Piero Gaffuri. Uomini condannati a sognare

Il nuovo libro di poesie, con i disegni dell’autore

 

Non è la prima volta che Gaffuri si cimenta con la poesia, dopo aver dato prova di sé nella narrativa e nella saggistica. Rispetto alle precedenti esperienze qui egli appare più libero, sia nell’ampiezza dei temi trattati e sia nella forma attraverso la quale raggiunge la propria cifra stilistica. La scelta di decorare le pagine con una selezione dei propri disegni, dimostra oltre modo la volontà dell’autore di intendere l’espressione come necessità.

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VCastelnuovo

 

Nota dell’autore. Tratta dal libro.

Poesie e disegni

Il percorso iconografico

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Charles Cros. La grande visione

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Charles Cros è un autore poco conosciuto ma senza dubbio una delle personalità più straordinarie ed eclettiche che abbiano animato la vita culturale della Francia dell’ottocento.

Ha pubblicato alcune raccolte di poesie e nel 1888 il breve poema “La Vision du Grand Canal Royal des Deux Mers” ottenendo poco successo, a parte qualche rappresentazione brillante nei teatri di allora, comunque l’aspetto interessante della sua personalità creativa è stato l’aver spaziato dalla pittura, alla fotografia, sino ai prodromi delle tecniche audio foniche.

Significativo il suo percorso formativo e scientifico. Inizia gli studi di fisica e chimica, lasciati successivamente per dedicarsi alle attività letterarie. Nel 1869 pubblica un trattato dal titolo: “Solution générale du problème de la photographie des couleurs” dedicato allo sviluppo della fotografia a colori, nel quale spiega come l’uso di filtri in vetro di differenti colori rosso, giallo e blu poteva consentire di riprodurre i colori originali della scena fotografata. Purtroppo nello stesso momento un altro studioso, Louis Ducos du Hauron, presentava proposte molto simili e Cros non aveva  difficoltà a concedergli il primato dell’invenzione.

Come inventore Cros non può dirsi fortunato, infatti è ricordato soprattutto per aver quasi inventato il fonografo. Pochi, a quel tempo, avevano pensato di creare un apparecchio in grado di registrare e riprodurre suoni, così inventa  il “Paleophone” (Voix du passé), e nel 1877 lo presenta all’Accademia delle Scienze di Parigi con una lettera che spiega il suo funzionamento. L’anno successivo però Thomas Edison brevetta negli Stati Uniti il suo prototipo.

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Un’altra passione di Cros erano i pianeti e le stelle, avendo notato punti di luce su Marte e Venere, si era convinto che fossero gli indizi della presenza di grandi città evolute e per tale ragione aveva ripetutamente chiesto al Governo francese di poter sviluppare sistemi di comunicazione visiva che potessero connettere il genere umano con quelle civiltà aliene e sconosciute.

L’aspetto sul quale però è opportuno riflettere è il senso complessivo della ricerca di Cros, un poeta che due secoli orsono prova a mettersi in gioco usando quelle che oggi chiameremmo le nuove tecnologie, un uomo che pur avendo i piedi nell’ottocento proiettava la mente nei secoli successivi.

Il poema “La Vision du Grand Canal Royal des Deux Mers” mantiene intatto il valore di questa ricerca antero orientata e, titolo compreso, è una rappresentazione di un grande spettacolo marittimo e terrestre, un incontro tra culture, profumi e odori, un inno prematuro alla multiculturalità.

“…L’aurore étend ses bras roses autour du ciel.
On sent la rose, on sent le thym, on sent le miel,
La brise chaude, humide avec des odeurs vagues,
Souffle de la mer bleue oh moutonnent les vagues.
Et la mer bleue arrive au milieu des coteaux;
Son flot soumis amene ici mille bateaux :
Vaisseaux de l’Orient, surchargés d’aromates,
Chalands pleins de mais, de citrons, de tomates,
Felouques apportant les ballots de Cachmir,
Tartanes où l’on voit des levantins dormir….”
 

Le navi di Cros sono proprio come un ricco sciame di api, portano il grano ai paesi che ne avranno bisogno in futuro e in tempi che si preannunciano difficili. Sono macchine efficienti e invincibili che collegano le terre e il poeta moderno si trova ad esplorare il mondo con loro, prova a usarle e a trasformarle in strumenti poetici. Non a caso Apollinare ne “L’Esprit nouveau et les Poètes” scrive: “Les poètes veulent dater la prophetie, cette ardente cavale que l’on n’a jamais maitrisée. Ils veulent enfin, un jour, machiner la poèsie comme on a machiné le monde.”

Cros, invece, aveva capito che l’ingegneria del mondo, presto, avrebbe fatto volentieri a meno della poesia.

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Everett Ruess. Nemo 1934

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Alcuni anni fa il New York Times  ha dedicato un lungo articolo a Everett Ruess.

Un giovane esploratore degli inizi del secolo scorso, un idealista di vent’anni la cui scomparsa nel 1934 è ancora oggi considerata uno degli strani misteri del grande ovest americano.

Everett Ruess era un poeta, un pittore e intratteneva relazioni con importanti fotografi statunitensi dell’epoca, tra cui Dorothea Lange, la famosa fotografa documentarista, e Ansel Adams. Aveva solo 20 anni quando si allontanò nel deserto del sud ovest, con due asini e un quaderno, scomparendo per sempre.

Sono nate molte ipotesi, potremmo anche scrivere leggende, intorno all’accaduto: alcuni hanno parlato di un possibile annegamento nel fiume Colorado, altri di una caduta accidentale in un crepaccio, altri ancora di una fuga per amore conclusa confondendosi in una comunità indigena, quella Navajo, c’è anche chi ha parlato di omicidio ad opera di un serial killer che agiva da quelle parti.

Recentemente, nella riserva indiana Navajo a sud dello Utah, sono stati trovati resti umani che in un primo momento gli scienziati dell’Università del Colorado, sulla base di analisi forensi e test del DNA, avevano attribuito a Everett Ruess. Poi la versione è cambiata, le stesse ossa pare non fossero compatibili con le caratteristiche fisiche del ragazzo ma piuttosto con quelle di un indiano della riserva.

Rimane il mistero, ma restano comunque chiare tracce dell’attività poetica di Everett e alcune sue incisioni che raccontano di un amore travolgente per la natura, forse un amore talmente forte da spingerlo ad annullare la sua identità mescolandosi con la cosa selvaggia.

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“Non sono ancora stanco della vita selvaggia, anzi apprezzo sempre più la sua bellezza e l’esistenza errante che conduco. Preferisco la sella al tram e il cielo stellato al soffitto, preferisco il sentiero oscuro e difficoltoso verso l’ignoto alla strada asfaltata, e la pace profonda del selvaggio allo scontento generato dalle città.”

E’ questo il passaggio che colpisce la nostra immaginazione e spinge a formulare una domanda: cosa porta un giovane uomo a isolarsi al punto tale da decidere di perdersi per sempre?

La questione ha strette relazioni con il concetto di identità, anche nella scelta di Henry David Thoreau è possibile cogliere lo stesso elemento, in quel caso il rifiuto di una condizione umana artefice di un sistema di produzione industriale che la rende schiava, prima in fabbrica e poi nelle vesti di consumatore. All’identità dell’uomo industriale o post industriale si contrappone l’identità dell’uomo naturale, l’uomo che sta con e nella natura e non l’uomo che crede di potersi realizzare contro la natura.

“La vita che conduce gran parte della gente mi ha sempre lasciato insoddisfatto e ho sempre desiderato vivere più intensamente e con pienezza.”

Sono proprie di questi tempi la discussione sugli effetti negativi di un secolo, il novecento, sulla sostenibilità del pianeta e le polemiche sul ruolo dei geometri e degli ingegneri nella cementificazione del territorio e la distruzione del paesaggio.

Il senso del messaggio di Everett Ruess, forse, è solo quello di aver dissentito con largo anticipo con un processo di cui evidentemente, come poeta e pittore coglieva i segnali deboli, la sua scomparsa quindi è la metafora della scomparsa di un tipo di uomo, l’uomo naturale, un’uscita di scena silenziosa e rispettabile, molto simile a quella degli antichi Dei.

“La bellezza intorno a me è sufficiente.”

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Evelyn Rydz. Fenomenologia del residuo

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Evelyn Rydz è un’artista statunitense, nata a Miami e Master alla Scuola del Museum of fine arts di Boston, che, a partire da sue fotografie, crea disegni di oggetti e luoghi che hanno vissuto variazioni significative o sono dentro processi di trasformazione.

Negli ultimi anni ha visitato, in particolare,  luoghi costieri rilevando e documentando i molti oggetti di scarto disseminati sul terreno. L’interesse per le storie degli oggetti si coniuga con la ricerca sui processi di delocalizzazione umana e così facendo ne viene fuori un racconto visivo in cui è minutamente descritto il destino di oggetti utili nel recente passato divenuti presto residui del presente e pezzi involontari di paesaggi lontani.

“Ho camminato per giorni attraverso enormi quantità di detriti e sabbie di plastica sentendomi come un archeologo che rinviene i residui della storia contemporanea.”

La ricerca di Evelyn Rydz ricorda fortemente il paradosso dell’eccesso decritto da Georges Bataille, cioè il fatto che al massimo della produzione corrisponda sempre il massimo della perdita.

La nozione di dépense e in particolare la già rammentata usanza nordamericana del potlatch; un dono reciproco finalizzato a una restituzione di maggiore entità. Ma il potlatch, pur essendo un buon esempio di dispendio non libera gli oggetti dalla schiavitù dell’utile, perché il dono nasce da una prospettiva di interesse.

Esiste un’esperienza più radicale, che sottrae completamente gli oggetti alla dimensione del consumo produttivo, annullando totalmente il loro valore d’uso, è il sacrificio, la distruzione della cosa come oggetto di consumo utile e produttivo.

Il sacrificio dell’oggetto cambia profondamente l’intima natura della cosa stessa. Non stiamo parlando di una sorta di morfologia del rimpianto, ma della nascita di un rapporto nuovo tra soggetto e oggetto, il sacrificio, infatti, accede all’intimità della cosa, al suo essere più nascosto, sottraendola allo stato di alienazione in cui la logica dell’utile l’aveva ridotta.

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Il cambio di natura dell’oggetto attraverso la sua trasformazione in scarto e residuo modifica completamente la qualità delle relazioni tra uomo e cosa, adesso la cosa è spazzatura e l’etichetta stinta acuisce il senso di disprezzo per ciò che è residuale, ma la sua de-contestualizzazione acquista un valore sacrale.

Evelyn racconta storie di percorsi casuali di oggetti residuali, sacrificati dal consumo dell’uomo, il mare è un’ambientazione efficace, perché l’acqua scorre e trasporta le cose cambiando non solo la loro essenza ma anche il modo di presentarsi.

Il suo lavoro comincia sempre con la fotografia, fotografa oggetti e luoghi che hanno subito variazioni significative, classifica, riorganizza, e spesso inserisce queste immagini in nuovi paesaggi. Una componente essenziale del suo lavoro è esplorare i dettagli. Studiare gli oggetti, così come li trova, indagando su ogni aspetto.

“I dettagli degli oggetti sono come cicatrici e rughe che contengono infinite informazioni sul loro passato”.

I disegni che appartengono alla collezione Naufraghi riguardano oggetti che sono stati persi, abbandonati, o sconfitti dal mare. Evelyn è attratta dalle mutazioni che la natura e il mare creano sulle cose, modificandole e in qualche caso mimetizzandole.  Un pezzo di schiuma isolante, luminosa blu, con cirripedi cresciuti su di un lato o una lattina di birra arrugginita, coperta di alghe e conchiglie. I disegni si concentrano sui dettagli dell’oggetto rinvenuto, la sua struttura, la superficie alterata, colore e dimensione, definendo una nuova identità.

Il secondo gruppo di disegni, Isole alla deriva, mette insieme oggetti trovati e frammenti di immagini di luoghi disparati o isole lontane. Il richiamo del mare e la grande letteratura, o le ricerche di Darwin, fino a serie televisive di successo come Lost.

Fondendo osservazione e immaginazione, i disegni ragionano su sostenibilità e ambiente e cercano di rispondere a una difficile domanda: come saranno i paesaggi del futuro?

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