La ragione delle onde

onde1

Il comportamento delle onde segue principi che appaiono coerenti e incoerenti a un approccio logico rigidamente razionale, infatti non è dato sapere, sempre, se le onde nascano per la spinta del vento, se siano generate dalle correnti, o se, come talvolta accade, il moto ondoso abbia un carattere residuo e cioè sia generato da movimenti delle acque in zone marine lontane, per non parlare dei maremoti o delle cosiddette onde anomale, delle quali, non si conosce ancora la causa e l’origine.

Anche per questa ragione le onde, più di ogni altro fenomeno, rappresentano in modo evidente il carattere liquido e incerto che contraddistingue il mare e le grandi distese acquatiche.

Il rapporto tra uomo e mare è mediato dall’instabilità liquida. L’uomo, quando è in mare, smarrisce la sicurezza terrestre e deve necessariamente appropriarsi degli elementi di una nuova dimensione spazio temporale.

In mare lo spazio muta radicalmente perché vengono a mancare o a modificarsi i punti di riferimento, chi si fosse trovato in navigazione in mare aperto sa che bisogna orientarsi con il sole e le stelle (GPS a parte), in mare il tempo è un concetto relativo, allo stato atmosferico, alla potenza e all’efficienza del motore o alla intensità del vento.

Ho già scritto dell’analogia tra Internet e il mare e del fatto che anche in rete navighiamo, incontriamo porti, isole felici e infelici, sperimentando una navigazione che ha aspetti mitologici più simili all’antico che al moderno.

Oggi gran parte del mondo reale è conosciuto ed esplorato, non vi sono più, se non in casi eccezionali, terre vergini e incontaminate, al contrario la scoperta nel mondo virtuale è continua e alla portata di mano, anche se spesso ingannevole e mistificante come nel racconto di Ulisse.

La navigazione virtuale è un viaggio dello sguardo e della mente con i pregi e difetti di questa condizione ma con la possibilità di tenere sempre in vita lo spirito di ricerca e di sperimentare, viaggiando, forme innovative di socialità.

navigazione-online

Il mare e le sue onde sono, a questo riguardo, formidabili banchi di prova, perché le imprese e le scoperte del recente passato alludono fortemente alle forme possibili delle scoperte presenti e future.

Ricordo una volta quando, con un gruppo di colleghi, prendemmo a nolo una barca a vela per una breve navigazione attraverso l’Adriatico. Era appena iniziata l’estate e il tempo appariva ancora incerto. La sera della partenza pioveva ma decidemmo comunque di partire e raggiungere la costa dell’Istria. Lo skipper non era molto esperto e appena lasciata la laguna e usciti in mare capimmo che non sarebbe stata una traversata divertente. I miei amici, uno dopo l’altro vennero sopraffatti dal mal di mare, e così ci trovammo soli, lo skipper ed io, a condurre l’imbarcazione. Ancora vedevamo le luci della terra, dietro a un velo di pioggia e nebbia, quando decidemmo di tornare indietro. Ormeggiammo alle quattro di mattina alla darsena dell’isola di San Giorgio con un equipaggio stremato e semi svenuto. Non riuscimmo a raggiungere la nostra meta ma impiegammo il sabato e la domenica a navigare tra le isole della laguna e a visitarle.

La navigazione è avventura, rischio, scoperta e ricerca ma non deve prescindere dal valore e dal rispetto della socialità, il gruppo che partecipa all’impresa è parte dell’impresa, noi siamo parte di un gruppo.

Anche la navigazione in rete ha implicazioni sul gruppo di cui facciamo parte, non è mai un evento solitario, la scoperta è tale solo se viene diffusa, per questo è necessaria la partecipazione.

Vi sono molte ragioni per cui ricordo con piacere il film di Folco Quilici Sesto Continente, la prima perché lo vidi una prima volta, da bambino, la sera, all’aperto al Festival del Cinema di Venezia, la seconda, che ritengo più importante, perché della spedizione facevano parte esploratori (cacciatori subacquei), scienziati e comunicatori (Gianni Roghi e Folco Quilici).

Il mare vissuto come esplorazione e ricerca, esperienza da comunicare e condividere con un pubblico di specialisti ma anche con un pubblico possibilmente più vasto.

L’acqua non è un elemento facilmente omologabile come la terra ferma, l’acqua è movimento, arresta e spesso demolisce costruzioni, dighe e contrafforti, è anche per questa ragione che le isole, nell’acqua, hanno potuto preservare un carattere di paese.

“Il paese è un insediamento umano, generalmente di piccole dimensioni, che è caratterizzato principalmente da un’economia agricola” riporta una felice definizione di Wikipedia. L’isola non è divenuta periferia della città perché il mare l’ha impedito, isolandola, così come il mare virtuale impedisce oggi di ribaltare tout-court nella rete le regole e i meccanismi della tecnocrazia economica e finanziaria.

Per questa ragione le isole-paese sono luoghi veri ancora in condizione di mettere in evidenza diffuse capacità di espressione sociale, proposta civile e partecipazione.

cicladi1 (147)

Frederick Forsyth. I mastini della guerra

Qualche giorno fa, in televisione, è andato in onda un film del 2010, I mercenari – The Expendables (The Expendables), scritto, diretto ed interpretato da Sylvester Stallone con un cast di eccezione comprendente molte star del cinema degli ultimi decenni tra  le quali Bruce Willis, Arnold Schwarzenegger, Dolph Lundgren, Jet Li, Mickey Rourke, Jason Statham  e altri.

La classica serata di evasione trascorsa a guardare un film d’azione con una trama altrettanto tradizionale: un gruppo di buoni che combatte e vince contro i cattivi, una sorta di apologia dei buoni sentimenti esaltata dal fatto che i latori del bene a prima vista, aiutati in questo da un armamentario di espressioni e comportamenti border line, sembrano tutt’altro.

L’obiettivo del commando è liberare la piccola isola di Vilena dalla grottesca dittatura militare ispirata e guidata dall’agente della CIA Munroe. Per organizzare l’azione è necessario un sopralluogo che Stallone e Willis compiono attraccando al pontile dell’isola con il loro idrovolante. In una sala spoglia, adibita al controllo dei passaporti, al graduato che chiede il motivo della visita i due rispondono, senza molta convinzione, di essere ornitologi e, agitando una macchina fotografica, di essere venuti per fotografare volatili.

Non mi dilungo a raccontare cosa accade dopo perché non ne vale la pena, il film è divertente, da vedere proprio quando non c’è nient’altro di meglio da fare e non lascia traccia alcuna se non una labile eco di esplosioni e sparatorie.

Ciò che colpisce invece è, ancora una volta, la scarsa dote di fantasia che contraddistingue gli sceneggiatori hollywoodiani. Il dubbio era già venuto quando si era scritto della saga cinematografica dei pirati constatando le forti analogie (eufemismo) con i racconti di Arthur Conan Doyle, ma ora diventa certezza se rammentiamo quello che, forse, è il più grande romanzo di mercenari: I mastini della guerra di Frederick Forsyth.

Charles Alfred Thomas Shannon, detto Cat per via delle sue iniziali, è un mercenario reclutato da un magnate allo scopo di rovesciare il sanguinario governo di una piccola repubblica africana, lo Zangaro, dove un’impresa di rilevazioni minerarie ha scoperto un importante giacimento di platino. Gatto Shannon, al fine di perfezionare l’accordo, decide di compiere un sopralluogo nello Zangaro e vi si reca spacciandosi per un esperto di ornitologia. In aereo studia le varie specie di uccelli, studio che gli sarà molto utile più tardi quando verrà interrogato dagli uomini del dittatore.

I mastini della guerra è uno dei migliori libri di Frederick Forsyth, perché racconta il mondo dei mercenari impiegati nelle guerre d’Africa nella seconda metà del secolo scorso con dovizia di particolari, accenni a persone realmente esistite. Leggendo appare subito chiaro che dietro il libro c’è un’accurata ricerca sui fatti, sulle persone e sulle cose e nulla è lasciato al caso. Nella scrittura di oggi, invece, s’è persa l’attenzione al dettaglio, la fiction la fa da padrona, ma quando, come in questi casi, l’attenzione al dettaglio può essere motivo di vita o di morte esso non può essere tralasciato, neppure in un libro o nel plot cinematografico.

I mastini della guerra è anche un saggio di organizzazione, un manuale di set up di un’impresa, l’attacco al palazzo presidenziale dello Zangaro viene organizzato con professionalità maniacale mentre la sparatoria dura solo pochi terribili istanti.

Che differenza con i prodotti di oggi tutti azione e rumore!  A questa roba manca soprattutto il fascino.

Ho letto I mastini della guerra la prima di infinite volte nel 1972, quarant’anni fa. Regalo di compleanno della mia compagna di banco. Altri tempi e un altro mondo, certamente. Ma un bel ricordo ce l’ho e lo voglio condividere.

Nel 1989, tornando da un’isola africana ho dovuto pernottare a Libreville, un soggiorno imprevisto perché non era ancora atterrato l’aereo da Parigi. Il pulmino si è fermato davanti a un albergo poco lontano dall’aeroporto e quando ho visto l’insegna illuminata la mia mente si è accesa di ricordi, perché sull’insegna c’era scritto Hotel Gamba. Lo stesso albergo nel quale, all’inizio del romanzo, vengono ospitati i mercenari: Cat Shannon e il suo gruppo, separati dal resto degli ospiti, all’ultimo piano, per non dare nell’occhio e adito a indiscrezioni.

Quella notte, prima di dormire, ho fatto due passi all’esterno. L’ultimo piano dell’albergo era buio, sembrava deserto, fatta eccezione per due finestre, una aperta. A quel punto mi è sembrato di sentire fischiettare un motivo.

 Era il ritornello di una vecchia canzone: “Harlem spagnola”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: