Piero Gaffuri. Uomini condannati a sognare

Il nuovo libro di poesie, con i disegni dell’autore

 

Non è la prima volta che Gaffuri si cimenta con la poesia, dopo aver dato prova di sé nella narrativa e nella saggistica. Rispetto alle precedenti esperienze qui egli appare più libero, sia nell’ampiezza dei temi trattati e sia nella forma attraverso la quale raggiunge la propria cifra stilistica. La scelta di decorare le pagine con una selezione dei propri disegni, dimostra oltre modo la volontà dell’autore di intendere l’espressione come necessità.

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VCastelnuovo

 

Nota dell’autore. Tratta dal libro.

Poesie e disegni

Il percorso iconografico

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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La ragione delle onde

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Il comportamento delle onde segue principi che appaiono coerenti e incoerenti a un approccio logico rigidamente razionale, infatti non è dato sapere, sempre, se le onde nascano per la spinta del vento, se siano generate dalle correnti, o se, come talvolta accade, il moto ondoso abbia un carattere residuo e cioè sia generato da movimenti delle acque in zone marine lontane, per non parlare dei maremoti o delle cosiddette onde anomale, delle quali, non si conosce ancora la causa e l’origine.

Anche per questa ragione le onde, più di ogni altro fenomeno, rappresentano in modo evidente il carattere liquido e incerto che contraddistingue il mare e le grandi distese acquatiche.

Il rapporto tra uomo e mare è mediato dall’instabilità liquida. L’uomo, quando è in mare, smarrisce la sicurezza terrestre e deve necessariamente appropriarsi degli elementi di una nuova dimensione spazio temporale.

In mare lo spazio muta radicalmente perché vengono a mancare o a modificarsi i punti di riferimento, chi si fosse trovato in navigazione in mare aperto sa che bisogna orientarsi con il sole e le stelle (GPS a parte), in mare il tempo è un concetto relativo, allo stato atmosferico, alla potenza e all’efficienza del motore o alla intensità del vento.

Ho già scritto dell’analogia tra Internet e il mare e del fatto che anche in rete navighiamo, incontriamo porti, isole felici e infelici, sperimentando una navigazione che ha aspetti mitologici più simili all’antico che al moderno.

Oggi gran parte del mondo reale è conosciuto ed esplorato, non vi sono più, se non in casi eccezionali, terre vergini e incontaminate, al contrario la scoperta nel mondo virtuale è continua e alla portata di mano, anche se spesso ingannevole e mistificante come nel racconto di Ulisse.

La navigazione virtuale è un viaggio dello sguardo e della mente con i pregi e difetti di questa condizione ma con la possibilità di tenere sempre in vita lo spirito di ricerca e di sperimentare, viaggiando, forme innovative di socialità.

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Il mare e le sue onde sono, a questo riguardo, formidabili banchi di prova, perché le imprese e le scoperte del recente passato alludono fortemente alle forme possibili delle scoperte presenti e future.

Ricordo una volta quando, con un gruppo di colleghi, prendemmo a nolo una barca a vela per una breve navigazione attraverso l’Adriatico. Era appena iniziata l’estate e il tempo appariva ancora incerto. La sera della partenza pioveva ma decidemmo comunque di partire e raggiungere la costa dell’Istria. Lo skipper non era molto esperto e appena lasciata la laguna e usciti in mare capimmo che non sarebbe stata una traversata divertente. I miei amici, uno dopo l’altro vennero sopraffatti dal mal di mare, e così ci trovammo soli, lo skipper ed io, a condurre l’imbarcazione. Ancora vedevamo le luci della terra, dietro a un velo di pioggia e nebbia, quando decidemmo di tornare indietro. Ormeggiammo alle quattro di mattina alla darsena dell’isola di San Giorgio con un equipaggio stremato e semi svenuto. Non riuscimmo a raggiungere la nostra meta ma impiegammo il sabato e la domenica a navigare tra le isole della laguna e a visitarle.

La navigazione è avventura, rischio, scoperta e ricerca ma non deve prescindere dal valore e dal rispetto della socialità, il gruppo che partecipa all’impresa è parte dell’impresa, noi siamo parte di un gruppo.

Anche la navigazione in rete ha implicazioni sul gruppo di cui facciamo parte, non è mai un evento solitario, la scoperta è tale solo se viene diffusa, per questo è necessaria la partecipazione.

Vi sono molte ragioni per cui ricordo con piacere il film di Folco Quilici Sesto Continente, la prima perché lo vidi una prima volta, da bambino, la sera, all’aperto al Festival del Cinema di Venezia, la seconda, che ritengo più importante, perché della spedizione facevano parte esploratori (cacciatori subacquei), scienziati e comunicatori (Gianni Roghi e Folco Quilici).

Il mare vissuto come esplorazione e ricerca, esperienza da comunicare e condividere con un pubblico di specialisti ma anche con un pubblico possibilmente più vasto.

L’acqua non è un elemento facilmente omologabile come la terra ferma, l’acqua è movimento, arresta e spesso demolisce costruzioni, dighe e contrafforti, è anche per questa ragione che le isole, nell’acqua, hanno potuto preservare un carattere di paese.

“Il paese è un insediamento umano, generalmente di piccole dimensioni, che è caratterizzato principalmente da un’economia agricola” riporta una felice definizione di Wikipedia. L’isola non è divenuta periferia della città perché il mare l’ha impedito, isolandola, così come il mare virtuale impedisce oggi di ribaltare tout-court nella rete le regole e i meccanismi della tecnocrazia economica e finanziaria.

Per questa ragione le isole-paese sono luoghi veri ancora in condizione di mettere in evidenza diffuse capacità di espressione sociale, proposta civile e partecipazione.

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Aphex Twin. Identità plurale

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La rete e in generale l’uso delle applicazioni in rete, in primo luogo i social network, hanno un’influenza non trascurabile sulla natura della nostra identità e sulle sue manifestazioni. L’espressione dell’identità è condizionata dal contesto in cui essa agisce e dalle relazioni sociali. A favore della sua costruzione, o decostruzione, giocano molti fattori percettivi. Nella definizione dell’identità, del suo riconoscimento e apprezzamento, infatti è importante la percezione degli altri: ciò che l’altro vede e conserva di noi.

La rete, invece, consente alle identità di mostrarsi svincolate dalla identificazione con il corpo, un’apparenza virtuale, un altro da sé. Queste dinamiche confondono avvicinando l’identico al non identico, quindi mettendo in discussione il concetto stesso di identico e sostituendolo, talvolta, con una rappresentazione simbolica multipla.

La rete, perciò, permette all’io di diventare plurale.

L’esperienza musicale di Aphex Twin è a questo riguardo sintomatica, Aphex Twin infatti è solo uno dei numerosi pseudonimi di Richard Davis James, uno dei principali attori della musica elettronica contemporanea.

Richard Davis James nasce in Irlanda ma trascorre la sua giovinezza in Cornovaglia dove giovanissimo si diletta a registrare e modificare molti Extended Play elettronici creando propri sound. Questo periodo di apprendistato consente a James di diventare un maestro  nell’arte dell’ibridazione, mettere insieme sovrapponendoli contributi diversi provenienti da molteplici esperienze di musica elettronica: Kosmische Musik, Acid house, Industrial music, le forme più estreme della sperimentazione musicale del periodo.

Questo modo di lavorare apre un percorso che avvicina James alla musica concreta e a un’elaborazione musicale che lavora sulla dicotomia concettuale tra suono e rumore.

Pubblica il suo primo album nel 1992, Select Ambient Works 85-92 una fusione di musica ambient, suoni atmosferici e naturali, e musica techno, con lo pseudonimo di Aphex Twin. Aphex è l’acronimo di Aphex System Ltd, compagnia di apparecchiature audio per elaborazione del segnale, mentre Twin sta per gemello: il fratello di James Richard deceduto alla nascita, con il quale condivide anche una parte del nome.

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A questo lavoro, che rappresenta il primo importante tassello di un percorso nel quale le sonorità ambientali vengono mixate con i ritmi della musica techno, ne seguono altri tra cui emergono Surfing on Sine Waves, surfing su onde sinoidali, e più tardi …I Care Because You Do e soprattutto Richard D. James Album, nel quale alla strumentazione analogica viene sostituita quella digitale.

Oltre a questi prodotti, che sono considerati dalla critica i più rilevanti, Aphex ne pubblica molti altri, di minore importanza e intensità, usando spesso una molteplice serie di pseudonimi.

AFX, Bradley Strider, Polygon Windows, Blue Calx, The Dice Man, Power-Pill sono solo alcuni dei più noti ma sicuramente ve ne sono altri con i quali ha firmato pezzi sperimentali o semplici divertimenti.

Incredibilmente, a cominciare dai primi anni duemila, la sua forte vena creativa al principio si raffredda e poi lentamente si spegne, anche se gli estimatori attendono ancora fiduciosi il segnale della rinascita.

L’arte del remix, del mash up che consente di mettere insieme e mescolare spezzoni di suono apparentemente inconciliabli e contrapposti è assimilabile al tentativo di costruire un’identità iniziando dalle distinte parti. Un’identità che viene a ritrovarsi nella sua molteplicità perché, in fondo, ne è parte. In questo vi sono forti analogie tra i processi della rete e i meccanismi della musica elettronica, ma anche con certa letteratura e il preferire al testo il frammento, lasciando al frammento l’opportunità di farsi testo.

Le copertine degli album di Aphex Twin ben rappresentano la vertigine di questa tendenza, nell’immagine spesso il suo volto è trasfigurato assumendo espressioni inquietanti, talvolta l’aspetto di mutante, per giungere all’icona più significante, dove la sua testa é perfettamente integrata nel corpo formoso di una donna in bikini bianco.

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Fausto Romitelli. Professor Bad Trip

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Fausto Romitelli, scomparso precocemente nel 2004 a soli quarantun’anni, può essere a ragione considerato un veggente della musica contemporanea. I suoi riferimenti musicali e culturali sono eclettici, talvolta accompagnati dal fascino spettrale di vite bruciate o consumate, come nel caso di Jim Morrison e Syd Barrett, ma soprattutto sostenuti dalla necessità della ricerca e dalla luminosità dell’intuizione, come è stato ad esempio per Karlheinz Stockhausen.

Anche i passaggi allucinati di Henri Michaux, raggiungere la vertigine mediante l’approfondimento, hanno avuto un influsso importante sul suo lavoro, almeno sotto la forma del contributo conoscitivo, suggerimenti per intendere come procedere. L’obiettivo è l’estensione cercando la profondità, come nei passaggi di Michaux, trasfigurando le forme e abbandonando consciamente la mente nel vortice di un complesso e mutevole mash up di parole, immagini, suoni e colori.

L’inclinazione allo spaesamento, nel senso di improvviso mutamento di scenario e riferimenti, ha spinto la ricerca di Romitelli al di fuori del solo contesto della musica di avanguardia colta, producendo tonalità contraddistinte da forti contenuti espressivi ed effetti sonori aggressivi.

Possiamo collocare in quest’ambito uno dei suoi lavori più importanti e seguiti, la trilogia Professor Bad Trip (1998-2000), che prende proprio avvio dalla lettura delle opere di Henri Michaux,  scritte sotto l’effetto di droghe e allucinogeni.

Romitelli ha mescolato in questa composizione la ricerca sonora del rock, il trattamento elettroacustico del suono, l’uso estremo degli strumenti con il suo consueto interesse per la contaminazione e le distorsioni.

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L’efficacia di Professor Bad Trip viene dal processo di ibridazione di generi musicali che in esso si realizza. Il portato delle suggestioni acquisite all’IRCAM di Parigi e un’acuta selezione delle tonalità, provenienti direttamente dalla musica underground, dal rock, dal jazz, contribuiscono a creare un generale effetto estatico. Il singolo contributo di ogni strumento e il mix dei suoni disorientano, si prova una sensazione di ebbrezza, come di perdita di equilibrio e smarrimento della dimensione spazio temporale.

“Al centro del mio comporre c’è l’idea di considerare il suono come una materia in cui sprofondare, per forgiarne le caratteristiche fisiche e percettive: grana, spessore, porosità, luminosità, densità, elasticità. Quindi scultura del suono, sintesi strumentale, anamorfosi, trasformazione della morfologia spettrale, deriva costante verso densità insostenibili, distorsione, interferenze, anche grazie al ricorso alle tecnologie elettroacustiche. E sempre maggiore importanza data alle sonorità di derivazione non accademica, al suono sporco e violento di prevalente origine metallica di certa musica rock e techno” (Fausto Romitelli).

Professor Bad Trip è senza dubbio il trionfo dell’anamorfismo del suono inteso come segno e immagine andando al di là della semplice deformazione del significato, perché in gioco è la complessità della materia, il materiale suono viene rappresentato in una prospettiva diversa e la nuova prospettiva muta radicalmente lo stato originario.

Il metallo è un materiale che riflette la luce, le lastre di metallo producono suoni e vibrazioni, c’è lucentezza metallica e anche, ovviamente, sonorità metallica nei passaggi allucinati di Professor Bad Trip ma ascoltando le tre parti della composizione si giunge alla conclusione che oltre ad essere un percorso che enfatizza la coscienza è un cammino di conoscenza, in profondità e oltre il limite.

E Professor Bad Trip allude a un altro tratto psichedelico che ritroviamo nel felice segno grafico di Gianluca Lerici (in arte Professor Bad Trip) artista underground noto in particolare per l’adattamento a fumetti del Pasto nudo di William S. Burroughs che condivide con Fausto Romitelli anche l’anno di nascita (1963) e, purtroppo, la scomparsa prematura, in questo caso improvvisa, per infarto nel 2008.

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Federico Fellini e Milo Manara. Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet

«Io dovrei essere l’eroe di questa storia e mi chiedo qual è la faccia di un eroe»  (Mastorna).

L’album “Il Viaggio di G. Mastorna detto Fernet” nato dalla collaborazione tra Milo Manara e Federico Fellini, viene pubblicato nel 1992 ed è la riproposizione in fumetto della sceneggiatura del più famoso tra i film non girati da Fellini.

Non è chiaro perché Fellini non abbia girato il Mastorna, in un primo tempo pareva intenzionato a farlo subito subito dopo la realizzazione di “Giulietta degli spiriti” (1965) film che aveva riscontrato una tiepida accoglienza di pubblico e critica. Nel 1968, alla sceneggiatura del Mastorna, lavorarono, insieme a Fellini: Dino Buzzati e Brunello Rondi.

Giuseppe Mastorna è un clown violinista, viaggia spesso spostandosi da una città all’altra. L’aereo, durante l’ultimo viaggio, incappa in una tempesta ed è costretto a un atterraggio di fortuna proprio davanti la cattedrale di Colonia. Una scena folle e irreale, come tutti gli avvenimenti successivi. Mastorna viene condotto a bordo di una slitta in un grande albergo nel mezzo di una foresta. In un salone illuminato dalla fioca luce delle candele assiste all’esibizione di un’avvenente danzatrice del ventre che, sul più bello, partorisce al centro della sala. Mastorna va nella sua camera e accende la televisione. Un servizio del telegiornale racconta di un disastro aereo avvenuto sulle montagne, il veivolo è precipitato e non vi sono superstiti. E’ il suo aereo ma l’annunciatrice parla in tedesco e Mastorna non capisce.

Il viaggio di Mastorna, il suo soggiorno in quei luoghi strani, è il racconto del trasferimento dalla vita alla morte. Un’allegoria che danza sui labili confini tra sogno e realtà, un territorio nel quale gli accadimenti diventano evanescenti, impalpabili e non è proprio possibile distinguere un’ombra dall’altra. Uno specchio rovesciato, irreale, che attraverso rottami e frammenti di ricordi apre su una prospettiva imperscrutabile.

Fellini, intanto, cercava l’attore che doveva interpretare  Giuseppe Mastorna.
Al principio, come al solito, il favorito era Marcello Mastroianni, ma né Fellini né Mastroianni erano convinti della  scelta, come se il personaggio Mastorna non volesse assumere fattezze umane. Allora Fellini pensò ad altri attori: Steve McQueen, Paul Newman, Laurence Olivier (al progetto avrebbe dovuto partecipare anche Mina, come protagonista femminile) e infine a Paolo Villaggio. Infatti nell’album il volto del protagonista è quello di Villaggio.

Nel frattempo, a Cinecittà, il produttore Dino De Laurentiis, aveva costruito una grande scenografia con la carlinga dell’aereo, la piazza con la chiesa gotica vicino a un palazzo moderno. Costruzioni che sono rimaste laggiù per anni, del tutto inutilizzate.

Nonostante l’annuncio dato da Fellini stesso in un’intervista televisiva, Mastorna non divenne mai film. Una leggenda racconta che un mago avesse consigliato al regista di non girare il Mastorna perché sarebbe morto subito dopo la diffusione del film nelle sale.

Fellini morì l’anno successivo alla pubblicazione dell’album.

Da non perdere un bellissimo corto ispirato alla vicenda: “Deragliamenti” di Chelsea McMullan prodotto da Fabrica.

Milo Manara racconta la sua amicizia e collaborazione artistica con Fellini e il lavoro fatto per trasformare la sceneggiatura in album di fumetti. «La memoria ingrandisce delle cose e ne rimpicciolisce altre» sottolinea e poi aggiunge: «Fra cinema e fumetto c’è un preciso rapporto: ogni vignetta come ogni immagine non vive se non sequenziale. Io ero il riassunto di tutta la sua equipe, ero lo scenografo, il costumista, il cameraman, il direttore delle luci».

Un particolare rivelato da Manara: «Per un refuso tipografico, sull’ultima striscia c’è scritto: “Fine”. Ma per Fellini era una parola vietata, una cesura tra il mondo del cinema e la realtà».

 

Hugo Pratt. Corto Maltese

Corto Maltese è un personaggio dei fumetti creato da Hugo Pratt, la sua serie di avventure inizia con l’album “Una ballata del mare salato” (1967), storia di pirati ambientata nelle isole del Pacifico tra il 1913 e il 1915.

Corto (in argot spagnolo corto significa rapido) è marinaio e avventuriero.

Il padre è un marinaio inglese nipote di una strega dell’Isola di Man, la madre una gitana di Siviglia, la Niña di Gibraltar, modella del pittore Ingres.

Trascorre la prima infanzia a Gibilterra, poi a Cordova e studia alla Valletta alla scuola ebraica del rabbino Ezra Toledano che lo inizia ai testi dello Zohar e della Cabala. Quando Amalia, la cartomante, si accorge che il ragazzo non possiede la linea della fortuna sulla mano sinistra, Corto, con un rasoio del padre, ne incide una molto verosimile.

Porta l’orecchino all’orecchio sinistro, secondo la tradizione della marina mercantile inglese e non all’orecchio destro in uso nella marina da guerra.

Per capire Corto bisogna aver conosciuto Venezia e il suo Lido, aver, almeno una volta, perduto l’orientamento camminando per le calli umide e solitarie che affacciano sulla laguna Nord,  essersi addentrati, al Lido, tra i rovi lungo la barriera che separa i murazzi dalla sottile striscia della campagna e essere riusciti a fare queste cose in un tempo che fu, perché oggi tutto è inevitabilmente diverso.

Venezia e le sue terre sono state per secoli porte aperte verso l’oriente, spalancate su visioni magiche, diamanti e spezie ma anche sulla disponibilità a condividere culture diverse in contrapposizione con l’oscurantismo cattolico e l’odierno provincialismo.

Malamocco è un piccolo agglomerato di case posto in prossimità della punta sud del Lido. Anche a Malamocco vi sono canali ma l’aria che si respira è l’aria di un avamposto, un punto di vedetta proprio in faccia al sole che sorge a oriente. E’ da questa postazione avanzata che ha inizio la storia di Corto. In mezzo al sapore acre delle alghe lagunari scoperte dalla bassa marea  e al profumo dello sfogio (sogliola) cotto su una griglia improvvisata.

Corto Maltese è però anche la trasposizione iconografica del pensiero di Hugo Pratt  in materia di fanatismi nazionalistici, ideologici e religiosi. Un pirata di barena cosmopolita, che non accetta compromessi e quando la situazione, intorno, diventa davvero insopportabile trova sempre una porta nascosta che lo conduce improvvisamente in un’altra dimensione oppure in un posto lontano qualsiasi. Quante volte da bambini abbiamo sognato di poter fare come lui e anche oggi, oppressi da asini raglianti, talvolta in cuor nostro pensiamo che sarebbe bello accedere a quel segreto passaggio.

Corto Maltese non si pone limiti, fa amicizia con persone di ogni genere: il criminale russo Rasputin, il giovane ereditiero inglese Tristan Bantham, la strega vudù Bocca Dorata, lo sciamano Shamael e il professore universitario ceco Jeremiah Steiner. Incontra molti personaggi illustri: Jack London, Ernest Hemingway, Gabriele D’Annunzio, Herman Hesse, Butch Cassidy, il generale russo Roman von Ungern-Sternberg ed il turco Enver Pasha. Tutti lo trattano con grande rispetto perché prima di ogni altra cosa è un uomo libero.

Questo è il messaggio che Hugo Pratt affida nelle mani del suo uomo di avventura, la libertà è un sogno ma è alla nostra portata, basta avere la fantasia sufficiente e trovare una porta “sconta” (nascosta) da qualche parte nei percorsi strani della vita di ognuno di noi e volare via.

Enki Bilal. Battuta di caccia

Enki Bilal è autore di fumetti, scrittore e regista.

Nasce a Belgrado, nella ex Jugoslavia, da madre slovacca e padre bosniaco, e si trasferisce a Parigi all’età di nove anni. Ancora adolescente incontra René Goscinny, editore della rivista Pilote, con il suo incoraggiamento comincia a  lavorare sui fumetti e nel 1972 pubblica il suo primo racconto, Le Bal Maudit.

Nel 1975, Bilal inizia la fortunata collaborazione con lo sceneggiatore Pierre Christin producendo una serie di storie oscure e surreali dal titolo Legendes d’Aujourd’hui.

E’ conosciuto per la trilogia Nikopol (La Foire aux Immortels, La Femme piège e Froid Équateur), che ha avuto bisogno di più di un decennio per essere completata.  Bilal ha scritto la sceneggiatura e ha disegnato le tavole. Il capitolo finale, Froid Équateur, è stato il libro dell’anno per la rivista Lire.

La pubblicazione più recente di Bilal è Quatre? (2007), l’ultimo libro della tetralogia Hatzfeld, che si occupa della disgregazione della Jugoslavia.

Ha diretto anche alcuni film in parte tratti dalle sue tavole: Bunker Palace Hotel (1989), Tykho Moon (1996), Immortel (Ad Vitam) (2004), CineMonster (2007).

Bunker Palace Hotel è un film paradigmatico nell’ambito della produzione di Bilal. Racconta di un mondo post-nucleare in cui masse di sopravvissuti vivono in una condizione di estrema miseria, mentre la classe dirigente è rifugiata all’interno del Bunker Palace Hotel, fortezza sotterranea imprendibile. I privilegiati, indifferenti alle sorti di chi sta all’esterno, trascorrono i giorni tra gli agi che ancora possono procurarsi, assistiti da robot. Enki Bilal trasferisce sullo schermo le situazioni surreali dei suoi fumetti denunciando nel contempo la violenza del potere. I potenti sono decadenti simulacri di un’epoca che è sopravvissuta a se stessa.

Per quanto riguarda, invece le storie a fumetti, ne segnalo due recentemente raccolte nell’album The Chaos Effect (2005): La Brigata dell’ordine nero, tradotta in italiano con il titolo Le falangi dell’ordine nero e Battuta di caccia.

Nelle falangi due gruppi di combattenti dei due fronti della guerra di Spagna si scontrano di nuovo negli anni settanta in un isolato paesino del nord della Francia, vecchi e trasandati, muoiono in parte di vari accidenti dovuti all’età, prima della battaglia finale che non risparmia nessuno, fatta eccezione per il giornalista che racconta la storia.

Nella Battuta di caccia è invece descritta la vicenda di un gruppo di politici del blocco orientale durante la Guerra Fredda riuniti a partecipare a una battuta di caccia ricreativa. Tutti hanno una cosa in comune, loschi affari con il loro leader, Vassili Alexandrovich Chevchenko. Anche qui le immagini del presente e del passato si sovrappongono, mettendo in luce le miserie del potere sovietico, l’evanescente confine tra il bene e il male, l’illusione del cambiamento materializzatasi in un sistema di potere decrepito e in mano a persone di pochi scrupoli.

Bilal è un raffinato lettore del nostro tempo e il suo tratto realista racconta di mondi sorpassati o di realtà che si stanno disfacendo proprio come vanno a pezzi i corpi vecchi e stanchi dei protagonisti di un’epica senza futuro.

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