Steve Jobs l’uomo che ha inventato il futuro. Jay Elliot con William L. Simon

“Why join the navy if you can be a pirate?” in questo slogan coniato da Steve Jobs, uno tra i più grandi e riconosciuti visionari e creativi del nostro tempo, c’è buona parte dell’essenza di questo libro. Incredibilmente, ma non troppo, Jay Elliot, ex senior Vice President di Apple, che ha lavorato per anni con Steve Jobs dedica quasi la metà del suo lavoro al modo in cui Steve recluta i talenti, seleziona e gestisce gli ingegneri, gli art director, motiva il personale.

Apple appare come una azienda nella quale entri solo se sei innamorato del prodotto, intelligente e appassionato e conta poco il curriculum, la laurea ad Harvard o in altre prestigiose università; se poi hai dentro di te uno spirito davvero piratesco e vuoi lasciare il mondo a bocca aperta con le tue realizzazioni, ecco quello è proprio il posto giusto.

Nel bel mezzo di una notte può anche succedere che il leader, Steve appunto, ti chiami per discutere di un particolare, di un dettaglio del nuovo prodotto ma questo fa parte del gioco, dell’impresa. Nella mia vita, ho avuto la fortuna, di conoscere grandi imprenditori e manager e ho ritrovato tra le righe di questo libro la passione smodata per il prodotto che aveva e sicuramente continua ad animare Luciano Benetton e l’attenzione estrema per il dettaglio di Franco Tatò: “nel dettaglio c’è il diavolo” diceva.

Un lavoro che fa comprendere quale debba essere il mix attraverso cui nascono le imprese memorabili e che alla base del successo vi siano soprattutto persone eccellenti e motivate. Bella anche la prefazione di Luca De Biase che pone l’accento sulla qualità artistica di Steve Jobs e sul suo desiderio insopprimibile di trasformare in altrettanti artisti ogni uomo o donna di Apple.

“Ogni membro del team di progetto firmò su un grande foglio di carta da disegno, compreso Steve Wozniak, che firmò con il nomignolo usato da tutti, Woz. Gli acquirenti del Mac non avrebbero mai visto gli autografi all’interno del computer e non avrebbero neppure saputo della loro presenza. Ma gli ingegneri lo sapevano e per loro significava molto.”

Un libro bellissimo che ci insegna che la passione, l’amore per il prodotto e per le persone che lo sviluppano è il fulcro di ogni vero successo imprenditoriale.

Diario del saccheggio. Fernando Solanas

In una calda notte d’estate è andato in onda su RAI 5 il film di Fernando SolanasDiario del saccheggio”. Nonostante l’ora tarda il film tiene incollati alla poltrona mentre si vedono scorrere sul video le immagini che raccontano la storia di una ragionata e sistematica distruzione della ricchezza di un paese.

Fernando Solanas in occasione della presentazione del film a Berlino, dove è stato premiato con l’Orso d’oro alla carriera, ha voluto commentare il suo lavoro nel modo seguente: “Il film colpisce non solo per la sua carica emotiva ma anche perché narra storie vere: le trame segrete dei poteri argentini e l’alleanza spuria tra le corporazioni politico – sindacali, il potere giudiziario, le banche, le multinazionali e gli istituti finanziari internazionali. È una vicenda universale che non tocca solo l’Argentina. Il pubblico vuole comprendere ciò che accade nel mondo contemporaneo e, proprio per questo, il film funge da acceleratore delle questioni. È una sorta di lotta della memoria contro l’oblio.”

Al di là dell’impostazione generale, forse un po’ troppo ingenuamente anti liberista (ma bisognerebbe aver vissuto in Argentina durante quel periodo per riuscire a comprende appieno anche i contorni e i risvolti della vicenda) il film ha un grande pregio: avviare una riflessione profonda su quali servizi debbano essere mantenuti pubblici e quali no.

Nel nostro paese il recente esito dei referendum in materia di liberalizzazione dell’acqua è stato un passaggio certamente significativo e ha messo in evidenza la tendenza di pensiero della maggioranza dei cittadini.

Un tema quello dell’equilibrio tra pubblico e privato che, parafrasando Attali, nella breve storia del futuro riguarderà tutti e si presenterà spesso e in forme diverse, anche perché settori della stampa e della politica hanno spesso individuato, e indicano tutt’ora, nelle privatizzazioni uno dei modi più efficaci per uscire dalla crisi.

Un bel film, interessante, “Diario del saccheggio” che meriterebbe una più felice collocazione di palinsesto, per consentire a un vasto pubblico di riflettere sulle conseguenze di una cartolarizzazione selvaggia delle imprese statali e sugli effetti negativi del conseguente saccheggio da parte dei soliti noti.

Hans Blumenberg. Naufragio con spettatore

C’e un filo sottile e nemmeno misterioso che collega i libri della biblioteca di Themadjack. E, tra gli altri, non poteva mancare questo libretto, che a mio parere è un formidabile condensato di pensieri forti sulle ineffabili dinamiche dell’esistere e della vita, nel tempo attuale e in quello a venire.

Ho trovato, in giro per la rete, recensioni contraddittorie, le negative certamente alimentate da quell’arido spirito retro, tipico dei professorini di casa nostra. Costoro, per chi non lo sapesse, leggono ciò che non comprendono aiutandosi con il dizionario filosofico, la Garzantina, il dizionario ristretto, per intenderci. E si divertono a sottolineare in rosso le dissonanze percepite senza averne alcuna cognizione. Per ora lasciamoli fluttuare nell’oblio, in attesa di una recensione mirata, con dedica esplicita, dell’immortale Carlo M. Cipolla e del suo Allegro ma non troppo.

Torniamo a noi. Il naufragio è una possibile conseguenza della navigazione e, se accettiamo di paragonare la nostra vita a una navigazione nel mare mutevole, dobbiamo accettare anche il naufragio come metafora della crisi e della caduta. Possiamo forse esserne spettatori ma fino a quando? Un giorno potrebbe toccare a noi. E in questo mondo di oggi, senza tempo, anzi con un fattore tempo destinato a pesare sempre di più sotto il profilo economico, sarà davvero necessario saper ricostruire la nave in navigazione. Quindi rifare la nave con i resti del naufragio.

Consiglio vivamente di leggere Blumenberg. Il suo libro è una metafora di tutto: dell’esistenza, della crisi, del possibile crollo della società dei consumi e della necessità di ritrovare in noi stessi le forze dei nostri antenati. Loro sì sapevano vivere e ricostruire con i resti.

E…… mi raccomando…… lasciamo stare la Garzantina.

Jacques Attali. Breve storia del futuro

Come sarà il mondo nel 2050?

Una domanda alla quale Jacques Attali prova a rispondere con la sua grande capacità di anticipazione e anterovisione.

L’economia di mercato e la dimensione consumistica è in crisi e la crisi provocherà formidabili impatti sociali mettendo  prima in competizione e poi in conflitto due grandi condizioni sociali: nomadismo e stanzialità.

Paradossalmente ciò che è successo in natura si replicherà andando a toccare e modificare gli stili di vita e l’intero universo umano. La mortificazione del territorio ridotto a periferia della metropoli e l’abbandono della natura provocheranno gravi crisi ecologiche mentre i paesi che oggi sono contraddistinti da forti dinamiche di sviluppo dovranno vedersela con l’invecchiamento della popolazione e con la necessità di investire in servizi e infrastrutture, obiettivi prima trascurati.

Mancheranno le risorse e l’economia di mercato, almeno come la conosciamo, collasserà fino ad estinguersi e a diventare un vago ricordo “come il feudalesimo”. Successivamente si svilupperà una nuova forma economica, che Attali definisce “economia relazionale”, tesa a realizzare servizi senza ricavarne utili.

Certamente il portato di queste visioni può lasciare perplessi, ma è indubbio lo sforzo dell’autore di costruire, sulla base di segnali deboli e non deboli, già oggi percepibili e apprezzabili, l’immagine più verosimile del futuro.

Davanti a questo scenario come non sorridere delle ridicole polemiche di casa nostra?

Un libro da leggere per meditare su cosa fare da subito.

Piero Gaffuri. Webland dalla televisione alla metarealtà.


Web Land racconta in modo chiaro e coinvolgente quanto sta avvenendo nel mondo dell’industria culturale e della televisione a seguito del crescente interesse del pubblico verso i contenuti video su internet. YouTube e Facebook, oltre a catalizzare sempre più utenti, stanno cambiando radicalmente le modalità di fruizione, inaugurando nuovi scenari di consumo e di relazione sociale.

La televisione pubblica italiana è riuscita, attraverso il portale rai.tv, a incontrare il gradimento degli utenti della rete, aspetto significativo di quanto sia importante, anche nel nostro paese, una maggiore attenzione per le nuove tecnologie, un rapporto nuovo con il pubblico e la diffusione della banda larga.

In queste pagine vengono affrontati i temi della trasformazione linguistica, la produzione di contenuti generati dagli utenti e la problematica dei diritti d’autore, il cui fondamento è messo in discussione dai mutamenti indotti dai nuovi mezzi di diffusione.

Le innovazioni della rete e la spinta dei social media rappresentano la grande opportunità di un modo nuovo per diffondere cultura e partecipazione.

La geo-localizzazione delle notizie e dei contenuti apre uno scenario nel quale pubblico e territorio potranno partecipare alla ricostruzione della realtà attraverso la pubblicazione di propri contributi ed esperienze, plasmando nuove forme di socialità e attivando sistemi innovativi di partecipazione”  dalla quarta di copertina.

Lupetti editore

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