Nel 2011 e nel 2013 escono per Lupetti i saggi Web Land. Dalla televisione alla metarealtà e Blog Notes. Guida ibrida al passato presente.

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Evelyn Rydz. Fenomenologia del residuo

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Evelyn Rydz è un’artista statunitense, nata a Miami e Master alla Scuola del Museum of fine arts di Boston, che, a partire da sue fotografie, crea disegni di oggetti e luoghi che hanno vissuto variazioni significative o sono dentro processi di trasformazione.

Negli ultimi anni ha visitato, in particolare,  luoghi costieri rilevando e documentando i molti oggetti di scarto disseminati sul terreno. L’interesse per le storie degli oggetti si coniuga con la ricerca sui processi di delocalizzazione umana e così facendo ne viene fuori un racconto visivo in cui è minutamente descritto il destino di oggetti utili nel recente passato divenuti presto residui del presente e pezzi involontari di paesaggi lontani.

“Ho camminato per giorni attraverso enormi quantità di detriti e sabbie di plastica sentendomi come un archeologo che rinviene i residui della storia contemporanea.”

La ricerca di Evelyn Rydz ricorda fortemente il paradosso dell’eccesso decritto da Georges Bataille, cioè il fatto che al massimo della produzione corrisponda sempre il massimo della perdita.

La nozione di dépense e in particolare la già rammentata usanza nordamericana del potlatch; un dono reciproco finalizzato a una restituzione di maggiore entità. Ma il potlatch, pur essendo un buon esempio di dispendio non libera gli oggetti dalla schiavitù dell’utile, perché il dono nasce da una prospettiva di interesse.

Esiste un’esperienza più radicale, che sottrae completamente gli oggetti alla dimensione del consumo produttivo, annullando totalmente il loro valore d’uso, è il sacrificio, la distruzione della cosa come oggetto di consumo utile e produttivo.

Il sacrificio dell’oggetto cambia profondamente l’intima natura della cosa stessa. Non stiamo parlando di una sorta di morfologia del rimpianto, ma della nascita di un rapporto nuovo tra soggetto e oggetto, il sacrificio, infatti, accede all’intimità della cosa, al suo essere più nascosto, sottraendola allo stato di alienazione in cui la logica dell’utile l’aveva ridotta.

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Il cambio di natura dell’oggetto attraverso la sua trasformazione in scarto e residuo modifica completamente la qualità delle relazioni tra uomo e cosa, adesso la cosa è spazzatura e l’etichetta stinta acuisce il senso di disprezzo per ciò che è residuale, ma la sua de-contestualizzazione acquista un valore sacrale.

Evelyn racconta storie di percorsi casuali di oggetti residuali, sacrificati dal consumo dell’uomo, il mare è un’ambientazione efficace, perché l’acqua scorre e trasporta le cose cambiando non solo la loro essenza ma anche il modo di presentarsi.

Il suo lavoro comincia sempre con la fotografia, fotografa oggetti e luoghi che hanno subito variazioni significative, classifica, riorganizza, e spesso inserisce queste immagini in nuovi paesaggi. Una componente essenziale del suo lavoro è esplorare i dettagli. Studiare gli oggetti, così come li trova, indagando su ogni aspetto.

“I dettagli degli oggetti sono come cicatrici e rughe che contengono infinite informazioni sul loro passato”.

I disegni che appartengono alla collezione Naufraghi riguardano oggetti che sono stati persi, abbandonati, o sconfitti dal mare. Evelyn è attratta dalle mutazioni che la natura e il mare creano sulle cose, modificandole e in qualche caso mimetizzandole.  Un pezzo di schiuma isolante, luminosa blu, con cirripedi cresciuti su di un lato o una lattina di birra arrugginita, coperta di alghe e conchiglie. I disegni si concentrano sui dettagli dell’oggetto rinvenuto, la sua struttura, la superficie alterata, colore e dimensione, definendo una nuova identità.

Il secondo gruppo di disegni, Isole alla deriva, mette insieme oggetti trovati e frammenti di immagini di luoghi disparati o isole lontane. Il richiamo del mare e la grande letteratura, o le ricerche di Darwin, fino a serie televisive di successo come Lost.

Fondendo osservazione e immaginazione, i disegni ragionano su sostenibilità e ambiente e cercano di rispondere a una difficile domanda: come saranno i paesaggi del futuro?

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Jason deCaires Taylor. Contaminazioni sottomarine

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“Sto cercando di dimostrare che l’intervento umano e l’interazione con la natura possono essere positivi e sostenibili, un esempio di come vivere in rapporto simbiotico con la natura. Infine credo che vadano affrontati subito alcuni dei problemi cruciali che oggi si stanno verificando nei nostri oceani”.

Sono parole di Jason deCaires Taylor, uno scultore inglese contemporaneo specializzato nella creazione di sculture sottomarine che nel tempo si sviluppano in barriere coralline artificiali.

Taylor di formazione europea e asiatica, ha sostenuto i primi studi in Inghilterra e poi ha frequentato il Camberwell College of Arts di Londra ove si è laureato nel 1998 con una laurea con lode in Scultura e Ceramica. Le prime creazioni di Taylor erano situate  sulla terraferma e ispirate dal lavoro di altri scultori come: Christo, Richard Long e Claes Oldenburg, con un denominatore comune: mettere in evidenza le similitudini tra gli oggetti e l’ambiente in cui sono inseriti producendo costruzioni viventi.

Taylor ha ambientato le sue sculture sotto il mare soprattutto perché il movimento dell’acqua e l’aggressione degli organismi altera nel tempo l’aspetto dei manufatti, poi gli oggetti appaiono più vicini a causa della rifrazione della luce nell’acqua e della profondità. Taylor ritiene che il potenziale di visualizzazione aumenti moltiplicando il numero di angoli da cui è possibile guardare gli oggetti e così che l’esperienza di scoperta del suo lavoro tragga vantaggio dalla posizione nell’oceano.

“La galleggiabilità e la leggerezza consentono un’esperienza fisica indipendente che è percettiva e personale. Il tempo passa e le opere cambiano, il paesaggio sottomarino muta in modo imprevedibile”.

Negli ultimi anni, Taylor ha guadagnato riconoscimenti in tutto il mondo per il sostegno che la sua arte fornisce alla conservazione della vita marina, delle barriere coralline e per aver segnalato l’opportunità di costruire scogliere sottomarine artificiali.

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Ricordo, vent’anni fa, una proposta di un biologo marino.  Per fronteggiare il problema della mucillagine che affliggeva le spiagge dell’Adriatico settentrionale proponeva di gettare in mare le carcasse delle auto spogliate di materiali plastici (all’epoca erano meno di oggi). I relitti avrebbero costituito una scogliera artificiale e fornito rifugio a molte specie sottomarine. La proposta venne avversata dagli ecologisti per ragioni naturalistiche e dai pescatori, che temevano di perdere le loro reti a strascico contro le barriere artificiali. In quel caso non se ne fece nulla anche se le prove scientifiche che comprovavano la bontà dell’operazione erano soddisfacenti.

L’aspetto più interessante della proposta artistica di Taylor è la ricerca della contaminazione naturale a cui sono sottoposte le sue opere e questo per il semplice fatto che sono collocate sott’acqua. Per provocare un rapido insediamento del corallo sulle sculture utilizza una miscela di cemento marino, sabbia e fumo di silice ottenendo un calcestruzzo con pH neutro rinforzato con fibra di vetro. Alcune sculture contengono altri materiali come ceramica e vetro che li rende quasi del tutto inerti.

Le sculture rappresentano persone e col tempo le forme umane vengono alterate dall’evoluzione della vita sottomarina, coperte di alghe e coralli, trasformandosi in vere e proprie barriere artificiali. Una metamorfosi della presenza umana che torna a confondersi con la natura, parafrasando il nostro ciclo di vita e il destino che ci attende.

Le costruzioni creative di Taylor esistono solo perché sono parte di un movimento di incorporazione, un mash-up fisiologico, dell’uomo nella natura. Siamo nati per essere contaminati dagli agenti naturali e infine per rigenerarci in altre forme.

“Il corallo dà il colore, i pesci creano un’atmosfera particolare, l’acqua produce uno stato d’animo. La gente mi chiede quando sarà finito. Ma è appena l’inizio”.

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Stephen Crane. La scialuppa


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Ernest Hemingway inserì “La scialuppa” di Stephen Crane nel gruppo dei sedici racconti da leggere per diventare uno scrittore e di racconti Hemingway se ne intendeva molto, perché oltre a scriverne, indimenticabile la raccolta I quarantanove racconti, viene da molte parti ritenuto l’autore del racconto più bello e significativo di un’epoca: “Il grande lottatore”.

Il bagliore di un fuoco sotto il terrapieno della ferrovia attira un pesto Nick Adams, accanto al fuoco Nick trova Ad Francis segnato dai combattimenti di pugilato completamente suonato e senza un orecchio, ad accudirlo un uomo di colore incontrato in carcere: Pidocchi. Il dialogo tra Nick e Ad è surreale, un passaggio repentino tra una normalità abnorme consumata dalla miseria e la follia bella e buona. Improvvisamente Ad cambia atteggiamento e si prepara ad aggredire Nick, Pidocchi lo stende con un colpo alla nuca e solo così ritorna la calma.

Anche Joseph Conrad è un estimatore di Crane, lo definisce uno scrittore impressionista in grado di rappresentare in modo evidente e senza censure le illusioni della vita.

La scialuppa (The Open Boat) è un racconto scritto e pubblicato nel 1897 e ispirato a una disavventura in mare occorsa proprio allo scrittore, quando nel gennaio dello stesso anno, mentre era diretto a Cuba come inviato per documentare l’insurrezione cubana contro la Spagna, rimase in balia del mare per trenta ore dopo che la Commodore, la nave su cui viaggiava, affondò al largo della Florida.

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Crane e altri tre uomini dell’equipaggio cercarono di raggiungere la terraferma a bordo di una piccola scialuppa di salvataggio e alla fine vi riuscirono, ma uno dei quattro naufraghi, il macchinista Billy Higgins, annegò tra i frangenti mentre tentava di guadagnare la riva a nuoto.

Crane scrisse questo racconto subito dopo essersi salvato, infatti il sottotitolo del racconto dice: “A tale intended to be after the Fact”, la narrazione comincia dove il fatto di cronaca si era concluso.

La scialuppa racconta la terribile esperienza di una lotta per la sopravvivenza e ciò che colpisce maggiormente il lettore sono proprio le impressioni relative agli stati d’animo dei quattro uomini, un misto di disperata determinazione e fatalismo immanente. Come se vi fosse uno iato insondabile nella mente e anche nei movimenti dei marinai che lottano per la vita, una scissione ontologica profonda che a tratti riesce a separare ciò che è in sé da ciò che è per sé impedendo che le singole energie possano coniugarsi in un’azione comune e creare la migliore condizione per raggiungere la salvezza. La singolarità, davanti all’immagine di una possibile fine della vita, resta come ipnotizzata, interroga il destino e fissa attonita i giochi del mare e del vento, solo con grande fatica diventa plurale e prova a lottare veramente per sé e per gli altri.

«La spiaggia (…) era molto vicina eppure gli sembrava di contemplare un paesaggio bretone o algerino nelle sale di un museo. Pensava: “E’ possibile che io stia per annegare? E’ possibile? E’ possibile? E’ possibile?” Probabilmente ogni uomo percepisce la sua morte come l’atto finale della natura».

Abbandonarsi (e perdersi) è la grande tentazione dell’uomo, un desiderio latente che prende forma, spesso in modi e tempi inattesi, mettendo in crisi lo stato dell’essere, il continuum vitae e ogni proiezione futura della sorte individuale.

L’allusione a questi temi è presente anche in altri racconti che compongono questa felice raccolta, per esempio in Fuga a cavallo, Flanagan e la sua breve avventura di filibustiere o L’arrivo della sposa a Yellow Sky.

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Haroldo Conti. Cuentos completos

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Mi scrive dall’Olanda l’amico Marino Magliani, traduttore e scrittore italiano, chiedendomi qualche informazione su Haroldo Conti.

E’ strano perché stavo proprio pensando di tornare sull’argomento proponendo questo libro.

Il ventuno di aprile del 1981 Gabriel Garcia Marquez scrive un articolo per il giornale El Pais dal titolo: “L’ultima e brutta notizia su Haroldo Conti”, il testo, oltre a essere riportato nel suo Taccuino di cinque anni (1980-84), diventa anche la prefazione al volume di Haroldo “Cuentos completos“, inediti in italiano, pubblicati all’estero in lingua spagnola dall’editore Bartleby.

Provo, anche per i miei lettori che già conoscono e amano Haroldo, a farne una rapida sintesi.

“A Haroldo Conti, che era uno scrittore argentino dei più grandi, giunse, nell’ottobre 1975 la notizia che le forze armate l’avevano iscritto in una lista di agenti sovversivi, le stesse indiscrezioni arrivarono anche da altri canali e nei primi mesi del 1976 la notizia era di dominio pubblico a Buenos Aires.

In quei giorni mi inviò una lettera a Bogotà nella quale era evidente il suo stato di tensione.

Marta e io viviamo praticamente come fuorilegge – diceva – nascondendo i nostri movimenti, i nostri domicili e parlando in codice e terminava: sotto c’è il mio indirizzo, se sono ancora vivo.

Viveva in una casa in affitto al 1205 di via Fitz Roy a Villa Crespo dove continuò a risiedere senza nessuna precauzione fino a quando, nove mesi dopo il primo avviso, a mezzanotte, una squadra di sei uomini armati lo aggredì e lo portò via bendato e legato mani e piedi, facendolo sparire per sempre”.

Haroldo Conti allora aveva cinquantun anni, aveva pubblicato sette libri eccellenti e non si vergognava del suo grande amore per la vita. La sua casa di città assomigliava a un ambiente rurale, un allevamento di gatti, colombe, cani, bambini e coltivazioni di verdure e fiori. Come tanti scrittori della nostra generazione era un lettore appassionato di Hemingway, le sue opinioni politiche erano note a tutti, la sua identificazione con la rivoluzione cubana  anche.

Quando Haroldo riceve il primo avvertimento viene invitato in Ecuador, ma non vuole lasciare la casa perché la moglie Marta sta per partorire. Nel febbraio del 1976 infatti nasce un maschio, gli danno nome Ernesto e Haroldo dice della sua casa: “Questo è il mio posto di combattimento, da qui non me ne vado”.

Una nota sfuggita ai suoi sequestratori perché scritta in latino.

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Il 4 maggio del 1976 Haroldo Conti lavora tutta la mattina nel suo studio terminando un racconto che aveva iniziato il giorno precedente: “Alla destra”, l’ultimo dei Cuentos completos. Poi mette giacca e cravatta  e si reca a scuola a insegnare. La sera, dopo molto tempo che non accadeva, Marta e Haroldo  decidono di andare al cinema a vedere il Padrino 2, lasciando a casa i figli in compagnia di un amico venuto da Cordova.

Quando rincasano, poco dopo la mezzanotte, apre loro la porta un uomo in abiti civili con una mitraglietta da guerra, dentro ci sono altri cinque uomini armati che li aggrediscono prendendoli a pugni e calci fino a stordirli. L’amico è incosciente a terra con il volto sfigurato dalle botte, i bambini nelle loro stanze addormentati con il cloroformio.

Haroldo e Marta vengono condotti in due stanze diverse, mentre il commando saccheggia tutti gli oggetti di valore, e sottoposti a un interrogatorio barbaro.

Marta, che ha un ricordo preciso di quella notte spaventosa, ricorda le domande che facevano a suo marito nella stanza vicina. Si riferivano a due viaggi che Haroldo aveva fatto all’Avana nel 1971 e nel 1974, in ambedue le occasioni come membro della giuria del Premio letterario La casa de las Américas, e gli imputavano, per quello, di essere una spia cubana.

Alle quattro della mattina uno degli aggressori ha un gesto umano e porta Marta nella stanza ove è trattenuto il marito, in modo che si congedi da lui. Ha il volto tumefatto e le mancano alcuni denti, l’uomo la conduce reggendola per un braccio perché ha gli occhi bendati. Un altro la prende in giro: “Porti la signora a ballare?”.  Haroldo si congeda con un bacio e Marta capisce che non è bendato. Una rivelazione terribile perché solo ai condannati è dato di poter guardare negli occhi i loro sequestratori. Quello è il loro ultimo incontro. Sei mesi dopo il sequestro, passando da un nascondiglio all’altro, Marta chiede asilo politico all’ambasciata cubana.

Garcia Marquez racconta ancora: “Dopo il sequestro quattro importanti scrittori argentini inviarono a Videla una petizione, erano Jorge Luis Borges, Ernesto Sabato, Alberto Ratti, presidente dell’associazione degli scrittori, e padre Leonardo Castellani. Padre Castellani all’epoca aveva ottant’anni, era stato il maestro di Haroldo e pregò Videla di consentirgli di incontrare il suo allievo in carcere. Anche se non vi sono notizie certe su quest’incontro pare che padre Castellani abbia visto Haroldo l’otto luglio del 1976 nel carcere di Villa Devoto, trovandolo in uno stato di prostrazione tale da non poter nemmeno conversare con lui”.

Un testimone sfuggito ai garages e alle caserme, che aveva condiviso con Haroldo la prigione presso il campo clandestino della Brigata Goemez nei pressi di Baires, disse che “Haroldo Conti era rinchiuso in una cella di due metri per uno con il pavimento di cemento e la porta di metallo. (…) e prima di scomparire stava molto male”.

Haroldo, sappiamo, non è più tornato. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto a ammettere il suo omicidio, probabilmente Conti è stato gettato in mare come molti suoi connazionali.

Restano la sua bella storia, i racconti di questa raccolta. Speriamo davvero che un editore italiano voglia pubblicarli ridando vita a un grande scrittore del 900.

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Judith Schalansky. Atlante delle isole remote

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La critica ha sostenuto la tesi che Joseph Conrad avesse ambientato Cuore di tenebra in un’ansa del fiume Congo, perché il centro d’Africa rappresentava ai suoi tempi la faccia nascosta della coscienza dell’Occidente. Animalità contrapposta alla modernità e arcaico resistente sopraffatto dalla razionalità erano spunti che spingevano, se non a giustificare, almeno a comprendere gli orrori del colonialismo e della schiavitù.

Un viaggio nelle tenebre di un orrore pur sempre umano, dentro il quale nemmeno la morte poteva mettere in discussione lo stato delle cose sfuggendo ai contorni della dimensione umana quindi anche della civiltà e del progresso.

Proviamo invece a immaginare un viaggio diverso, fatto da una giovane donna che vive in un paese dal quale è impossibile uscire, perché è vietato e l’unica possibilità che le rimane è viaggiare con la fantasia.

Scopre così che le carte geografiche politiche sono destinate a divenire obsolete in fretta mentre la geografia fisica, che rappresenta la terra, le montagne, i fiumi, i laghi e i mari è per certi versi immutabile, almeno ai nostri occhi.

Se capita di nascere e vivere in un paese del genere l’espressione dei desideri di gran parte delle persone finisce per orientarsi in due modi, o accettando lo stato di fatto e quindi desiderando solo il possibile, oppure non accettando le condizioni esistenti e quindi desiderando l’apparentemente impossibile.

Nel secondo caso, quello che ci interessa, è  auspicabile un cambiamento dell’assetto socio-politico perché altrimenti, lentamente, viene, nelle persone, a affievolirsi il trasporto emotivo verso la propria terra essendo evidente che è proprio il vincolo territoriale a precludere la dinamica delle opportunità.

A questo punto prende corpo un processo mentale che porta l’uomo a cercare un’altra terra ove realizzare i suoi sogni, un luogo nuovo e più adatto alle sue esigenze, avviene nell’individuo una delocalizzazione del desiderio.

Judith Schalansky con il suo Atlante delle isole remote fa un passo ulteriore, infatti è certamente vero che non basta sognare una nuova terra ma bisogna conoscerla e così il suo viaggio alla ricerca di punti sperduti negli spazi bianchi della cartografia diventa anche un percorso di comprensione e documentazione.

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Marc Augé definisce “non luoghi” i crocevia della contemporaneità, aereoporti, centri commerciali, autostrade ambiti nei quali l’esperienza umana non si coagula e si determina nel contempo una sorta di irrilevanza linguistica.

Anche le isole remote di Judith Schalansky sono “non luoghi” ma di tutt’altra natura, infatti sono non luoghi primigeni, ovvero lembi di terra a cui è estranea persino la cognizione del genere umano, invisibili passaggi terrestri aperti sullo spazio impensabile del nulla preesistente.

Nell’Isola di Takuu in Nuova Guinea è la terra stessa a scomparire lentamente sommersa dalle acque, i vecchi non credono che accadrà davvero e i giovani, incoscienti e rassegnati, passano le giornate a bere succo di cocco fermentato al sole; la trasvolatrice dell’Atlantico Amelia Earharth doveva fare tappa sulle coste della piccola isola di Howland, Isole della Fenice, per rifornirsi, ma non è mai arrivata, sparita anche dietro la linea virtuale dell’ultimo fuso orario, quello del giorno prima; Sarah Joe è la barca di Scott Moorman, un giovane americano che ha deciso di lasciare il continente per una nuova vita alle Hawaii, la trovano dopo anni sulle spiagge deserte dell’isola di Taongi alle Marshall, vicino c’è la tomba improvvisata di Scott, nessuno sa perché sia finito lì e neppure chi l’abbia pietosamente seppellito.

“Chi apre le pagine di un atlante non si limita a cercare i singoli posti esotici, ma desidera smodatamente tutto il mondo in una sola volta. Il desiderio crescerà sempre di più, e sarà più grande della soddisfazione ottenuta attraverso il raggiungimento di ciò che si è tanto agognato. Ancora oggi preferisco un atlante a ogni guida di viaggio”.

Il fascino del niente spesso ci ricompensa con il nulla, i punti appena accennati sulle mappe sono snodi di un percorso fantastico che, indagando, prende lo spunto dal connubio della dislocazione del desiderio con le ragioni della libertà estrema nella solitudine, bisogna rammentare comunque che l’assenza non nasce solo da motivazioni fisiche e geografiche ma è spesso strettamente legata alla voglia di perdersi.

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