Piero Gaffuri. Uomini condannati a sognare

Il nuovo libro di poesie, con i disegni dell’autore

 

Non è la prima volta che Gaffuri si cimenta con la poesia, dopo aver dato prova di sé nella narrativa e nella saggistica. Rispetto alle precedenti esperienze qui egli appare più libero, sia nell’ampiezza dei temi trattati e sia nella forma attraverso la quale raggiunge la propria cifra stilistica. La scelta di decorare le pagine con una selezione dei propri disegni, dimostra oltre modo la volontà dell’autore di intendere l’espressione come necessità.

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VCastelnuovo

 

Nota dell’autore. Tratta dal libro.

Poesie e disegni

Il percorso iconografico

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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Costantinos Kavafis. Itaca e altre

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Costantinos Kavafis trascorre la vita intera, tra il 1863 e il 1933, ad Alessandria d’Egitto, in epoca ellenistica la più importante delle libere città greche, lavorando come impiegato presso un ufficio del ministero egiziano dei lavori pubblici.

Un poeta greco, di origine costantinopolitana, come lui stesso annota in un appunto più simile a un breve curriculum che a un’autobiografia, che non vide mai pubblicata in vita per intero la sua opera, centocinquantaquattro poesie in tutto.

La maggior parte delle sue poesie rimase per lungo tempo inedita, fatta eccezione per due piccole pubblicazioni uscite ad Alessandria nel 1904 e nel 1910.

Kavafis stampava le poesie per suo conto e le distribuiva agli amici usando la tecnica del volantino, spesso univa i fogli tra loro con fermagli metallici creando raccolte episodiche, oppure incollava i fogli e aggiungeva in testa un cartoncino che fungeva da copertina.

Raccolte di appunti, poesie, variabili, spesso diverse tra loro.

Kavafis è un poeta omerico, che ha avuto la possibilità di conoscere i grandi autori venuti dopo, ad esempio Plutarco alle cui opere, in particolare le “Vite parallele” spesso si ispira. Nella poesia “Il Dio abbandona Antonio”  racconta l’ultima notte di Antonio in un’Alessandria assediata da Ottaviano e in “Aspettando i barbari” è possibile cogliere ancora l’influsso delle biografie contenute nelle Vite Parallele, ma  Kavafis resta omerico e da Omero riprende soprattutto l’amore per l’uomo, un amore reso ancora più forte dalla consapevolezza della presenza, nel genere umano, di una quota inestirpabile di infelicità.

Anche l’uomo Costantinos Kavafis è condannato a provare l’infelicità, prigioniero di una vita localizzata in una città che ama per com’era e non per quello che è diventata, ingabbiato dalla necessità di un lavoro impiegatizio ricco di oneri burocratici e povero di stimoli.

Le poesie che raccontano di lui parlano di un accerchiamento ossessivo e progressivo, una prigione che diventa giorno dopo giorno più opprimente mentre l’altra gabbia che lo contiene, il corpo, invecchia lasciando soltanto un piccolo spazio al ricordo dei momenti felici.

“(…)Mi alzavano muri e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.

Murato fuori dal mondo e non vi feci caso.”

I muri intorno sono anche le mura della sua città, una sorta di conchiglia che è condannato a portarsi appresso, un peso rilevante che fa affondare e ottunde la possibilità della navigazione, del viaggio, impedisce di essere liberi.

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“(…)Non troverai altro luogo non troverai altro mare.

La città ti verrà dietro. Andrai vagando

per le stesse strade. Invecchierai in questo stesso quartiere.

Imbiancherai in queste stesse case. Sempre

farai capo a questa città.”

Rimane libero e aperto solo il campo dei ricordi, la mente può ancora volare e il corpo ricordare i letti ove è stato amato e i desideri che facevano tremare la voce e, anche, gli ostacoli che rendevano i desideri ancora più grandi e davano spazio alle emozioni.

“(…)Ora che tutto ormai è nel passato, pare

che in qualche modo a quei desideri

tu avessi ceduto – come brillavano,

ricordalo, negli occhi su te fissi;

e nella voce, come tremavano per te, ricorda, corpo.”

Perché i desideri sono “come splendidi corpi di defunti sempreverdi pianti e sepolti dentro un mausoleo la testa fra le rose, coi gelsomini ai piedi” e sono così soprattutto i desideri passati senza avverarsi mai.

E poi c’è Itaca, forse la poesia più famosa di Kavafis, ma non per questo la più bella e la più profonda. E’ un’ode al viaggio, che spinge a una lunga fuga, durata vent’anni, e anche al pretesto che muove al ritorno verso casa. Un andamento circolare, da non affrettare, parafrasa il cammino della vita, l’andata e il ritorno, e allude alla ricchezza delle esperienze consumate in un’ampia unità di tempo, luogo e azione.

Un’elegia alla libertà consapevole e al valore dell’esperienza vissuta.

“(…)Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”

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Cornelius Castoriadis. Finestra sul caos

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E’ un breve ma denso saggio sull’arte contenuto nella raccolta omonima “Finestra sul caos” che indaga l’espressione artistica considerando il rapporto che si instaura tra il soggetto e l’oggetto: quindi tra il pubblico, noi, e l’opera d’arte.

Quando osserviamo un’opera d’arte non stiamo svolgendo un’attività che mette a confronto la nostra identità con quanto stiamo vedendo, non stiamo nemmeno facendo un lavoro di comprensione alla ricerca di qualcosa che è nascosto e che dobbiamo interpretare, insomma non dobbiamo capire ma soltanto guardare.

Il nostro atteggiamento davanti a un quadro come, ad esempio, l’autoritratto di Vincent Van Gogh con la fascia sull’orecchio mozzato, è di assoluto stupore, viene a crearsi una sorta di magia che molto ha a che vedere con la catarsi aristotelica, un incanto che travalica il comune sentire e crea in noi un’atmosfera di “lutto incantato”.

Per capire il senso profondo di questo stato è necessario considerare le caratteristiche specifiche dell’opera d’arte partendo da un presupposto: l’essere è al tempo stesso Caos e Cosmo.

“Per gli esseri umani il Caos è in generale ricoperto dall’istituzione sociale e dall’esistenza quotidiana. Un primo modo di affrontare la questione della grande arte consisterebbe allora nel dire che, mentre dà forma al Caos, essa lo disvela e nello stesso tempo, grazie a quella forma, crea un Cosmo.”

L’autoritratto di Van Gogh con l’orecchio bendato, in effetti, sprigiona una forte energia, sono i colori e le forme, il verde degli occhi che ritroviamo nelle pieghe del pastrano e dietro in un quadretto con figure femminili, le pieghe del viso, del cappello e del colletto, lo sguardo obliquo del pittore che si perde in un luogo senza dimora e dimensione.

Il quadro è un Cosmo definito ma al suo interno vagano tensioni indefinite e si scorge con nettezza l’orlo dell’abisso, un abisso che non è nascosto ma rivela in modo esplicito i limiti della condizione umana.

Castoriadis cita Hegel, forse uno dei passi più affascinanti del filosofo tedesco, tratto dalla Realphilosophie di Jena: “L’uomo è quella notte, quel nulla vacuo che contiene tutto nella sua semplicità (…) Questa è la notte, l’interno della natura, che esiste qui: io puro, con rappresentazioni fantasmagoriche si fa notte tutto intorno, sorgono allora improvvisamente e subito scompaiono (…) Capacità di far uscire da questa notte le immagini e di farvele sprofondare”.

Ecco l’abisso, l’uomo che scorge nell’opera la sua natura, la natura nell’opera e l’opera della natura.

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Davanti all’abisso cerchiamo vie di fuga, aggrappandoci agli strumenti della nostra mente, proviamo a capire, leggere, interpretare, un modo per allontanare la visione, per tentare di convincerci che c’è la ragione, dopotutto, prima dell’irragionevole abisso.

Ma Castoriadis non dà tregua, e insiste, impietoso: “Il ritratto, soprattutto, lo sguardo di un grande ritratto, ci permette di vedere proprio la notte di cui parla Hegel, l’abisso, la possibilità infinita di rappresentazione”.

Nello sguardo di Vincent, come nello sguardo della ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer, “c’è tutto o non c’è niente” e non perché sono rappresentazioni dell’abisso, imitazioni, soprattutto perché sono precise presentazioni “di un abisso che non lascia niente di nascosto.”

L’arte quindi è una finestra sull’abisso, sul Caos, che si manifesta in infiniti modi e forme dai microcosmi delle grandi opere d’arte, ed è proprio questa la ragione per cui tali opere sono grandi, con esse e in esse l’autore ha dato vita a un Cosmo apparentemente chiuso aprendo però in modo trasparente e libero alla suggestione del nulla infinito.

Quando osserviamo queste opere veniamo catturati dalla magia della notte, dall’incubo del vuoto, ecco spiegato il sentimento che proviamo, l’incantamento lutto che in greco si chiama “thaumazein”, che significa meraviglia ma al tempo stesso paura.

Un sentimento analogo a quello che gli antichi provavano al cospetto degli accadimenti naturali, lo sgomento ancestrale dinnanzi al divenire di tutte le cose, la consapevolezza della vita e della morte, la paura di scivolare nel nulla.

“Lo spettatore è comunque preso dalla pietà e dal terrore, perché assiste, del tutto impotente, alla ineluttabilità degli eventi, e alla fine c’è la catarsi che è il sentimento della fine del desiderio.”

Distogliamo lo sguardo dal quadro e anche la mente, il caos e il nulla possono attendere, ma ciò nonostante passiamo al quadro successivo, e poi a quello dopo, spinti da un’ineffabile pulsione che conduce alla ripetuta ricerca di un piacere certamente disinteressato.

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Passato presente futuro

Esiodo

“Prima una stirpe aurea di uomini mortali fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore” iniziano così “Le opere e i giorni” di Esiodo e seguitano raccontando le virtù e i vizi delle stirpi successive, fino a giungere alla sua, la quinta, una delle peggiori: “avessi potuto io non vivere con la quinta stirpe di uomini, e fossi morto già prima oppure nato dopo, perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte, annichiliti: e aspre pene manderanno a loro gli dei”.

Un’apertura che spinge a riflettere sui rapporti tra passato e presente e sulla funzione della memoria e del ricordo.

Friedrich Nietzsche, nella seconda delle sue Considerazioni Inattuali: “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” divide la storia in tre categorie: la storia monumentale, la storia antiquaria e la storia critica.

L’uomo che aspira alla grandezza ha bisogno di ritornare ai fasti del passato e se ne impossessa attraverso la storia monumentale; chi ama la tradizione, le piccole cose, gli album di famiglia, coltiva il passato proprio come un antiquario che cerca e raccoglie cimeli; chi invece soffre nel presente ha bisogno di un approccio critico alla storia e ricorre al giudizio e alla condanna.

Tutte e tre queste posizioni, come quella di Esiodo, evidenziano il sentimento di insofferenza che spesso nutriamo verso il presente, la nostra contemporaneità, e Nietzsche, infatti, chiarisce che anche la storia monumentale “è l’ambito mascherato in cui l’odio verso i potenti e i grandi” del nostro tempo “si spaccia per sazia ammirazione dei grandi e dei potenti dei tempi passati”.

La sofferenza e le difficoltà del presente talvolta consigliano di aprire le porte del passato, lo si può fare in modo eclatante, monumentale appunto, o in modo minimalista, antiquario ma in ambedue i casi si scava in un passato chiuso, sigillato, totalmente inanimato e proprio per questo rassicurante come quello che ci si para innanzi osservando, stupiti e tranquilli, una mummia nella teca di vetro di un museo egizio.

Allora, almeno per Nietzsche, meglio l’oblio: “chi non sa fissarsi sulla soglia dell’attimo dimenticando tutto il passato (…) non saprà mai cosa sia la felicità” noi, invece, sappiamo quanto la conoscenza del passato e l’esercizio della memoria possano essere utili alla vita e propedeutici a un percorso che riesca a eludere e a superare condizioni di sofferenza.

Soprattutto se è accompagnato dalla forza dell’immaginazione.

Il passato non è un ambito chiuso e cristallizzato ma un patrimonio mobile della nostra memoria, le sue tracce possono diventare sentieri aperti da percorrere oltre i limiti apparenti della loro finitezza.

Viene spontaneo pensare, come scrive giustamente Pascal Mathiot, a una modalità che promuova “un’alleanza tenace con il passato senza ipotecare il nostro avvenire” e senza per questo condizionare il presente. Questa forma esiste ed “è modulabile da parte di ciascuno, arricchita da ciascuno dei suoi usi, non screditata o svalutata come una falsa moneta; questa forma è la parola”.

La parola e la scrittura sono gli strumenti che mettono in immediata relazione il passato con il presente e possono legare il presente al futuro, perché oltre a essere lo specchio delle sofferenze e delle pene, producono profonda consapevolezza e sono anche motore del desiderio e della passione.

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Il ricorso al ricordo non è una rinuncia alla vita e alla sua immediatezza ma l’inizio di un passaggio che, attraverso l’uso della parola e della scrittura del passato, rende la nostra vita più consapevole nel presente e talvolta apre anche uno spazio alla più felice immaginazione.

Viene, a questo riguardo, quasi immediato ricordare le parole di Marcel Proust: “E tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me. Il sapore era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (perché nei giorni di festa non uscivo di casa prima dell’ora della messa), quando andavo a dirle buongiorno nella sua camera da letto, zia Léonie mi offriva dopo averlo intinto nel suo infuso di tè o di tiglio”.

La memoria involontaria di Proust coglie appieno la dimensione del passato presente: le immagini, le frasi, le tracce del passato sono dentro e fuori, esse non sono oggetti imprigionati in un universo recondito ma frammenti in divenire e la dinamica inattesa del loro ritorno è il  frutto della coltivazione delle nostre capacità immaginative.

La memoria del passato e del presente, come del resto è sempre avvenuto, si proietta nel futuro attraverso l’arte e la letteratura.

Le arti sono la manifestazione tangibile della tendenza degli uomini a ricominciare, iniziando da ciò che li aveva preceduti, ripartenze che non possono essere considerate innovative o trasgressive se non quando vengono comparate con le partenze e gli arrivi che le hanno anticipate. Non è possibile deragliare senza percorrere una strada predefinita e preesistente.

“L’arte propone a tutti, e a ciascuno di noi singolarmente, di vivere un inizio. Ciò che sta al principio di ogni creazione si trova anche al principio di ogni percezione o ricezione (…): leggere un libro, ascoltare musica o guardare un dipinto significa appropriarsene e, dunque ricrearli” sottolinea Marc Augé proiettando, in tal modo, la produzione artistica del passato e del presente verso le modalità percettive del presente e del futuro.

La forza trasmissiva della scrittura riesce a far diventare anche uno scrittore come Flaubert, contemporaneo della sua epoca, creatore di Emma Bovary, anticipatore delle “illusioni, alienazioni e delle tragedie a venire”, un autore del presente e del domani.

Grazie alla scrittura le parole del passato e del presente continueranno a mescolarsi con le parole del futuro, dimostrazione che la memoria è un campo aperto e dinamico quando viene evocata da un’immaginazione libera da limiti prestabiliti.

In ogni caso basta una tazza di tè per creare giochi di luci e colori che riescano a trovare infinite forme e composizioni come in un caleidoscopio o “come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, case, figure consistenti e riconoscibili (…)” Marcel Proust.

MADAME BOVARY (1949)

Rainer Maria Rilke. La prospettiva di Euridice

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In un capitolo de “Lo spazio letterario”, intitolato “Lo sguardo di Orfeo”, Maurice Blanchot  interpreta la vicenda mitologica di Orfeo e Euridice.

Il mito di Orfeo è raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi. Euridice, giovane sposa, viene morsa da una serpe mentre attraversa la campagna insieme a un gruppo di Naiadi. Orfeo scende agli Inferi ove prega Ade e Persefone di riportare in vita la moglie: “non è un dono quello che vi chiedo ma un prestito. Se poi i fati non vogliono essere indulgenti con la mia consorte, ho deciso di non ritornare in vita nemmeno io; due saranno i morti: godetene.”

Blanchot descrive il momento centrale, reso celebre dal mito, della discesa di Orfeo agli Inferi. L’arte è la forza potente che spinge Orfeo ad attraversare l’oscurità del mondo precluso e la salvezza di Euridice è il culmine della sua arte: il lato oscuro del desiderio, riprodurre la realtà nel campo del nulla irreale.

Certamente il progetto di Orfeo, coltivato alla luce del giorno, è di riportare in vita l’amata, ma nel passaggio dal mondo dei morti alla luce, che è anche il passaggio dal giorno alla notte senza spazio e tempo, il progetto si perde, si decompone.

“Ella si trovava in mezzo a un gruppo di ombre arrivate da poco e si avanzò con un passo reso lento dalla ferita. Fu consegnata al cantore del Rodope cui insieme fu imposto il divieto di voltarsi a guardarla fintanto che non avesse oltrepassato le soglie dell’Averno. Se avesse violato questa condizione, il dono si sarebbe vanificato”.

Questa la consegna di Ade e Persefone, cui Orfeo però non riesce a tener fede.

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Orfeo, infatti, prima di uscire dagli Inferi si volta a guardare Euridice e lei gli viene sottratta per sempre.

Perché si volta, sapendo bene a quale conseguenza sarebbe andato incontro?

“Orfeo è colpevole di impazienza” scrive Blanchot e aggiunge “L’impazienza è lo sbaglio di chi vuole sottrarsi all’assenza di tempo, la pazienza è l’astuzia che cerca di dominare questa assenza di tempo facendone un altro tempo, altrimenti misurato. Ma la vera pazienza non esclude l’impazienza, essa ne è l’intimità, impazienza sofferta e tollerata senza fine”.

Nel passaggio, Orfeo smarrisce il senso della costruzione progettuale, perde la pulsione a creare nello spazio reale. Il suo è un comportamento inaccettabile alla luce del giorno ma è il riflesso dell’irrealtà e anche il movimento dell’arte.

La notte l’Orfeo del giorno si dissolve lasciando posto all’Orfeo noncurante, curioso e impaziente. L’esperienza del passaggio cancella il progetto che l’aveva suggerita e produce il suo contrario, al centro ora vi sono il passaggio e l’esperienza del passaggio, non più il progetto iniziale.

E Euridice?

A riportare la prospettiva di Euridice è il grande poeta boemo Rainer Maria Rilke in una delle sue  poesie più belle: “Orpheus, Euridyke, Hermes”. Gli dei hanno accolto la richiesta di Orfeo e uno di loro l’accompagna, tenendola per mano, verso l’uscita dagli Inferi seguendo i passi dell’amato Orfeo. Euridice è ancora avvolta dalle bende funebri che le rendono difficile il cammino: “incerta, mite e paziente; chiusa in sé come grembo che prepari una nascita, senza un pensiero all’uomo innanzi a lei né alla via che alla vita risaliva”.

Anche Euridice è non curante, la sua indifferenza però, come la pazienza, viene dalla pienezza della morte che la pervade, “colma della sua grande morte così nuova che tutto le era incomprensibile”.
Mentre Orfeo è solo di passaggio nella dimensione vuota dell’assenza di tempo e di spazio, Euridice ormai ne fa concretamente parte e tra i due si avverte l’incolmabile abisso che divide il sentimento umano dalle espressioni semplici della natura.

Euridice: “Ormai era radice. E quando il dio bruscamente fermatala, con voce di dolore, disse – Si è voltato- lei non capì e in un soffio chiese: Chi?”

Orfeo e Euridice sono ambedue non curanti, indifferenti al fine in modo diverso, ma profondamente simile nella conseguenza.

“…accerchiati da quel silenzio che tutto lo spazio immenso ha in sé e nelle orecchie spira quasi fosse la faccia opposta del silenzio, il canto cui nessun uomo resiste.” Rilke, L’isola delle sirene.

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Bruno Maderna. Melodie contemporanee

Bruno Maderna è stato un precocissimo musicista e poi compositore e direttore d’orchestra italiano. Ha insegnato composizione al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia diretto da Gian Francesco Malipiero avendo fra i suoi studenti Luigi Nono. Nel 1955 insieme a Luciano Berio ha fondato lo Studio di fonologia musicale della RAI a Milano allo scopo di svolgere esperimenti di musica concreta e di musica elettronica. La musica di Maderna mantiene comunque viva una costante attenzione alla lirica e alla melodica.

Il catalogo teatrale di Maderna include solo due titoli destinati alle scene: Hyperion e Satyricon. Hyperion è un’opera aperta che è stata rappresentata in modalità sempre diverse. Un’opera che potremmo definire mobile perché sfugge a ogni possibilità di classificazione. L’impianto drammatico infatti è diverso nelle rappresentazioni che si sono via via succedute come, del resto, la struttura stessa dell’opera, esistono anche quattro differenti versioni da concerto, tutte successive alla prima rappresentazione teatrale.

Hyperion è una metafora della condizione umana schiacciata e costretta dalla onnipresenza delle macchine, l’uomo lotta contro l’aggressione macchinica favorita dall’industrializzazione. Il suono del flautista è interrotto e distorto dai rumori prodotti da elettricisti e macchinisti presenti sulla scena.  Il seguito è caratterizzato da un confronto, scontro crescenti tra il flautista solitario e un universo di uomini, macchine e mezzi. Le macchine hanno la meglio e il flaustista viene inglobato nelle loro strutture metalliche. Solo l’arrivo di una donna, che fuoriesce da un contenitore di metallo, e il suo canto dei versi dell’Hyperion di Hölderlin ridà libertà al suono del flauto. Infine il flautista se ne va abbandonandosi a un ultimo liberatorio assolo.

Maderna prende spunto dal romanzo epistolare Hyperion di Friedrich Hölderlin. L’unica opera completa del poeta tedesco ambientata in Grecia al tempo della insurrezione nazionale contro la dominazione dei turchi ottomani. Hyperion è un poeta che sogna il ritorno del mondo greco antico, il tempo degli dei, Zeus e Pallade, e un uomo innamorato di Diotima che riassume in sé i caratteri della bellezza classica. L’insurrezione sembra a Hyperion il solo modo per tornare al mondo antico e nonostante Diotima lo metta in guardia avvertendolo che soltanto la ricerca della bellezza può richiamare i fasti del passato, Hyperion si consegna alla causa rivoluzionaria. La realtà che si manifesta non ha nulla in comune con i suoi limpidi ideali. I rivoluzionari si macchiano di orrendi delitti replicando le atrocità dei dominatori ottomani, Diotima muore rendendo impossibile il sogno di una loro vita in un mondo ritrovato e ideale. Hyperion prova altre strade, raggiunge la Germania, ma viene respinto da un universo schizofrenico e dominato dalle macchine.

La natura, da vivere in uno stato d’estasi eremitica, è il rifugio terminale di Hyperion, solo la natura consente un rapporto puro e immediato, scevro di quelle mediazioni e contaminazioni sociali che inevitabilmente alimentano le deviazioni umane.

“Hyperion – dice Maderna – è la rappresentazione del Poeta, dell’artista, di un uomo solo che cerca di convincere gli altri, di portarli verso le sue idee, i suoi ideali. Ma i suoi ideali sono così alti, buoni e tolleranti che la gente non è in grado di capirli”.

Nella composizione di Maderna, o meglio nelle composizioni, tocca alla donna rappresentare l’ultimo rifugio dell’uomo contemporaneo, il canto poetico della donna rammenta all’uomo la nascita, l’origine e la donna è l’essere vivente che meglio esprime il mistero della natura.

Folco Quilici. Relitti e tesori

Alcuni libri riescono ancora a farci sognare.

Spesso c’è di mezzo il mare, la sua forza, la sua capacità di nascondere e svelare, portandoci dritti dentro storie sconosciute o dimenticate, simulacri del passato e del presente immersi nelle profondità.

Il mare significa e racchiude una dimensione primigenia, regioni nascoste e per fortuna ancora, in larga parte, incontaminate nonostante gli sforzi scellerati dell’umana incoscienza tesi alla produzione del contrario, cioè alla contaminazione e alla distruzione. Questo universo mutevole, gentile e feroce al tempo stesso, nasconde anche le nostre vestigia e i relitti delle navi di ogni tempo, dall’epoca dei Fenici ad oggi. Custodisce ricoprendo di vita, come solo la natura può fare, modificando definitivamente il valore d’uso degli oggetti, trasformando navi e aerei in abitazioni per la flora e la fauna sottomarina.

La capacità del mare di lavorare le cose: sassi, tronchi, vetri, creando forme d’arte è ben nota e in essa ritroviamo intatta l’essenza stessa dell’autentico, la verità senza il bisogno della ricerca, perché automaticamente in sé e per sé. L’inutilità della ricerca rilancia l’immagine del sentiero interrotto (Holzwege Heideggeriano) che in questo caso, però, non si annulla tra la vegetazione ma semplicemente si scioglie nell’acqua come un fiume che si stempera nel mare.

La ricerca, fisica e intangibile, per meglio dire intellettuale, fa parte del ciclo di vita dell’uomo e se non è diretta alla conoscenza quella fisica, concreta, è orientata all’utilità prima ancora che all’esperienza.

Folco Quilici fa parte di una fortunata generazione di esploratori sottomarini che ha letteralmente scoperto il mare immergendosi nelle sue profondità, cominciando con le prime maschere, i primi autorespiratori ad aria e a ossigeno, le prime pinne piccole e di gomma dura. A tutti gli effetti un pioniere come certifica la sua appartenenza al mitico equipaggio del Formica e il film Sesto Continente prodotto con Bruno Vailati. Successivamente si è dedicato alla divulgazione attraverso libri e trasmissioni televisive divenendo un punto di riferimento per gli appassionati così come è accaduto in Francia per Jacques Cousteau.

“Relitti e tesori” racconta di navi antiche e moderne, tesori del passato e dei nostri tempi ed è ricco di aneddoti e curiosità portando il lettore a scoprire come venivano costruite le navi di una volta, le navi legate, i luoghi dove era ed è più facile fare naufragio, dalla secca di Filicudi alle coste della Spagna, all’estuario del Rio della Plata. E i tesori dell’antichità: i bronzi di Riace, il Satiro danzante. I tesori dei pirati, l’oro dello Zar.

Una lettura lieve ma al tempo stesso profonda, come le navi sommerse che racconta, e fa venir voglia di cercare un vecchio libro su pirati e naufragi e partire alla ricerca del tesoro, non tanto per trovarlo ma soprattutto per sentirsi liberi e poter, ancora una volta, giocare di fantasia.

Ad esempio, camminare sulla costa dell’Isla de Coco dove “la riva è disegnata da un arco di ghiaia disseminata da scogli e iscrizioni a volte incerte, a volte precise: date e nomi di navi o di marinai qui giunti.”

Isla de Coco, proprio “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson.

 

Paul Krugman. Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008

Le calde giornate di agosto incoraggiano alla quiete e quindi anche alla lettura. Possono essere racconti, come quelli che amo segnalare, poesie di artisti, semplici raccolte di pensieri, ma non per questo poco profonde e accurate, oppure saggi e nel caso specifico stiamo per avventurarci sugli impervi percorsi dell’economia.

Paul Krugman, economista statunitense, vincitore del premio Nobel nel 2008, è definito da più parti un neo keynesiano, ma questa non è la ragione per cui ho deciso di scriverne, piuttosto perché appare da subito, nella scelta degli argomenti e nel tratto divulgativo, un autore che preferisce andare contro corrente.

La corrente è quella delle teorie consolidate, ma soprattutto delle pratiche, che anche in economia (come in altri campi) sono spesso appannaggio di tecnocrati, o menti assai ristrette, poco avvezze quindi a leggere il contesto in modo innovativo o a ricercare nuove soluzioni che consentano, ad esempio, di superare crisi e gravi difficoltà.

“Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008” è un libro da leggere proprio per capire i tempi che stiamo vivendo e soprattutto per potersi fare, in modo sensato, una opinione che non sia dettata esclusivamente da spinte emotive ma, invece, corroborata da un percorso analitico, saggiamente assistito.

“Permettetemi di dichiarare che questo libro è, in fondo, un trattato analitico. Non si occupa tanto di quello che è successo quanto del perché” sottolinea Krugman nell’introduzione, certo, è un trattato di economia, ma costruito usando un linguaggio chiaro, sempre comprensibile, evitando anche di ricorrere all’uso eccessivo di diagrammi o grafici che potrebbero affaticare un lettore non specializzato, riuscendo invece a tener viva l’attenzione nella disanima delle principali crisi dell’economia moderna e traendo infine conclusioni accessibili a tutti.

Un esempio originale, a cui l’autore ricorre spesso, è quello della Cooperativa di baby sitter di Capitol Hill, tratto da un articolo scritto da Joan e Richard Sweeney nel 1978. Il funzionamento della cooperativa, la stampa di buoni che consentono ai soci di usufruire di servizi di baby sitter dopo averli prestati, consente di simulare quanto accade nel quadro più ampio delle politiche economiche e monetarie, di capire come nascono le recessioni e come talvolta è possibile gestirle.

Dopo la grande crisi del 1929 sembrava che il mercato economico e finanziario avesse trovato l’antidoto e che situazioni simili non dovessero più riprodursi, ma negli ultimi decenni le crisi dell’America Latina, in special modo Argentina e Messico, del Giappone, che era considerato il principale attore dell’economia mondiale, e dell’intero comparto asiatico, le cosiddette economie emergenti, oltre ad apparire come pericolosi prodromi di quanto poi è accaduto sul piano globale, secondo Krugman, non sono state gestite nello stesso modo, quindi sono state gestite senza far ricorso allo stesso genere di antidoti.

“La seconda guerra mondiale offrì l’occasione che Keynes stava aspettando da anni, non solo perché si riuscì a uscire dalla depressione, ma anche perché ci si convinse che le politiche macroeconomiche – tagliare i tassi o aumentare il deficit statale per combattere le recessioni – potevano tenere più o meno stabile un’economia di libero mercato in presenza di un tasso di quasi completa occupazione.”

Questo tacito accordo tra capitalismo, economisti e opinione pubblica, che avrebbe dovuto e potuto evitare ulteriori Grandi Depressioni, fu definito negli anni cinquanta da Paul Samuelson “sintesi neoclassica”, Krugman invece preferisce chiamarla “sintesi keynesiana” e, subito dopo, si chiede come persone intelligenti abbiano potuto consigliare a economie di mercato emergenti politiche del tutto perverse alla luce della dottrina economica acquisita e perché la “sintesi keynesiana” non sia stata considerata e fatta propria allo scopo di risolvere i problemi di quelle economie?

Forse tutto questo è avvenuto perché: “oggi, in effetti, la politica economica internazionale ha poco a che fare con l’economia. E’ diventata più che altro un esercizio di psicologia dilettantesca, con il quale il Fondo Monetario Internazionale e il segretario al Tesoro hanno cercato di convincere i Paesi a fare cose che speravano sarebbero state percepite dal mercato come rassicuranti.”

Quello che bisogna fare è, al contrario, cercare di sviluppare la capacità di comprensione, affrontare lucidamente i problemi, usare gli strumenti che abbiamo senza farci costringere dentro logiche precostituite o abbattere da presunti limiti strutturali.

“Credo che gli unici veri ostacoli strutturali al benessere del mondo siano le dottrine obsolete che annebbiano la mente degli uomini.”

Un libro da leggere nelle calde giornate d’agosto, in primo luogo per imparare e poi per valutare, con uno sguardo davvero nuovo e disincantato, quanto sta succedendo anche dalle nostre parti, a cominciare dalle ricette economiche del governo tecnico.

Il libro di cucina del British Museum e Il ventre dei filosofi.

Sono sempre stato convinto che la chimica sia alla base di tutto.

Insegnamento forse un poco impervio, ricordo ancora con leggero imbarazzo la difficoltà di scomporre i diversi composti, ma necessario per comprendere i fondamenti della composizione della materia e i relativi comportamenti.

Non è un caso, del resto, che il termine chimica derivi probabilmente dal kemà, libro misteriosofico dell’antico Egitto, da cui l’arabo “alkimiaa” alchimista.

Quindi se è vero che il nostro organismo è una sommatoria di composti chimici è altrettanto importante riflettere su cosa mangiamo e beviamo, il nostro corpo infatti si sviluppa e si trasforma anche a causa della qualità e della quantità del cibo.

Per questa ragione sono convinto esista una stretta relazione tra pensiero, azioni e cibo e sono anche abbastanza sicuro che per comprendere davvero gli antichi, la loro storia, il loro pensiero sia opportuno sapere cosa mangiavano e, se possibile, provare ad assaggiare le loro pietanze.

Anni fa in una libreria remainder romana, purtroppo oggi scomparsa, ho acquistato un libro che mi è particolarmente caro e fa ancora oggi la sua bella figura nella piccola libreria in cucina insieme ai libri specializzati in materia culinaria.

Il libro si intitola “Il libro di cucina del British Museum” l’autrice è Michelle Berriedale-Johnson, una signora inglese che si è sempre occupata di storia della cucina e per scrivere questo volume ha fatto uso di documenti originali e della conoscenza delle tradizioni culinarie locali.

Non posso illustrare tutte le ricette, che coprono un periodo storico molto ampio, dall’antica Persia all’Inghilterra Georgiana e alla Cina Imperiale, mi fermo alla Grecia che come è ormai noto è uno dei miei luoghi e argomenti preferiti.

La minestra di lenticchie era il cibo dei poveri, veniva preparata densa, insaporita con molto aglio, cipolla e maggiorana, per il resto i Greci mangiavano pesce, agnello e maiale.

Meraviglioso il brasato di tonno, cotto a fuoco lento per circa un’ora in una pentola piena di  verdura (porri, sedano, rosmarino, timo, cetrioli), inebrianti le salsicce di agnello, farcite di menta, maggiorana, aglio e cumino.

La verdura accompagna le pietanze di pesce e carne, i cavoli con menta e coriandolo e i ceci che venivano serviti anche come dessert, insieme al formaggio con il miele, ai fichi secchi con le mandorle, al budino di miele e orzo.

Lo stufato di lattuga, sconsigliato da Nicandro di Colofone a chi volesse di dedicare il dopo cena alle attività amorose, merita una citazione perché nella tradizione greca era considerato un ottimo sonnifero e veniva cotto insieme a cipolla, aglio e abbondante salvia.

Il pensiero greco è il frutto di persone, uomini, che mangiavano questo genere di cibi e amavano il gusto dell’aglio, della menta, del timo, della maggiorana.

Evidentemente gradivano molto ritrovare nelle pietanze il profumo della natura.

Michel Onfray, filosofo francese noto al grande pubblico (in Francia) per il suo neo anarchismo e per dichiarazioni di ateismo: “Dio non è morto perché non è mortale. Una finzione non muore” (Trattato di Ateologia), prova a seguire un analogo percorso nel libro, tradotto in italiano da Ponte alle Grazie, con il titolo “I filosofi in cucina”. Il titolo originale “Le ventre des philosophes” era decisamente più confacente al testo.

Una scrittura vivace e avvincente accompagna il lettore nella conoscenza delle pietanze preferite di grandi filosofi insinuando il dubbio che le forme del pensiero siano il prodotto della chimica, frutto della scomposizione del polpo di Diogene, del lattosio di Rousseau, dell’alcool di Kant, delle salsicce di Nietzsche, dei crostacei di Sartre.

Onfray propone una gaia scienza alimentare, a tutti gli effetti una concezione naturale della vita, senza separazioni, steccati tra pensiero, corpo, cibo, sesso.

“Credo alla vita filosofica….non a esercizi di filosofia separati dalla vita. Perciò la tavola, come il letto, costituiscono un luogo altrettanto filosofico della scrivania o della biblioteca.”

Il concetto cartesiano cogito ergo sum va quindi allargato al cibo, all’atto di mangiare e a quant’altro.

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